Onore all'ex interceptor/arma letale. E non per l'efficacia del suo ufficio marketing (che meriterebbe un raddoppio di stipendio per come ha alimentato e cavalcato l'onda di polemiche su The Passion of Christ), ma per avere realizzato un film tutt'altro che perfetto, eppure in qualche modo "vivo".
Il film "prende" subito. La partenza è veloce. E’ notte, e Gesù sta vegliando nell'orto dei Getsemani. L'atmosfera è cupa, quasi gotica. Gesù (un Jim Caviezel con lenti a contatto e naso ritoccato) prende coscienza dell'enormità del sacrificio richiesto, il terrore della sofferenza e della morte imminente gli fa sudare stille di sangue.
Il demonio (Rosalinda Celentano, assolutamente inquietante) lo tenta, sperando che Gesù si sottragga alla sua missione, mandandogli addosso un serpente (a cui Gesù schiaccia la testa). In parallelo seguiamo Giuda, che sta ricevendo i trenta denari da Hanna e Caifa. Poco dopo le guardie del Sinedrio fanno irruzione nell'orto, e Giuda bacia Gesù. Tutto secondo copione, per così dire. Ma il Vangelo secondo Mel comincia adesso, quando gli apostoli si scagliano contro le guardie. E' una mischia confusa, violenta, i tonfi dei pugni e le grida echeggiano nel silenzio dell'orto.
Uno degli apostoli colpisce una guardia - Malco – con una coltellata alla testa, staccando di netto l'orecchio dell'uomo. Malco cade in ginocchio, sanguinante. Mentre la zuffa continua, Gesù si china su Malco e gli riattacca l'orecchio, guarendo la sua ferita all'istante. Poi intima a Pietro, che sta lottando con due guardie, di lasciar cadere il coltello.
Gli apostoli cessano di lottare. Le guardie - tranne Malco, ancora immobile in ginocchio, attonito - si scagliano su Gesù e lo incatenano. Poi, irritate per la resistenza imprevista da parte dei suoi uomini, cominciano a sfogare la loro rabbia su di lui. E la rabbia diventa un pestaggio brutale mentre Gesù è trascinato via a strattoni.
La Passione è iniziata.
Il film è "in nuce" già in questi primi, efficaci venti minuti. Gibson e il suo co-sceneggiatore Benedict Fitzgerald seguono il Vangelo quasi alla lettera. Si prendono qualche licenza narrativa solo nel raccontarci - con moduli espressivi da puro film horror - la storia di Giuda. Tormentato dai rimorsi, Giuda impazzisce. Viene poi inseguito, sbeffeggiato come uno scemo del villaggio da un gruppo di ragazzini - che nel suo delirio vede trasformarsi in esseri mostruosi - e infine si impicca con la cavezza tolta dalla carogna di un cavallo morto.
Curiosamente, Gibson ricorre una seconda volta ai bambini (in un'altra sequenza con Satana), come per suggerire che il Male avvolge tutto il mondo, non risparmiando nemmeno l'infanzia. E solo le donne sembrano esserne immuni. Il filo della pietà unisce tutte le donne di questa storia - Maria, Maddalena e, con una felice intuizione narrativa, la moglie di Pilato e quella del Cireneo - che seguono Gesù come ombre dolenti, perfetto contraltare alla presenza ossessiva del Diavolo.
Le figure maschili non sono trattate con altrettanta originalità. I sacerdoti del Sinedrio e Pilato sono rappresentati senza discostarsi di una virgola dalla tradizione, ma le efficaci performances degli attori (su cui svetta un magnetico Shopov/Pilato) attenuano l'inevitabile piattezza degli stereotipi. Stereotipi che Gibson peraltro non teme, proponendoci un Barabba quasi caricaturale nella sua laidezza.
Più curiosa la caratterizzazione di Erode, rappresentato come un molle sovrano decadente immerso nel lusso e nulla lussuria, secondo un'iconografia che sembra discendere più dal musical Jesus Christ Superstar che dai Vangeli.
