di Michele Medda

Melzi si stava squagliando in sudore. Il terrazzo dell’edificio era una fornace, e lui si diede dell’idiota per non essersi messo un berretto. Oltretutto aveva quasi finito la bottiglia d’acqua che si era portato appresso. Era passato mezzogiorno, il sole a picco aveva risucchiato ogni ombra. Anche il fucile scottava.
Melzi si sporse dal parapetto e controllò il balcone al quarto piano del piccolo hotel affacciato sulla piazza. Nessun movimento. Perfino i gerani delle fioriere erano immobili nell’aria ferma, sembravano di plastica.
Lo Cascio era appena salito in camera. Sicuramente si sarebbe fatto una doccia, avrebbe fatto le sue telefonate e poi sarebbe sceso al ristorante a mangiare. Spettava a Melzi fare in modo che non arrivasse a sedersi a tavola. Al pensiero del cibo lo stomaco di Melzi brontolò. Lorena gli aveva preparato un tramezzino. Purtroppo, pessima idea, lui non aveva preso la borsa frigo. Quando aveva aperto la stagnola, il tramezzino era diventato un blob che sembrava avere preso vita per saltargli addosso da un momento all’altro. Aveva dovuto gettarlo via. Smise di pensare al tramezzino mutante e cercò di concentrarsi sul suo bersaglio.
Lo Cascio aveva l’abitudine di uscire sul balcone per parlare al cellulare. Non riusciva a stare fermo. Andava avanti e indietro agitando in aria la mano libera come se volesse strangolare il suo interlocutore, chiunque fosse. Nel momento in cui avesse raggiunto l’estremità del balcone sarebbe entrato nel mirino, e Melzi gli avrebbe sparato.
Mezzogiorno e venti. Melzi si asciugò le mani sui pantaloni. La camicia gli si era inesorabilmente incollata sulla schiena. Prese un fazzoletto di carta, si deterse il sudore sulla fronte, e proprio in quel momento la porta finestra sul balcone si aprì. Melzi si sistemò in posizione di tiro, il calcio ben saldo contro la spalla, l’occhio nel mirino, il dito sul grilletto. Lo Cascio uscì sul balcone col cellulare attaccato all’orecchio. Era a torso nudo, indossava solo un paio di bermuda, e gesticolava come al solito. Melzi era pronto. Lo Cascio avanzò fino alla ringhiera del balcone, poi, all’improvviso, il balcone esplose eruttando pezzi di intonaco e metallo, le fioriere esplosero, ed esplose anche la testa di Lo Cascio.
Melzi si raddrizzò di scatto. Guardò d’istinto il palazzo alla sua destra, dall’altra parte della strada, vide un luccichìo metallico nel riquadro della finestra.
Imprecò, posò il fucile a terra e corse verso la porta che dava sulla rampa di scale. Fece i gradini a due a due – che mi sentano pure, pensò, ma il palazzo sembrava disabitato nel bel mezzo di agosto – e uscì in strada. Attraversò col rosso la strada deserta e si infilò, fradicio di sudore, nel portone del civico 12, miracolosamente aperto.
Vide il led luminoso lampeggiare accanto alla porta dell’ascensore e sospirò di sollievo. Era arrivato in tempo. Si diede un’occhiata alle spalle per sincerarsi di avere chiuso il portone, e l’ascensore si aprì. Ne uscì un ragazzotto sui venticinque, il tipico nerd sovrappeso e con la faccia costellata di brufoli, sormontata da un berrettino da baseball. Melzi sapeva già che aspetto avrebbe avuto ancora prima di vederlo. Indossava una maglietta nera con il logo originale de Le Iene, Reservoir Dogs, i tipici pantaloni estivi tagliati sotto il ginocchio, e calzava scarpe da jogging. Sulle spalle, l’immancabile zainetto griffato.
Melzi gli spianò in faccia la Luger e lo vide impallidire. Quella mania dello zaino era da idioti, pensò. Poteva andare per il fucile, ma tenerci dentro anche la pistola era una cosa da decerebrati. Il problema era che i nerd portavano i pantaloni a vita bassa per esibire la griffe delle mutande e il giubbotto sempre aperto per esibire le scritte sulle magliette. E così la pistola, che ogni buon killer teneva nella fondina sotto l’ascella (con la giacca rigorosamente chiusa), o infilata nella cintura dietro la schiena, finiva dentro lo zaino insieme ai fucili e ai fumetti.
