giugno 2004

ALZA LE MANI, FRANCESCO

C’è stato un tempo in cui, negli incontri col pubblico, mi sentivo sempre rivolgere la fatidica domanda: “Perché non fate una serie a fumetti ambientata in Italia?”. In genere rispondevo con una battuta di Claudio Nizzi: “Perché Su le zampe, Frank! suona meglio di Alza le mani, Francesco.”

Erano i primi anni novanta. Sarebbe stato molto difficile spiegare perché i fumetti di ambientazione italiana non funzionavano. Sapevo solo una cosa: che non funzionavano.

C’era voluta la sfrontatezza di Andrea Pazienza, nel decennio precedente, per calare dei personaggi in un contesto riconoscibile al cento per cento come italiano, come il mondo che ci troviamo di fronte quando usciamo di casa. Ma Pazienza era andato troppo oltre: le sue storie, così profondamente impregnate dell’Italia degli anni ottanta, non hanno mai “sfondato” all’estero.

C’era poco da fare: quindici anni fa era molto difficile proporre un fumetto di ambientazione italiana. Soprattutto, un fumetto seriale o comunque di avventura. Non che le storie ambientate in Italia - anche di genere - mancassero. Però non avevano il minimo successo, come le storie noir ospitate sulle riviste Torpedo e Nero (che infatti ebbero una vita editoriale brevissima). Per non parlare di generosi quanto utopistici slanci per dare a supereroi italiani (!). Nel complesso, i tentativi di raccontare l’Italia furono talmente fallimentari da scoraggiare qualsiasi editore a proseguire su quella strada.

A tenere un po’ d’Italia dentro i fumetti erano autori non strettamente legati al “genere”, come quelli della Kappa Edizioni… raccontando il “quotidiano”, questi autori sono riusciti nella difficile impresa di far accettare un po’ di Italia dal pubblico dei fumetti. Un pubblico, però, decisamente ristretto. Almeno rispetto alle centinaia di migliaia di fans di Dylan Dog.

E in ogni caso, se l’Italia poteva reggere dentro storie di questo tipo, in cui i lettori potessero riconoscersi, non c’era verso di utilizzarla come setting avventuroso.

Alfredo Castelli fece un tentativo coraggioso con le storie di Martin Mystére chiamate “Mysteri Italiani”, portando a Firenze il suo detective dell’impossibile. Con scarso gradimento da parte del pubblico: una volta appagata la curiosità di vedere Martin Mystére e Java davanti a scenari familiari, i lettori non manifestarono alcun entusiasmo. Soprattutto quando constatarono che gli abitanti di Firenze si davano del “voi” come a Molfetta. E così Castelli fece ritornare il suo archeologo-avventuriero nella natìa New York.

Anche chi scrive ha cercato di mettere il suo mattoncino nella costruzione di un fumetto avventuroso italiano: Digitus Dei, realizzato con l’inesauribile Stefano Casini, e basato sulle avventure dell’esorcista padre Sertori.

Mi piacerebbe dirvi che il risultato è stato perlomeno incoraggiante. Ma non lo è stato. Proposto prima a Sergio Bonelli Editore come esperimento da proporre sul Ken Parker Magazine, quindi alla Comic Art di Rinaldo Traini (che cambiò idea dopo averci fatto realizzare dodici tavole), poi edito come numero 0 dalla Magic Press, Digitus Dei alla fine è uscito sotto l’etichetta Peter Press nel circuito delle librerie specializzate, e ha venduto le sue brave mille copie. Un risultato nella media per quel tipo di mercato, ma decisamente troppo esiguo per permetterci di proseguire.

A partire dalla metà degli anni novanta, complice un aumento pauroso del costo della carta, la crisi economica ha picchiato duro sul fumetto, incrinando anche l’equilibrio di serie collaudate. In queste condizioni sembra diventato praticamente impossibile puntare sull’incognita dell’ambientazione italiana, e meno di non nutrire intenzioni suicide…

O forse no? Facciamo un passo indietro.

Perché in realtà gli anni novanta vedono aumentare la fiction italiana in un crescendo rossiniano. Non sui fumetti, ma nella narrativa e soprattutto in TV.

Camilleri crea il suo Montalbano. Lucarelli diventa il più noto dei giallisti bolognesi. Francesco Guccini fa uscire dal guscio Loriano Macchiavelli, autore della serie Sarti Antonio Brigadiere negli anni settanta. Massimo Carlotto crea il personaggio dell’Alligatore.

