febbraio 2008

UN FRAGOROSO SILENZIO

Un fragoroso silenzio ha accolto due notizie del mondo fumettistico. La prima è la morte di Sergio Angeletti alias Angese. Il grande autore satirico se n’è andato l’11 febbraio. Se non lo conoscevate, leggete prima di tutto il ricordo di Jacopo Fo su
www.angese.it. In Rete non troverete molto altro.

Anche la
lettera aperta di Bruno Concina, di cui avevamo parlato di recente, è stata accolta da un fragoroso silenzio. Da parte della Disney, ma non solo: anche dall’altra parte della barricata ben pochi autori (tra cui Roberto Recchioni nel suo blog) si sono esposti sulla faccenda.

La Disney cerca di lasciare che le acque si calmino. Invitata a partecipare alla trasmissione radiofonica
Il garage ermetico per controbattere a Concina, la casa editrice ha declinato l’invito. La consegna è il silenzio. I vertici sanno che la questione dei diritti sulle ristampe è ormai annosa, e per loro è un bubbone che prima o poi scoppierà. Stanno solo facendo melina, cercando di rimandare l’inevitabile al più tardi possibile.

Tra gli autori il silenzio è ancora più comprensibile: quelli che possono permettersi di pronunciarsi sono ben pochi. La Disney è il principale approdo – ormai praticamente l’unico concreto – per chi lavora nel settore umoristico. Logico che nessuno voglia finire nella lista nera o esporsi a ritorsioni, specie se giovane e bisognoso di lavorare: sulla “suscettibilità”, chiamiamola così, della dirigenza Disney circolano aneddoti agghiaccianti.

Il silenzio sulla morte solitaria di Angese (abbandonato dagli editori) e il silenzio sul “caso Concina” non sono coincidenze. E’ lo stesso, sinistro silenzio a cui molti autori sembrano rassegnati.

Nel caso di Concina, la posizione di molti colleghi è riassumibile più o meno così: “Chi lavora per la Disney sa a cosa va incontro, un’azienda è un’azienda, non è tenuta a comportarsi in maniera umana.”

Allora, forse mi sono perso qualcosa negli ultimi anni: mi sono perso il momento in cui un’azienda ha smesso di essere un’azienda, costituita da persone (esseri umani) ed è diventata
l’Azienda; che suona un po’ come il titolo di un film horror. Dopo La casa, L’Azienda. La tag line potrebbe essere: Quando hai firmato, sai cosa ti aspetta. O anche In redazione nessuno può sentirti urlare. E se anche ti sente, se ne frega.

I suoi ultimi anni di vita Angese li ha passati a disegnare per sé stesso e per il suo pubblico più affezionato, quello che lo seguiva sul web. A parte uno striminzito spazio su
La Nazione-Resto del Carlino (“pagato una miseria”, sottolinea Jacopo Fo) non aveva più lavoro. E si capisce. Perché mai avrebbero dovuto darglielo? Si sa, l’Azienda è L’Azienda.

L’Azienda è diventato un Moloch a cui tutto può essere sacrificato, e da cui nessuno si aspetta altro che fagociti le sue vittime, possibilmente consenzienti. E io che pensavo esistessero ancora differenze fra una Azienda e un mattatoio.

Riflettendoci, c’è ben poco di cui meravigliarsi. La tsunami di paleocapitalismo è trasversale, e si sta abbattendo su qualsiasi settore, in Italia e nel mondo. Nel nostro settore ha portato all’assurdo capovolgimento di una normale logica editoriale, quella che vede (che dovrebbe vedere) al centro il lavoro degli autori.

Gli autori – che sono il motore della dinamica editoriale – sono stati schiacciati. La tendenza al
company owned fagocita ogni cosa. Il motivo è chiaro: le Aziende vogliono prendere tutto – fumetti, diritti televisivi e cinematografici, merchandising – e pensano di non avere bisogno di nient’altro che di volenterosi schiavetti. Non vogliono creare storie, vogliono creare brand: Witch, Winx, sono dei successi già consolidati, così come Geronimo Stilton per quanto riguarda i libri.

