Il Melograno, Bollettino di Kora
Il Melograno N 2:
Marisa Galbussera,
Cosa chiede un'anoressica.
Franco Borghero,
Anche la vita...
Massimo Nucci,
Le anoressiche e l'amore.
Mauro Santaccatterina,
La predisposizione all'anoressia-bulimia.
Finizia
Scivittaro,
L'incontro con la volpe.
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Il Melograno 2
Botticelli, La primavera, particolare
Delle giovani donne anoressiche giunte fino ad ora a ora c'è un tratto caratteristico che colpisce immediatamente l'ascoltatore: il sentimento di "indegnità di vivere" che il soggetto sperimenta in ogni spigolatura del suo essere. La posizione del soggetto con anoressia o bulimia è strutturalmente colpevole e solo a partire da questo luogo della colpa egli può articolare il suo rapporto col mondo. I modi in cui tale rappresentazione di sé si configurano possono essere molto vari e più o meno accettati dall'immaginario collettivo standardizzato dei nostri giorni, ma senza dubbio ciò che questi modi di rappresentazione veicolano è alquanto patologico e sintomatico di una situazione di profonda sofferenza. Molto spesso il senso di colpa si camuffa sotto un travestimento di «voler fare il bene dell'altro», «metterlo a suo agio», «rendersi utile», ma solo perché in realtà la sensazione interiore del soggetto è quella di essere assolutamente inappropriato e indegno e dunque alla ricerca di una riparazione possibile nei confronti dell'altro del suo amore. È come se la persona che soffre di anoressia o bulimia dovesse, nei modi più disparati ed a volte stravaganti, giustificare a se stessa che ha diritto di esistere «nonostante tutto». Parlare di scarsa fiducia in sé come spesso fa il luogo comune popolare è infatti riduttivo. Qualunque cosa ne pensi la psichiatria o la medicina «ufficiale» non esistono le iniezioni di fiducia, né sotto la forma degli antidepressivi, né sotto quella dei buoni sentimenti. In altre parole, un soggetto, se non ha quella che nel gergo comune si chiama «fiducia in sé», non se la può dare con la semplice forza di volontà. Insomma la famosa autostima, o autofiducia, non è una caratteristica soggettiva che s'inventa semplicemente fingendo di averla. O meglio, si può anche fingere di averla, ma questo non risolve minimamente il problema. In realtà la possibilità di credere in se stessi o di fidarsi di sé, ch'è lo stesso è un processo estremamente complesso e tutt'altro che automatico per il soggetto, che si costruisce nel corso della storia di ciascuno e che si crea sempre e solo grazie al fatto che l'altro, di solito i genitori, ha permesso al figlio di potersi pensare come autonomo. Fiducia in se stessi e autonomia (nel senso pieno del termine) sono fatti inseparabili: cioè il figlio o la figlia potranno fidarsi di sé solo se sono stati riconosciuti dai genitori come capaci di poter condurre una vita autonoma, senza il loro supporto immaginario.
Le donne e gli uomini che soffrono di anoressia o bulimia presentano un "difetto" evidente alla radice della possibilità di fidarsi di sé, come se da qualche parte ci fosse in loro una mancanza insanabile e inaccettabile. A questo molto spesso si aggiunge un senso di colpa pesantissimo dovuto all'impossibilità di essere così come sarebbe, a loro modo di vedere, giusto essere, cioè d'incarnare l'ideale genitoriale. Si tratta di una specie di circuito patologico che si autoalimenta: da una parte c'è sempre un difetto, una mancanza, dall'altra un ideale da raggiungere per cercare di turare questo vuoto con appigli immaginari e irraggiungibili. In tale humus la voce superegoica trova terreno fertile per autoalimentarsi ed accrescersi a dismisura, esercitando così tutta la sua potenza mortifera.
La mancanza, il difetto che il soggetto con anoressia e bulimia sente, è in realtà un difetto rispetto all'altro del suo amore (originariamente la madre o il padre) che lo ha sempre messo nella posizione di oggetto-tappo delle sue mancanze soggettive, oggetto deputato alternativamente a riscattare le mancanze dell'altro genitoriale o, dall'altra parte, a condividerne il destino deplorevole e misconosciuto. Il figlio, in questa posizione, perde la possibilità di rappresentarsi in modo univoco, e si trova invece a gestire delle rappresentazioni di sé completamente opposte: da un lato un'immagine mitica e grandiosa, dall'altra un'immagine completamente svilita ed inetta.
Il figlio assume così inevitabilmente la posizione di oggetto-stampella rispetto alle carenze genitoriali, condannandosi a pensarsi sempre, rispetto all'altro, nella stessa posizione di sostegno immaginario e reiterando coattivamente tale destino nelle relazioni (transfert).Quando questa posizione viene meno ecco presentarsi la nostalgia, cioè quella sensazione di vuoto interiore angoscioso a cui il soggetto fa fronte con il sintomo (anoressico o bulimico).
