Scritto da Earl & Pamela Wallace e William Kelley
Con Harrison Ford, Kelly McGillis, Lukas Haas

A Filadelfia un bambino di religione Amish, Sam, è testimone dell’omicidio di un poliziotto. Il detective John Book si occupa del caso e scopre ben presto che gli assassini sono poliziotti corrotti. Benché ferito gravemente in un agguato, il detective si preoccupa di proteggere il piccolo Sam e sua madre Rachel. Li carica in macchina e li riporta al sicuro, nella loro comunità. Ma Book arriva in condizioni gravissime: agli Amish non resta che cercare di curarlo e sperare che i poliziotti corrotti non lo trovino...
L'incipit di Witness di Peter Weir è puramente thriller: un delitto, un poliziotto che si imbatte in un’indagine più grande di lui, una vedova e un bambino in pericolo...
All'epoca (1984), un thriller era esattamente quello che il regista stava cercando. Weir racconta che, amareggiato dal blocco della lavorazione di The Mosquito Coast, non voleva restare fermo. Aveva bisogno di un progetto. Witness - una sceneggiatura di Earl & Pamela Wallace e William Kelley - gli sembrava il copione giusto: un solido film di genere, avvincente, senza grandi problemi produttivi. Una passeggiata, per il regista di film intensi come Picnic a Hanging Rock, Gallipoli, Un anno vissuto pericolosamente. E poi il produttore era un tipo affidabile quanto pragmatico come Edward S. Feldman. La star coinvolta era nientemeno che Harrison Ford, reduce da Blade Runner. Una volta scritturata una giovane attrice esordiente, Kelly McGillis, sembrava bell’e pronto il prodotto hollywoodiano più classico. Ma Witness sarebbe diventato ben altro.
A prima vista, lo script dei Wallace e di Kelley appare a Weir come il tipico poliziesco basato sul concetto del “pesce fuor d’acqua”. La novità - dentro uno schema ultraclassico - è l’ambientazione insolita, quella della comunità Amish, un insieme di fattorie sparpagliate in una vallata della Pennsylvania che sembra ferma all’ottocento. Il rigido credo Amish non ammette la luce elettrica, né il telefono, né le automobili. Gli Amish si spostano su carri trainati da cavalli.
Man mano che Weir soppesa la sceneggiatura, però, si accorge che il concetto del “pesce fuor d’acqua” è riduttivo. Qui c’è qualcosa di più.
Book, il detective venuto dalla metropoli, è costretto dalle circostanze a integrarsi in un mondo che non gli appartiene. Veste abiti senza bottoni (“i bottoni sono frivoli”, gli spiega Rachel), si alza di buon’ora per mungere le mucche, lavora il legno, prende parte alla costruzione di un fienile. Reagisce come reagiremmo tutti noi: dapprima con fastidio, poi con curiosità... finché balena davanti ai suoi occhi la possibilità di un altro modo di vivere. Witness contiene una tematica particolarmente cara al regista di Picnic a Hanging Rock e dell’Ultima Onda: quella della contrapposizione di due mondi. “Civiltà” (obbligatoriamente tra virgolette) e Natura. La violenza delle metropoli e un mondo arcaico che rasenta l’utopia.
Weir dipinge la comunità Amish con un misto di sconcerto e affettuosa ironia, che alla fine - per il detective Book e per lo spettatore - si trasforma in una sorta di fascinazione. Nel film il culmine di questo percorso psicologico è la scena della costruzione di un fienile, che impegna praticamente tutta la comunità. “Nei film in genere le cose sono distrutte - commenta Weir - Ho pensato che sarebbe stato bello, per una volta, far vedere qualcosa che viene costruito”.

Si è parlato di influenze di John Ford nella rappresentazione del mondo rurale di Witness, e non a sproposito. C’è indubbiamente qualcosa di “fordiano” nella rappresentazione di una comunità unita intorno a un lavoro collettivo che assume quasi la sacralità del rito (ben sottolineata dalla maestosa musica di Maurice Jarre). Come “fordiani” sono anche i piccoli tocchi ironici nel rapporto di rispettosa rivalità fra Daniel - il corteggiatore di Rachel - e Book. (“La sua ferita va meglio adesso?” “Sì, molto meglio” “Benissimo. Così può tornarsene a casa.”).
Ma l’asse portante di Witness è la storia d’amore tra John e Rachel; giocata su sguardi e silenzi per due terzi del film, ma anche sull’ironia, come nella (giustamente) famosa “scena dell’autoradio”, quando John e Rachel improvvisano un ballo sulle note di (What a) Wonderful Word di Sam Cooke (scelta personalmente da Harrison Ford). Non sono che pochi minuti di serenità, interrotti dall’arrivo dell’anziano patriarca Eli. Eppure, quel momento conferma a entrambi che tra loro sta nascendo qualcosa.
Tematicamente, la scena ricorda una situazione analoga nella Legge del Signore, film di William Wyler ambientato in una comunità di quaccheri (e ben familiare a Peter Weir). Anche nel film di Wyler la musica è portatrice di sentimento e “trasgressione” in una comunità rigidamente conservatrice: ma la lunga scena di Gary Cooper che improvvisa un discorso con voce tonante, sperando che gli anziani non sentano la musica del pianoforte al piano di sopra, è semplicemente umoristica. Nel film di Weir, invece, il ballo di John e Rachel non è solo un toccante momento di ironia e tenerezza. E’ un momento che riassume in nuce tutto il racconto: due mondi lontanissimi sono attratti l’uno dall’altro e arrivano a contatto. John e Rachel dovranno risolvere il conflitto dentro se stessi prima di affrontare quello con il mondo esterno.
Ma se nella magica Australia dei primi film di Weir la potenza della Natura piega l’uomo “civilizzato”, ora le cose sono diverse. Per quanto gli Amish cerchino di fermare l’orologio del Tempo, si trovano pur sempre nell’America del ventesimo secolo.
In Witness, un temporale notturno annuncia metaforicamente la doppia tempesta che sta per abbattersi sulla valle degli Amish: quella dei sentimenti - repressi troppo a lungo - e della violenza. Rachel tra poco scioglierà i lacci della sua cuffia, e i cattivi caricheranno le armi. Il regolamento dei conti è inevitabile. Ma il suo esito non è affatto scontato.