– Il contratto Lo Cascio era mio – disse Melzi.
Il ragazzo deglutì, poi disse, sollevando una mano: – Guarda, ti giuro… Non lo sapevo.
– Non ti credo – disse Melzi. – Tu pensi di sapere tutto. E invece non sai niente di niente.
Il nerd chiuse gli occhi e aspettò la pallottola.
Quando Melzi risalì sulla vecchia Ford Fiesta arroventata dal sole si accorse che le mani gli tremavano. Mentre guidava verso casa si chiese se sarebbe riuscito a far credere al committente che il contratto Lo Cascio era opera sua. E si chiese anche se sarebbe riuscito a comprarsi una macchina con l’aria condizionata.
Lorena capì che le cose non erano andate come da programma appena gli aprì la porta. – Allora? – disse.
– Lo Cascio è morto – rispose lui – e questa è la buona notizia. Quella cattiva è che non l’ho fatto fuori io.
Lei capì al volo. – Il solito killer nerd?
Melzi annuì.
– Ma il contratto era tuo! Avevano ingaggiato te!
– Certo. Ma lo sai come funziona… questi nerd si presentano al committente e dicono: “Ho saputo che hai commissionato il tale contratto a X per un tot. Io te lo chiudo per la metà”. E il committente cosa vuoi che dica? Dice va bene, perché tanto cosa ha da perderci? Niente. Se il contratto lo chiude il professionista, beh, lui paga quello che aveva pattuito. Ma se il nerd arriva prima, lui ha risparmiato metà dei soldi.
– Ma è… è disonesto!
– Lo so. E’ un mondo di ladri, tesoro. Comunque l’ho sistemato, quel verme – disse con una punta di soddisfazione, mentre si chinava ad abbracciare i gemelli che gli erano corsi incontro.
– Papà, com’è andato l’ammazzamento? – chiese Lorenzo.
– Non si dice ammazzamento. Si dice contratto – lo corresse Federica.
– Si può dire in tutti e due i modi – concluse salomonicamente Melzi. – E’ andata bene, ma adesso papà è stanco. –
– Via, a fare i compiti, adesso! – intervenne Lorena, spingendo i gemelli verso la loro cameretta.
– Vuoi mangiare qualcosa? Ho fatto il pollo con le patate al forno…
– Prima di tutto faccio una doccia. Ma non ho fame, mi è venuto un nervoso… –
– Ah, guarda che ha chiamato Carlini.
Carlini era un collega con cui, ai bei tempi, Melzi aveva lavorato più volte. Si sentivano ogni tanto per parlare di lavoro e di vecchi film.
– Ha detto cosa voleva?
– No, ma ha detto che non era una cosa urgente, ti richiama in serata.
– Beh, magari lo chiamo io dopo. Adesso vado a fare la doccia.
Più tardi Lorena ascoltò il suo sfogo. Interrompendolo, come faceva da anni, solo per dargli ragione. Perché dopotutto qualche ragione Melzi ce l’aveva. Fino agli anni novanta il lavoro del sicario era una cosa seria. Poi era successo qualcosa. Prima di tutto, era uscito al cinema Pulp Fiction. Che aveva fatto per l’omicidio professionale quello che I predatori dell’arca perduta aveva fatto per l’archeologia: aveva montato la testa a orde di mocciosi esaltati, convincendoli che quello del sicario era il mestiere più fico del mondo. Poi era arrivata internet. E le cose erano peggiorate. Siti, forum e newsgroup che parlavano di assassinio erano spuntati a decine come funghi dopo la pioggia, animati da nerd brufolosi che discutevano di armi da utilizzare per gli omicidi: pistole, fucili, mitragliatrici, rasoi, perfino katane giapponesi, coltelli da sub, forbici da cucito, seghe elettriche. E, naturalmente, discutevano degli omicidi che trovavano eco sulla stampa. Guardacaso, ognuno di questi nerd dichiarava che avrebbe concluso il contratto in maniera più efficiente, rapida, spettacolare del professionista che lo aveva materialmente eseguito. Niente sfuggiva alle critiche: l’angolazione di tiro, il luogo dell’esecuzione, l’ora, e a volte perfino la scelta della vittima.
Infine, la situazione era precipitata quando i nerd dell’omicidio avevano cominciato a esercitare anche loro, immettendo in un mercato già in crisi una manodopera tanto incompetente quanto a buon mercato.
