TROLL

 

La taverna risuonava degli schiamazzi degli avventori, l’aria era impregnata dall’odore acre dell’alcool. Il cavaliere entrò in silenzio e nessuno si curò di notarlo. Solo l’oste, attento come sempre, gli gettò un lungo sguardo indagatore. La fattura dell’armatura e la foggia dello scudo non lasciavano adito a dubbi: era uno dei cavalieri di Artù. Stranamente, però, non riusciva a distinguere chi fosse perché le sue insegne erano sporche. Pensò che si trattasse di fango, ma poi dovette ricredersi: era sangue, sangue raggrumato, quello che incrostava lo scudo ed il pettorale dell’uomo. Era strano, rimuginò, perché di solito tengono molto ad apparire perfetti in pubblico, e non avrebbero mai lasciato le loro insegne sudicie ed illeggibili, poiché era l’unico modo per riconoscerli e portar loro il rispetto dovuto.

Il cavaliere evitò le zone più affollate; si diresse verso un tavolo in un angolo semibuio e, cosa che suscitò ancor di più lo stupore dell’oste, scacciò una giovane ed avvenente fanciulla desiderosa di fargli compagnia. Erano pochi quelli che rifiutavano tali grazie ed i loro nomi si potevano contare sulle dita di una mano: Artù in persona, l’invincibile Lancillotto, Sir Galaad il puro, Tristano il bello o Parsifal il devoto. L’élite della tavola rotonda, era però impossibile che uno di loro si trovasse lì, nella sua povera taverna, ed in quelle condizioni poi. O forse no? Deciso a risolvere il mistero ed a capire chi fosse lo sconosciuto, si avvicinò al tavolo. Dopo averlo visto da vicino concluse che non si trattava sicuramente di Artù, dato che aveva già avuto modo di osservarlo alcuni mesi prima in occasione delle nozze con la giovane Ginevra. Questo però non fece altro che aumentarne la curiosità, e così quando tornò per portargli un boccale di birra afferrò una sedia e gli si sedette dinanzi. Il cavaliere, dapprima, sembrò non notarlo perso com’era nei suoi pensieri, ma poi gli gettò un’occhiata arcigna e prese a sorseggiare la sua bevanda.

- Qual’è il tuo nome? - esclamò all’improvviso l’oste fissandolo negli occhi.

Non ci fu una risposta, ma solo uno sguardo gelido. Passarono alcuni minuti in silenzio, semplicemente guardandosi e poi fu il cavaliere a parlare per primo: - Avevo un nome famoso ed onorato in tutta Camelot ed anche oltre, ma ora non più. Ho compiuto un’azione ignobile e non sono più degno né del nome, né delle insegne che porto. -

- Quale azione così ignobile potreste mai aver compiuto, signore ? Ed anche se fosse avrete di sicuro già espiato la vostra colpa.

- Non credo. Perché è stata l’alba di questo giorno testimone del compimento nefando delle mie azioni. - Ancora una volta gli occhi del cavaliere si fecero di ghiaccio e rimasero fissi dentro quelli dell’oste, sempre più smarrito poiché non comprendeva quale mai potesse essere la colpa celata da quella nobile armatura insudiciata.

- Ho ucciso un troll !

Quella rivelazione ebbe l’effetto di un maglio sul robusto taverniere che sbarrò gli occhi incredulo e dovette fare un grosso sforzo per non cadere dalla sedia. Un troll, pensò, uno stramaledettissimo troll?! Un essere immondo nato solo per portare morte e distruzione, un abominio vivente e questo nobile cavaliere era distrutto per averne ucciso uno? Ma dieci, venti, cento, tutti doveva ucciderli i troll, luride bestie senza dio! Avrebbe voluto rassicurarlo, rendendolo partecipe dei suoi pensieri, ma la voce atona, quasi inquietante dell’uomo lo precedette iniziando a raccontare:

- Avevo lasciato Camelot di buon’ora, deciso ad allenarmi là dove il fiume compie una seconda ansa prima di immettersi nel lago. Lo scorsi di sfuggita, mentre attraversavo il bosco che fiancheggiava la riva. Mi vide anche lui e cercò di nascondersi, ma io ero ben deciso a non lasciarmelo scappare. Dopotutto avevo intenzione di allenarmi e non c’è niente di meglio di un buon troll per battersi... o così almeno pensavo. L’inseguimento fu lungo tra quegli alberi secolari ed accrebbe la mia voglia di combattere e la mia sete di sangue. Alla fine lo raggiunsi, ma fui colto dall’ira perché sembrava sfumare il mio sogno di una battaglia. Si buttò in ginocchio sulle gambe pelose ed implorò pietà con la sua voce gracchiante. Sosteneva di non aver mai fatto del male a nessuno e di voler solo vivere in pace con i suoi piccoli. Ero al colmo del furore. Un troll che vuol vivere in pace? I troll, si sa, sono brutti e pieni di pelo, puzzano e sono infidi, viscidi, crudeli. Andrebbero ammazzati tutti, pensavo, e soprattutto quello, visto che tentava di prendersi gioco di me. Ignorai le sue suppliche e gli tagliai la testa di netto dopo avergli squarciato il petto. Il suo sangue schizzò copioso sullo scudo e l’armatura, ma non me ne curai perché quello che vidi dopo mi impietrì e ancora adesso non smette di tormentarmi. Dietro il corpo deturpato ai miei piedi, due piccoli troll mi fissavano smarriti e terrorizzati. Non avevo mai visto dei cuccioli di troll e rimasi sconcertato nel constatare che erano molto diversi da come li immaginavo. Credevo fossero come gli adulti, ma invece non ho potuto fare a meno di commuovermi. I loro occhi mi fissavano limpidi e mi sono accorto di quanto fossero simili a quelli dei nostri bambini. In quel momento fu come se un velo mi si alzasse davanti agli occhi. Avevo appena ucciso un essere che non mi aveva fatto assolutamente niente, a causa dell’incapacità di vedere al di là della mia ira... -

Le parole gli morirono in gola mentre lo sguardo tornava a spegnersi fissandosi vuoto su quel boccale che, inutilmente, cercava di alleviare il suo rimorso. L’oste era visibilmente sconcertato, probabilmente quel cavaliere, chiunque egli fosse, era uscito di senno. Insomma, cosa aveva da crucciarsi tanto? Alla fine aveva ucciso un troll, e quelli, grandi o piccoli che fossero, erano pur sempre troll: meglio morti che vivi. Non aveva mai visto dei cuccioli di quegli esseri, e non è che ci tenesse particolarmente, ma di sicuro dovevano essere disgustosi come i genitori. Sbuffò leggermente e si alzò tornando a curarsi degli altri avventori, ormai non gli importava più risolvere il mistero dell’identità che si celava dietro quelle insegne sporche. Il cavaliere rimase da solo per tutto il tempo, finché non giunse l’ora di chiusura, allora si alzò e si diresse verso il bancone. Non proferì parola, ma bastavano i suoi occhi perché l’oste capisse che era meglio non intromettersi. Posò alcune monete d’oro per pagare le birre che aveva consumato ed accanto a loro lasciò la sua pesante spada col fodero e l’elsa riccamente decorate. Poi uscì senza più voltarsi indietro e quella fu l’ultima volta che qualcuno vide l’invincibile Lancillotto cavalcare lungo le ricche contrade di Camelot.