Proprio
Stilton e i libri della serie Moony Witcher sono esempi inquietanti di un passo da gigante all’indietro di più di trent’anni, quando l’unica cosa che contava era il nome del personaggio e i nomi degli autori erano nascosti (succedeva anche, per un malinteso senso del pudore, sugli albi della Bonelli). Oggi come allora, l’Azienda non ha bisogno di autori, ma solo di manovalanza. Da pagare poco, da sfruttare, da spremere, da tenere alla larga da fabbisogni elementari come i diritti d’autore.

Gli autori che agognano il riconoscimento dei loro diritti (non solo economici, ma anche morali, come il diritto di far fruttare al meglio la loro creatività) sono accerchiati, schiacchiati in una tenaglia da destra e da sinistra. Perché nessuno si premura di sottolineare che, ormai da anni, da sinistra si conduce una assurda battaglia per la delegittimazione del copyright.

Non va dimenticato, invece, che il copyright non è solo l’inaudita proroga dei diritti di
Topolino ottenuta dalla Walt Disney Company a suon di miliardi o l’incredibile meccanismo che ha portato J. K. Rowling a diventare la donna più ricca d’Inghilterra: il copyright è quella cosa che dà – o meglio, darebbe – a molti artisti la possibilità di vivere del proprio lavoro e soprattutto di assicurarsi un futuro. Possiamo sgravarci la coscienza pensando che il download di una canzone di Vasco Rossi non danneggerà in alcun modo l’ormai ricco cantautore emiliano. In tutta onestà, potreste pensare la stessa cosa per il download di una canzone delle Balentes?

Almeno il pubblico, però, ha una sua coerenza. Quando uno se ne frega del copyright, se ne frega. Dopotutto, se passi la giornata a scaricarti film e mp3 da internet, è normale poi sostenere che Bruno Concina è un piagnone e che doveva sapere a cosa andava incontro (salvo poi urlare allo scandalo perché degli sprovveduti di AN hanno usato una vignetta di Frank Miller per un manifesto; ma si sa, ogni regola ha un'eccezione, specie se l’eccezione è un autore americano).

Grattate un po’ e sotto la scorza progressista troverete un vecchio luogo comune politicamente trasversale, ma che a sinistra è rafforzato da una convinzione ideologica: l’idea che il lavoro di un artista – fumettista, cantante, attore che sia – “non è mica come lavorare in miniera”. E dato che si fa “per passione” (come qualsiasi fighetto radical–chic ama ripetere), in fin dei conti non è nemmeno un lavoro. Quindi non è poi così importante tutelarlo. Quindi possiamo anche regalarlo, così non contamineremo la purezza dell’Arte con la vile moneta.

Quello che mi fa rabbia, però, è che la convinzione che quello del fumetto è un “non–lavoro” sia condivisa da molti autori. Che magari a parole reclamano la dignità del loro lavoro e nei fatti la smentiscono.
Per essere chiari: che opinione avreste del vostro commercialista, del vostro medico, del vostro avvocato, se vi accorgeste che passano quasi tutto il giorno attaccati a internet a ciarlare di questo e quello? Cosa ne pensereste se leggeste nei loro blog decine di messaggi di pura fuffa etichettati simpaticamente come “cazzeggio”? Se pubblicassero una decina di foto di pin up poppute e vi invitassero a votare la più arrapante? O se semplicemente sbrodolassero per lunghe paginate su come è stato difficile diagnosticare la causa dell’allergia della contessa Serbelloni, o di quali struggimenti comporta compilare l’F24 del ragionier Cazzaniga? Se vi tormentassero dicendo che hanno già visto l’ultima puntata dell’ultima serie americana e che – ATTENZIONE! SPOILERISSIMO! – nel post più sotto riveleranno il finale? O, peggio, se confessassero coram populo che oggi è lunedì, ieri ho fatto tardi, voglia di lavora’ saltami addosso?

Tranquillizzatevi. I vostri professionisti di fiducia non faranno niente del genere, e la vostra fiducia in loro resterà intatta. Non vi regaleranno il loro tempo, perché il loro tempo ha un valore. Il loro è un
lavoro. Se i nostri bravi lettori radical–chic sono più propensi a criticare i compensi dei fumettisti che le parcelle dei notai, è perché è giusto: i notai lavorano, i fumettisti no.