Tutte queste cose Melzi le andava ripetendo da anni. E Lorena le sapeva benissimo, ma ascoltava in silenzio, pazientemente, finché il marito non aveva finito il suo sfogo.
– Comunque basta, tesoro, non voglio certo angosciarti con i miei problemi – disse Melzi, dopo uno sfogo di appena dieci minuti contro i trenta abituali. – Adesso chiamo Carlini. –
Lorena sospirò di sollievo, perché sapeva che suo marito si sarebbe sfogato con lui.
Quando gli raccontò del nerd, Carlini fece: – Tsk, tsk, tsk – schioccando la lingua.
– Non ne posso più di questo lavoro – disse Melzi. – E per quei quattro soldi, poi.
– Non dirlo a me – disse Carlini. – La settimana scorsa ho eseguito un contratto per i francesi. E sai per quanto? Tremila euro.
– Ma dai? Così poco?
– Eh, sì. Gli ho detto: “Va bene, solo perché vi conosco ed è un lavoretto breve. Metà in anticipo e metà alla consegna”. E sai cosa mi hanno risposto? “Noi non paghiamo così. Un terzo in acconto dopo l’esecuzione e il saldo a sessanta giorni.
– Pazzesco. Non si è mai sentito. Hai provato a trattare?
– Certo. Niente. Non c’è stato verso.
– Che bastardi. Ci tengono in pugno e se ne approfittano.
– Certo. E considera comunque che pagano. Perché poi ci sono anche quelli che non pagano. Ti ho raccontato di quando dovevo stendere quel giornalista, un paio d’anni fa?
– No, mi pare di no.
– Beh, sembrava un contratto normale. Io eseguo, poi il committente mi richiama e mi dice che nel frattempo si era messo d’accordo col giornalista, quello aveva accettato la mazzetta, e quindi non c’era bisogno di ammazzarlo. “Tante grazie”, gli faccio, “ma io il lavoro l’ho fatto, voi dovevate avvertirmi”. E quello ha tirato fuori che mi avevano cercato, mi avevano lasciato un messaggio in segreteria, e se io non l’avevo ascoltata loro non erano responsabili. Tutte palle, chiaramente, perché non avevo nessun messaggio in segreteria e non risultavano chiamate. E comunque, alla fine l’ho presa in saccoccia. Niente. Non ho visto un centesimo.
– Io avrei fatto fuori quelli là – disse Melzi, solidale.
– Anch’io. Peccato che stavano a Rio De Janeiro. Il prezzo del biglietto aereo era più alto della cifra che avevo perso con quel contratto a vuoto.
Melzi sbuffò: – Comunque, lo sai qual è il problema? Che prima uno non si faceva comprare, e non restava altra scelta che ammazzarlo. Oggi si mettono d’accordo tutti. E non è che vogliano cifre esagerate per vendersi: l’anno scorso io dovevo stendere un deputato. Sembrava tutto deciso, e poi quello cosa fa? Si fa comprare. E cosa chiede? Una Ferrari? No. Una villa in Costa Azzurra? Magari. No, il pezzente chiede un po’ di coca e una settimana in un hotel di Rimini con due viados.
– Ecco, appunto, quindi dovrebbe essere il contrario. I nostri prezzi dovrebbero salire, non scendere. Visto che quelli incorruttibili, quelli che non puoi fare altro se non ammazzarli, sono più rari, i contratti dovrebbero costare di più – argomentò Carlini.
– E invece no, perché poi arrivano questi nerd e ti fanno il lavoro per due lire. E dopo mettono i video su internet.
– Dopo? Li mettono prima! Usano quei software di animazione e mettono i filmati nel loro blog. “Ehi, raga, tra quindici giorni sbrigo un contratto, ma ecco per voi una succosa anteprima!”
Ridacchiarono entrambi. Le anteprime, nei blog, erano sempre definite “succose”, per motivi sconosciuti, e mai “intriganti” o “spettacolari”.
– E tu guardi l’anteprima e sembra chissà cosa – incalzò Melzi. – Poi vai a vedere il lavoro finito e dici: ma che è? Bersagli colpiti quattro, cinque volte prima del colpo mortale. Passanti feriti, gente che non c’entrava nulla, sangue dappertutto, casino… lavori di una sciatteria incredibile, dilettanteschi… e lo sai cosa mi fa incazzare, ma sul serio? – Melzi si stava scaldando. Ogni volta che toccava questo argomento gli venivano i bruciori di stomaco.