La posizione anoressica o bulimica è dunque nella maggior parte dei casi una posizione melanconica, in cui una parte del soggetto si identifica con il persecutore (di solito l'istanza superegoica materna), mentre l'altra sembra ribellarsi a tutto ciò. (Si sta parlando qui della posizione anoressica o bulimica più ricorrente, il che non esclude che esistano forme strutturali diverse da questa, per esempio isteriche o ossessive, o ancora psicotiche).
É infatti innegabile che esistano tratti comuni tra molte forme di anoressia o bulimia e la melanconia (comunemente detta depressione). Anche nel melanconico ritroviamo lo stesso sentimento di nullità alla base dell'esperienza vitale, per il quale molti meccanismi compensatori sono impiegati dal soggetto al fine di coprire l'angoscia dell'essere un nulla. Alla base dell'esperienza del melanconico di tipo dipendente (Perrella, 1999) c'è infatti sempre la percezione di sé come inappropriato e inutile ed il soggetto tenta di far fronte a tale sentimento con svariati tipi di comportamenti compensatori, che di solito si concretizzano nel trasfigurarsi in relazione alle presunte richieste dell'altro. In altre parole la vera dipendenza, sia nel caso dell'anoressia e della bulimia, sia nel caso della melanconia, è quella nei confronti dell'altro dell'amore in rapporto al quale il soggetto si trasforma per compiacerlo. Nel soggetto dipendente - nelle sue varie forme: tossicodipendenza, disturbi alimentari, melanconia ecc.- c'è sempre in gioco un tipo particolare di seduzione. Se l'anoressica non mangia, se la bulimica non riesce ad essere anoressica e dunque vomita, è solo perché presume che, se smettesse di esserlo, perderebbe immediatamente qualsiasi credibilità nei confronti dell'altro, che finirebbe col rifiutarla. La seduzione che l'anoressia e la bulimia (ma anche le altre forme di dipendenza) mettono in atto è quella di trasformarsi in quello che immaginano che l'altro chieda (ricalcando naturalmente il modello familiare): «divento ciò che tu vuoi» è il modo di porsi del soggetto dipendente. «Sono come l'acqua che cambia a seconda dei contenitori», intendendo il conformarsi alle richieste dell'altro, è una frase ricorrente nella posizione anoressico-bulimica. È una strana forma di seduzione, molto diversa da quella nevrotica, che consiste invece nel far desiderare l'altro, nel tenerlo in bilico, facendo di sé un enigma. Nel dipendente la strategia (inconscia) è di porsi masochisticamente al servizio dell'altro, nel senso deteriore del termine, per spingerlo a prendersi cura di lui. Se tutto questo è spudoratamente evidente nell'anoressia, in cui il corpo stesso ,con la sua magrezza, è uno stendardo che grida «accudiscimi !», lo è altrettanto nella bulimia, in cui non necessariamente il corpo è sottopeso, ma la domanda rivolta all'altro è la stessa, con una differenza importante: qui la richiesta di accudimento orale si esprime per via simbolica, cioè nel linguaggio. L'emaciazione del corpo anoressico ha dunque una funzione ben precisa, anche se il soggetto che la porta sembra non saperne niente, cioè quella di incarnare - nel senso letterale di «scrivere nella carne» - la domanda del soggetto che la porta. La difficoltà nella cura dell'anoressia essenziale (intendiamo descrittivamente con questo termine l'anoressia senza episodi di bulimia) sta proprio in questo: che la domanda non si articola nel linguaggio, ma rimane scritta nel corpo in modo separato dal simbolico. Si realizza cioè una vera e propria Spaltung tra il corpo reale ed il corpo simbolico, cioè il linguaggio, per cui la domanda, che meglio sarebbe chiamare grido, rimane congelata nel corpo reale, con scarsa possibilità di articolazione linguistica. In altre parole l'anoressia essenziale nega la domanda per via simbolica e la presenta invece ecclatantemente nel reale del corpo. Il lavoro dei colloqui preliminari è dunque imperativamente quello di riunificare, almeno parzialmente, la scissione corpo-linguaggio a livello della domanda, in modo tale che il soggetto possa domandare anche nel simbolico ciò che il corpo urla; senza questa pur minima - e spesso difficilissima - operazione preliminare non è possibile un'apertura transferale effettiva se non nell'odio, e dunque non è possibile la cura.
