Un fragoroso silenzio ha accolto due notizie del mondo
fumettistico. La prima è la morte di Sergio Angeletti alias
Angese. Il grande autore satirico se n’è andato
l’11 febbraio. Se non lo conoscevate, leggete prima
di tutto il ricordo di Jacopo Fo suwww.angese.it.
In Rete non troverete molto altro.
Anche lalettera aperta di Bruno
Concina,
di cui avevamo parlato di recente, è stata accolta da un
fragoroso silenzio. Da parte della Disney, ma non solo:
anche dall’altra parte della barricata ben pochi
autori (tra cui Roberto Recchioni nel suoblog)
si sono esposti sulla faccenda.
La Disney cerca di lasciare che le acque si calmino.
Invitata a partecipare alla trasmissione radiofonicaIl garage ermetico
per controbattere a Concina, la casa editrice ha declinato
l’invito. La consegna è il silenzio. I vertici sanno
che la questione dei diritti sulle ristampe è ormai annosa,
e per loro è un bubbone che prima o poi scoppierà. Stanno
solo facendo melina, cercando di rimandare
l’inevitabile al più tardi possibile.
Tra gli autori il silenzio è ancora più comprensibile:
quelli che possono permettersi di pronunciarsi sono ben
pochi. La Disney è il principale approdo – ormai
praticamente l’unico concreto – per chi lavora
nel settore umoristico. Logico che nessuno voglia finire
nella lista nera o esporsi a ritorsioni, specie se giovane
e bisognoso di lavorare: sulla
“suscettibilità”, chiamiamola così, della
dirigenza Disney circolano aneddoti agghiaccianti.
Il silenzio sulla morte solitaria di Angese (abbandonato
dagli editori) e il silenzio sul “caso Concina”
non sono coincidenze. E’ lo stesso, sinistro silenzio
a cui molti autori sembrano rassegnati.
Nel caso di Concina, la posizione di molti colleghi è
riassumibile più o meno così: “Chi lavora per la
Disney sa a cosa va incontro, un’azienda è
un’azienda, non è tenuta a comportarsi in maniera
umana.”
Allora, forse mi sono perso qualcosa negli ultimi anni: mi
sono perso il momento in cui un’azienda ha smesso di
essere un’azienda, costituita da persone (esseri
umani) ed è diventatal’Azienda;
che suona un po’ come il titolo di un film horror.
DopoLa casa,L’Azienda.
La tag line potrebbe essere:Quando hai firmato, sai cosa ti
aspetta.
O ancheIn redazione nessuno può sentirti urlare. E se anche ti
sente, se ne frega.
I suoi ultimi anni di vita Angese li ha passati a disegnare
per sé stesso e per il suo pubblico più affezionato, quello
che lo seguiva sul web. A parte uno striminzito spazio
suLa Nazione-Resto
del Carlino
(“pagato una miseria”, sottolinea Jacopo Fo)
non aveva più lavoro. E si capisce. Perché mai avrebbero
dovuto darglielo? Si sa, l’Azienda èL’Azienda.
L’Azienda
è diventato un Moloch a cui tutto può essere sacrificato, e
da cui nessuno si aspetta altro che fagociti le sue
vittime, possibilmente consenzienti. E io che pensavo
esistessero ancora differenze fra una Azienda e un
mattatoio.
Riflettendoci, c’è ben poco di cui
meravigliarsi. La tsunami di paleocapitalismo è
trasversale, e si sta abbattendo su qualsiasi settore, in
Italia e nel mondo. Nel nostro settore ha portato
all’assurdo capovolgimento di una normale logica
editoriale, quella che vede (che dovrebbe vedere) al centro
il lavoro degli autori.
Gli autori – che sono il motore della dinamica
editoriale – sono stati schiacciati. La tendenza
alcompany owned
fagocita ogni cosa. Il motivo è chiaro: le Aziende vogliono
prendere tutto – fumetti, diritti televisivi e
cinematografici, merchandising – e pensano di non
avere bisogno di nient’altro che di volenterosi
schiavetti. Non vogliono creare storie, vogliono creare
brand:Witch,Winx,
sono dei successi già consolidati, così comeGeronimo Stilton
per quanto riguarda i libri.
ProprioStilton
e i libri della serieMoony Witcher
sono esempi inquietanti di un passo da gigante
all’indietro di più di trent’anni, quando
l’unica cosa che contava era il nome del personaggio
e i nomi degli autori erano nascosti (succedeva anche, per
un malinteso senso del pudore, sugli albi della Bonelli).
