giugno
2007
LE
LINGUE MORTE
Alla fine degli anni novanta il fumetto italiano stava
fronteggiando una vistosa diminuzione delle vendite. Il mio
amico Antonio Serra si presentava sorridente agli incontri
col pubblico ed esordiva dicendo: “Buongiorno a
tutti. Noto con piacere che è sempre vivo l’interesse
per le lingue morte... il latino, il greco antico, il
fumetto...”
Era una boutade, ovviamente. Antonio non ha mai creduto -
come non ho mai creduto io - alla morte effettiva del
medium, che ha le proverbiali sette vite dei gatti. Parlava
della fine del mestiere del fumetto in Italia.
Ma quanto si arrabbiavano i lettori. E quanto si arrabbiano
ancora quando gli dici che il mestiere del fumetto tra
qualche anno non esisterà più come tale. Quando spieghi che
ci saranno autori - scrittori e illustratori - che
faranno
anche
fumetti... in mezzo a cento altre cose. Per
“passione”, come amano dire i wannabe, e non
per vile denaro? Non esattamente. Lo faranno soprattutto
perché nessun editore sarà disposto a investire più sul
fumetto. A meno che...
A meno che non si tratti di un progetto - parolina magica
-
multimediale.
Già adesso il mercato del medium fumetto è considerato un
mercato da pezzenti. Non è certo al fumetto che la Walt
Disney dedica i maggiori investimenti. E, per fare un
esempio recente, la proprietà di Gardaland ha chiuso
l’albo a fumetti dedicato al draghetto
Prezzemolo.
L’albo - è bene ribadirlo - era in attivo.
Semplicemente, il business generato dal fumetto era
irrisorio rispetto a quello generato dal merchandising; e
così la proprietà ha deciso che poteva tranquillamente fare
a meno dell'albo, preferendo destinare il suo budget ad
attività più redditizie.
D’altronde, non è un caso che Frank Miller ora si
dedichi più al cinema che al fumetto. E’ là il vero
business. E del resto un adattamento cinematografico o a
cartoni animati “spinge” le vendite di un
fumetto. (Qui in Italia c’è voluto il film per
portare
300
in edicola, in edizione economica).
Dobbiamo essere grati a Frank Miller e ai suoi colleghi
baciati dal successo. Non tanto e non solo per quanto di
buono hanno realizzato, ma perché, grazie a loro, i fumetti
cominciano a essere equiparati ai romanzi nel rapporto col
cinema. Cominciano a essere considerati realmente
marketable.
E la Francia non sta certo a guardare: poco importa
che
Blueberry
e l’Asterix
“live-feature” fossero film orribili. Comunque
sia, sono stati realizzati; come è stata realizzata - e con
approccio filologico - la serie animata di
Corto Maltese.
E il lungometraggio in animazione di
Persepolis.
E poi periodicamente si riparla del progetto di Spielberg
su
Tintin.
Ma non sono tanto sicuro che, sulla lunga distanza, gli
appassionati di fumetti avranno ragione di esultare. Certo,
le prospettive economiche per l’autore che approdasse
al cinema sarebbero rosee. Sarebbe la fine
dell’iconografia classica del fumettaro sfigato.
Ma, come ricorda Frank Miller nella sua conversazione con
Will Eisner, il successo degli autori della sua generazione
è stato particolarmente favorito da una circostanza
fortunata: il boom del
direct market,
delle librerie specializzate negli USA a cavallo tra gli
anni ottanta e i novanta. E, di conseguenza, il fiorire di
case editrici indipendenti lontane dalla logica delle
majors, che hanno permesso agli autori di far fruttare al
meglio la loro creatività.
Quelle opere che noi ora vediamo trasposte al cinema
-
From Hell,
Hellblazer (Constantine),
V per Vendetta,
Sin City,
300
- sono nate in un contesto di autonomia autoriale e di
libertà creativa; quella libertà che alla fine anche le
majors avevano concesso
obtorto collo
per fronteggiare la concorrenza o, semplicemente, per
restare al passo coi tempi. Bevevano per non affogare. Il
grande successo, come si dice, è stato più trovato che
cercato.
Ma cosa succederà d’ora in poi? Se il cinema e i
videogiochi offrono la possibilità di un mercato lucroso,
perché mai un editore dovrebbe pubblicare
“solo” un fumetto?
Domanda da lascia o raddoppia: quale sviluppo artistico può
avere un medium la cui unica prospettiva è offrire
semplicemente un punto d’appoggio per far fruttare
altri media?
Bill Watterson, anni fa, compì una scelta radicale. Anzi,
due. La prima fu quella di non continuare
Calvin & Hobbes,
ritenendo che quei personaggi avessero chiuso il loro
ciclo. Non è stato il solo, certo. Anche Quino, dopotutto,
smise di disegnare
Mafalda.
Ma Watterson ha fatto un passo ulteriore: ha rinunciato a
ogni possibilità di merchandising, rifiutandosi di far
comparire
Calvin & Hobbes
su qualsiasi altro medium che non fosse il fumetto.
Rinunciando, come è facile intuire, a milioni di dollari in
diritti d’autore.
Dave Sim non ha mai permesso che il suo
Cerebus
fosse tradotto all’estero per timore che fosse in
qualche modo “snaturato” dalla pubblicazione su
formati diversi e in lingue diverse.
Art Spiegelman non ha mai concesso, per motivi che forse è
più facile intuire, i diritti per l’adattamento
cinematografico di
Maus.
Ma fateci caso: stiamo parlando di fumetti
concepiti come fumetti,
e che solo in un secondo momento hanno dovuto affrontare la
possibilità di diventare qualcos’altro.
In un futuro che potrebbe essere molto vicino, una presa di
posizione simile da parte degli autori sarà possibile? E
soprattutto, gli editori la permetteranno?
Quale editore si accontenterà di pubblicare un "semplice"
fumetto? Quale autore si accontenterà di realizzare
“solo” un fumetto, senza pensare fin dal primo
momento a un eventuale sfruttamento del concept per il
cinema e i videogiochi, dei personaggi per una linea di
pupazzetti, del logo come marchio per T-shirt e
portachiavi?
Possono convivere creatività e "georgelucasizzazione" del
fumetto?
Paradossalmente, la boutade di Antonio Serra potrebbe
trasformarsi in agghiacciante profezia. Il fumetto potrebbe
non solo sopravvivere, ma addirittura prosperare a livello
di presenza sul mercato. Ma potrebbe morire
“dentro”, come linguaggio, come espressione
profonda di sentimenti, sogni, idee; di tutto ciò che ha
fatto del fumetto - a dispetto dei pregiudizi accademici -
la Nona Arte.