– Cosa? – chiese Carlini, conoscendo già la risposta.
– Che si riempiono la bocca con la qualità. Omicidi di qualità. Detto da ragazzotti che non sanno neanche tenere in mano una pistola… è il colmo.
– E’ assurdo.
– Di più. E’ patetico. Certo che ai nostri tempi era tutto diverso.
– Il mondo cambia – disse Carlini. – E noi no. Questo è il problema.
Calò un silenzio depresso. Melzi si sentì in dovere di dire qualcosa di incoraggiante.
– Comunque, senti… alla fine, i professionisti siamo noi. Se vogliono un lavoro professionale devono chiamare noi, non questi deficienti che cianciano su internet.
– Beh, ormai non è che ci sia tutta questa differenza. O magari c’è, ma chi se ne accorge?
Melzi rimase interdetto: – Non ho capito, scusa. Perché dici che ormai non c’è differenza?
Carlini sogghignò. – Allora non l’hai saputo – disse. – Tony Caccavallo ha aperto un blog, un paio di settimane fa. Hai capito? Si è fatto il blog, lui. Come un nerd qualsiasi.
Tony Caccavallo era un sicario giovane, lavorava poco in Italia. I suoi contratti erano perlopiù in Francia e in Spagna. Un tipo in gamba, dotato di precisione e sangue freddo. Melzi ne aveva una buona opinione, anche se trovava l’esuberanza di Caccavallo irritante: non chiudeva mai due contratti di seguito con la stessa arma, cambiava fucile con la stessa frequenza delle mutande. Ed era un maniaco della tecnologia. Se arrivava sul mercato un nuovo modello di mirino laser, potevi scommettere che Caccavallo sarebbe stato il primo ad accaparrarselo. In ogni caso, Melzi lo aveva sempre reputato un professionista serio. Almeno fino a quel momento.
– Un blog? Lui? Ma perché? Perché l’ha fatto? – disse Melzi, inorridito.
Carlini sospirò. – Perché, perché… Che ti devo dire? Perché il mondo cambia, ecco perché. Vattelo a vedere, il blog. Mi pare che si chiami Pulpkilling, qualcosa del genere.
Melzi era scandalizzato, ma sotto sotto moriva dalla curiosità. Appena chiuse il telefono accese il computer e andò a guardare il blog di Caccavallo. Era peggio di quanto aveva immaginato. Sulla homepage campeggiava la locandina di Pulp Fiction. Sulla colonna a destra della home page c’era l’inevitabile fotina “spiritosa” da blogger: la stessa foto del giovane killer ripetuta nove volte in nove colori diversi, come il celebre ritratto multiplo di Marilyn fatto da Andy Warhol. Più sotto, uno slideshow mostrava in successione le foto delle ultime esecuzioni di Tony al suono di Little Green Bag, l’hit degli anni settanta rilanciato da Tarantino in Le iene.
Benché Tony avesse aperto il blog da due settimane, aveva già scritto qualcosa come una trentina di messaggi, più di uno al giorno. Il primo – inevitabile – era la recensione di un nuovo fucile con mirino laser a cui Tony assegnava tre teschi su cinque. Seguivano, di getto, la recensione di un videogioco dal titolo Pow Blam Ka–Boom, la foto di un paio di anfibi griffati comprati a Parigi, il link a un video di Nancy Sinatra che cantava Bang Bang e una anteprima (succosa) del prossimo contratto di Tony: l’esecuzione di un militante di Greenpeace che, a quanto pareva, Caccavallo aveva intenzione di uccidere con un arpione da baleniere.
Sentendo il bruciore di stomaco aumentare, Melzi passò a leggere i commenti dei lettori del blog.
“Sei forte, Tony. Complimenti per i tuoi ultimi contratti. Spero che la quantità non vada a discapito della qualità!” scriveva un nerd che si firmava Charley Varrick jr. “Ehi, Tony, ho comprato su E–Bay un vecchio AK47. So che tu l’hai usato per il tuo primo contratto, a quindici anni. Puoi darmi qualche consiglio?” chiedeva Scorpio. Una tenera coppietta che si firmava Mickey & Mallory chiedeva a Caccavallo cosa ne pensava del cannibalismo rituale: “Hai mai pensato di mangiare il cuore delle tue vittime?”. Dead Or Alive 85 chiedeva se esistevano film porno sui killer. Un altro giovane sicario mandava una spiritosissima cartolina virtuale dagli Stati Uniti: un video con un’animazione di Lee Harvey Oswald che cantava “Happy Birthday Mister President”.