Oggi come allora, l’Azienda non ha bisogno di autori,
ma solo di manovalanza. Da pagare poco, da sfruttare, da
spremere, da tenere alla larga da fabbisogni elementari
come i diritti d’autore.
Gli autori che agognano il riconoscimento dei loro diritti
(non solo economici, ma anche morali, come il diritto di
far fruttare al meglio la loro creatività) sono
accerchiati, schiacchiati in una tenaglia da destra e da
sinistra. Perché nessuno si premura di sottolineare che,
ormai da anni, da sinistra si conduce una assurda battaglia
per la delegittimazione del copyright.
Non va dimenticato, invece, che il copyright non è solo
l’inaudita proroga dei diritti diTopolino
ottenuta dalla Walt Disney Company a suon di miliardi o
l’incredibile meccanismo che ha portato J. K. Rowling
a diventare la donna più ricca d’Inghilterra: il
copyright è quella cosa che dà – o meglio, darebbe
– a molti artisti la possibilità di vivere del
proprio lavoro e soprattutto di assicurarsi un futuro.
Possiamo sgravarci la coscienza pensando che il download di
una canzone di Vasco Rossi non danneggerà in alcun modo
l’ormai ricco cantautore emiliano. In tutta onestà,
potreste pensare la stessa cosa per il download di una
canzone delleBalentes?
Almeno il pubblico, però, ha una sua coerenza. Quando uno
se ne frega del copyright, se ne frega. Dopotutto, se passi
la giornata a scaricarti film e mp3 da internet, è normale
poi sostenere che Bruno Concina è un piagnone e che doveva
sapere a cosa andava incontro (salvo poi urlare allo
scandalo perché degli sprovveduti di AN hanno usato una
vignetta di Frank Miller per un manifesto; ma si sa, ogni
regola ha un'eccezione, specie se l’eccezione è un
autore americano).
Grattate un po’ e sotto la scorza progressista
troverete un vecchio luogo comune politicamente
trasversale, ma che a sinistra è rafforzato da una
convinzione ideologica: l’idea che il lavoro di un
artista – fumettista, cantante, attore che sia
– “non è mica come lavorare in miniera”.
E dato che si fa “per passione” (come qualsiasi
fighetto radical–chic ama ripetere), in fin dei conti
non è nemmeno un lavoro. Quindi non è poi così importante
tutelarlo. Quindi possiamo anche regalarlo, così non
contamineremo la purezza dell’Arte con la vile
moneta.
Quello che mi fa rabbia, però, è che la convinzione che
quello del fumetto è un “non–lavoro” sia
condivisa da molti autori. Che magari a parole reclamano la
dignità del loro lavoro e nei fatti la smentiscono.
Per essere chiari: che opinione avreste del vostro
commercialista, del vostro medico, del vostro avvocato, se
vi accorgeste che passano quasi tutto il giorno attaccati a
internet a ciarlare di questo e quello? Cosa ne pensereste
se leggeste nei loro blog decine di messaggi di pura fuffa
etichettati simpaticamente come “cazzeggio”? Se
pubblicassero una decina di foto di pin up poppute e vi
invitassero a votare la più arrapante? O se semplicemente
sbrodolassero per lunghe paginate su come è stato difficile
diagnosticare la causa dell’allergia della contessa
Serbelloni, o di quali struggimenti comporta compilare
l’F24 del ragionier Cazzaniga? Se vi tormentassero
dicendo che hanno già visto l’ultima puntata
dell’ultima serie americana e che – ATTENZIONE!
SPOILERISSIMO! – nel post più sotto riveleranno il
finale? O, peggio, se confessassero coram populo che oggi è
lunedì, ieri ho fatto tardi, voglia di lavora’
saltami addosso?
Tranquillizzatevi. I vostri professionisti di fiducia non
faranno niente del genere, e la vostra fiducia in loro
resterà intatta. Non vi regaleranno il loro tempo, perché
il loro tempo ha un valore. Il loro è unlavoro.
Se i nostri bravi lettori radical–chic sono più
propensi a criticare i compensi dei fumettisti che le
parcelle dei notai, è perché è giusto: i notai lavorano, i
fumettisti no.