Diversa è la situazione dell'anoressia bulimica, in cui il sintomo del mangiare e vomitare determina necessariamente uno spazio di apertura diverso. L'abbuffata bulimica produce immediatamente una spaccatura nell'ideale, e ciò permette almeno parzialmente un riavvicinamento delle parti scisse (corpo e linguaggio) per cui la domanda può passare via simbolico ed articolarsi più facilmente nel transfert. In entrambi i casi - anoressia essenziale e bulimia - si tratta di una domanda orale, e dunque di una domanda di accudimento arcaico, di cui però la bulimica si fa portatrice nel linguaggio, mentre l'anoressica nega la domanda, rappresentandola nel corpo.
Franco Borghero
Anche la vita...
Gli studi sull'anoressia
Tutti gli studiosi che si sono occupati dei problemi posti dalle patologie che vanno sotto il nome di anoressia e di bulimia sembrano essere concordi sul fatto che queste problematiche provengono da un rapporto disturbato tra madre e figlia. L'uso del termine «disturbato» non è casuale, ma sottolinea che non c'è una posizione causale per l'insorgere della patologia, ma una relazione non chiarita a cui sia madre che figlia contribuiscono. Purtroppo nessuno di questi studiosi ci fornisce una teoria esaustiva sulla struttura che sta alla base del disturbo; non è chiaro se si tratta di isteria, nevrosi ossessiva o altro.
Per Hilde Bruch la relazione disturbata della diade madre-bambina deriva dal fatto che la figlia non viene empaticamente convalidata nei suoi bisogni e quindi si percepisce come estensione della madre. Nel tentativo di individuarsi, in adolescenza terrà una posizione oppositiva alla madre, successivamente userà il cibo come sostituto, lo rifiuterà oppure lo mangerà e vomiterà nel tentativo di liberarsene.
Per la scuola kleiniana (N. H. Boris) prevale la relazione disturbata con la madre, ma è significativa anche la triangolazione con il padre che si occupa formalmente della bambina, ma non emotivamente, anzi riceve supporto da lei. Un elemento comune a tutte le teorie è che la bambina funge da supporto in una coppia fondamentalmente conflittuale.
Per Donald Woods Winnicott nella bulimia c'è assenza di un oggetto transizionale che aiuti la figlia a separarsi dalla madre. Ciò conduce, nella vita adulta, ad un tentativo di separazione ritualizzato, prendendo come oggetto transizionale il proprio corpo. L'ingestione di cibo rappresenta il desiderio di fusione simbiotica con la madre. Le condotte di eliminazione sono il tentativo di separarsi da lei. La struttura familiare è la stessa di quella dell'anoressica, ma caratterizzata da voler apparire una famiglia perfetta. L'aggressività della famiglia è proiettata sulla figlia, che si identifica inconsciamente con questa proiezione e diventa la portatrice dell'avidità e impulsività della famiglia
Le differenze sono sostanzialmente le seguenti: nell'anoressia c'è una maggiore forza dell'Io e un forte controllo del Super Io, mentre nella bulimia il desiderio viene agito, c'è maggiore impulsività, la relazione è usata a fini punitivi. L'inconscia aggressività verso i genitori è rabbia spostata sul cibo; la figlia sarà avida di tutto.
Ciò che accomuna tutte le teorie è la funzione che svolge la figlia all'interno del nucleo familiare. L'anoressica è, e si percepisce, necessaria al mantenimento del precario e conflittuale equilibrio della famiglia.
Un significativo passo in avanti è stato fatto da Ettore Perrella (Per una clinica delle dipendenze, Franco Angeli, Milano 1998) che individua nell'anoressia e bulimia alcuni tratti comuni con altri tipi di dipendenze. L'alcolismo, la tossicomania, la melanconia e l'anoressia costituiscono una struttura patologica diversa da quelle individuate da Freud (nevrosi, psicosi e perversioni). Perrella riunisce queste patologie in una nuova struttura che chiama dipendenza. Tutti coloro che soffrono di questi disturbi dipendono da qualcosa di esterno.
Alcune domande
Al fine di entrare un po' più a fondo nella questione, ci possiamo
porre alcune domande alle quali, qui, non daremo una risposta esaustiva.
Però, ogni volta che ci si pone una domanda, ci si apre ad una meditazione
che è molto più costruttiva di qualsivoglia risposta.
La prima domanda che viene da porsi è la seguente: perché
generalmente anoressia e bulimia sono disturbi prevalentemente femminili?
Partendo da questo inequivocabile dato di fatto possiamo ipotizzare che
nel processo di identificazione, che costituisce un passaggio obbligatorio
nello sviluppo psichico dei bambini - durante il quale il bambino si identificherà
con il padre e la bambina con la madre -, sia insorta qualche difficoltà.
Tali difficoltà non debbono essere imputate ad una mancanza o ad un
errore da parte della madre, bensì a come la figlia ha vissuto il
suo rapporto con la mamma.