Melzi era furioso. Caccavallo aveva risposto praticamente a tutti, spargendo in pari quantità complimenti, battutacce, aneddoti e consigli professionali. Dalla lettura di quel blog l’immagine tradizionale del sicario vecchio stile, esempio di sobrietà e professionalità, usciva a pezzi come un’ambulanza passata su una mina anticarro. Era proprio vero, il mondo stava cambiando. E Melzi non si sentiva parte del cambiamento.
Si infilò la giacca e prese la Luger, un coltello e il laptop.
– Torno fra una mezz’oretta – disse laconicamente a sua moglie.
Scese nel garage al piano interrato, chiuse la porta e aprì il cofano dell’auto. Il nerd incaprettato sbarrò gli occhi e mugolò qualcosa sotto il bavaglio. Sulla testa aveva un bozzo enorme, là dove Melzi lo aveva colpito col calcio della pistola. Se l’era fatta addosso e puzzava. Melzi gli tolse il bavaglio e tagliò col coltello il nastro telato che gli serrava le caviglie.
– Vieni fuori – disse, agitando la Luger. Il nerd obbedì. Melzi gli spinse accanto col piede un vecchio sgabello.
– Siediti. Adesso parliamo.
Il nerd lo fissava incredulo, ma ebbe il buonsenso di non dire niente. Si sedette.
– C’è qualcosa che voglio sapere, innanzitutto – disse Melzi. – Sei un serial killer?
Come tutti i professionisti, Melzi detestava i serial killer. Si sentivano superiori ai sicari di professione perché praticavano l’omicidio per amore dell’omicidio in sé, l’art pour l’art, e non per un pugno di euro. Per un serial killer, un sicario era un semplice artigiano del crimine, che vedeva l’omicidio come un lavoro impiegatizio.
I sicari invece consideravano i serial killer niente più che fottuti snob con la puzza sotto il naso, onanisti egocentrici per i quali strappare l’ombelico alla gente era un modo metaforico per contemplare il proprio.
Questo non toglieva che, occasionalmente, un serial killer accettasse un contratto regolare per pagarsi le rate della macchina. O che un sicario professionista uccidesse un passante a casaccio, per provare l’ebbrezza della libertà. Ma di solito i percorsi di serial killer e sicari professionisti erano linee rette che non si intersecavano mai.
– Allora? – incalzò Melzi – Sei un serial killer?
Il nerd scosse la testa.
– Non sei nemmeno un professionista, però.
– Voglio esserlo – disse il nerd. Aveva una voce querula, sgradevole quanto il suo aspetto.
– Già. A spese mie. Di’ un po’, era il tuo primo contratto?
– Sì.
– Retribuito?
– No. Mi sono pagato io il fucile e l’affitto della stanza. Un contratto completamente autofinanziato – affermò con orgoglio.
Melzi tolse il fucile del nerd dallo zaino, impeccabilmente smontato, e fischiò. Era un gioiellino. Aveva perfino una piccola telecamera montata sulla canna. Una roba da professionisti sprecata in mano a un dilettante.
– Hai filmato tutto?
– Sì. Volevo metterlo sul blog.
Melzi si limitò ad annuire.
– Bene. Ora, rispondi a qualche domanda. Vivi con i tuoi?
– Sì.
– Studi o lavori?
– Università. Facoltà di Chimica, terzo anno. Ma… sono un po’ indietro con gli esami.
– Fai sport?
– No.
– Quanti videogiochi hai?
– N–non lo so, non li ho mai contati… credo… quattrocento? Non lo so, forse un po’ di più…
– Ce l’hai la ragazza?
Il nerd esitò. Poi abbassò lo sguardo e rispose: – No.
– Quante volte al giorno…? – chiese Melzi, muovendo il pugno su e giù.
Il nerd arrossì. – Tre… a volte anche quattro – borbottò, tenendo gli occhi sul pavimento.
Melzi annuì comprensivo.