Per questo il mondo dell’editoria è ormai
pieno di pubblicazioni “amichevoli” e
“per la gloria” (simpatici eufemismi per non
esplicitare che si regala il proprio lavoro e la propria
fatica). E le Aziende, lietissime che noi regaliamo il
nostro lavoro, sentitamente ringraziano. Ma perché porsi
dei limiti? il prossimo passo sarà non più farci pubblicare
gratis, ma farcipagare per pubblicare,
come fanno quelle case editrici di nome (maAziende
di fatto) che “pubblicano” (meglio: stampano)
romanzi e poesie a spese degli autori.
Come cantava Bob Dylan, “da Broadway alla Via Lattea
c’è un sacco di spazio da occupare”. E sarà
asfaltato con cadaveri di fumettisti. E perché no,
illustratori, cantanti, cabarettisti, registi. Dopotutto,
le Aziende sonoAziende.
Quelle che ci siamo meritati. E i lettori sono i lettori, e
ci siamo meritati anche quelli. Quelli che sulle nostre
lapidi scriveranno l’epitaffio: “In fondo
sapevano a cosa andavano incontro.”
PS: e nemmeno la soddisfazione del nome giusto sulla
lapide: perRepubblica,
Angese era il cognome di Sergio Angeletti, e non lo
pseudonimo.
AGGIORNAMENTO
La cortina di silenzio è perforata - un buco minuscolo, a
dire il vero - da unarticolo dell'Espresso
in cui si parla del "caso Concina". E' citata una risposta
di Mauro Lepore, vicepresidente di Walt Disney Publishing,
che attribuisce il taglio delle collaborazioni a un
"cambiamento della linea editoriale". Naturalmente, nessun
cenno alla sostanza del problema, cioè ai pagamenti delle
ristampe.
SECONDO AGGIORNAMENTO (18 febbraio)
Poco dopo l’aggiornamento di questo articolo ho
ricevuto una precisazione da Alessandro Longo, il
giornalista autore del pezzo perL’Espresso.
“Per la polemica sui diritti di ristampa - scrive
Longo – Lepore ha detto che in effetti non vengono
pagati perché nel contratto degli autori c’è un
forfait (“ben pagato rispetto alla media di
mercato”) che comprende ogni tipo di sfruttamento.
Alle dichiarazioni di Concina secondo cui i diritti sono
stati promessi a voce, Lepore risponde che non risulta
niente di scritto e loro sono una multinazionale che deve
badare ai conti. E comunque hanno fatto di tutto per
recuperare il rapporto con Concina, dicono.”
Per quanto riguarda i rapporti personali tra la Disney e la
Concina, lungi da me l’intenzione di andare alla
ricerca di tabulati telefonici per provare chi ha
telefonato a chi e quando. Il punto è che a perdere il
lavoro è stato l’autore, e faccio mio il commento del
disegnatoreEmiliano Mammucari:
“La Disney è passata da più di 25 testate mensili
ad avere soloTopolino
e poche altre ristampe. La Redazione (questo termine
astratto che fa moltoBrazil)
ha sperperato in pochi anni il patrimonio di creativi
dell’era Gentilini (Mario
Gentilini, direttore di Topolino per trent'anni,
ndr).
Neanche flop clamorosi comeKylion
oPaperino Paperotto
sono bastati perché qualcuno si assumesse delle
responsabilità (…) solo in Italia accadono queste
cose, in altri paesi le case editrici licenziano per molto
meno. I caporedattori, però.”
La dichiarazione di Lepore riportata sopra, invece, la
commento personalmente.
Detto come lo dice Lepore, il “pagamento a
forfait” che comprenderebbe “ogni tipo di
sfruttamento” sembrerebbe una pratica commerciale
corretta, cioè un pagamento che accorpa due tipi di
compenso: la retribuzione per la tavola più una sorta di
“bonus” quale compenso per lo sfruttamento
futuro del materiale.
In realtà la Disney paga a tavola una cifra ragionevole
(“ragionevole” non vuol dire
“strepitosa”), che retribuisce semplicemente la
realizzazione della tavola stessa in base ai prezzi di
mercato. Una cifra che in nessun modo può compensare i
successivi ripetuti utilizzi della tavola nelle ristampe.
Senza contare che, per chi se lo fosse dimenticato, la
tavola disegnata rimane di proprietà della Disney, in nome
di una concezione feudale dell’editoria obsoleta
perfino negli USA.
La Disney non paga le ristampe, c’è poco da girarci
intorno. Che poi questo lasci indifferenti i nostri
fighetti radical chic, non è poi così strano. Come conclude
il giovane Mammucari citando Montanelli, “gli
italiani stanno sempre dalla parte di chi ha il
manganello”.