Il disturbo è quindi legato alla diade madre-figlia. La madre, sinteticamente,
è colei che genera la vita e dona il primo cibo. Il dono della vita
e del cibo sono doni d'amore, ma se quest'amore non è supportato da
tutta una serie di atti che lo confermino, può produrre un fraintendimento
proprio tra cibo e amore
Perché c'è un aumento della patologia? (È noto
che fino agli anni Settanta anoressia e bulimia erano molto rare). Sarebbe
facile rispondere che ciò è dovuto al cambiamento di ruolo
della donna nella società, poiché le statistiche mettono in
relazione questo cambiamento con l'aumento della patologia. Credo che questo
cambiamento di ruolo sia sì una delle cause dell'insorgenza del disturbo,
però credo che esso abbia influito non su chi ne soffre ma sull'ambiente
familiare in cui vive.
Ma di quale cambiamento stiamo parlando? Non credo sia semplicemente l'ingresso
da parte della donna nel mondo del lavoro, visto che le donne hanno sempre
lavorato. Sarebbe invece più preciso dire nel mondo del lavoro maschile,
con tutto il correlato di conflittualità e competitività che
comporta. Ma anche questo non sembra sufficiente. Credo che per l'aumento
del disturbo abbiano contribuito anche altre cause:
1. il padre è vissuto da tutta la famiglia come insufficiente,
infatti spesso demanda alla madre le sue funzioni; viene vissuto solo come
colui che serve a procacciare denaro, generalmente la moglie non lo considera
un uomo cui affidarsi;
2. la madre è attenta - eventualmente molto attenta - soltanto ai
bisogni fisici dei figli, ai quali non fa mancare nulla.
Che cosa non ha fatto loro mancare? Approfondendo la conoscenza di queste famiglie, appare sempre più evidente che tutto ciò che la mamma ha dato alla figlia è stato sempre e solo sul piano oggettuale. Non le ha fatto mancare, nei limiti delle sue possibilità, giocattoli, vacanze, vestiti, denaro ecc., ma non appena ci si addentra nel campo degli affetti ci si accorge che c'è qualcosa di nebuloso, se non addirittura evanescente. Da ciò non bisogna concludere che la madre sia incapace d'amare (se è assente l'amore, di qualsivoglia forma, la patologia sarebbe diversa e ben più grave), anche se sicuramente ha qualche difficoltà nel dimostrarlo, ma che esiste un problema nel rapporto d'amore tra madre e figlia. Del resto, quando si chiede ad una ragazza anoressica come sono i suoi rapporti con la famiglia, risponde spesso che sono ottimi.
Infatti molto spesso entrambi i genitori sono incapaci di dire no ai figli o, quando raramente ci riescono, non sanno motivare questi divieti. Una ragazza durante i colloqui ha espresso molto bene questo concetto; mi ha detto: «se la mamma mi avesse voluto bene mi avrebbe detto qualche no».
Perché la malattia si sviluppa generalmente durante l'adolescenza
o immediatamente dopo?
È stato osservato che prima dell'inizio del disturbo, queste ragazze
si sostengono su qualcosa che serve loro da interscambio con la madre; per
esempio essere brave a scuola.
Però quando si trovano di fronte ad un fallimento, che interpretano
come incapacità di dare qualcosa alla madre per soddisfarla, oppure
quando iniziano a diventare donne, e quindi inevitabilmente sono spinte a
staccarsi dalla madre per attaccarsi a qualche altro, può instaurarsi
il disturbo, che può trovare una seppur approssimativa spiegazione
per il fatto che, volenti o nolenti, queste ragazze iniziano a fare delle
scelte soggettive: «non sono così brava a scuola come tu
vorresti», oppure: «è questo il ragazzo che mi
piace». Queste pseudo-scelte le costringono ad estromettere la
mamma da un'area della loro vita interiore. La madre tende a non accettare
questo nuovo stato della figlia, si oppone con tutte le sue forze alla crescita
e al conseguente distacco.
L'anoressica, quindi, non ha chiarito il suo rapporto con la madre
(la madre vorrebbe aver sempre a che fare con una bambina soltanto da sfamare)
e, poiché non è soggettivamente individuata, ha paura di staccarsi
(il distacco provoca l'annullamento o della madre o della figlia) perciò
tende a restarle indissolubilmente legata: la ama, la teme e la odia. Infatti,
il disturbo si scatena proprio in occasione di una qualsiasi presa di posizione
soggettiva, che è sempre segno di un distacco.
Conseguentemente la ragazza, visto il disastroso esito del tentativo di
distacco, non ne accetterà più nessuno, soffrirà per
esempio anche per il solo fatto che un fratello possa andarsene. Tutta la
famiglia deve restare unita e presa in questo labirinto che è il disturbo
anoressico. È come se dicesse: voglio staccarmi da te, ma ne sono
terrorizzata, io da sola non so chi sono; e manifesta questa impasse rifiutando
ciò che per lei è il simbolo dell'amore che la lega alla mamma,
che non è affetto bensì cibo.