Lavorando in profondità, “a sottrarre”, sulla
sceneggiatura - e litigando sia con gli sceneggiatori che
con Harrison Ford, preoccupato del suo status di icona
virile - Weir trova il finale giusto. Che ci fa alzare
dalla sedia, mentre scorrono i titoli di coda, con un
pizzico di commozione.
Il progetto che per il regista australiano doveva essere
poco più di una vacanza si è trasformato in
tutt’altra cosa.
Witness
è candidato a otto oscar e ne vince due (miglior
sceneggiatura e miglior montaggio). A seguire, arriva una
valanga di riconoscimenti praticamente per tutti gli autori
e gli attori: per Weir, per il direttore della fotografia
John Seale, per il compositore Maurice Jarre, per i tre
attori protagonisti (Ford, McGillis, il piccolo Lukas
Haas), e perfino per la direttrice del casting Diane
Crittenden. Con grande sorpresa dello stesso Weir (convinto
fino all’ultimo di avere girato un
“semplice” film di genere),
Witness
reggerà meravigliosamente alla prova del tempo,
affermandosi come uno dei migliori film degli anni ottanta,
un piccolo gioiello di equilibrio e di misura. Thriller, ma
anche storia d’amore a ciglio asciutto. Film
“popolare”, capace di avvincere e di
emozionare, ma anche prova “autoriale” di un
regista che sa riassumere in una sola inquadratura trenta
righe di dialogo. Film “di regia”, ma anche di
attori: con un Harrison Ford mai più così misurato e
intenso, e una Kelly McGillis indimenticabile.
Sarebbe molto difficile, oggi, concepire un film così.
Intanto, sarebbe difficile trovare una star
all’altezza di Ford (forse il solo Russell Crowe, ma
con qualche chilo in meno). Sarebbe ancora più difficile
trovare uno sceneggiatore interessato a scrivere una storia
che intrecci thrilling e sentimento. E probabilmente
sarebbe impossibile trovare un regista capace di unire due
generi armonizzandoli, e non estremizzandoli in un pastiche
a uso e consumo di adolescenti brufolosi.

A distanza di più di vent’anni dalla sua uscita nelle
sale,
Witness
ci appare un po’ come appare la comunità Amish agli
occhi di John Book: il reperto un altro secolo (e,
letteralmente, il film lo è). Lo rivediamo con
l’ironia affettuosa dello spettatore smaliziato,
assuefatto a ben altri ritmi narrativi. Ma anche con
nostalgia per l’idea di un "bel cinema" scomparso,
oggi tristemente relegato nel cantuccio dell’utopia.
PER CHI VUOLE SAPERNE DI PIU’

Del
dvd esistono due edizioni. Se cercate bene, è possibile
trovare a buon prezzo anche la collector’s edition
(la cover è quella qua sopra), con interessanti interviste
a Weir, Feldman e agli attori.
Sito su Peter Weir:
http://www.peterweircave.com/main.html
Se non avete visto il film, non vi importa degli spoiler e
volete sapere tutto sulla sceneggiatura da oscar dei
Wallace e di Kelley, c’è un bell’articolo di
David S. Cohen (tradotto da Alberto Cassani) sul sito
cinefile.biz, alla pagina:
http://www.cinefile.biz/witness.htm
La sceneggiatura (in inglese) si trova su
http://www.imsdb.com/scripts/Witness.html
e
anche su
www.harrisonfordweb.com/Multimedia/witness.pdf
Su
You Tube
sono reperibili alcune scene del film (ovviamente in
originale). Basta fare una ricerca sulle parole
"Witness"
e "Harrison Ford". Ma va detto che la loro visione sul PC,
in brevi sequenze estrapolate dal contesto, non rende
giustizia al film.