I BRIGANTI DELLA MARSICAdi
Alessandro Fiorillo Quante volte abbiamo sentito parlare dei
briganti, di questi personaggi circondati spesso da un aura quasi
leggendaria, che nel corso dei secoli, soprattutto nel XVI e nella seconda
metà del XIX sec., hanno costruito la loro fama passando per una successione
di imprese criminali, talvolta legate a confusi ideali politico-sociali. Da
Marco Sciarra alle Bande Pastore, Mancini e Chiavone, la Marsica e la Valle
Roveto sono state uno dei teatri privilegiati e più battuti dalle
“soldataglie” irregolari di un esercito borbonico in rovina, che attraverso
scontri con le truppe piemontesi e scorribande nei diversi paesi della Conca
Fucense e del Cicolano, hanno consolidato e accresciuto la fama dei loro
capi-briganti combattendo una guerra che per quanto abbia messo spesso in
seria difficoltà i nuovi tutori dell’ordine, restava una guerra persa in
partenza. LE ORIGINI…MARCO SCIARRAEra l’autunno del 1590 e in Roma i
cardinali erano riuniti in conclave per eleggere il successore di Urbano VII
(1). Da giorni circolava incessante una voce, quella che un gruppo di
agguerriti banditi era pronta ad entrare nella città pontificia per ricattare
e interferire sugli esiti delle scelte dei cardinali. In effetti da tempo
alle porte di Roma scorrazzavano due formazioni di fuorilegge, protagoniste
di saccheggi e tumulti, alla cui testa vi erano i più celebri capi-banditi
dell’epoca: Marco Sciarra (2) e Battistello da Fermo. Il primo era abruzzese,
“homo, benché di vil condizione, d’animo e di
spirito elevato” come ebbe a dire Tommaso Costo, scrittore napoletano del
tempo. Lo Sciarra si fece brigante nel 1584, e fin da subito, grazie alla sua
forte personalità e a un notevole ascendente, si pose a capo di una banda
composta da un migliaio di uomini. Riuscì a scampare ad ogni tentativo di
repressione per lunghi sette anni, nel corso dei quali fu protagonista di
decine e decine di azioni criminali. Partendo dall’Abruzzo, l’esercito dello
Sciarra entrava di frequente nel territorio dello Stato Pontificio, dalle
Marche alla campagna romana. Lo storico Rosario Villari ha teso a
sottolineare il fatto che quella di Marco Sciarra più che “un accolta di
fuorilegge disperati…era una vera e propria formazione di guerriglieri”.
Luogotenenti dello Sciarra erano Pacchiarotto, il già citato Battistello da
Fermo e il fratello Luca Sciarra. Tutti coloro che volevano unirsi alla
banda, ricevevano regolare paga, ma dovevano pure rispettare le norme di
comportamento conformi all’ “ideale sociale” del capo. Si racconta che il
famoso brigante abruzzese amava definirsi “Marcus
Sciarra, flagellum Dei, et commissarius missus a Deo contra usurarios et
detinentes pecunias otiosas”. E’ evidente un confuso riferimento ad un ideale
sociale che portava lo Sciarra a combattere soprattutto quei rappresentanti
del potere parassitario responsabili dei mali del popolo minuto. Del resto
dagli stessi documenti dell’epoca traspare questo atteggiamento da Robin Hood dello Sciarra, che rubava ai ricchi per donare ai poveri,
operando una redistribuzione della ricchezza a vantaggio delle classi
disagiate. Non mancarono le azioni della banda orientate contro i soldati e
gli ufficiali governativi del Regno di Napoli. Dopo diversi anni in cui
godette dell’appoggio quasi incondizionato delle masse contadine, iniziò la
fase decadente della famigerata banda, nel corso della quale questa finì per
scontrarsi più volte con le stesse popolazioni che un tempo appoggiavano i
banditi. Nell’aprile del 1592, mentre la banda si dirigeva verso Subiaco,
chiese alle autorità di Cerreto Laziale l’autorizzazione a passare
pacificamente per il paese. Il permesso non fu concesso, e i banditi
incendiarono alcuni casolari e misero la zona sotto assedio. I cerretani, con
il concorso di altri uomini armati provenienti dai paesi vicini, decisero di
finirla con la banda dello Sciarra, e grazie ad uno stratagemma ebbero la
meglio. Legarono un supporto con materiale infiammabile alle zampe posteriori
di una gatta (3), trasformandola suo malgrado in “Kamikaze” da gettare
all’interno dei fienili dove i banditi, accampati, dormivano. I briganti
furono vinti, ma presto l’incendio divenne incontrollabile, e finì per
minacciare l’intero paese. I cerretani invocarono la grazia di Sant’Agata,
che si diceva aveva già fermato in Sicilia la lava dell’Etna, e
miracolosamente l’incendio non si propagò alle case, e il paese si salvò.
