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L'abate Elia spense la candela e si arrestò
a fissare il cielo stellato, stranamente limpido. "Domani sarà
bello," pensò tra sé e sé "ma è
solo la calma prima della tempesta. Il freddo non si placherà ancora
per molto e la neve è già nell'aria" spostò
il suo sguardo verso il basso, osservò la grande vallata e si soffermò
a Sud, sulla strada che collega Verona a Trento. I suoi pensieri si fecero
più cupi: "Partiranno domani, sul presto, com'è uso
dei mercanti. Saranno qui tra un paio di giorni al massimo anche perché
non potrei più aspettare oltre. La situazione è diventata
insostenibile, per fortuna gli ultimi eventi mi hanno dato un altro po'
di tempo, ma anche questo giungerà presto al termine". Abbandonò
la finestra e si voltò verso la scrivania piena dei suoi libri,
anche quella notte avrebbe lavorato fino a tarda notte, ma prima lo attendeva
un altro compito. La sua maledizione lo aspettava dabbasso nella stanza
più segreta di tutta l'abbazia, dove, anche stanotte, avrebbe espiato
la propria condanna prima di tornare su quei libri a studiare, sempre
più vicino alla soluzione, sempre più vicino alla dannazione.
Afferrò una lettera recente, la guardò distrattamente, poi
la ripose con cura sullo scrittoio "Zaccaria anche tu sei partito
col mercante. Speri di conoscere il tuo amico Antoine, ma mi dispiace
deluderti. Mi sei stato utile, hai del talento come alchimista e la corrispondenza
con te mi ha aperto nuove strade nella mia ricerca, ma anche tu sei stato
ingannato perché non esiste nessun Antonie, solo io Elia, l'abate"
Elia spense la candela sulla scrivania e nel buio più completo
lasciò la sua stanza dirigendosi con passo deciso verso i recessi
più oscuri del convento. Non aveva bisogno di vederci, conosceva
a memoria la collocazione di ogni singola pietra, ma soprattutto aveva
da tempo abbandonato la compagnia di qualunque luce per abbracciare un
sentiero oscuro, ma non l'aveva fatto per sete di potere o volontà
di ricchezza. No, l'aveva fatto per amore, un amore così forte
da mettere in gioco la sua anima e da perderla.
- Zaccaria sei pronto? I carri sono carichi,
dobbiamo partire al più presto se vogliamo essere alla chiusa in
mattinata.
- Io sono pronto da un pezzo Jacopo, amico mio. Avevo già caricato
sul tuo carro i miei bagagli ieri sera. Possiamo partire quando preferisci.
- Allora vado a dare una strigliata ai miei armigeri.
- Ma sono proprio necessari? Sai che non amo gli uomini armati
- Hai sempre voglia di scherzare. Ci muoviamo in territori abbastanza
sicuri, ma bande di briganti si possono incontrare ovunque e poi avrai
sentito anche tu le storie sugli strani omicidi avvenuti nella valle dei
Castel Barco. Inoltre, seriamente, tu meglio di me dovresti sapere che
nessun mercante va in giro con tanti beni e nessuna scorta. Anche se a
dire il vero ricordo la storia di uno speziale veneziano che
- Credo di aver afferrato il concetto. - lo interruppe Zaccaria, che ben
sapeva come Jacopo fosse inarrestabile se solo iniziava a parlare - Hai
ragione, perdona le mie parole, ma se non sbaglio stavi per andare a controllare
gli armigeri.
- Non biasimarti, ma aspettami qui, sul carro. Io vado e torno così
potrò finire di raccontarti la storia, sono certo che la troverai
curiosa.
- Non ne dubito
- concluse l'alchimista, guardando il mercante allontanarsi.
Era un brav'uomo, o almeno lo era quanto poteva esserlo un mercante. A
Zaccaria, ogni volta che vedeva Jacopo, veniva in mente il padre. Era
cresciuto in una famiglia di mercanti siciliani, ma prima la madre e poi
il padre erano morti di un male incurabile, lasciandolo solo e depresso.
All'epoca avrebbe preferito morire piuttosto che continuare a vivere in
quella desolazione, così, spinto da un amico, si imbarcò
per la Terra Santa in cerca di cosa neanche lo sapeva allora, forse solo
della morte. E la morte quasi lo raggiunse sotto forma di una rarissima
malattia, ma miracolosamente le sfuggì. O forse non troppo miracolosamente
viste le cure che Ibrahim al-Sharif, un vecchio saggio del luogo, gli
diede. Fu in quel momento che la sua vita prese una svolta. La nera signora
con la falce gli aveva tolto i genitori, ma non aveva potuto prendere
lui perché un povero vecchio l'aveva fermata e sconfitta. Decise
così di studiare da quel vecchio e diventare anche lui un abile
guaritore. Dopo anni di studi Ibrahim lo ritenne degno di essere introdotto
alla via umida dell'alchimia, la via della guarigione tramite pozioni
ed elisir. Uno strano sorriso, misto di felicità e malinconia gli
si dipinse sul volto mentre gli tornavano in mente quei ricordi, ma poi
la voce di Jacopo che dava l'ordine di partenza alla piccola carovana
lo fece tornare alla realtà. Gettò un fugace sguardo al
di fuori, Jacopo era salito sul carro centrale quindi per un po' non doveva
temere le sue storie. Di fronte a lui stava un francescano, avvolto in
un saio lurido e rammendato più volte, coi piedi scalzi, gli occhi
socchiusi che stava mormorando qualcosa, probabilmente recitava il rosario.
Lo squadrò più volte con quel fare attento ai particolari,
allenato da anni trascorsi nei laboratori alchemici e in mezzo ai boschi
per discernere l'erba più corretta, ma c'era ben poco da notare
in quell'uomo. Il saio era stretto in vita da un cordone consunto e rovinato
da cui pendeva anche una vecchia borsa, l'unica cosa che l'uomo portava
con sé insieme al bastone nodoso che usava per appoggiarsi durante
il cammino.
- Sì, il cammino
- pensò Zaccaria riflettendo su quanto
avevano dovuto faticare per convincerlo ad accettare un passaggio sul
carro. Voleva seguirli a piedi ed era dannatamente testardo, solo la diplomazia
di Jacopo e l'avergli fatto notare che avrebbe rallentato tutto il gruppo
l'avevano convinto a salire al coperto. Ma non era del tutto soddisfatto
e, probabilmente per quello ora passava tutto il suo tempo a recitare
giaculatorie riparatrici.
- Francescani
- continuò a riflettere Zaccaria - uno degli
ordini ultimi nati in seno alla Chiesa ed uno dei più interessanti,
indubbiamente. Professano la povertà assoluta e la applicano pure,
ma non avranno vita lunga, non in questi termini, presto dovranno cambiare
stile. La povertà è una bella utopia, ma non risolve i problemi
del mondo. La conoscenza è la chiave, una conoscenza pura, assoluta.
Solo così possiamo avere il potere di cambiare le cose. La conoscenza
può guarire i mali, sconfiggere la morte, trovare i tesori
la povertà
la povertà
non dà nulla
nulla
Fra' Paolo aveva accettato a malincuore
l'invito di Jacopo di unirsi a loro sul carro. Avrebbe voluto andare a
piedi, come sempre aveva fatto in quegli ultimi anni. Camminare gli piaceva,
non era solo per rendere gloria a Dio, non era solo la volontà
di sentirsi tutt'uno col creato, ma anche un modo per fare penitenza e
meditare. Meditare su quanto Dio stava facendo avvenire nella sua vita,
meditare sul dono che il Signore aveva voluto fargli, ma era davvero un
dono? Non si trattava piuttosto di una maledizione, o meglio di una tentazione?
D'altra parte anche Nostro Signore era stato tentato nel deserto e Francesco
aveva ricevuto sul proprio corpo i segni delle Sante ferite. Prove tremende,
forse ora era giunto il suo turno.
Conosceva Jacopo da molto tempo, sin da quando era piccolo e l'abile mercante
frequentava la casa paterna per operare scambi di ogni genere. Era stato
gentile ad offrirsi di accompagnarlo fino al monastero benedettino di
S. Margherita, Paolo sarebbe anche andato da solo, ma le storie che si
narravano in quei giorni su quelle contrade non erano molto rassicuranti.
Non che temesse per la sua vita, sorella morte sarebbe arrivata il giorno
che il Signore avesse voluto, ma doveva recapitare quella lettera col
suo tormentato contenuto. Qualcuno, in quel monastero stava aspettando
la missiva e avrebbe pianto parecchio nel leggerla, ma carità vuol
dire anche questo: essere accanto a chi soffre, in ogni momento e ricordarsi,
come diceva S. Paolo, che tre sono le cose che contano: fede, speranza
e amore, ma più grande di tutte è l'amore.
- Gregorio siamo quasi arrivati! La dogana
dovrebbe essere dietro quella curva, vedrai che presto giungeremo in vista
di Avio. Non sei eccitato? E' la tua prima missione ufficiale per conto
del vescovo, finalmente sei quello che hai sempre desiderato: un inquisitore.
Il domenicano fissò il fratello con occhi di fuoco, fortuna che
l'ampio cappuccio ne nascondeva l'espressione altrimenti anche l'impavido
crociato avrebbe iniziato a tremare, poi parlò con voce bassa,
ma decisa: - Ferdinando, il nostro viaggio è appena iniziato. Tu
sei il mio fratello prediletto e ti sono molto grato per aver scelto di
accompagnarmi, ma ti pregherei di moderare il tuo entusiasmo e soprattutto
il tono della tua voce. Non è necessario che tutta la valle sappia
anzitempo chi siamo e dove andiamo, non credi?
- Hai ragione, ma perdona l'impulsività di un uomo abituato al
fragore del campo di battaglia e non ai sotterfugi di un'indagine inquisitoria
- Vedrai che verrà il momento in cui la tua abilità con
la spada ci sarà utile. Tu sarai il mio braccio, o meglio sarai
il braccio del vescovo che punirà gli eretici annidatisi in questa
valle, ma prima dobbiamo scovarli e ricorda che il diavolo è il
signore degli inganni. Egli non combatte alla luce del sole, ma si cela
nell'oscurità, parla con voce soave e tesse le sue tele con astuzia,
per questo dobbiamo essere candidi come colombe, ma astuti come serpenti
se vogliamo vincere questa battaglia.
Ferdinando rimase senza parole, ancora una volta l'eloquio del fratello
l'aveva spiazzato. Come evitare di dargli ragione? Lo fissò, avvolto
nell'elegante saio, il volto perso nel buio del cappuccio, incuteva davvero
rispetto, ma c'era qualcosa, qualcosa di indefinito in quella figura che
lo spaventava e non sapeva cosa
o meglio lo sapeva, lo sapeva bene
e forse era proprio quello a spaventarlo. Spronò il cavallo e si
diresse verso la dogana della chiusa, il loro viaggio era appena iniziato.
- Fermi! - gridò Jacopo alzando
il braccio destro. I carri rallentarono e si arrestarono, mentre gli armigeri
si avvicinarono al ciglio del sentiero, le mani pronte sulle spade. Zaccaria
si sporse fuori curioso, non mancava molto alla diga, ma sicuramente non
era quello il posto ed era insolito che Jacopo fermasse l'intera carovana
senza un valido motivo. Fra' Paolo, invece non si scompose e continuò
a recitare un' "Ave Maria", qualunque cosa stesse succedendo
fuori da quel carro per ora non lo interessava.
Il mercante aveva fermato il convoglio non appena aveva scorto, sul sentiero
poco più in là, due uomini a cavallo. Gli era bastata una
rapida occhiata per farsene un'idea. Il cavaliere doveva essere indubbiamente
ricco, viste le decorazioni e molto abile, o molto stupido, data la spavalderia
con cui procedeva al centro del sentiero. In ogni caso non era certo quell'uomo
a preoccuparlo, quanto l'altro, o meglio l'abito che l'altro portava.
Era un domenicano, uno degli inquisitori e Jacopo sapeva bene, da uomo
di mondo qual'era, quale fosse il potere della chiesa, ma soprattutto
quello dell'inquisizione destinato, ne era sicuro, a crescere. Era meglio
indagare ora, piuttosto che avere brutte sorprese dopo.