A partire dagli anni novanta il successo della serie TV La Piovra apre la strada a una fiumana di fiction di ambientazione italiana, in cui la detection e l’avventura fanno dapprima capolino mischiate al “rosa” e alla comedy (
Il maresciallo Rocca, Linda e il Brigadiere, Il commissario Montalbano) e poi si impongono come asse portante (La Squadra, Distretto di Polizia, Ultimo).

Non nascondiamoci dietro un dito. Alcuni tentativi di poliziesco all’italiana sono davvero goffi. Nei romanzi il ritmo latita, la struttura è debole e sacrificata a una prosa calligrafica, i dialoghi sono rigidi e inverosimili.

Sullo schermo, a parte il carisma di certi protagonisti, abbondano macchiettismo e buonismo, la detection è poca cosa, i colpi di scena sono “telefonati”. Eppure, quasi ogni fiction italiana è premiata da ascolti record.

E anno dopo anno le professionalità si formano e la qualità cresce, fino a risultati di indiscutibile qualità (par condicio, un titolo per parte:
Uno bianca per Mediaset e Montalbano per la RAI).

Nel giro di pochi anni, la televisione è riuscita a ripetere – con più larghezza di mezzi e più capacità di penetrazione – l’impresa che il cinema italiano aveva compiuto negli anni settanta con gli horror e i “poliziotteschi”: plasmare l’immaginario, portare l’avventura in casa nostra.
Ed è vero che il cinema italiano, oggi, di avventura ne offre poca. Ma è anche vero che registi come Virzì, Ozpetek, Muccino, propongono un cinema mainstream che, vivaddio, ha riportato il grande pubblico a vedere film italiani.

Allora, forse è il caso di porsi qualche domanda. Perché gli altri media riescono a raccontare l’Italia, creando verosimili eroi a cui il pubblico si affeziona (e meravigliosi cattivi che il pubblico ama odiare) mentre il fumetto – medium che conta una illustre tradizione e decine di talentuosi narratori – rimane al palo?

La risposta istintiva è che la TV è la TV, cioè il “persuasore occulto” per antonomasia. Ma questa ipotesi regge solo fino a un certo punto. Perché la letteratura non è un persuasore occulto. Negli ultimi anni praticamente tutte le case editrici, dai colossi Mondadori, Einaudi e Feltrinelli fino alle più piccole realtà locali, hanno messo in catalogo dei romanzi polizieschi italiani. Gli autori italiani, finalmente, hanno trovato un loro pubblico (o, se volete, il pubblico italiano ha trovato i suoi autori). Le tirature dei singoli volumi sono ancora piccole, ma stabili. E il numero di titoli proposti, comunque, è in costante aumento.

Tutto ciò potrebbe anche essere un fuoco di paglia, ma dimostra senza dubbio una cosa: la realtà italiana adesso è raccontabile. Di più, è raccontabile col filtro della narrativa; anche quella di genere.

Galvanizzati dai recenti successi, irrobustiti da anni di paziente lavoro, i produttori di fiction guardano ora senza timori reverenziali ai modelli americani, dal cinema kolossal a serie “di punta” come C.S.I., per raccontare storie di casa nostra.

Il tabù è infranto. E i nostri detectives possono finalmente dire: “Alza le mani, Francesco!” senza suscitare l’ilarità del pubblico.

E i fumetti? I fumetti da una parte continuano a riciclare clichés logori (nei contenuti, ma anche nella grafica e nel formato), sperando che formule collaudate reggano ancora all’assalto dei nuovi media. Da un’altra parte si cerca l’aggancio a moduli narrativi considerati appetibili per il mercato internazionale… e, ovviamente, estranei alla nostra tradizione.

Fermo restando il buon lavoro di piccole case editrici (come Kappa Edizioni e Coconino Press), l’impegno di una major come la Disney (con
Monster Allergy e Kylion), la giusta celebrazione dei fasti di Diabolik, gli scenari italiani rimangono un pianeta sconosciuto.

Il fumetto italiano si ripiega su se stesso nel momento in cui potrebbe trarre nuova linfa proprio da ciò che ha a portata di mano, di là della porta di casa. Rimane innocuo e autoreferenziale. Sembra avviato a un progressivo e inarrestabile isterilimento, rassegnato alla carboneria delle piccole tirature.

Non c’è bisogno di scomodare Gramsci per dire che la letteratura nazionale è prima di tutto sentimento nazionale. Dal che se ne deve dedurre che gli editori di fumetti non pensano di vivere in Italia, ma a Paperopoli o a Gotham City. Mentre gli autori sognano di trasferirsi a Parigi.