Marco Sciarra nel frattempo, sopravvissuto allo scontro con i cerretani,
passò con trecento compagni al servizio della Repubblica di Venezia per
combattere gli Uscocchi. Clemente VIII montò su tutte le furie, e ingiunse ai
veneziani la consegna del bandito. Questi, dopo alcune resistenze, cedettero.
Marco Sciarra, comprese allora di essere stato scaricato dai lagunari, che si
accingevano, attraverso l’inganno, a consegnarlo alle truppe pontificie. Si
diede così di nuovo alla clandestinità, e tornò nello Stato Pontificio.
Sembrava invincibile, inafferrabile, ma nel 1593, vicino ad Ascoli, venne
ucciso a tradimento dal compagno Battistello da Fermo, che in cambio del
servigio reso ottenne la grazia dal governo papale. IL BRIGANTAGGIO POST-UNITARIO
Quella fin qui descritta la vicenda di
Marco Sciarra, il primo dei briganti dell’età moderna. Il fenomeno del
brigantaggio si riaccese e visse una fase molto intensa nel corso del periodo
post-unitario, quando si diffuse ampiamente nell’Italia Meridionale, compreso
il territorio abruzzese. Si è discusso a lungo su quelle che possono essere
state le motivazioni e le cause della nascita di questo movimento
confusamente politico, di ribellione al nuovo ordine piemontese percepito
come estraneo. L’Abruzzo e la Marsica negli anni della proclamazione del
Regno d’Italia, si trovavano in una situazione politica e sociale difficile e
precaria. La cultura era appannaggio di pochi, la maggior parte della
popolazione era analfabeta e dedita all’agricoltura e alla pastorizia. Se
alcuni avevano riposto delle speranze nel cambiamento susseguito alla caduta
borbonica, ben presto rimase deluso, ed i piemontesi invece che liberatori
furono percepiti come invasori. Ci furono rivolte e sommosse nei paesi di S.Vincenzo e S.Giovanni nella Valle Roveto, Civitella
Roveto, Luco dei Marsi, Tagliacozzo, Petrella, Cappadocia, Villa
S.Sebastiano, Avezzano, Celano, Scurcola, Trasacco, Collarmele, Pescina e il
Carsolano. In questi difficili anni il brigantaggio di divise in due
tronconi, quello delle sommosse organizzate a scopo politico e quelle che
avevano come scopo il furto, la rapina, e la restaurazione della dinastia
Borbonica. EROI POPOLARI O
BANDITI INCALLITI? Anche in questo periodo,
come fu per quello dello Sciarra, piuttosto sottile e ben poco evidente è la
linea di demarcazione che distingue il brigante-eroe popolare dal brigante
bandito incallito e senza scrupoli. Molto spesso gli eserciti piemontesi si
comportavano con le popolazioni locali ben peggio di quanto facessero gli
stessi briganti, ai quali invece serviva il favore e l’appoggio della gente
locale, dell’ambiente nel quale si muovevano e agivano. Numerosissime sono le
azioni “brigantesche” di questi anni. Memorabili le scorribande della banda
Borjes, il cui capo era Borjes Dom José della Catalogna (Spagna), venuto in
Italia per combattere a favore della causa borbonica. Dopo una lunga serie di
azioni, nel mentre la banda si accingeva a raggiungere lo Stato Pontificio (4),
e percorreva la strada da Paterno a Scurcola Marsicana, sopraggiunse, nella
mattina dell’8 dicembre 1861, il battaglione bersaglieri comandato dal
maggiore Franchini. La battaglia fu violenta, Borjes fu colpito a morte dal
Franchini, e gli altri briganti della banda furono catturati e fucilati nella
piazza di Tagliacozzo. Altro famoso capo-brigante fu Luigi Alonzi, detto
Chiavone, originario del sorano. Compì la maggior parte delle sue azioni
nella Valle Roveto; autoproclamatosi Generale delle armate di Francesco II,
compì numerose rapine ed angherie, e non vi è notizia certa della sua fine
(5). Il brigante Domenico Cajone di S.Demetrio dei Vestini, ex bersagliere,
aderì invece alla banda Mancini, e fu fucilato in Luco dei Marsi il 6 aprile
del 1862, insieme al brigante Luigi Ciavarella di Scurcola Marsicana. Altro
capo molto noto fu Domenico Coja, forse originario di Pescina. Fu soldato
borbonico, e venne arrestato in Roma in un osteria frequentata da briganti
marsicani. Di lui si persero le tracce. Ci furono persino parecchi sacerdoti
briganti nelle nostre terre, come Don Antonio Cesta, sacerdote di Collelongo,
che fece parte della banda di Vincenzo Matteo e fu consigliere e aiutante del
capobanda Chiavone. Provocò diversi disordini, e una volta scoperto si
rifugiò in meditazione presso il convento dei