Li chiamò a gran voce e si avvicinò lentamente per avere
il tempo di studiare le loro reazioni e quel tempo gli fu prezioso, infatti
ora poteva distinguere chiaramente le insegne dei Della Scala di Verona.
- Buongiorno messere, - esclamò avvicinandosi - se gli occhi non
mi ingannano voi dovete essere Ferdinando Azzo della Scala, qual buon
vento vi porta insieme al vostro compagno su questa strada ad incrociare
il mio umile cammino?-
Il cavaliere lo fissò un po' titubante, poi il voltò gli
si illuminò: - Messer Jacopo! Che coincidenza, anche voi qui? Indubbiamente
vedo dal vostro seguito che vi state movendo per affari, d'altra parte
cos'altro dovrebbe fare un mercante abile come voi
Jacopo sorrise : - Troppo gentile Ferdinando, posso chiamarvi così,
vero? Vi vedo in gran forma, sapevo che eravate partito per le crociate
- Esatto, ma ora sono tornato e scorto mio fratello che è in missione
- l'uomo si morse le labbra, come al solito stava per parlare troppo,
ma Gregorio intervenne in suo aiuto togliendosi il cappuccio e proseguendo:
-
per conto del vescovo. Avvengono fatti strani nei feudi dei Castel
Barco e sua eminenza vuole che scopra ciò che accade. Satana ha
molte forme oggi giorno, i tempi della bestia si avvicinano e i fedeli
della croce devono essere pronti.
Jacopo impallidì alla vista di Gregorio, aveva già intuito
che si trattava di un inquisitore, ma non immaginava fosse lui. Conosceva
la sua fama e aveva avuto modo di farsi una sua idea mercanteggiando a
Verona col signore Della Scala. La fama di padre Gregorio era indubbiamente
immeritata, quell'uomo era molto peggio di quanto si dicesse in giro.
- Lieto di rivedere anche voi padre Gregorio, mi sembra di capire che
allora dovremo fare buona parte di strada insieme, se volete potete unirvi
a noi, insieme avremo da temere meno i pericoli di questi monti.
- Certam
- Un uomo timorato di Dio non ha da temere null'altro che la sua collera,
non ne conviene messer Jacopo?
- Invero padre Gregorio, ma io sono un uomo di mondo e talvolta la mia
fede vacilla. Per fortuna che ci sono uomini come voi al mondo, al vostro
fianco chiunque si sentirebbe più sicuro.
Padre Gregorio sorrise, quell'uomo sapeva il fatto suo: - Va bene vi accompagneremo
almeno finché le nostre strade non prenderanno sentieri diversi.
Jacopo annuì, fece per voltarsi verso la carovana poi aggiunse:
- Con noi abbiamo anche un francescano, uno dei seguaci del poverello
di Assisi, il suo nome è Fra' Paolo, non so se ne avete già
sentito parlare
Gregorio fece segno di no e tornò a calarsi il cappuccio sul volto,
quando Ferdinando gli si avvicinò: - Fratello, perché gli
avete rivelato la vostra missione quando a me, poco prima, avete detto
di volere maggior riservatezza?
- Non capirai mai vero? La mia posizione mi dà un potere sulla
gente, ma il potere è nulla se non lo si usa. L'abilità
sta nel sapere quando usarlo e quando lasciare che agisca da solo.
La dogana della chiusa si stagliava proprio
di fronte a loro sbarrando il passaggio a chiunque volesse avanzare verso
Trento. Zaccaria osservava di soppiatto sia le guardie di frontiera che
il domenicano, un inquisitore era indubbiamente l'ultima cosa che voleva
avere intorno, ma Jacopo non era certo uno stupido e stava correndo parecchi
rischi per aiutarlo a lasciare l'Italia, non avrebbe mai invitato quel
monaco ad unirsi a loro se non avesse pensato di trarne un profitto. Ora
la cosa importante era cercare di comportarsi naturalmente e non destare
sospetti. Passare la dogana, per un mercante come Jacopo, doveva essere
poco più di una formalità, ma sembrava che stavolta non
fosse proprio così. Da quel poco che Zaccaria riuscì ad
intuire il capo delle guardie non era quello solito e questo aveva spiazzato
il mercante. Questo nuovo capodogana sembrava molto zelante e voleva fare
dei controlli accurati su tutto il carico, naturale che ciò non
piacesse a Jacopo che probabilmente trasportava sempre qualcosa di non
molto legale.
- Non avrei nulla in contrario normalmente,
messer Tommaso, ma l'ispezione che richiede lei ci porterebbe via molte
ore, invece io devo essere assolutamente al castello dei Castel Barco
per questa sera, il conte sta aspettando una fornitura di questo vino
speciale per la cena.
- Ho degli ordini precisi! Di qui non passa nulla che non sia controllato.
- e intanto il piccolo uomo testardo si avvicinò al primo carro
- La capisco perfettamente: il dovere, il dovere, il dovere, ma pensi
al conte che questa sera darà una gran festa e sarà senza
vino come
- Non so nulla di nessuna festa - guardò dentro il primo carro,
squadrò Fra' Paolo e Zaccaria con aria di sufficienza poi si spostò
verso il secondo.
- Me ne rammarico, ma tremo al pensiero dell'ira del conte quando stasera
non vedrà il suo vino
- Cosa c'è lì dentro? - e così dicendo indicò
un ampio baule nascosto sotto alcuni teli all'interno del carro.
- Oh, nulla di importante solo merci varie.
- Fa un odore nauseabondo
- Ah, è perché si tratta di rari profumi d'oriente per le
dame di corte
- Lo apra
- Non posso le essenze sono altamente volatili, aprirlo ora, senza gli
opportuni accorgimenti vorrebbe dire una perdita economica incalcolabile,
ma perché invece non assaggia per un attimo un sorso di questo
vino, capirà forse l'urgenza del conte
- e così dicendo
Jacopo versò un boccale di vino alla guardia. L'uomo lo fissò
guardingo, ma il vino aveva davvero un buon aroma e così cedette.
- Ottimo, davvero, ha ragione. Comprendo ora la fretta del conte, d'altra
parte solo un nobile può permettersi un vino del genere
- E perché mai? Certo è un vino che ha il suo prezzo, ma
non ha forse detto Nostro Signore che siamo tutti uguali e allora perché
privare qualcuno dei frutti della terra? Vuole il caso che abbia un paio
di otri in più di questo nettare divino, pensavo di conservarlo
per un'occasione speciale, ma se non riesco a raggiungere Castel Barco
stasera il conte vorrà la mia testa, quindi, amico mio che ne dice
di barattare uno di questi orci con la sua benedizione per passare la
dogana?
- Lei sta tentando di corrompermi, forse?
- Io? Corrompervi? Non me lo sognerei mai, ma non solo io. Chi sarebbe
così sciocco da tentare una cosa del genere dopo avervi conosciuta?
Un uomo inflessibile come voi? No, sarebbe una sciocchezza e un mercante
non può permettersi sciocchezze. Quello che vi propongo è
solo un baratto, ma non per me, ma per il conte
per il conte
L'uomo bevve un altro boccale che Jacopo gli aveva prontamente riempito
e accettò senza indugio. La carovana attraversò così
la chiusa senza alcun ritardo sulla tabella di marcia. Padre Gregorio,
notò l'abilità di Jacopo, ma soprattutto la fretta. Quell'uomo
nascondeva qualcosa, per ora non era importante sapere cosa, ma in seguito
probabilmente sì.
Il viaggio proseguì tranquillo.
Zaccaria aveva approfittato di un momento in cui il domenicano si era
avvicinato al suo carro per scambiare qualche parola, ma l'impressione
era sempre che il monaco amasse fare domande, ma non dare risposte. Citava
le scritture a menadito e con sicurezza, ma c'era qualcosa in quell'uomo
che spaventava Zaccaria. Più fortuna ebbe con il fratello, Ferdinando
Azzo, indubbiamente più loquace. Un uomo apparentemente sereno,
sicuro della propria forza, ma in realtà tormentato dagli orrori
a cui aveva assistito in Terra Santa. L'alchimista tornò a sedersi
sconsolato.
- Dolore, morte, sofferenza e tutto in nome di Cristo
Zaccaria sobbalzò guardando il francescano: - Avete finito il vostro
rosario, anzi mi sa che ne avete detto più di uno
- Mi dispiace se vi ho recato disturbo, non era mia intenzione.
- Non lo avete fatto, anzi mi fa piacere vedere che la croce è
n voi ben salda e
viva
- Vi ringrazio, ma non merito le vostre parole, sono anch'io un peccatore
come voi. Ma sbaglio o qualcosa vi angustia?
- Perché conoscete qualcuno che non sia angustiato?No, immagino,perdonatemi
mi sono scontrato spesso con il clero a causa delle mie ricerche.
- Di che ricerche si tratta?
- Preferirei non parlarne, diciamo che se solo il suo fratello domenicano
che viaggia con noi ne venisse a conoscenza io passerei seri guai.
- Capisco e mi dispiace, in effetti anche la Chiesa è peccatrice.
Sa, io credo che un giorno la sapienza dell'uomo aumenterà, ma
non la sua saggezza. Credo che capiremo il perché di molte cose
e magari comprenderemo tutte le regole che governano l'universo, ma ancora
dubiteremo di Dio, del suo amore.
- Sono d'accordo, ho sempre pensato che quand'anche si scoprisse che il
mondo intero fosse una macchina complessissima governata da leggi precise
e puntuali perché Dio non dovrebbe esistere? Chi avrebbe stabilito
quelle leggi in maniera così mirabile allora?
Fra' Paolo sorrise: - Non c'è nulla di male nel dubitare, il dubbio
è alla base di ogni crescita si guardi solo da chi ha certezze.
Zaccaria annuì, quel frate la pensava esattamente come lui, non
citava le scritture, ma toccava direttamente il cuore.
La carovana si arrestò all'improvviso.
Ormai erano prossimi al castello dei Conti, ma un gruppo di uomini armati
li aveva fermati. Jacopo corse davanti insieme a Ferdinando, mentre Gregorio
si tenne indietro, ma abbastanza vicino da poter udire ciò che
veniva detto, come notò argutamente Zaccaria. Solo Paolo rimase
nel carro.
- Buongiorno, c'è qualche problema? Stiamo cercando di raggiungere
Castel Berto
- Nessun problema messer Jacopo. Sì, vi abbiamo
riconosciuto, siete molto famoso in queste lande ed io in persona ho avuto
la fortuna di incontrarvi in uno dei miei primi giorni come guardia. Vi
lasceremo proseguire immediatamente perché il conte aspetta di
sicuro il suo vino per la festa di questa sera, ma prima desidero mettervi
in guardia su ciò che sta accadendo in questa vallata.
Jacopo sorrise soddisfatto che la sua fama lo precedesse e fece segno
all'armigero di proseguire: - Era da parecchio che strani omicidi avvenivano
in queste terre, ma ora finalmente sembra che il colpevole di tali nefandezze
sia stato catturato e tra poche ore sarà assicurato alla giustizia.
- E chi è costui? - chiese Ferdinando
- Un boscaiolo di nome Aldrigo. E' stato catturato e processato, oggi
arderà sul rogo, ma il conte sarà ben lieto di darvi tutte
le notizie in merito, noi vi precederemo al castello per informarlo del
vostro arrivo.
Jacopo annuì e poi fece segno di riprendere la marcia: - Manca
poco ormai. Attraversato l'Adige saremo nel borgo di Avi.
- Sì, anche se non fremo molto all'idea di vedere quel boscaiolo
ardere vivo
- rispose Ferdinando fissando il cielo
- Credo che alle crociate tu abbia visto ben di peggio.
- Appunto! - e detto questo spronò il cavallo. Jacopo invece si
voltò per far segno ai carri di proseguire e si soffermò
a fissare Gregorio: - Invece a te scommetto che piacerà
Raggiunsero la piazza del Borgo di Avi prima che l'esecuzione avesse inizio.