Non si può assolutamente sottovalutare l'insorgenza di questo disturbo
perché queste ragazze, rifiutando del cibo, rifiutano tutto quello
che è stato loro dato. Anche la vita.
Massimo Nucci
Le anoressiche e l'amore
Il fatto che le persone amano e donano liberamente il proprio amore è una condizione la cui importanza difficilmente si può sopravvalutare. Senz'altro si può ammettere che l'amore segna le nostre vite, ma non è semplice sapere quanto di ciò che siamo si deve all'amore e come quest'amore ci ha permesso di essere quello che siamo. Come frequentemente accade, solamente quando qualcosa manca ci si accorge della sua importanza. Così, se l'amore che una persona ha ricevuto e ha donato non è genuino, l'amore stesso manca al suo compito e la persona non può che mostrare gli effetti di questa mancanza. L'anoressia e la bulimia - più in generale tutte le dipendenze - sono la conseguenza patologica di un amore insufficiente o, per così dire, ingannevole; meglio ancora è affermare che queste patologie sono un tentativo di porvi rimedio.
La definizione d'amore che propone Lacan è, in questo caso, particolarmente utile. Lacan afferma: "L'amore è dare ciò che non si ha". Il senso comune suggerisce immediatamente che quest'affermazione è paradossale. Come si può donare ciò che non si ha? È proprio attraverso questa contraddizione che Lacan propone il suo concetto di amore. L'amore, quando c'è, non ubbidisce alla logica dello scambio. Secondo quest'ultima si può regalare qualcosa solo se questo qualcosa lo si possiede. Immaginiamo dunque che una persona doni un oggetto, che considera di sua proprietà, a qualcuno, e consideriamo il rapporto tra chi offre il regalo e chi lo riceve. Un luogo comune ci suggerisce giustamente che accettare un regalo implica anche accettare un debito, al punto che, qualche volta, preferiamo rifiutarlo. Fare dei regali insomma, comporta sempre l'assoggettamento di chi riceve a chi offre. Il ricevente è inserito all'interno di un rapporto simbolico che obbliga moralmente alla restituzione, e questo indipendentemente dal fatto che chi offre voglia, coscientemente o no, qualcosa in cambio.
La frase "l'amore è dare ciò che non si ha" segnala innanzi tutto che l'amore esula da questa logica. Il dono d'amore è tale solo se chi offre sente che il suo dono non gli appartiene e che, conseguentemente, nulla può chiedere a chi riceve il dono. In questa logica non è possibile alcun assoggettamento. Il debito contratto, se sussiste, non ha più il carattere dell'imperativo morale - sdebitati con il tuo creditore! - ma, al limite, della scelta etica - trasmetti ciò che ti è stato trasmesso -. Il dono d'amore, pur manifestandosi all'interno dello scambio simbolico, trova il suo fondamento fuori di questo. Colui che ama è indifferente a ciò che il suo amato può restituirgli e anche al fatto che egli lo ami o no. Non per questo però possiamo sostenere che egli lo ignori o che l'amato sia solo un'immagine irreale. Al contrario, "dare ciò che non ci appartiene" è un modo di riconoscere l'altro come un nostro pari, senza vincolarlo a noi con un debito. Alla stessa maniera in cui affidiamo un oggetto prezioso, che ci fu dato in custodia, ad una persona di cui ci fidiamo, con l'unica raccomandazione di fare altrettanto.
Questa differenza tra donare l'amore e donare oggetti, apparentemente astratta e relegata nel pensiero di chi offre, mostra i suoi realissimi effetti quando chi dà e chi riceve sono la madre e il figlio, e ciò che è dato è la vita. Una madre, amando, trasmetterà al proprio figlio qualcosa che non le appartiene. Questa trasmissione avverrà per mezzo di uno spazio simbolico e immaginario che questi andrà ad abitare, divenendo un soggetto. Se l'amore è autentico, il figlio non avrà alcun debito verso la madre; come afferma Perrella, in lui vivrà quel principio trasmesso che è a fondamento dell'amore stesso e nei confronti del quale egli assegnerà i valori della propria esistenza.
Una madre che invece dona o "cede" al figlio l'esistenza, immaginando quindi di esserne la proprietaria, non può far altro che vincolare il figlio stesso alla restituzione di un debito nei suoi confronti. Troviamo qui il tratto caratteristico delle madri di figlie anoressiche o bulimiche. Esse impongono ai figli il requisito d'essere perfetti, intendendo che debbono divenire ciò che loro non sono potute essere. Questo desiderio, di per se presente in tutte le madri, diventa mortale per il soggetto che è vincolato da un imperativo morale a restituire alla madre ciò che ha avuto da lei. La persona si trova nell'impossibilità di venire ad essere qualcosa di diverso da quello che la madre ha previsto e che reclama, se non venendo meno all'unico principio che le è stato trasmesso: quello della reciprocità degli scambi.