Per questo il mondo dell’editoria è ormai pieno di pubblicazioni “amichevoli” e “per la gloria” (simpatici eufemismi per non esplicitare che si regala il proprio lavoro e la propria fatica). E le Aziende, lietissime che noi regaliamo il nostro lavoro, sentitamente ringraziano. Ma perché porsi dei limiti? il prossimo passo sarà non più farci pubblicare gratis, ma farci
pagare per pubblicare, come fanno quelle case editrici di nome (ma Aziende di fatto) che “pubblicano” (meglio: stampano) romanzi e poesie a spese degli autori.

Come cantava Bob Dylan, “da Broadway alla Via Lattea c’è un sacco di spazio da occupare”. E sarà asfaltato con cadaveri di fumettisti. E perché no, illustratori, cantanti, cabarettisti, registi. Dopotutto, le Aziende sono
Aziende. Quelle che ci siamo meritati. E i lettori sono i lettori, e ci siamo meritati anche quelli. Quelli che sulle nostre lapidi scriveranno l’epitaffio: “In fondo sapevano a cosa andavano incontro.”

PS: e nemmeno la soddisfazione del nome giusto sulla lapide: per
Repubblica, Angese era il cognome di Sergio Angeletti, e non lo pseudonimo.

AGGIORNAMENTO

La cortina di silenzio è perforata - un buco minuscolo, a dire il vero - da un
articolo dell'Espresso in cui si parla del "caso Concina". E' citata una risposta di Mauro Lepore, vicepresidente di Walt Disney Publishing, che attribuisce il taglio delle collaborazioni a un "cambiamento della linea editoriale". Naturalmente, nessun cenno alla sostanza del problema, cioè ai pagamenti delle ristampe.

SECONDO AGGIORNAMENTO (18 febbraio)

Poco dopo l’aggiornamento di questo articolo ho ricevuto una precisazione da Alessandro Longo, il giornalista autore del pezzo per
L’Espresso.

“Per la polemica sui diritti di ristampa - scrive Longo – Lepore ha detto che in effetti non vengono pagati perché nel contratto degli autori c’è un forfait (“ben pagato rispetto alla media di mercato”) che comprende ogni tipo di sfruttamento. Alle dichiarazioni di Concina secondo cui i diritti sono stati promessi a voce, Lepore risponde che non risulta niente di scritto e loro sono una multinazionale che deve badare ai conti. E comunque hanno fatto di tutto per recuperare il rapporto con Concina, dicono.”

Per quanto riguarda i rapporti personali tra la Disney e la Concina, lungi da me l’intenzione di andare alla ricerca di tabulati telefonici per provare chi ha telefonato a chi e quando. Il punto è che a perdere il lavoro è stato l’autore, e faccio mio il commento del disegnatore
Emiliano Mammucari: “La Disney è passata da più di 25 testate mensili ad avere solo Topolino e poche altre ristampe. La Redazione (questo termine astratto che fa molto Brazil) ha sperperato in pochi anni il patrimonio di creativi dell’era Gentilini (Mario Gentilini, direttore di Topolino per trent'anni, ndr). Neanche flop clamorosi come Kylion o Paperino Paperotto sono bastati perché qualcuno si assumesse delle responsabilità (…) solo in Italia accadono queste cose, in altri paesi le case editrici licenziano per molto meno. I caporedattori, però.”

La dichiarazione di Lepore riportata sopra, invece, la commento personalmente.

Detto come lo dice Lepore, il “pagamento a forfait” che comprenderebbe “ogni tipo di sfruttamento” sembrerebbe una pratica commerciale corretta, cioè un pagamento che accorpa due tipi di compenso: la retribuzione per la tavola più una sorta di “bonus” quale compenso per lo sfruttamento futuro del materiale.

In realtà la Disney paga a tavola una cifra ragionevole (“ragionevole” non vuol dire “strepitosa”), che retribuisce semplicemente la realizzazione della tavola stessa in base ai prezzi di mercato. Una cifra che in nessun modo può compensare i successivi ripetuti utilizzi della tavola nelle ristampe. Senza contare che, per chi se lo fosse dimenticato, la tavola disegnata rimane di proprietà della Disney, in nome di una concezione feudale dell’editoria obsoleta perfino negli USA.

La Disney non paga le ristampe, c’è poco da girarci intorno. Che poi questo lasci indifferenti i nostri fighetti radical chic, non è poi così strano. Come conclude il giovane Mammucari citando Montanelli, “gli italiani stanno sempre dalla parte di chi ha il manganello”.