Il borgo non era molto grande, la piazza era gremita di folla. I carri
si fermarono ai margini e rimasero in custodia degli armigeri, mentre
gli uomini scesero da cavallo per avvicinarsi al condannato, solo Gregorio
restò indietro ritenendo tutto ciò un'inutile perdita di
tempo. Aveva osservato il condannato da quando erano arrivati e c'era
qualcosa che non gli quadrava. Si trattava di un uomo forte, un boscaiolo
che conosceva bene la zona indubbiamente, ma tutti i delitti di cui era
a conoscenza erano stati compiuti in maniera indegna come se il responsabile
fosse un pazzo o una bestia feroce. In ogni caso non poteva certo escludere
la pazzia di quell'uomo, ma per condannarlo al rogo era necessario un
processo per stregoneria e quindi la presenza di un incaricato del vescovo,
ma l'incaricato ufficiale era lui, quindi qualcosa non tornava. La risposta
ai suoi quesiti, comunque, non giaceva certo in quella piazza, ma nei
documenti di quel processo custoditi a Castel Barco, prima lo raggiungevano
meglio sarebbe stato.
Anche Fra' Paolo era sceso dal carro e si era perso in mezzo alla folla,
aveva sentito ciò di cui era accusato quell'uomo e stava pregando
per lui quando Aldrigo il boscaiolo, Aldrigo l'omicida condannato, lo
vide e iniziò ad urlare come un ossesso: - L'uomo col saio! Fatemi
parlare con l'uomo col saio! Il Francescano
Le guardie intorno a lui tentano di farlo tacere, ma senza successo, sembrava
indemoniato.
- Forse è pazzo sul serio
- commentò Gregorio concentrandosi
ora sul fraticello per osservarne la reazione.
- Il francescano! Voglio confessarmi, fatemi confessare dal francescano
Un pugno sul mento quasi lo fece cadere a terra, ma Fra' Paolo era ormai
giunto sotto la pira, le guardie si fecero in disparte e Aldrigo si sporse
verso il frate: - Mi perdoni padre, perché ho peccato
- Io non posso confessarti, non sono ancora frate, ma un novizio, in questa
piazza ci sono altri che possono farlo. Guarda laggiù c'è
un domenicano o se preferisci potrei farti chiamare il benedettino che
staziona vicino a quella fonte
- No, - sibilò il boscaiolo digrignando i denti - i domenicani
sono i messaggeri della morte, mentre i benedettini sono maledetti. Il
messaggero li ha puniti
Io l'ho visto il messaggero, sai? L'ho visto
Paolo annuì guardando con pietà quell'uomo, stranamente
non ne aveva paura, ma qualcosa in tutta quella situazione gli ricordava
quando Francesco, a Gubbio, era andato incontro al lupo.
- Sono innocente, padre. Innocente, mi deve credere, non ho ucciso nessuno.
Mi confesso in nomine Patri et Filii et Spiritus Sanctus, sono innocente!
Innocente! Il conte e l'abate, loro sono i colpevoli
loro
Mi assolva padre, la prego mi assolva
- Non posso, ma se sei davvero pentito allora il Signore ti accoglierà
tra i suoi figli. Pregherò per te fratello. - e così dicendo
Fra' Paolo si allontanò tornando a mescolarsi fra la folla, ma
Aldrigo era irrequieto e iniziò a dare in escandescenze.
- La bestia è qui! E' qui la bestia, è arrivata
l'ora
è giunta in cui i peccatori saranno puniti! L'abate
Gregorio notò subito il benedettino che aveva raggiunto lesto il
boscaiolo non appena il francescano se n'era allontanato ed ora l'uomo
sembrava essersi calmato, incapace di qualunque resistenza.
- E' stata una benedizione davvero efficace, fratello, troppo efficace
oserei dire- commentò tra e sé il domenicano. Nel frattempo
l'esperto naso di Zaccaria sobbalzò nel sentire un odore acuto
estremamente familiare.
- Stramonio
un potentissimo anestetico
ma da dove arriva?
- si chiese l'alchimista incapace di individuarne la fonte in mezzo a
tutta quella folla.
Ma l'attenzione di tutti venne distolta dall'arrivo del conte, il nobile
Astolfo di Castel Barco che, riconosciute le insegne dei Della Scala di
Verona, si precipitò a salutare Ferdinando Azzo e il fratello Gregorio,
senza dimenticare di chiedere a Jacopo se il suo vino fosse arrivato sano
e salvo.
- Certo, signore quando vi rivolgerete a me otterrete sempre qualità,
puntualità e discrezione
- Soprattutto discrezione, scommetto! - sorrise il conte - comunque stasera
vi aspetto tutti alla mia tavola, sarà una festa come non se ne
vedevano da tempo qui a Castel Barco, festeggeremo la fine di questi terribili
omicidi.
- A proposito
- intervenne Gregorio
- Immagino la sua curiosità, padre, ma non si preoccupi sarà
più che soddisfatta questa sera, a tavola. Mi auguro parteciperete
tutti, vero?
- Senza alcun dubbio, signore, ma sono con me alcuni ospiti che mi dispiacerebbe
lasciare da soli.
- Questa sera, caro Jacopo, i tuoi ospiti saranno i miei ospiti. Presentameli,
orsù!
- Ecco l'amico Zaccaria, esperto nelle arti mediche è in viaggio
verso nord, ma prima deve fare una piccola sosta al monastero di S. Margherita
per incontrare un monaco con cui è solito intrattenersi epistolarmente
di medicina, mentre questi è Fra' Paolo, un francescano, anche
lui diretto al monastero per recare una grave ambasciata.
- Comprendo, ma il monastero può aspettare una notte, domani ripartirete
più freschi e riposati.
- Vi ringrazio, - intervenne Paolo - signore, ma non vogliatemene se preferisco
non sedere alla vostra mensa indegna di un poverello qual sono.
- La povertà è stata una scelta, ma ben altre devono essere
le vostre origini visto il vostro sfoggio di diplomazia e la vostra eloquenza.
Capisco perché vogliate evitare il lusso della mia tavola, ma non
abbiatene timore, non stasera perché credo che la vostra presenza
sarà molto utile per l'anima, almeno per l'anima, del mio figlio
minore che sembra molto attratto dal vostro ordine e vorrebbe saperne
di più. Mi sembra che la vostra presenza qui sia un segno del Signore,
che ne dite?
- Che sono un umile strumento nelle mani del Padre, sia fatta la Sua Volontà,
siederò alla vostra tavola stasera e mi intratterrò volentieri
con vostro figlio,ma non abbiatene a male se solo pane e acqua saranno
il mio cibo
- Ah, padre, - esclamò il conte rivolgendosi a Gregorio - ha visto
che uomo il nostro fraticello? E' questo il futuro della chiesa?
Gregorio non rispose, ma al suo posto intervenne Ferdinando: - Sicuramente
dovrebbe esserlo.
La tensione per un attimo fu palpabile, ma fu il conte a spezzarla: -
Sempre spiritoso Ferdinando, comunque stasera ci sarà anche mia
figlia, vedrà che bella ragazza è diventata, ma ora bando
alle ciance è il momento di procedere con l'esecuzione.
Bastò un cenno del conte ad una delle guardie e subito la pira
prese fuoco, dapprima lentamente poi sempre più rapidamente. Zaccaria
e Gregorio osservarono con attenzione, mentre Ferdinando e Paolo distolsero
lo sguardo. Aldrigo non fece una piega, non urlò una sola volta,
ben presto l'odore di carne bruciata avvolse la piazza, ma ora Zaccaria
capì a che cosa era servito lo stramonio di cui aveva sentito l'odore.
La cena era indubbiamente degna della fama
del conte che aveva concentrato gran parte delle sue energie nel tentativo,
neanche troppo velato, di dare in sposa a Ferdinando Azzo Della Scala
la figlia più grande. Effettivamente la prospettiva dell'unione
tra le due casate solleticava non poco le fantasie del conte e c'era da
credere che le grazie della giovane contessa solleticassero altrettanto
le fantasie di qualunque uomo. Ma Ferdinando viveva un periodo particolare,
non era certo insensibile al fascino della fanciulla, ma da quando era
tornato dalle crociate sentiva di essere alla ricerca di ben altro che
le gioie materiali eppure non riusciva a staccarsi da esse. Amava i bei
vestiti, gli ornamenti, l'onore dei cavalieri, sentiva il sangue fremere
alla vista di un seno florido, ma al tempo stesso invidiava la serenità
di Fra' Paolo, l'abbraccio di quella povertà totale che sembrava
averlo privato di tutto, ma in realtà di nulla. La sua anima era
costantemente lacerata, come se al suo interno rivivessero le due anime
della Chiesa che aveva conosciuto in Terra Santa. La Chiesa come doveva
essere e la Chiesa come invece era, ebbra di un potere temporale e di
un lusso da cui non sapeva o non poteva separarsi. Il conte comunque lasciò
i due piccioncini a tubare e si avvicinò a Padre Gregorio convinto
che una buona parola del fratello avrebbe potuto accelerare i tempi.
- Allora Padre cosa gliene sembra di mia figlia Marianna?
- E' indubbiamente un fiore prezioso, mi auguro che mio fratello sappia
apprezzarla come si conviene ad una signora del suo rango.
- Non nutro alcun dubbio al riguardo, nel frattempo mi dica, come ha trovato
la cena?
- Eccellente, davvero, ma stavo riflettendo
- Su cosa, se mi è permesso? Le riflessioni dei domenicani trovo
siano sempre assai stimolanti
- Su quel tale arso in piazza. Il boscaiolo, Aldrigo, mi pare si chiamasse
- Sì, è esatto. Una tragedia perché era un uomo molto
conosciuto di cui tutti ci fidavamo, ma almeno ora si potrà tornare
a vivere tranquilli in questa valle. E la smetteranno con quelle assurde
voci sulla maledizione
- Immagino che vi riferiate agli omicidi accaduti in questi anni.
- Sì, sì, una ventina di delitti atroci.
- Ventuno per la precisione. - lo corresse Gregorio fissando il conte
con intensità, era giunto il momento di scoprire qualche carta
- E tutti di giovani tra i 20 e i 25 anni accaduti negli ultimi 5 anni.
-
Astolfo impallidì, Gregorio gongolava dentro di sé, ma all'esterno
si mostrò imperturbabile anche se aveva notato che la loro conversazione
aveva attirato sia l'attenzione di Jacopo che di Zaccaria, e proseguì
tranquillo: - Sono stato inviato dal Vescovo in persona per indagare su
quei delitti. Ecco la lettera col sigillo di Sua Eminenza che lo attesta.
- il conte Astolfo prese la lettera con cautela, l'aprì e vi gettò
un'occhiata senza neanche leggerla - E' per questo che sono così
informato sull'argomento, ma non sapevo nulla di questi ultimi sviluppi,
mi piacerebbe che me ne parlaste.
- Ma naturalmente, anche se non c'è molto da dire. Abbiamo ritrovato
il boscaiolo accanto ad uno dei cadaveri orrendamente lacerati e l'abbiamo
arrestato. Dopo essere stato interrogato ha ammesso di essere lui il responsabile
e di evocare la bestia. E' stato costituito un tribunale inquisitorio
che ha confermato l'opera del demonio condannandolo alla morte sul fuoco.
- Ma per istituire un tribunale dell'inquisizione è necessaria
la presenza di un delegato del Vescovo, sarei curioso di sapere chi ha
svolto questa funzione
- L'abate Elia.
- L'abate Elia? Non credo di conoscerlo
- E' l'abate del monastero di S. Margherita, quello a cui sono diretti
i vostri compagni di viaggio, aveva una delega del Vescovo per il caso
come la vostra.
- Come la mia?
- Sì, beh più o meno, ad essere onesto, non è che
ci capisca molto della burocrazia ecclesiastica comunque c'era il sigillo
del Vescovo, ma è stato un processo coi fiocchi. Alla fine Aldrigo
ha ammesso che era lui addirittura a mangiare alcuni dei pezzi delle vittime
per cibarsi delle loro anime e
- Satana ha mille facce, ma parlatemi ancora di questo monastero.
- E' un monastero molto ricco. - intervenne Jacopo intrufolandosi nella
discussione - Mi capita spesso di commerciare con loro e devo dire che
hanno l'abitudine di pagare subito e bene.
