agosto 2008


TRÒVATI UN LAVORO VERO


Succede sempre più raramente, ma succede ancora: ricevo lettere di ragazzi che mi chiedono: “Coltivo la passione della scrittura e mi piacerebbe diventare uno sceneggiatore di fumetti. Cosa posso fare?”.

La mia risposta è: niente. “diventare” uno sceneggiatore, cioè di fare della sceneggiatura un mestiere (come è capitato agli autori della mia generazione) oggi è impossibile. E lo stesso vale per chi disegna.

Non meravigliamoci troppo. Chi ha scelto una carriera artistica ha sempre avuto vita difficile, (chiedete a chi scrive narrativa in prosa, o anche a chi lavora nel teatro). Ma in questo particolare momento, in Italia, arrivare a campare di fumetti è impossibile, figurarsi fare “carriera”. Le case editrici – quelle vere, cioè quelle che pagano – sono ormai ridotte a una mezza dozzina. In alcuni casi, poi, i compensi sono bassi. In altri casi, infimi. E i posti disponibili sempre più scarsi.

Il fumetto da libreria, quello non seriale, offre ancora meno possibilità. E’ perlopiù appannaggio del cosiddetto “autore unico” (cioè di chi scrive e disegna le proprie storie). Ed è un mercato fatto di tirature piccole, lontanissime da quelle del fumetto da edicola meno venduto. Un mercato che dà qualche segnale incoraggiante, vero, ma un po’ come quei film da festival che piacciono alla critica. Di quelli che fanno annunciare una “rinascita del cinema italiano” che stiamo aspettando ormai da vent’anni.

A dire il vero, esiste un tipo di mercato che dà qualche possibilità di lavoro: è quello che vede il fumetto derivazione cartacea di altri media, supporto a giganteschi fenomeni di marketing multimediale. Il fumetto come trasposizione di film di successo, di cartoni animati, di videogiochi, il fumetto come veicolo pubblicitario per vendere bambole, merendine, scarpe, o i dischi della popstar del momento. Ma in questo sistema di produzione gli autori sono all’ultimo gradino della scala: pagati poco, senza possibilità di beneficiare dei diritti d’autore, e a volte nemmeno accreditati.

Ormai guardiamo agli autori delle generazioni precedenti non più con il dovuto rispetto, ma con una sorta di allucinato stupore, come si guarderebbe l’atterraggio di un UFO in una piazza del centro. Com’è stato possibile, ci chiediamo. Com’è stato possibile che siano esistiti un Pratt, un Battaglia, un Magnus, un Bonvi, un Micheluzzi? La risposta è: è stato possibile perché esisteva il lavoro.

I talenti non si creano, i talenti si coltivano. E non si possono coltivare dove non ci sono occasioni di lavoro, e soprattutto dove non c’è la continuità del lavoro: un’attività costante esercitata giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Un artigianato che a volte – quando c’era il talento e soprattutto la disciplina – arrivava all’Arte. E questo tipo di percorso è esattamente ciò che oggi è impossibile avere.

Qualcuno si consola pensando in maniera darwinistica che saranno solo i più forti a sopravvivere. Che non è un male se decresce il numero degli autori mercenari e cresce quello degli autori motivati, che vogliono “dire qualcosa”. E’ una sciocchezza. “Voler dire qualcosa” non significa niente, se non hai niente di interessante da dire. E anche avere qualcosa di interessante da dire non significa niente, se non hai modo di imparare come dirla.

“Tròvati un lavoro vero”. Così, un tempo, dicevano i genitori giustamente preoccupati al figliolo che imbrattava i fogli con matite e china.

Ma oggi che qualsiasi "lavoro vero" è precario, il fumetto è diventato il lavoro più "vero" di tutti: nel senso che è precario come nessun altro.