Cappuccini di Luco dei Marsi, ma non sfuggì all’arresto. Altri briganti
prelati furono il frate cappuccino De Filippi di Collelongo, Don Corretti
Arciprete di Tagliacozzo, il frate Bonaventura di Balsorano, il parroco di
Civitella Roveto, e molti altri ancora. E la lista dei briganti che operarono
nella Marsica continua con Antonio Maccarone, che operò soprattutto dalle
parti di Secinaro, e fu particolarmente noto per il suo odio per i baffi alla
piemontese (6). Nel corso delle sue scorrerie, quando incontrava qualcuno che
osava sfoggiare un bel paio di baffi alla Vittorio Emanuele, non esitava a
torturarlo, strappandoglieli. Quando fu catturato, prima di essere fucilato
il 19 aprile 1862 a Sessa Aurunca (Caserta), gli furono strappati barba e
baffi pelo per pelo. Ancora per diversi anni dopo la sua morte, nei territori
dove operò, a coloro che portavano i baffi veniva detto per scherzo: “attento
che arriva Maccarone!”. Altre fucilazioni di briganti si ebbero a
Castellafiume, dove il 6 novembre 1862 vennero giustiziati alcuni componenti
della banda Pastore (7) e a Cappadocia, dove il 18 agosto 1861 vennero
fucilati il brigante cappadociano Antonio Coletti e quello di Pietrasecca
Domenico Spacconi. Famoso fu pure il brigante Viola, originario del Cicolano,
che firmava le sue azioni con una viola e un santino di S.Berardo (8), e di
cui si ignora la fine (9). E possiamo concludere con Giacomo Giorgi, brigante
di Tagliacozzo, autore di diversi assalti e scorrerie. Con la sua banda,
partendo dai monti di Filettino e passando attraverso la Valle del Liri,
invase Luco dei Marsi, e poi assaltò Cese, frazione di Avezzano. Nel corso di
questo assalto rimase però ucciso uno dei capi briganti, colpito da una
fucilata sparata dal parroco di questo paese, che costrinse i malviventi alla
fuga. Giacomo Giorgi morirà nel 1877 nel penitenziario dell’Isola d’Elba,
dove scontava una condanna a venti anni di lavori forzati. Ed è ancora
lunghissima la lista con altre fucilazioni a Pereto, Oricola, Capistrello,
Avezzano, Luco dei Marsi, ecc.. CONCLUSIONI
Insomma, il brigantaggio
nelle nostre terre fu un fenomeno esteso e radicato, segno di una sofferenza
profonda delle nostre genti. Questo venne alla fine debellato, e spesso
finirono per essere coinvolte nella repressione persone che non avevano nulla
a che fare con i banditi. La storia d’Italia è passata anche attraverso
avvenimenti cruenti e dolorosi, come questi relativi alla vera e propria
guerra o guerriglia che si è combattuta nella Marsica tra l’esercito del
Regno d’Italia e quei contadini, pastori, delinquenti comuni, ex soldati
borbonici e renitenti alla leva che sono passati alla storia come i briganti. Avit’paura
de li brigant’ alla mundagne, ma nu’jurne, dapuò, vui li portiss’li sordi
allj br’gant sedut’ alla seggie (detto abruzzese) (10) NOTE: (1)
Succeduto a Sisto V, e sul soglio pontificio per appena 12 giorni. (2) Conosciuto anche con l’appellativo
“Re di Campagna”, per le sue numerose imprese nel territorio pontificio. (3) Alcuni anni fa alcuni artisti hanno
dedicato un monumento in bronzo a questa gatta che salvò Cerreto Laziale. (4) Lo Stato Pontificio forniva spesso
appoggio logistico alle bande di briganti, chiaramente in funzione
antipiemonetese. (5) Sembra che morì nel corso di uno
scontro a fuoco contro i militi regi nei pressi di Villavallelonga. (6) All’epoca venivano portati dai
liberali. (7) Della banda Pastore facevano parte
alcuni briganti di Pagliara dei Marsi. A Castellafiume il 6 novembre 1862 fu
giustiziato lo stesso capobanda, Luca Pastore, soprannominato “il terrore
della Majella”. (8) Allegorie del suo nome, Berardo
Viola. (9) Le ultime notizie certe lo vogliono
rinchiuso a Palermo nel 1870 all’interno di un carcere pontificio. (10) Avete ora paura dei briganti alla macchia, che vi
vengono a prendere i soldi, ma un giorno, poi, i soldi li dovrete portare al
suo domicilio dove vi aspetterà, seduto alla sedia. BIBLIOGRAFIA: Paola Staccioli, I briganti della campagna romana,1966. Luigi Torres, Tre carabinieri a caccia di briganti nell’Abruzzo postunitario (1860/1870), Adelmo Polla editore. C. Stecchetti, Storie di briganti nel meridione d’Italia, Adelmo Polla editore. Ezio Del Grosso, Pagliara Dei Marsi dalle origini ai giorni nostri. I testi degli articoli di Diocleziano Giardini e Luigi Braccili contenuti all’interno del sito internet: www.terremarsicane.it |