- Ah, questo è indubbio, - sorrise il conte - ma ultimamente anche
il monastero soffre la povertà, non di beni, per carità,
ma di vocazioni. Ormai sono sempre meno quelli che vogliono farsi monaci
e di quelli presenti se ne vedono pochissimi giù a valle ecco perché
mio figlio più giovane sembra molto più attratto da questi
nuovi Francescani se ne vedono di più in giro e sembrano vivere
più a contatto con la gente.
Gregorio ascoltò queste ultime parole di sfuggita, si era già
perso nei suoi pensieri. Non potevano esserci due incaricati del Vescovo
nella stessa zona e per lo stesso motivo, quindi questo abate Elia aveva
mentito; il problema era capire perché lo avesse fatto. Domani
glielo avrebbe chiesto di persona, sarebbero andati anche loro al monastero.
Il caso degli omicidi forse non era del tutto chiuso, ma se anche fosse
stato così, scoprire perché un abate ritenesse opportuno
mentire e falsificare il sigillo del Vescovado poteva rivelarsi un'ottima
fonte di potere personale da sfruttare al momento più opportuno.
Paolo, dopo aver illustrato al giovane
figlio del conte, le motivazioni che potevano spingere un nobile a lasciare
tutte le sue ricchezze per una vita di totale povertà si era appartato
in preghiera, ma quella sera, come molte altre sere, la preghiera non
gli era facile. Era continuamente tormentato dal pensiero del suo dono,
della sua maledizione. Non sapeva quando fosse cominciato, ma improvvisamente
si era accorto che possedeva il tocco di guarigione. Gli bastava stendere
le mani e concentrarsi per guarire piccole ferite e far calare le febbri,
sentiva che probabilmente avrebbe potuto fare di più, ma gli serviva
una forte concentrazione e non si arrischiava a provarvi perché
alla fin fine la domanda che si poneva era: da dove arrivava quel dono?
Era questo che lo tormentava, si trattava davvero di un dono o non era
forse una tentazione del demonio? Che cosa ne avrebbero pensato i suoi
confratelli se lo avessero saputo? Cosa ne avrebbe detto Santa Madre Chiesa?
E quell'inquisitore che viaggiava con loro? Paolo pianse in silenzio incapace
di rispondersi e sentendosi solo con la sua inquietudine, poi lo sentì,
sentì l'amore di quell'uomo morto sulla croce, sentì lo
Spirito scaldargli il cuore sotto l'occhio vigile del Padre e si rasserenò
iniziando a pregare: - Padre nostro, che sei nei cieli
Zaccaria aveva trovato un'interessante
questione, infatti sembrava che la figlia più giovane del conte
soffrisse da tempo di terribili dolori alla pancia, ma nessuna delle cure
del monaco benedettino, cappellano del castello, aveva avuto successo.
Dopo aver chiesto di visionare l'infuso che la fanciulla aveva assunto
in questi giorni dovette concludere, a malincuore, che più che
risolvere il problema esso tendesse ad acuirlo e quindi era preferibile
che interrompesse quella cura, ma quando aveva chiesto di parlare col
cappellano di quell'infuso gli era stato detto che il monaco aveva lasciato
il castello per recarsi al convento con urgenza, ma gli era stato permesso
di servirsi del suo studio per approntare un rimedio più efficace
contro i mal di pancia della contessina. Appena Zaccaria entrò
nello studio avvertì subito l'odore forte dello stramonio e ne
individuò una boccetta piena, la lasciò lì nonostante
interrogativi perché quell'elemento alchemico aveva la ben nota
proprietà di impedire la favella per diverso tempo dopo essere
stato ingerito.
La festa finì presto, i viaggiatori
erano desiderosi di partire presto l'indomani: anche se il cammino che
li aspettava non era lungo temevano il tempo. L'aria si era raffreddata
parecchio e il cielo era talmente limpido che ormai era davvero questione
di ore prima che arrivasse la neve. Solo Gregorio rimase alzato fino a
tardi per poter consultare con calma tutti i verbali e gli altri documenti
del processo o almeno la parte che era conservata al castello perché
molti dei testi processuali aveva scoperto trovarsi al convento. Anche
lui aveva chiesto di poter parlare col cappellano, ma aveva ricevuto la
stessa risposta di Zaccaria. Inizialmente si era fatto aiutare dal fratello
nello spulciare quei documenti, ma poi lo aveva congedato preferendo rimanere
solo. La cosa lo interessava parecchio, non certo per amore della giustizia,
ma piuttosto perché sperava di portare a termine l'incarico che
il Vescovo gli aveva affidato e trarne ulteriore prestigio.
E l'alba sorse portando con sé le
nuvole di un'imminente tempesta. Mentre gli altri facevano colazione,
Jacopo si preoccupava che i carri fossero a posto, la salita fino al convento
di S. Margherita non era certo delle più agevoli, non aveva mai
capito perché, spesso e volentieri, i monaci si ostinassero a piazzare
i loro conventi in luoghi così difficili da raggiungere. Comunque
ben presto tutto fu a posto, Zaccaria e Paolo salirono a bordo del primo
carro e la carovana si mise in marcia, affiancata da Ferdinando e Gregorio
che la seguivano a cavallo. Ripassarono l'Adige, diretti verso il borgo
di Ala.
Elia osservò ancora una volta la
lettera che il cappellano del castello gli aveva recapitato la sera prima.
Il mercante e l'alchimista erano arrivati, presto sarebbero giunti all'abbazia,
ma non erano soli. Con loro c'era anche un francescano, un nobile reduce
dalle crociate e un domenicano: un inquisitore. Questo poteva complicare
le cose e di parecchio, pensava, con la condanna di Aldrigo, di aver guadagnato
un po' di tempo, ma se il braccio inquisitorio della Chiesa era giunto
fin lì voleva dire che di tempo non gliene era rimasto poi molto.
Si ritrovò ancora una volta a fissare la valle, nel tentativo di
scorgere tracce del passaggio di quell'insolita comitiva, ma era ancora
presto nonostante il sole avesse già sporto i suoi primi, timidi,
raggi. Il tempo non prometteva nulla di buono e se i viaggiatori volevano
evitare la bufera di neve che si avvicinava avrebbero fatto meglio a sbrigarsi
per raggiungere il convento altrimenti avrebbero corso il rischio di dover
passare la notte nel paese di Ala. Elia lasciò la finestra e tornò
ai suoi studi: aveva ancora qualche ora prima di dover scendere ad occuparsi
della bestia.
Fu quando arrivarono ad Ala che iniziò
a nevicare, ma ancora in modo leggero.
- Forse sarebbe meglio se ci fermassimo, il tempo non promette nulla di
buono. - suggerì Ferdinando avvicinandosi a Jacopo
- Può essere saggio, ma non manca ormai molto, il sentiero per
il convento inizia poco più avanti e Borgo All'Adige, posto quasi
a ridosso del convento, non dista poi molto. Direi di continuare a proseguire
almeno fino al Borgo, potremo riposarci lì, eventualmente, anche
se spererei di raggiungere al più presto il monastero.
- Concordo. - intervenne Gregorio - Non avrai paura di un po' di neve,
fratello?
- Figurati
- Allora proseguiamo!
Gregorio non disse altro, fremeva dalla voglia di incontrare l'abate Elia,
aveva dormito poco quella notte, preparandosi, immaginando ogni possibile
sviluppo degli eventi ed ora non poteva certo permettere ad un po' di
neve di fermarlo. Il problema però divenne ben più serio
quando, più o meno a metà strada tra Ala e Borgo All'Adige
la nevicata si trasformò in una e vera e proprio tormenta. I cavalli
arrancavano a fatica mentre il vento soffiava gelido e forte accanendosi
contro i teloni dei carri. Jacopo urlava ordini a destra e a sinistra
cercando di tenere unita la carovana, ma quasi nessuno riusciva più
a sentirlo, in realtà tutto quello strillare era più per
lui. Gli dava l'impressione di poter fare qualcosa. Lo stesso Gregorio
rischiò più volte di doversi fermare, ma il pronto intervento
di suo fratello gli permise di non perdersi. La visibilità era
quasi nulla, i carri proseguivano sul sentiero per miracolo ed infatti
ben presto il primo della fila si ritrovò a sobbalzare una volta
di troppo su una roccia nascosta dalla neve e si accasciò miseramente
su un lato mentre il legno dell'asse anteriore cedeva schiantandosi di
botto.
Jacopo corse a verificare l'entità del danno e bestemmiò
ad alta voce, fortunatamente il vento coprì ogni sua parola.
- E' rotta
- urlò verso Ferdinando
- Cosa?
- Si è rotto l'asse, non possiamo proseguire! - ripeté Jacopo
mimando la scena
- Tentiamo di ripararla. Unendo le nostre forze possiamo tentare di sollevare
il carro e sostituire l'asse con uno dei pali che tengono i teloni dei
carri.
- E' un'idea, ma il problema vero è questa maledetta neve
- Non abbiamo altra scelta, mettiamoci subito al lavoro
- Chiamo i miei uomini!
Jacopo si voltò per far scendere tutti dai carri, bisognava procedere
in fretta, mentre Ferdinando iniziò ad esaminare meglio il carro.
- Puoi davvero sistemarlo, fratello? - gli chiese Gregorio avvicinandosi
- Penso di sì, anche se non sarà facile, ma non vedo altra
soluzione.
- Potremmo abbandonarlo qui e proseguire.
- Jacopo non lo lascerebbe mai e poi, guarda
blocca il sentiero,
noi a cavallo riusciremo a passare, ma loro no e se Jacopo non abbandonerebbe
uno solo dei suoi carri figurati tutti e tre.
Gregorio tacque e si allontanò imprecando in silenzio, non gliene
fregava nulla né dei carri né dei suo compagni di viaggio,
ma suo fratello doveva sempre fare il buon samaritano e non poteva certo
andarsene senza di lui, la sua abilità con la spada poteva essergli
di grande utilità nella sua missione.
La bufera era sempre più forte,
ma gli uomini non cedevano, stavano tenendo sollevato il carro con tutte
le loro forze, mentre Ferdinando e Jacopo sostituivano l'asse. Anche Paolo
e Zaccaria erano scesi per aiutare ed era incredibile come, pure in mezzo
a quella tormenta, il francescano continuasse ad indossare solo il suo
saio quasi che fosse protetto da un calore soprannaturale. Alla fine il
carro fu sistemato e il viaggio riprese, ma tra la neve e la sosta non
voluta era già quasi l'imbrunire e il Borgo non era ancora raggiunto.
All'improvviso un povero contadino corse fuori dal bosco incespicando
sul sentiero ed urlando come un matto. Presto Ferdinando fu accanto a
lui insieme ad Jacopo, mentre Zaccaria e Paolo si sporsero dal carro per
capire cosa stava succedendo.
- Aiutatemi, vi prego
Aiutatemi
mio figlio, la bestia
Ferdinando scese da cavallo e afferrò l'uomo accorgendosi che era
gravemente ferito : - Calmati, che succede? Chi ti ha ridotto così?
- Mio figlio è nel bosco. La bestia l'ha assalito, aiutatelo vi
prego
- e così dicendo si accasciò
- E' svenuto.
- Ci credo - intervenne Gregorio - guarda quelle ferite, sembrano artigli.
Deve aver perso molto sangue.
- Lasciatelo a me. - Zaccaria aveva raggiunto l'uomo e cominciava ad armeggiare
con la sacca che si portava sempre dietro
- Bene parlava di una bestia e di suo figlio, andrò a cercarlo!
- Ferdinando sguainò la spada e si diresse verso il bosco da dove
era spuntato il contadino
- Aspetta fratello, vengo con te. - Gregorio scese da cavallo e raggiunse
Ferdinando, forse questa era l'occasione per far luce su quanto stava
accadendo.
- Anch'io, i miei uomini invece resteranno qui, a guardia dei carri.
Ai tre, in silenzio, si aggiunse anche Fra' Paolo, senza sapere esattamente
perché, ma sentiva di doverlo fare.
I quattro avanzavano cautamente, Ferdinando davanti a tutti, cercando
le tracce del contadino e ben presto videro un corpo riverso nella neve.
Fra' Paolo si precipitò in avanti, ma quando lo raggiunse si fermò
inorridito e quando gli altri si avvicinarono capirono perché.
Era il corpo di un ragazzo, indubbiamente, ma era stato sventrato. Una
delle braccia giaceva alcuni metri più in là, mentre l'intestino
squarciato era privo delle viscere. Paolo cadde in ginocchio pregando.