L'anoressia e la bulimia altro non sono che dei tentativi, giusti nell'intento
ma necessariamente fallimentari nell'esecuzione, di uscire dall'impasse in
cui questi soggetti si trovano. Essi, in nome di un diritto all'individuazione
che inconsciamente li spinge, tentano di sottrarsi all'amore e alla logica
materna, pur rifiutandosi di riconoscerne la sostanziale falsità.
Da quest'ultima denegazione deriva la dipendenza dal cibo. Nel suo tentativo
d'individuazione, l'anoressica troverà in questo oggetto l'emblema
di quello che la madre gli ha trasmesso. Ma il suo tentativo di rifiutarlo
non può che fallire, in quanto la logica di questo rifiuto è
ancora una volta quella materna ("ti restituisco quello che mi hai dato"
oppure ancora "ti mostro cosa vuol dire amare"). Essa tenta di correggere
un errore attraverso un altro errore, mentre, perché il suo tentativo
abbia buon fine, dovrebbe poter opporre la logica dell'amore a quella dello
scambio. In sostanza l'anoressica continua a confondere il dono d'amore
con lo scambio d'oggetti, e non potrà che continuare a commettere
quest'errore fintanto che non accetta, senza condizioni, di essere amata.
Mauro Santacatterina
La predisposizione all'anoressia-bulimia
All'origine dell'anoressia e della bulimia non c'è un'unica causa scatenante e nemmeno una serie di con-cause; come per ogni altra patologia, si possono individuare invece delle condizioni che fungono da terreno fertile allo sviluppo del disturbo, il quale perciò non va inteso come una semplice reazione meccanica ma come una complessa risposta di un soggetto agli stimoli dell'ambiente. Possiamo dire che si tratta di una risposta in qualche modo paradossale, in quanto consiste in una decisione di combattere arretrando e di parare i colpi sfruttando la stessa forza dell'avversario, un po' come succede nelle arti marziali, ma ovviamente senza la stessa efficacia.
Chiaramente l'ambiente con cui si confronta la scelta anoressica è quello infantile e per questo è senza dubbio importante comprendere le coordinate essenziali che determinano il nucleo familiare. In virtù di quanto detto sopra, però, è altrettanto importante evitare generalizzazioni come "la causa è la madre o il padre". Date queste premesse, allora, quali sono i fattori che possono predisporre all'anoressia o alla bulimia?
Ci sono pochi dubbi ormai, perlomeno nella prospettiva della psicanalisi, che tali fattori si manifestano nella primissima infanzia, esattamente dai 5 ai 24 mesi di vita, quel periodo in cui, come ha chiarito la grande psicanalista americana Margaret S. Mahler, il bambino esce dalla fase simbiotica ed entra in quella della separazione-individuazione. Secondo la teoria della Mahler, la fase della separazione-individuazione si compone a sua volta di 4 sottofasi (differenziazione, sperimentazione, riavvicinamento e consolidamento), ma solo le prime due sono decisive per l'anoressia: infatti i problemi che il bambino incontra nella differenziazione e nella sperimentazione lo predispongono allo sviluppo di una forma di dipendenza nell'adolescenza o in età adulta.
La differenziazione: dai 5 ai 9 mesi il bambino non è più totalmente dipendente dalla madre dal punto di vista motorio e comincia ad allontanarsi da lei; la demarcazione tra il sé e il non-sé diventa più ferma. Il bambino si dedica ad un'esplorazione della madre e, simmetricamente, a fissare un'immagine, per quando primitiva, del proprio corpo. La relazione con l'anoressia conclamata apparirà subito chiara: nella differenziazione si fissa l'immagine corporea, e nell'anoressia tale immagine risulta distorta. Ovviamente si tratta di un'immagine corporea molto schematica, ma distinta; ed è la maturazione parziale delle funzioni locomotorie, cioè la possibilità di allontanarsi fisicamente dalla madre che permette questa acquisizione. Come si capisce che il bambino è entrato nella fase della differenziazione? Facile, il comportamento caratteristico di questa fase è l'esplorazione tattile e visiva del corpo della madre. Inizialmente il bambino comincia a toccare la madre, a tirarle i capelli, a pizzicarla, poi gradualmente ad allontanarsi da lei quel tanto che basta per guardarla.