Ma il film si intitola appunto La Passione di Cristo, e a caratterizzare il film è la scelta di visualizzare senza remore la sofferenza. Per chi è credente, La Passione mostra ciò che qualsiasi rappresentazione dei Vangeli abitualmente rimuove: che il sacrificio di Cristo è stato un sacrificio cruento. E che molto sangue è stato versato.
Ma non è tutto qui: Gibson - e qui sta la profondità della sua intuizione da uomo di cinema, prima che da cattolico - si spinge ancora oltre. La scena della flagellazione è centrale sotto ogni aspetto. Cruenta come poche, ma non banale. Perché squarcia il velo della "fiction" e rivela l'orrore.
Tanto più è estetizzata la violenza al cinema, tanto più anestetizzati sono gli spettatori. Siamo abituati a vedere negli action movies (tra cui quelli di Gibson stesso) cattivi sogghignanti che buttano i loro sgherri in pasto agli squali, o che torturano psicologicamente l'eroe uccidendogli il cagnolino, o, con la punta di un coltello, fanno saltare uno per uno i bottoni della camicetta della bella prigioniera di turno. Ci sono quasi simpatici, questi cattivi. Specie se hanno le facce di Anthony Hopkins, Gene Hackman, Jeremy Irons, e perfino di Willem Dafoe (il Cristo di Martin Scorsese!).
Ma i legionari di Gibson che torturano Gesù hanno facce diverse. Facce in qualche modo a noi familiari (sono quasi tutti attori italiani), ma sono facce qualsiasi, di persone qualunque, deformate da un ghigno sadico. I soldati romani ridono e scherzano fra di loro mentre preparano la flagellazione con zelo burocratico. E non smettono di ridere e scherzare mentre scorticano vivo Gesù, levandogli letteralmente la pelle a strisce.
In questo modo Gibson restituisce alla violenza il suo vero orrore, che non è la rappresentazione delle ferite sanguinanti: è la gioia malvagia sulle facce degli aguzzini. Perché la verità è che se arrivi a compiere efferatezze del genere, ti piace. L'essere umano prova piacere nell'infliggere la sofferenza. L'essere umano trae piacere dal Male.
Questa consapevolezza trafigge lo spettatore mentre si aggrappa ai braccioli della poltrona, incapace di pensare in quel momento che "è solo un film", e non c'è un Anthony Hopkins a renderti simpatico un folle assassino.
In quel durissimo quarto d'ora La Passione vola alto, e fa giustizia di tutto il ciarpame velenoso a base di omicidi “demenziali” e killer simpatici che Hollywood ci sta propinando da oltre dieci anni, col plauso di critici e fans ottenebrati.
Ma sbaglierebbe chi pensasse a un Mel Gibson interessato solo allo strazio delle carni, dimentico del messaggio universale di pace alla base del cristianesimo. Gibson riesce anche a mostrarci (in una lunga scena) un Gesù che lavora e che sorride scherzando con sua madre nella bottega di falegname. E il rilievo dato all'insegnamento di Gesù, rievocato in flashback durante gli attimi più terribili, non lascia spazio a sospetti di integralismo o di intolleranza di alcun genere. Gesù dice chiaramente: "Amate i vostri nemici".
Ma arrivando al culmine con la terribile scena di crocifissione, la forza di The Passion diventa anche la sua debolezza: perché più che a un anelito di speranza il film finisce per somigliare a un grido angoscioso, un interrogativo opprimente sulla ineluttabilità della sofferenza e del Male.
Il credente si ricorda d'un tratto che essere cristiani è qualcosa di molto più impegnativo che partecipare alla messa di mezzanotte alla vigilia di Natale.
Il non credente non può fare a meno di pensare che, millenovecentosettantuno anni dopo quella crocifissione, niente è cambiato: ogni giorno, in qualche remoto angolo del mondo, migliaia di persone subiscono sofferenze non molto diverse da quelle inflitte a Gesù. E non lasceranno il loro sepolcro dopo tre giorni.
Non sono molti, oggi, i film che oggigiorno riescono a farti pensare a qualcosa di diverso dagli effetti speciali o dalla colonna sonora quando esci dalla sala. La Passione ci riesce. E, non dimentichiamolo, non è Vangelo. E' Cinema. Di quello vero.