Gregorio osservava imperturbabile cercando qualche indizio, mentre l'attenzione
di Ferdinando era ora attirata da alcune orme nella neve. Orme che non
aveva mai visto prima così chiamò i compagni.
- No, mi dispiace, non ho mai visto nulla di simile - commentò
Jacopo
- Io sì, invece - sussurrò Gregorio
- E allora parla fratello perché qualunque informazione tu abbia
potrebbe esserci utile per catturare questa bestia.
- Ne dubito alquanto, così come dubito che voi possiate reggere
la verità
- Non preoccuparti per noi, dopo aver visto di cosa sono capaci gli uomini
di Cristo alle crociate credo ci sia ben poco che possa spaventarmi.
- Ne sei sicuro? Perché io ho già visto quelle impronte
in un testo, un testo che è parte integrante dei miei studi di
Inquisitore, un testo di demologia. Sei pronto a questo fratello?
Ferdinando arretrò impallidendo, poi la voce di Jacopo lo riportò
alla realtà: - Un fruscio, di là, rami spezzati
un
grugnito
Il crociato si buttò in avanti, la paura dei demoni aveva lasciato
il posto allo spirito del guerriero, ma ben presto anche il guerriero
si scontrò con la paura e fu quando comparvero gli occhi. Due piccoli
punti rossi come il fuoco a meno di un metro di distanza da loro che li
squadrarono per un lungo, interminabile attimo. Due fiammelle di odio
puro nel freddo buio di quel bosco che ghiacciarono i loro cuori.
Ferdinando arretrò recitando un'"Ave Maria" e cercando
conforto nel fratello: - Li avete visti anche voi? Ditemi che li avete
visti anche voi?
- Sì li abbiamo visti
- Sì- annuì Jacopo
- Era un'anima tormentata - la voce di Paolo si levò all'improvviso
- Era un demone! - sibilò Gregorio- Ora torniamo ai carri, qui
non possiamo più nulla vediamo come sta il contadino, forse potrà
darci ulteriori informazioni.
- E' ancora vivo, ma per poco se non lo
portiamo subito al caldo. - Zaccaria aveva un tono che non ammetteva repliche
e Gregorio sapeva che anche Ferdinando e il francescano non avrebbero
permesso al contadino di morire, quindi prese in mano la situazione: -
Caricatelo sul carro e riprendiamo il cammino immediatamente, lo porteremo
fino a Borgo all'Adige che non dista poi molto, lì rimarremo anche
noi per la notte. Non è opportuno continuare a viaggiare a quest'ora
ci sono cose strane che si aggirano per questi boschi. Raggiungeremo l'abbazia
domani mattina presto e vedremo di far luce su quanto sta accadendo.
Nessuno osò discutere e fecero come aveva detto il domenicano riprendendo
la marcia al più presto. Ferdinando era davvero sorpreso dal comportamento
del fratello, capitava di rado che si curasse di chi gli stava intorno,
forse la gravità della situazione aveva iniziato a contagiare anche
lui.
Gregorio sorrise tra sé e sé, era incredibile come la gente
obbedisse a chi deteneva il potere e il potere era un'arte, un'arte che
pochi sapevano padroneggiare, fortunatamente lui era tra questi.
Non ci misero molto a raggiungere Borgo
All'Adige, quattro case disposte intorno ad una piccola piazza e già
la gente era radunata lì fuori pronta a partire alla ricerca del
pover'uomo e di suo figlio dispersi nella bufera. L'arrivo degli stranieri
fu accolto tepidamente, ma tutti gli fecero strada quando Zaccaria scese
dal carro, trasportando insieme a Paolo una lettiga di fortuna su cui
stava il villico in fin di vita. Una donna si lanciò su di lui,
ma Ferdinando la tenne a distanza
- Mio marito, che gli è successo? E' morto? - strillava la donna
- E mio figlio, dov'è? Il mio amato Gabriele
- Si calmi, suo marito è vivo. Quell'uomo è un medico e
può curarlo se avremo fede, il Signore non ci abbandonerà.
Suo figlio, mi dispiace, non c'è stato nulla che noi potessimo
fare.
Le parole di Ferdinando calmarono la donna solo temporaneamente: - Portatelo
in casa, presto. Vi prego - ora si rivolse a Zaccaria - guaritelo. Guaritelo
vi prego
-
- Faremo il possibile.
Zaccaria, Paolo e Gregorio entrarono in casa per occuparsi del ferito,
mentre Jacopo e Ferdinando rimasero fuori in cerca di una sistemazione
per i carri durante la notte.
- Ce la farà, vero? Ce la farà?
- E' presto per dirlo, lo sto curando come meglio posso, ma per ora non
ci resta altro che aspettare e vedere se passerà la notte.
- Lo salvi, la prego, lo salvi
- Non è lui che deve pregare, ma Dio. - intervenne Gregorio- Solo
lui ha potere di vita e di morte su noi mortali.
- Ah, padre lei ha ragione, ma Dio si è preso già il mio
bambino non può chiedermi anche mio marito
- Chi siamo noi per discutere i disegni del cielo? "Le mie strade
non sono le vostre strade".
La donna prese a piangere più forte e Gregorio perse ogni interesse
nella discussione, si guardò intorno, la casa era povera. Tre ragazze
erano al capezzale dell'uomo, probabilmente le figlie, due ancora giovani,
ma una decisamente interessante, peccato non avesse tempo per queste cose.
Ora quello che gli servivano erano informazioni.
In quel momento Ferdinando entrò dalla porta: - Abbiamo sistemato
i carri per la notte e trovato un alloggio nella locanda, io e Jacopo
saremo lì a mangiare qualcosa se vorrete raggiungerci.
- Più tardi, quest'uomo ha ancora bisogno delle mie cure.
- Aspetta fratello, io vengo con te, la mia presenza qui non è
più necessaria- e così dicendo Gregorio uscì dalla
piccola abitazione, mentre Zaccaria tirò un sospiro di sollievo.
- Temevo non se ne andasse più
- esclamò rivolto a
Paolo
- Perché, è un po' rude, ma credo sia un brav'uomo
- Mah ho dei dubbi
il fatto è che vorrei provare dei rimedi
non proprio ortodossi e temo che l'inquisizione non li approverebbe del
tutto.
Paolo sorrise, pensando al suo "dono", probabilmente l'inquisizione
non avrebbe approvato neppure quello.
- Se la caverà? - chiese per la prima volta - Onestamente
- Onestamente? Onestamente non lo so. Ho provato di tutto, ma ha una brutta
emorragia interna e quella non c'è alcun modo in cui io possa farla
guarire deve pensarci lui, da solo. Se arriva a domattina è salvo,
altrimenti
- Nessuno è mai solo, c'è sempre Dio con lui
- Nei sei veramente convinto, vero? Anche dopo aver visto fatti simili
- Soprattutto dopo aver visto fatti simili!
- Un ragazzo straziato come un animale, un padre di famiglia ridotto in
fin di vita e parli ancora di Dio
forse hai ragione, forse c'è
ancora speranza.
Paolo si limitò a sorridere e ad estrarre il rosario.
- E ora che fai? - chiese Zaccaria mettendo via le sue ampolle
- Prego, prego per lui.
- Ah fai pure, io vado a mangiare qualcosa, ci vediamo alla taverna.
- Ti ringrazio, ma io rimarrò qui tutta la notte a pregare. Te
l'ho detto, quest'uomo non sarà solo nella sua agonia.
Zaccaria borbottò qualcosa a denti stretti e lasciò la casa,
ormai lui aveva fatto tutto il possibile era tempo di pensare anche al
suo stomaco.
La locanda non era certo grande, ma vista
la situazione a Jacopo sembrò un luogo da re, Gregorio invece era
più schizzinoso, ma non lo diede a vedere, come sempre preferiva
tenere per sé le proprie emozioni potevano rivelare agli altri
più di quanto egli volesse. Non c'erano molti avventori e l'oste
fu ben lieto di servire gli stranieri, curioso com'era di sapere cosa
davvero fosse successo sul sentiero. Gregorio avrebbe preferito evitare
ogni conversazione al riguardo, ma Jacopo vide una buona opportunità
per raccontare una storia e non se la lasciò certo sfuggire, naturalmente
la sua versione dei fatti era leggermente romanzato, ma ciò non
dispiacque troppo neppure a Ferdinando che d'improvviso si era visto dipingere
come un grande eroe crociato.
- Ma cosa vi porta sulle nostre terre, nobili viandanti? - chiese alla
fine l'oste
- Commercio, cos'altro? - sorrise Jacopo - Ho degli affari in sospeso
con i frati del convento di S. Margherita e questi signori si sono gentilmente
offerti di accompagnarmi.
- Non parlatemi di quei frati, si fanno vedere sempre meno in paese, ma
non era sempre così! Ricordo un tempo in cui erano ogni giorno
alla mia locanda e si poteva fare affidamento su di loro
Gregorio alzò la testa, l'argomento lo interessava: - E perché
ora le cose sarebbero diverse?
- Ah, padre non è a me che deve chiederlo, ma se domani vede l'abate
lo domandi a lui. Prima i monaci benedettini erano dei fratelli per noi
ora invece sono diventati sempre più scorbutici e scortesi, quando
se ne vede uno, come dicevo prima
- E da quando è che c'è stato questo cambiamento?
- Da quando è iniziata la maledizione
- Quale maledizione? - intervenne Jacopo curioso
- Ma non sapete nulla? Pensavo che il conte Astolfo vi avesse messo in
guardia
- Ferdinando fece segno di no con il capo e l'oste proseguì
- Circa quindici anni fa giunse in paese un uomo misterioso, probabilmente
si trattava di un nobile in fuga.
- Come fate a dire che fosse un nobile?
- Non saprei padre, ma questo è ciò che si racconta
- Proseguite pure. - gli fece segno Ferdinando
- Si dice che soffrisse di un terribile e misterioso male che lo rendeva
pazzo, ma pazzo furioso. Ed ogni sera quando il sole calava, fino allo
spuntare della prima alba urla terribili provenivano dalla loro casa e
nessuno osava avvicinarvisi.
- Loro? Non viveva dunque solo?
- No, con lui era una donna che si faceva vedere in paese solo durante
il giorno e molto di rado, ma non parlava mai con nessuno tanto che girava
voce che il pazzo le avesse strappato la lingua per impedire che fraternizzasse
con noi. Ma non c'era solo la donna ad occuparsi d lui, ma anche i monaci.
- Quelli del monastero di S. Margherita?
- Sì, padre, non abbiamo altri monaci qui nei dintorni e uno di
loro scendeva ogni sera per portargli il conforto della preghiera e forse
anche di qualcos'altro
- Cosa? - Gregorio era molto interessato all'argomento e sapeva che il
suo abito incuteva all'uomo un certo timore per cui non gli avrebbe mai
osato mentire.
- Solo leggende, voci, dicerie di paese.
- Talvolta anche queste possono essere interessanti o rivelare un fondo
di verità.
- Beh, si parlava spesso di magia. Si diceva che in quella casa avvenissero
ricerche proibite tese a cercare una cura per la pazzia di quell'uomo,
ma come dicevo prima sono solo superstizioni di poveri contadini pensi
che c'era addirittura chi credeva che fosse l'abate in persona a scendere
in paese per recarsi dallo sconosciuto.
- Impensabile, davvero - sbottò Jacopo anch'egli interessato all'argomento
visto che ormai erano diversi anni che commerciava con quel monastero
in generi non propriamente ortodossi, anzi strettamente alchemici, quindi
in quelle leggende c'era forse più realtà di quanta si potesse
credere.
- Qual'era la casa dove alloggiavano?
- L'ultima verso sud, proprio prima di cominciare la salita verso il convento.
E' facile da riconoscere perché ancor oggi, dopo tutto questo tempo
è rimasta disabitata. Comunque dopo quattro anni l'uomo morì
e venne sepolto al monastero. Tutto sembrava essere tornato alla normalità
se non fosse che da lì a poco iniziarono le prime sparizioni, mentre
i monaci si vedevano sempre più di rado, l'abate, ad esempio, nessuno
l'ha più visto da quei giorni, sembra quasi che abbiano paura di
abbandonare le mura protettive del loro convento.