– Bene. Adesso ti dirò qualcosa di me – disse. – Faccio questo lavoro da quasi vent’anni, e di anni ne ho quarantadue. Lavoro per la più grossa organizzazione in Italia. Uso un vecchio fucile. I miei contratti sono molto classici. Sono un po’ ripetitivo, lo so, ma il mio datore di lavoro è all’antica, ed esige lavoretti puliti. Un colpo dall’alto di un tetto, o di una finestra. Niente spargimenti di sangue inutili. Guido una vecchia Ford Fiesta. Non faccio vita mondana, quello che guadagno lo spendo per vivere. Ho moglie, due figli, pago il mutuo della casa, una volta all’anno facciamo dieci giorni di vacanza. E pago le tasse, lo sai? Con questa nuova legge le grandi aziende possono detrarre dalle tasse le spese per gli omicidi, quindi è tutto nero su bianco... –
Melzi fece una pausa. Il ragazzo lo guardava perplesso, chiedendosi dove voleva andare a parare. Ma nemmeno lui era sicuro di saperlo. Sospirò e riprese: – Ora, vediamo chi sei tu. Vivi con mamma e papà, sei fuori corso, non fai sport, non hai una ragazza, e l’unica cosa che sai fare è consumarti a furia di seghe e attaccarti a internet con la tariffa flat, tanto paga papino. In due parole: sei una nullità. Perciò, dimmi: perché pensi di essere in grado di fare il mio lavoro meglio di me? –
Adesso la canna della Luger era puntata sulla fronte del nerd, in mezzo agli occhi. Il ragazzo cominciò a singhiozzare.
– Allora? – lo incalzò Melzi.
Il ragazzo scosse la testa. – Non lo so – piagnucolò.
– Lo vedi che avevo ragione? Tu non sai niente, questo è il tuo problema. Qual è il tuo nickname?
– Cosa?
– Come ti firmi quando scrivi sul blog o in quei cazzo di newsgroup? Golgo13? Ghost Dog? Bullseye? Cosa?
– Il m–mio nick è… Puzzetta.
– PUZZETTA? – ruggì Melzi – E volevi firmare uno dei miei contratti col nome di “Puzzetta”?
– Era il mio soprannome al liceo, perché io… io… – il nerd singhiozzò violentemente, e poi urlò: – NON UCCIDERMI, TI PREGO!
Melzi estrasse il laptop dalla custodia e lo depositò sulle ginocchia del nerd.
– Non ti ucciderò. Voglio che tu faccia qualcosa per me.
Il ragazzo sbatté le palpebre, disorientato. Melzi gli liberò le mani.
– Spiegami come si apre un blog, Puzzetta.
La telefonata di Tony Caccavallo arrivò dopo due giorni intensissimi, passati da Melzi a commentare le decine di interventi sul blog e a rispondere alle e–mail e agli sms. Molti si complimentavano con lui per il contratto Lo Cascio. Sui newsgroup l’omicidio era definito spettacolare, innovativo, originale, “di qualità”. Sul sito uBCK (Unofficial Best Crafted Killings) si leggeva: “una piacevole eccezione agli omicidi routinier a cui l’Organizzazione ci ha, ahimé, abituato da tempo”. Altri approvavano la decisione di colpire la vittima alla testa, “chiaramente una citazione dei migliori omicidi splatter degli anni ottanta”.
Ma Melzi aveva anche un altro motivo di soddisfazione: la taglia che aveva messo sulla testa di “Puzzetta” dopo averlo lasciato libero – cinquecento euro appena – sembrava far gola a molti. Un tale che si firmava “Mostro di Rostov 88” aveva già pubblicato nel suo blog una anteprima (invariabilmente succosa) del contratto Puzzetta.
– Complimenti davvero – disse Tony. – Ovviamente ho già messo il tuo blog nei link.
– E io ho linkato il tuo – rispose Melzi.
– E’ un onore, grazie mille. –
– Figùrati. Dovere – disse Melzi. – Piuttosto, pensavo ti interessasse sapere dove ho comprato il fucile.
– Mi interessa sì.
– Un sito americano. Fanno buoni prezzi, e se l’ordine supera i 300 dollari ti abbuonano le spese di spedizione. Ti mando il link.
– Sei gentilissimo. Ma senti, toglimi una curiosità. Io sapevo che tu li detestavi, i blog. Come mai ti sei deciso?
– Ti dirò… in realtà ci stavo pensavo da un po’. Il mondo cambia – disse Melzi. E concluse solennemente: – E noi cambiamo con lui.