La sperimentazione: dai 9 ai 14-20 mesi il bambino comincia ad avere la padronanza della deambulazione, prima a carponi e poi a stazione eretta. Ciò produce piacere, un piacere che è dato non tanto dall'allontanarsi dalla madre, ma dall'allontanarsi e dal riavvicinarsi a lei. Infatti i primi tentativi di allontanarsi dalla madre si svolgono in quella che la M. chiama distanza ottimale. Che cos'è la distanza ottimale? È quella distanza che ad ogni fase della crescita permette al figlio di sviluppare le proprie facoltà. Quando la distanza non è sufficiente si parla di invadenza, quando è eccessiva si parla generalmente di abbandono. Inutile aggiungere che gli arresti del bambino in tutte le fasi del suo sviluppo si verificano per la contemporanea presenza dei due momenti. L'eventuale invadenza è avvertita come tale solo perché si colloca sullo sfondo di un abbandono, così come l'abbandono è spesso vissuto contemporaneamente all'invadenza. Nella sperimentazione il bambino si allontana solo perché sa che può tornare quando vuole. A volte non ci riesce, ma allora è la madre che deve andargli incontro, cioè che deve ridurre la distanza: insomma la sperimentazione è un tira e molla, dove la molla si allunga sempre più.
A questo punto vediamo di entrare nel vivo della questione. Ci troviamo qui a considerare il bambino che ha già superato la fase simbiotica, e dunque si è già separato dalla madre, ma che non è ancora pienamente individuato. Ora, il bambino può individuarsi solo se si separa dalla madre, ma la separazione dalla madre è anche solo una condizione logica dello sviluppo ulteriore. Come avviene praticamente questa individuazione? Sicuramente attraverso il gioco, un gioco che però il bambino decide di fare perché lo trova gradevole. Ci dev'essere, infatti, un ingradiente fondamentale in questa fase, cioè la curiosità. Il bambino deve pur provare piacere nell'esplorazione dell'esterno per lasciare il corpo della madre, e se non c'è questo piacere lo sviluppo si arresta. Anzi, si può dire che il piacere che il bambino prova ad esplorare il mondo esterno nella fase della sperimentazione è LO STESSO di quello che prova nella fase della differenziazione, fase in cui il bambino è impegnato soprattutto nell'esplorazione del corpo della madre. Così come il piacere dell'esplorazione del corpo è LO STESSO di quello del contatto del corpo materno nella fase simbiotica. In altri termini, il bambino supera la diade simbiotica poggiandosi proprio su questa, ripetendola, differendola, su altri piani.
Solitamente l'adulto per qualificare l'interazione col mondo esterno usa il termine scoperta. Non è un termine sbagliato - d'altra parte scoprire significa anche individuare - ma a patto di non fare del bambino un piccolo Cristoforo Colombo. Il bambino non scopre l'esterno come un luogo sconosciuto, ma casomai come l'acqua calda: cioè ritrova la madre negli oggetti.
Tutto questo porta a conclusioni significative, e cioè che la famosa separazione dalla madre non è affatto in sé traumatica come si dice di solito. Normalmente si intende la separazione come qualcosa di doloroso, di luttuoso. Ebbene, se avviene in una distanza ottimale, la separazione dalla madre non è affatto dolorosa. L'osservazione del bambino nella sottofase della sperimentazione lo conferma: la padronanza della deambulazione produce un senso di euforia, il bambino sembra quasi inebriato delle sue facoltà, quasi innamorato del mondo e della propria grandezza e onnipotenza. Certo, però, che l'allontanamento dalla madre può avvenire solo sulla base di un'aspettativa fiduciosa del suo ritorno e sulla base di una distanza ottimale, per cui la madre è disponibile senza essere invadente. Ovviamente la sperimentazione è caratterizzata anche da forti sbalzi d'umore: l'euforia lascia presto il posto alla depressione, la quale interviene quando il bambino incontra lo scacco e l'insuccesso. Ma è proprio qui che la madre deve "rifornire emotivamente" il bambino, cioè restituire lo slancio quando egli è stanco di riprovare ad allargare il proprio campo d'azione.
Dunque, se è vero che la fase della differenziazione è anche quella dello sviluppo dell'immagine corporea, è anche vero, come abbiamo detto, che l'immagine corporea si fissa solo al termine di un lungo (e piacevole) processo di sperimentazione del movimento del corpo nel mondo. Bisogna situare qui il presupposto dell'anoressia-bulimia? Credo di sì: i soggetti che in età adulta sviluppano una dipendenza sono infatti coloro che sono stati costretti ad invertire l'ordine di priorità tra l'immagine e l'esperienza, cioè che sono stati costretti a mandare avanti prima l'immagine del corpo che l'esperienza effettiva dello stesso. O forse, per meglio dire, che sono stati costretti a compensare le difficoltà nella fase della sperimentazione introiettando un'immagine dell'altro e di se stessi che finisce per essere completamente disincarnata. Disincarnata significa essenzialmente schematica: in altri termini, l'individuazione dei soggetti che sviluppano una dipendenza avviene, ma tutta compensata a livello di ideale, dunque posticcia, perché più pensata che vissuta. Possiamo dire anche così: uno schema della separazione viene introiettato per supplire ad un gioco della separazione da qualche parte carente o, in termini temporali, ripetuto troppe poche volte per essere veramente imparato. D'altra parte, nel periodo che stiamo considerando, l'arresto nel processo d'individuazione altro non è che un effetto di una negazione del valore, della concretezza, della fisicità dell'individualità.