- Era anche comprensibile con tutti quegli omicidi e le voci sulla bestia
che giravano
posso comprendere che non avessero molta voglia di
andare in giro, ma ora le cose cambieranno.
- Che volete dire, cavaliere?
- Che il responsabile di quegli omicidi è stato catturato, l'abbiamo
visto noi stessi bruciare sul rogo. Il boscaiolo Aldrigo, non avrete più
nulla da temere.
- Non burlatevi di noi, cavaliere, siamo povera gente, ma non siamo certo
sciocchi.
- Non era mia intenzione
- cercò di scusarsi Ferdinando,
ma l'oste proseguì
- Cosa pensate che fosse ciò che avete incontrato prima nel bosco?
Cosa pensate abbia ridotto in fin di vita il marito di quella povera donna
dopo averne straziato il figlio? -
I tre tacquero, in evidente imbarazzo - Al conte serviva un capro espiatorio
e Aldrigo era perfetto perché del tutto sano di mente non lo era
di certo, con tutti quei discorsi sulla punizione divina ormai prossima.
Lo sapevamo tutti nella valle, anche il conte, ma la gente talvolta vede
solo quel che vuole vedere e Aldrigo ebbe la sfortuna di farsi trovare
solo troppo vicino ad una delle vittime.
In quel momento l'entrata di Zaccaria nella taverna calamitò l'attenzione
di tutti.
- Vieni a sederti accanto a noi, vecchio mio e dicci come sta il villico?
- Non bene purtroppo, ho fatto tutto quel che potevo, ma ora bisogna vedere
se passerà la notte. Il francescano è rimasto a pregare
per lui credo lo veglierà tutta la notte.
Gregorio rimase impassibile, si alzò e si avvicinò al fratello:
- Ora vado a dormire, ma domattina, prima di partire credo sia il caso
che noi diamo un'occhiata a quella casa.
Ferdinando annuì e augurò al fratello una buonanotte
Paolo rimase al capezzale del ferito per
tutta la notte, mentre le figlie presto cedettero al sonno e anche la
moglie dovette alla fine arrendersi alla stanchezza e alla tensione accumulate
durante il giorno, ma quella notte fu una notte che Paolo non dimenticherà
per molto, molto tempo.
Guardava quel moribondo e sapeva che la sua situazione era oltremodo disperata,
pregava perché il Signore lo salvasse, la sua fede era grande,
ma c'era un pensiero che continuava a ronzargli in testa come un tarlo.
Lui poteva guarirlo. Se avesse deciso di usare il dono quell'uomo si sarebbe
salvato, ma chi era lui per sostituirsi a Dio? Se Dio voleva che quell'uomo
si salvasse non sarebbe forse intervenuto direttamente? E se invece Dio
fosse già intervenuto? Se l'intervento di Dio non fosse altro che
la presenza di Paolo lì, solo, quella sera? E se invece fosse il
demonio a tentarlo? Come se gli dicesse; " usa pure il tuo dono,
prendi la vita di un altro uomo tra le tue mani e sarai come Dio".
Non era forse questo il peccato originale?
Si soffermò a fissare Zaccaria che dormiva lì accanto, era
un brav'uomo, conosceva la sua arte e cos'è che aveva detto? Ci
voleva un miracolo perché il contadino sopravvivesse. Poi guardò
la moglie, distesa poco più in là, povera donna Dio l'aveva
messa alla prova seriamente quella sera, ma cosa ne sarebbe stato di lei
ora? Se il marito fosse morto come avrebbe fatto quella famiglia a sopravvivere?
Allora gli sovvennero le parole del Vangelo che ricordano come la bontà
di un albero si riconosce dai propri frutti e la guarigione di quell'uomo
non poteva essere altro che un frutto buono, non c'era più alcun
dubbio. Si guardò intorno un'ultima volta, dormivano tutti. Fortunatamente
l'inquisitore aveva preferito alloggiare insieme al fratello e al mercante
nella locanda. Fra' Paolo si sporse verso il contadino e lo toccò
con gentilezza, poi si concentrò nella preghiera mentre sentiva
una sorta di fluido passare dal suo corpo a quello del malato. Si era
concentrato solo sull'emorragia, l'obiettivo era arrestarla, non voleva
fare troppo, preferiva non dar troppo nell'occhio. Alla fine si accasciò
sfinito, ma un sorriso gli si abbozzò sul volto,l'emorragia era
stata arrestata, lo sentiva.
La mattina dopo tutti si svegliarono di
buonumore, gli auspici per la giornata erano più che buoni. Aveva
smesso di nevicare e un timido sole fece capolino dalle nuvole, il contadino
aveva ripreso conoscenza e sua moglie aveva iniziato a gridare al miracolo
aggrappandosi alla tunica di quel santo francescano che aveva pregato
tutta la notte. Zaccaria dovette constatare come l'emorragia si fosse
fermata ed ora guardava Paolo con occhi nuovi, davvero quell'uomo era
un uomo di Dio.
Paolo invece, visibilmente imbarazzato, uscì dalla casa e raggiunse
Jacopo che stava armeggiando intorno ai suoi carri.
- Che succede messer Jacopo?
- Ho fatto un sopralluogo prima sulla strada per il convento, i carri
non possono arrivarci, troppa neve. Li lascerò qui, sto caricando
le mercanzie sui cavalli proseguiremo con quelli.
- Dove sono il cavaliere e il fratello domenicano? Ancora a letto?
- No, sono andati più avanti a perlustrare una casa abbandonata.
Non so cosa abbia in mente quel monaco
Paolo non rispose, ma si limitò ad aiutare il mercante a sistemare
una delle casse e a buttare un'occhiata distratta verso Sud
- Nulla, dannazione, non c'è nulla.
- sbuffò Gregorio - Solo vecchi giocattoli e soldatini ammuffiti.
- Non capisco cos'altro sperassi di trovare fratello
- Di preciso non lo so neanch'io, ma in tutta questa faccenda c'è
qualcosa che non mi quadra. Scommetto però che troveremo tutte
le nostre risposte al convento. Andiamo, credo sia ora di partire, abbiamo
aspettato anche troppo.
Il piccolo drappello si incamminò
lentamente a causa della molta neve. L'abate Elia li osservava dall'alto.
Cinque piccoli punti scuri che risalivano quella ripida china. Cinque
uomini che avevano trascorso la notte al borgo sottostante facendo domande
proibite ed interessandosi a cose che era meglio non sapessero. Chiamò
il priore e lo mise in guardia dagli ospiti che stavano arrivando: - Voglio
che siano tenuti costantemente sott'occhio, date loro l'impressione che
siano liberi di muoversi come meglio credono, ma non perdeteli mai di
vista e se fanno domande che non dovrebbero siate lesti a distrarre la
loro attenzione.
- Sarà fatto come sua eccellenza desidera.
- Bene. Un'altra cosa, non desidero incontrarli prima di oggi pomeriggio,
quindi intratteneteli voi per il momento.
Il frate annuì e lasciò in fretta il piccolo studio.
- Chi è là? - chiese il frate
portinaio quando gli stranieri bussarono alla sua porta
- Sono io, Jacopo il mercante, con me porto le merci che avete richiesto
durante la mia ultima visita. Candelabri preziosi, incenso della miglior
qualità e stole quali neanche alla corte di Costantinopoli ne hanno
mai viste di simili. Con me vengono messer Zaccaria, nobil'uomo esperto
nelle arti mediche, Fra' Paolo, un novizio francescano in attesa di completare
il suo cammino e i fratelli Della Scala di Verona: il prode Ferdinando
Azzo e Padre Gregorio del nobile ordine dei domenicani.
Non ci fu alcuna risposta, ma il pesante portone si aprì cigolando
e i cinque entrarono. Il frate portinaio li squadrò lentamente
poi disse: - L'abate al momento non si trova nel convento, ma tornerà
nel pomeriggio. Nel frattempo potete parlare col priore. Eccolo che sta
arrivando.
Gregorio storse il naso, erano quasi le dieci del mattino e c'era un'unica
strada per lasciare il convento, quella da dove erano risaliti loro, quindi
l'abate non poteva di certo aver lasciato il convento, non quella mattina
almeno.
- Buongiorno - li salutò il priore - siamo lieti di avere dei visitatori
tra cui ben due uomini di chiesa, nostri confratelli, se non nell'ordine,
in spirito. - Paolo sorrise, mentre Gregorio si limitò ad un flebile
cenno del capo - Mi dispiace che l'abate non sia presente, ma è
rimasto bloccato ieri sera dalla tormenta, sarà qui nel pomeriggio.
Fino ad allora siate i benvenuti, il nostro convento è la vostra
casa, sentitevi liberi di andare dove meglio credete. Ci ritroveremo nel
refettorio principale per mezzogiorno, ora del pranzo. -
- Mi scusi, fratello. - intervenne Paolo - Io avrei bisogno di parlare
con padre Nicola, ho una lettera di sua sorella da consegnare.
- Capisco, immagino dalla sua espressione che non siano certo buone notizie.
Purtroppo Padre Nicola è stato colpito da un brutto male ed è
convalescente lo troverà nell'infermeria. E' facile da raggiungere,
basterà seguire il corridoio principale fino al primo chiostro
e poi svoltare a destra, non può sbagliarsi.
- Visto che ci siamo, - intervenne Gregorio - ho saputo che alcuni giorni
fa si è tenuto a Castel Barco un processo per stregoneria contro
un tal Aldrigo. So che molti dei documenti al riguardo sono conservati
qui, mi piacerebbe vederli.
- Lei sa, fratello, che per farlo è necessario un'autorizzazione
del Vescovo?
Gregorio non rispose, ma si limitò a tendere la lettera al priore
- Bene, il nostro frate guardiano, Padre Daniele la accompagnerà
in biblioteca.
- Mio fratello verrà con me!
- Ma naturalmente. Invece messer Jacopo se vuole seguirmi noi potremmo
concludere i nostri affari.
- Ehm, mi perdoni - s'intromise Zaccaria - io avrei bisogno di incontrare
Padre Antoine
- Padre Antoine? E' sicuro?
- Certo
- Beh allora segua anche lei il padre guardiano perché fratel Antoine
è uno dei nostri migliori scrivani e a quest'ora è già
all'opera in biblioteca.
E così il gruppo si divise, ognuno secondo la propria missione.
Paolo raggiunse facilmente l'infermeria
e non ebbe molta difficoltà a trovare Padre Nicola che giaceva
su un piccolo giaciglio. Accanto a lui altri cinque monaci, tutti nelle
stesse condizioni.
- Che il Signore sia con voi
- esordì Paolo prendendo le
mani dell'amico
- .. e con voi sempre
- rispose quello con un filo di voce -
ma
chi siete? I miei occhi non sono più quelli di una volta
- Paolo, fratel Paolo, il francescano, quel figlio di un mercante veronese
che decise di abbandonare ogni agio ed ogni ricchezza per seguire Nostro
Signore in povertà.
- Ah Paolo, caro Paolo il vostro arrivo mi è di conforto, vorrei
solo che avvenisse in circostanze migliori
- Vi trovo infatti assai deperito, che cosa succede dunque?
- Una febbre, una strana febbre, sono ormai alcuni giorni che divora il
mio corpo e non mi lascia tregua, ma non c'è nulla da fare qualunque
rimedio sembra del tutto inutile.
- Non disperate amico e continuate a confidare in Dio. Tra i miei compagni
di viaggio c'è un medico molto abile, non si sa mai che lui possa
aiutarvi.
- Ne dubito, ma ditemi cos'è che vi porta fin qui? Non credo sia
solo la voglia di vedermi.
- Il piacere della vostra compagnia sarebbe già più che
sufficiente, ma avete ragione sono a recarvi una lettera di vostra sorella,
credo riguardi vostra madre.
- Capisco. Lasciatela pure qui accanto a me, la leggerò quando
avrò un po' più di forze anche se temo di conoscerne già
il contenuto. Ho avuto un sogno premonitore
- Non sforzatevi Nicola, la leggerete quando starete meglio, ma vedo che
non siete l'unico in queste condizioni anche gli altri monaci qui ricoverati
soffrono della stessa febbre? E' forse contagiosa?
- Sì soffriamo tutti dello stesso male, ma la febbre non c'entra
nulla
- Paolo guardava l'amico con dolcezza era evidente che stava
soffrendo e parecchio. Si chiedeva se poteva usare il suo dono per guarirlo,
indubbiamente sì, ma era giusto farlo? Tutti i dubbi della notte
gli tornarono in mente. Prima aveva agito non solo a fin di bene, ma anche
come ultima risorsa, qui invece forse la medicina umana poteva molto se
solo si fosse capito qual era la causa di questo male.
- Perché dici che la febbre, non c'entra? Qual è la causa
allora?
- La maledizione. E' la maledizione che grava su questo convento a dannarci
tutti. - Nicola iniziò ad agitarsi - E' da quando, undici anni
fa, l'abate
- Basta così - lo interruppe il padre infermiere - Padre Nicola
è evidentemente stanco è l'ora della sua medicina. Forse
è meglio che torni più tardi fratello.
Paolo ubbidì in silenzio, ma non poté fare a meno di osservare
il tempismo del benedettino e come Nicola si fosse immediatamente calmato
non appena quest'ultimo fosse apparso.
Jacopo concluse positivamente tutti i suoi
scambi. Oltre ad un notevole numero di monete aveva anche guadagnato diversi
otri di un vino tipico locale molto richiesto nei pressi del veronese
e già pregustava altri ricchi banchetti. Ormai gli rimaneva solo
un'ultima consegna da fare, chiese così di potersi confessare,
ma gli fu risposto che il padre confessore sarebbe stato disponibile solo
nel pomeriggio. Jacopo rimase perplesso, la confessione era in realtà
un trucco che utilizzava ormai da tempo per vendere al convento beni non
proprio leciti. Nulla di terribile, intendiamoci, ma molte delle polveri,
degli unguenti e delle pietre che nascondeva nella sua cassetta d'ebano
potevano essere facilmente usati da un tribunale dell'inquisizione per
condannarlo al rogo. Sperava di liberarsene al più presto, ma questo
ritardo non ci voleva. In ogni caso pazienza, un mercante non si perde
mai d'animo.
Zaccaria osservò di nuovo Padre
Antoine, non era lui, certo l'aveva visto molto tempo fa, ma ne era sicuro,
non era lui. D'altra parte neanche il frate si ricordava né del
volto dell'alchimista né delle innumerevoli lettere che i due si
erano scritti nel tempo, lettere che avevano come argomento la ricerca
del sapere e nello specifico di quel sapere assoluto che si concretizzava
nella capacità alchemica di creare la pietra filosofale, simbolo
di trasmutazione alchemica, in grado e di mutare ogni metallo in oro e
di guarire qualunque malattia.
- Mi dispiace, messer,e di non potervi aiutare, ma di certo non sono io
l'Antoine che cercate.
- Certo e scusatemi se vi ho distolto dal vostro lavoro che tra l'altro
vedo portate avanti con molta arte, ma ditemi non c'è nessun altro
Padre Antoine nel convento?
- No, o meglio ora che mi sovviene sarebbe meglio dire non più
. In effetti c'era un altro Padre Antoine, ma è morto dieci anni
fa, è probabile che fosse lui quello che cercavate.
- Ne dubito- pensò Zaccaria - visto che ho continuato a ricevere
le sue lettere fino al mese scorso - ma tenne per sé le sue riflessioni
e si limitò a chiedere dove fosse stato sepolto
- Nel cimitero del convento, è facile da trovare, l'entrata è
sul cortile posteriore, per arrivarci è sufficiente percorrere
a ritroso il corridoio per cui siete giunto fin qui e poi svoltare a sinistra
invece che a destra.
Zaccaria ringraziò e saluto, voleva controllare di persona le date
della morte, ma quando raggiunse il cimitero dovette convenire che Padre
Antoine era davvero morto dieci anni prima, ma non sembrava essere l'unico.
Quel piccolo cimitero era davvero sovraffollato, ma quella non era l'unica
stranezza, si soffermò a guardare le date sulle lapidi. Tutti i
decessi risalivano agli ultimi quindici anni, era incredibile. In quel
momento una voce lo distolse dai suoi pensieri costringendolo a voltarsi.
- Vieni con me, presto! - ordinò,
perentorio Gregorio al fratello.
- Che succede? -
- Ho appena finito di controllare i documenti relativi al processo di
Aldrigo, non collimano per nulla con quelli visti a Castel Barco, sono
stati manomessi e qualcuno dovrà darmi delle spiegazioni.
- Cosa intendi per manomessi, esattamente?
- Non ho alcuna intenzione di farti un corso di diritto canonico accelerato,
ti basti sapere che quel processo è stata una farsa, come immaginavo
non c'era alcun inquisitore autorizzato dal Vescovo a presenziarlo. -
e così dicendo Gregorio irruppe in una piccola cella, dove un monaco
che stava riposando saltò subito in piedi. - Tu sei il cappellano
di corte dei conti di Castel Barco, vero?
- S-Sì
- balbettò quello
- Allora ti dichiaro in arresto per aver manomesso degli atti ecclesiastici
e aver, ingiustamente, condannato a morte un innocente.
- Di cosa parlate fratello, io non comprendo
- Non importa, comprenderete meglio dopo che vi avrò interrogato
alla maniera dell'inquisizione. Ferdinando arrestate quest'uomo!
A quel punto il povero frate, vistosi perduto cadde in ginocchio e scoppiò
in lacrime: - Perdonatemi, io stavo solo eseguendo degli ordini è
stato l'abate a chiedermelo, l'abate Elia, voi capirete spero, la mia
posizione
Gregorio sorrise maligno era esattamente quello che si aspettava di sentire,
c'era l'abate dietro a tutto questo. In biblioteca aveva avuto già
modo di verificare come quell'uomo fosse stato eletto undici anni fa in
seguito al suicidio del suo predecessore, ma le prime tracce di un monaco
di nome Elia erano più vecchie di altri quattro anni. I tempi coincidevano
tutti, ora l'intero mistero cominciava ad avere un senso, anche se ancora
il quadro d'insieme rimaneva nebuloso.
- Voi fate delle accuse gravi e l'abate non può discolparsi perché
tornerà solo nel pomeriggio o almeno così ci è stato
detto. Quindi per il momento aspetterete il vostro giudizio nelle prigioni.
Ferdinando scortatelo dabbasso e assicuratevi che non possa fuggire.
Il crociato afferrò il monaco e lo trascinò fuori dalla
stanza.
- L'abate è rientrato prima del
previsto e desidera parlarvi.
Zaccaria si voltò di scatto, sorpreso di trovarsi di fronte il
priore, ma si apprestò a seguirlo, forse ora avrebbe potuto risolvere
quel piccolo mistero ma quando raggiunse lo studio dell'abate un'altra
sorpresa lo stava aspettando.
- Ma voi, voi siete il conte Elia di Sorrento mi rammento di voi alla
corte di Federico II e anche del vostro povero figliolo
- Avete ragione, vecchio amico, ma io sono anche molto di più,
perché io sono il misterioso Antoine che cercate. Spero capirete
la necessità di una tale segretezza, gli studi ai quali ci dedichiamo
non sono da tutti accettati ed esistono persone che non esiterebbero a
farci bruciare vivi solo per aver anche solo pensato certe cose.
- Ora comprendo tutto e il mistero mi si chiarisce, ma ditemi come sta
vostro figlio?
- Purtroppo, come voi ben ricordate era molto malato e alla fine la morte
l'ha preso con sé, se solo fossi riuscito ad ultimare i miei studi
in tempo
- Spero che le mie lettere vi siano state d'aiuto. Siete andato avanti?
- Molto più di quanto non sperassi, ormai la pietra è quasi
ultimata. La pietra filosofale, ci pensate? La pietra che guarisce ogni
malattia
- Dite sul serio? E funziona?
- Sì o meglio quasi, gli effetti durano sempre di più anche
se non sono ancora permanenti, ma ora che siete qui spero che, col vostro
aiuto, riusciremo a venirne a capo.
- Sarebbe un evento eccezionale, ma non sono solo, con me c'è un
inquisitore e tremo al pensiero di ciò che accadrebbe se scoprisse
il mio coinvolgimento. Infatti speravo di trovare qui certe lettere che
mi permettessero un viaggio sicuro.
- E le avrete, anzi verrò anch'io con voi perché qui l'aria
comincia ad essere pesante, troppi sospetti girano intorno all'abbazia.
Comunque non dovete preoccuparvi dell'inquisitore. Le vostre lettere sono
state bruciate e al momento non esiste alcuna prova del vostro coinvolgimento
nei nostri studi.
- Bene, ma so anche che padre Gregorio è qui per indagare sugli
omicidi della vallata, voi non c'entrate nulla, vero?
Elia rimase sorpreso dalla domanda, ma si affrettò a rispondere:
- No, assolutamente. Il colpevole è stato comunque individuato
e assicurato alla giustizia.
- Forse o forse no, perché ieri sera c'è stato un altro
omicidio e i miei compagni asseriscono di aver visto due occhi nel buio:
gli occhi della bestia.
- Strano davvero, ciò che mi dite merita indubbiamente attenzione,
ci rifletterò su. Ora recatevi pure nel refettorio e non dite a
nessuno di avermi incontrato, io mi presenterò agli altri più
tardi, sono nel mezzo di un importante esperimento che non desidero lasciare
a metà.
- Capisco
- annuì Zaccaria e si allontanò lentamente,
quell'uomo non era stato del tutto sincero con lui questo era più
che evidente.
I cinque compagni di viaggio si ritrovarono
nel refettorio per l'ora di pranzo. Ognuno di loro con i propri dubbi.
Notarono subito che la sala era molto grande, quasi eccessiva rispetto
ai pochi monaci presenti, le sedie vuote erano moltissime. Fra' Paolo
si sistemò accanto a Zaccaria, mentre Gregorio e Ferdinando si
sedettero di fronte. Messer Jacopo arrivò per ultimo e si mise
vicino al francescano. Il pranzo iniziò con l'usuale preghiera
di ringraziamento e poi fu Jacopo a rompere il silenzio: - Padre Gregorio,
ho sentito alcuni monaci parlare tra loro dell'inaspettato arresto del
cappellano dei Castel Barco, è vero?
- Naturalmente. Non sono qui per piacere, ho ricevuto un incarico dal
Vescovo in persona e non intendo venire meno al mio dovere. In questa
faccenda degli omicidi ci sono diversi punti pochi chiari, speriamo che
l'arrivo dell'abate, nel pomeriggio possa gettare luce su di essi.
- Ma esattamente di cosa è accusato il cappellano?
- Messer Jacopo, da buon mercante quale siete capirete che la vostra curiosità
potrebbe non portarvi nulla di buono. Vi basti sapere che le indagini
che ho iniziato a Castel Barco sono proseguite stamattina e proseguiranno
nel pomeriggio.
- Padre, - intervenne Paolo - perdonate la mia intrusione, ma avete anche
voi sentito parlar della maledizione?
Gregorio sobbalzò, era la prima volta, in quei tre giorni, che
il francescano si rivolgeva direttamente a lui : - Naturalmente, sembra
che in questa valle non sappiano parlare d'altro, ma voi come ne siete
venuto a conoscenza?
- In infermeria. Padre Nicola, il confratello a cui dovevo recapitare
una lettera, ha cominciato a lamentarsi che la sua malattia sarebbe colpa
della maledizione che grava su questo convento e che il tutto sarebbe
iniziato undici anni fa con l'arrivo dell'abate.
- Interessante e ha poi aggiunto altro?
- No, siamo stati interrotti, ma forse le sue parole erano solo i vaneggiamenti
di un pover'uomo malato.
- Forse
- commentò Gregorio tornando a dedicarsi al suo piatto.
Fu allora che il priore si avvicinò ai cinque: - Signori sono lieto
di annunciarvi che l'abate è rincasato e che dopo pranzo vi riceverà
nel suo studio.
- Finalmente. - commentò ad alta voce il domenicano
- Ha anche chiesto che insieme a voi sia presente il nostro fratello francescano,
avete qualche obiezione
- Nessuna! - rispose secco Gregorio
- Ah, quasi dimenticavo, messer Jacopo - aggiunse il priore prima di andarsene
- quando avrà ultimato il suo pasto potrà confessarsi come
aveva richiesto nella cappella di Nostra Signora delle Lacrime.
Jacopo annuì col capo, contento di poter, alfine, concludere anche
quell'ultimo affare.
Il mercante raggiunse il confessionale
con calma. Come immaginava il solito monaco era lì ad aspettarlo.
Si inginocchiò devoto, ma la confessione non durò poi molto.
Il frate confessore infatti fece scivolare nelle mani di Jacopo un sacchetto
di pelle decisamente gonfio e una lettera che recava il sigillo del monastero.
L'uomo soppesò il sacchetto e lasciò il confessionale compiaciuto,
quando il religioso fosse andato a controllare avrebbe trovato al posto
del mercante la valigetta con le merci che gli erano state ordinate.
"Ottimo lavoro, " pensò Jacopo "un'alta consegna
ben riuscita"
- Voi avete molto di cui rispondere! -
esordì Gregorio fissando Elia negli occhi - Innanzitutto ecco la
lettera del Vescovo di Trento che mi autorizza ad agire per suo nome,
mi piacerebbe vedere se anche voi ne possedete una simile visto che vi
siete permesso di presiedere un tribunale inquisitorio senza alcun autorità
legittima.
L'abate sorrise e si diresse verso la finestra chiudendola: - Certo non
si può dire che voi amiate tergiversare padre
- Dipende dalle situazioni questa è così grave che richiede
delle spiegazioni, subito!
Elia si fermò vicino ad un candelabro e per un attimo scrutò
il cavaliere che scortava il domenicano, era un guerriero abile, teneva
la mano pronta sulla spada, poi si soffermò sul francescano. Quell'umile
uomo non poteva certo essere una minaccia degna di nota.
- Quello di cui voi mi accusate è vero, formalmente almeno. Ma
se avrete la pazienza di ascoltarmi capirete che le mie azioni miravano
solo al buon nome della Chiesa e in particolare di Sua Eccellenza il Vescovo
di Trento
- Vi ascolto, - concluse Gregorio sedendosi - ma non abusate della mia
pazienza, non è una virtù che possiedo in abbondanza.
Elia annuì, accese il candelabro e poi si risistemò alla
sua scrivania. Gregorio notò la lentezza dei suoi movimenti, era
un uomo che amava la teatralità, concluse, ma questa volta aveva
trovato pane per i suoi denti. Di sicuro il giovane inquisitore non poteva
immaginare la terribile verità che avrebbe scoperto di lì
a poco.
- Perdonatemi, ma forse voi non conoscete tutti i fatti. Aldrigo è
stato condannato per eresia da un tribunale presieduto anche da me, è
vero. Ed è vero che io non possedevo i requisiti per farlo, ma
Aldrigo si era macchiato davvero di un'eresia assai grave. Egli era a
capo di una setta del luogo, gli Zengiani, ne avete mai sentito parlare?
- No, parlatemene voi
Ferdinando intanto aveva smesso di interessarsi alla conversazione cercando
di capire da dove provenisse l'insolito profumo che sentiva.
- Era un gruppo di uomini capeggiati da Aldrigo e da padre Giovani, un
folle sacerdote convinto che la fine dei tempi fosse vicina.
- "Vigilate perché non sapete quando tornerà lo sposo".
- Certo, ma qui stiamo parlando di un'eresia in aperta sfida all'autorità
della Chiesa. Parlavano di una bestia che si aggirava nella valle e dicevano
che era il messaggero di Dio, capite bene come fosse mio compito mettere
fine a tutto ciò.
- Era compito vostro avvertire i suoi superiori, in questo caso il Vescovo.
Avrebbe pensato lui ad agire nella maniera più opportuna.
- Ma era proprio per proteggere il Vescovo che ho agito così in
fretta. I conti di Castel Barco potevano approfittare dell'occasione per
screditare il vescovado, invece, in questo modo tutto è stato risolto
in maniera veloce, discreta ed efficace.
- Efficace per voi. E' evidente che state ancora mentendo, così
come avete mentito durante il processo. Cosa ci nascondete veramente?
Cosa accadde qui undici anni fa quando diveniste aba
- le parole
morirono in bocca a Gregorio che era ora quasi incapace di muoversi a
causa di una strana debolezza che l'aveva colto. Ferdinando tentò
di scattare in avanti, ma le sue membra non rispondevano. Paolo osservò
la scena, si sentiva anche lui stanco, ma non del tutto immobile comunque
ritenne opportuno non agire per il momento, almeno finché non fosse
chiaro cosa stava succedendo.
L'abate Elia sorrise soddisfatto. Si alzò avvicinandosi a Gregorio
e continuò: - Avete ragione, siete in gamba come inquisitore, probabilmente
avreste fatto carriera peccato che morirete qui, oggi. Queste candele
sprigionano un veleno estremamente raro che paralizza ogni muscolo del
corpo fino al più importante, il cuore e se vi chiedete perché
io ne sia immune la risposta è semplice: ho già ingerito
un'antitossina apposita. Se invece volete sapere perché accada
tutto questo vi dirò che siete giunto molto vicino alla verità.
Arrivai qui quasi quindici anni fa portando con me mio figlio Samuele.
Ho sempre avuto un unico obiettivo nella vita, guarirlo dal male che lo
tormenta e ora sono finalmente vicino al successo nonostante abbia dovuto
aspettare tutti questi anni. Anni in cui ho lavorato in gran segreto prima
come monaco, poi come abate. Prendere il controllo di questo monastero
non è stato così difficile. Il difficile è trovare
sempre nuove cavie su cui testare le mie cure, questi monaci muoiono così
facilmente
Il povero Aldrigo aveva scambiato il mio Samuele per
un messaggero divino, ma alla fine anche lui si è rivelato utile
alla mia causa, dandomi il tempo di ultimare i preparativi della mia fuga.
Ma ora vi lascio, è tempo che io vada. - detto questo Elia si voltò
rapidamente ed uscì dal suo studio senza più voltarsi indietro.
- Zaccaria? -
- Sì, messer Jacopo?
- Qui sta succedendo qualcosa di molto strano. I nostri amici stanno parlando
con l'abate, ma il mio fiuto mi avverte che nulla di buono nascerà
da questo colloquio. Io direi di approfittarne per allontanarci e riprendere
il nostro cammino verso nord. I Della Scala possono benissimo cavarsela
da soli e Fra' Paolo ha già raggiunto la sua meta.
- Sono d'accordo. Ho con me le lettere che mi servivano, direi di non
porre altro tempo in mezzo e di abbandonare questo luogo prima che ciò
ci diventi impossibile.
Fra' Paolo attese che la porta fosse chiusa
poi corse verso il candelabro, lo afferrò e lo scaglio con forza
verso la finestra infrangendola e lasciando che il vento gelido del meriggio
invadesse la stanza portando lontani quegli effluvi velenosi. Non sapeva
perché lui ne fosse immune, forse un effetto collaterale del suo
"dono" o più semplicemente il volere di Dio. Gregorio
e Ferdinando si ripresero presto essendo entrambi di costituzione vigorosa
e si lanciarono subito all'inseguimento dell'abate che però aveva
un notevole vantaggio sui di loro. Paolo li seguì senza sapere
bene perché, ma sentiva che poteva ancora esserci bisogno di lui.
Raggiunti gli appartamenti di Elia, Ferdinando fu costretto a sfondare
la massiccia porta chiusa a chiave, ma dell'abate purtroppo nessuna traccia.
Stavano per tornare nell'atrio, quando Gregorio si accorse dell'eccessiva
pulizia di una delle torce della parete, la spinse leggermente mettendo
in moto un complesso meccanismo che rivelò un passaggio segreto
nella camera da letto. I tre lo percorsero senza indugiare e ben presto
sbucarono in un'ampia stanza adibita a laboratorio alchemico, ma non erano
soli. L'abate stava ammassando i suoi beni in un baule aiutato da due
monaci. I religiosi si avventarono su Ferdinando, ma il cavaliere sorrise,
dopo aver affrontato i mori alle crociate quei due rappresentavano una
ben misera sfida. Il primo cadde a terra, il cranio sfondato dall'elsa
della spada, il secondo si accasciò stringendosi il braccio mozzato.
- Com'è possibile? - strillò Elia - Eravate paralizzati,
dovreste essere morti a quest'ora
- Allontanati da quel baule. Ferdinando, arrestalo! -
- No, mai, non avete ancora vinto! Samuele, difendimi, difendi la tua
vita. Elimina questi uomini!
Improvvisamente da dietro l'abate si alzò una figura mostruosa
che di umano aveva ancora poco. E' difficile descriverla, e anche Ferdinando
indietreggiò spaventato, ma se avete mai immaginato un demone dell'inferno
allora siete ben vicini a capire cosa si presentò davanti ai tre
uomini. Solo Fra' Paolo rimase impassibile, dentro di lui si combatteva
un'altra battaglia, una battaglia dal cui esito poteva dipendere l'intera
partita.
"E' quello suo figlio
" pensava il francescano "
Signore quell'uomo ha sofferto con questo peso per tutti questi
anni, posso comprendere il suo dolore, la sua rabbia, ma perché
mi hai portato fin qui Signore, perché? Cosa posso io contro tutto
questo? Elia ha detto prima che suo figlio è malato, posso forse
io curarlo? Ma è giusto che lo faccia?"
Intanto Ferdinando si era ripreso dallo stupore iniziale ed era pronto
ad affrontare la bestia. Ma questa bestia, a dispetto di tutte le sue
apparenze era solo un uomo, un uomo malato ed il cavaliere, con tutta
la sua esperienza e forza avrebbe probabilmente avuto facile gioco di
lui se Fra' Paolo non si fosse frapposto fra i due.
"E' a questo serve il tuo dono, vero Signore? Perché è
un tuo dono
è per questo che sono qui per salvare quest'anima
in pena. Il mio potere di guarigione non è mio, viene da te direttamente,
non dal demonio perché altrimenti non potrei fare questo. Come
hai detto tu: - satana non scaccia satana -. Aiutami ti prego, dammi la
tua forza, tu che hai accettato la croce e il supplizio del Golgota."
Fra' Paolo pose le sue mani su Samuele e questi si placò, il processo
fu lento e molto doloroso per il francescano, ma alla fine riuscì.
Il figlio dell'abate tornò in forma completamente umana e non mutò
mai più. Elia lo strinse forte a sé piangendo come un bambino.
Paolo cadde a terra esausto e Ferdinando gettò lontano la spada
per sollevarlo tra le sue braccia e portarlo in un luogo più confortevole.
Gregorio osservò tutto senza dire una sola parola.
Alcuni giorni dopo la calma era tornata
al monastero grazie anche al contingente di uomini armati che ora lo presidiava
e che era al comando diretto di Padre Gregorio, mentre altri uomini erano
stati mandati all'inseguimento dell'alchimista Zaccaria e del mercante
Jacopo, il primo accusato di aver aiutato l'abate Elia nei suoi studi
sulla pietra filosofale e il secondo di aver commerciato in merci proibite.
Fra' Paolo attendeva sereno in una cella del monastero il suo processo
per aver prestato il suo aiuto ad un essere demoniaco. Ferdinando invece
aveva abbandonato il monastero il giorno dopo quella terribile battaglia.
Se n'era andato privo di ogni avere e dopo aver affermato di fronte al
fratello che il gesto di Paolo non era stato un atto diabolico, ma un
sacrificio d'amore e che per questo, d'ora in avanti avrebbe seguito la
via di francescani, la via della povertà, l'unica vera via forse
rimasta alla Chiesa.
Gregorio ripensò alle parole di quell'ingenuo di suo fratello,
la Chiesa non era povertà, ma potere e quel potere era suo ormai.
Gettò un ultimo sguardo alla vallata e poi tornò dentro,
quella era stata indubbiamente una settimana produttiva, molto produttiva.
Passarono alcuni anni, durante i quali
Gregorio cercò in tutti i modi di scovare Jacopo e Zaccaria, ma
senza alcun risultato. Il domenicano si trovava in Inghilterra quando
venne colpito da una terribile polmonite e a nulla valsero gli sforzi
di Giovanni d'Alessandria, il suo nuovo, giovane medico personale.
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