Tutto ciò, comunque, non basta a rendere ragione del comportamento anoressico. Infatti, se facessimo valere le difficoltà incontrate nel periodo che abbiamo considerato come vere e proprie cause dell'anoressia, metteremmo in atto la logica del come se: cioè ci limiteremmo a supporre che nella dipendenza il soggetto tenda a riprodurre, rimanendone prigioniero, l'ideale attraverso cui è stato visto. Invece, nelle dipendenze c'è una ripetizione voluta dell'ideale, una specie di costrizione a cui il soggetto sembra votarsi, che sembra quasi cercare: il soggetto non solo condivide la denegazione del corpo in movimento che ha subito ma la ripete, in termini anche più violenti.
Ma per spiegare la logica che sta alla base del comportamento anoressico e bulimico bisogna discutere un momento successivo a quello qui considerato.
Finizia Scivittaro
L'incontro con la volpe
"Chi sei?" Domandò il piccolo principe (sei molto carino..).
"Sono una volpe," disse la volpe.
"Vieni a giocare con me ?" Le propose il piccolo principe
"Sono così triste non posso giocare con te," disse la volpe, "non sono addomesticata".
"A! scusa" fece il piccolo principe. Ma dopo un momento di riflessione, soggiunse: "Che cosa vuol dire addomesticare?"
"Non sei di queste parti," disse la volpe..."è una cosa da molto tempo dimenticata. Vuol dire creare dei legami".
"creare dei legami?"
"Certo" disse la volpe "tu fino ad ora per me non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini e non ho bisogno di te, e neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi, ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo e io sarò per te unica al mondo."...."Se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata, conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra, il tuo mi farà uscire dalla tana come una musica. Non si conoscono che le cose che si addomesticano."
"Che bisogna fare?" domandò il piccolo principe.
"Bisogna essere molto pazienti," rispose la volpe "in principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino."..."Se tu vieni tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità... ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore, ci vogliono i riti."..."Gli uomini hanno dimenticato questa verità ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato..."
Questo bellissimo passo tratto da Il piccolo principe di Antoine Desaint-Exupéri è significativo per comprendere alcune questioni essenziali che le "dipendenze" (anoressia, bulimia, tossicodipendenza, alcolismo) pongono all'indagine clinica ed all'intera società. Queste configurazioni patologiche rappresentano un campo ancora sconosciuto per la clinica psicanalitica e la psichiatria ed il loro diffondersi, negli ultimi vent'anni, in modo rapido ed epidemico sollecita maggiori attenzioni e nuove riflessioni. Dalla clinica psicanalitica abbiamo appreso che ogni situazione patologica ha sempre una relazione molto stretta con una verità essenziale che riguarda il diritto, per ciascun soggetto, di poter essere al mondo nel rispetto della propria individualità. Ogni forma patologica, quindi, denuncia sempre l'impossibilità e l'incapacità di poter rispondere eticamente della propria soggettività attraverso degli atti che possano essere compiuti in modo liberamente consapevole. Ciascun meccanismo di difesa a cui corrisponde una precisa patologia e di cui i sintomi sono la diretta conseguenza, rappresenta il compromesso a cui il soggetto è dovuto arrivare. La tradizione psicanalitica ha sempre sottolineato la presenza e l'importanza della scelta soggettiva in ogni dimensione patologica che, come sottolinea E. Perrella nel suo libro Per una clinica delle dipendenze , si esprime attraverso un dire di no del soggetto ad un suo stesso giudizio. Il dire di no nelle dipendenze riguarda il fatto che il soggetto nega l'esistenza di un dato giudizio che ha precedentemente espresso nei confronti di alcune mancanze essenziali dell'altro, che avrebbe dovuto prendersi cura della sua formazione nei primi anni di vita. La denegazione, quindi, porta il soggetto ad ignorare il giudizio di condanna verso l'altro dell'amore in modo tale che questo non abbia per il soggetto alcun effetto. Osservando più direttamente la denegazione nella patogenesi delle dipendenze, vediamo che il figlio occupa il posto dell'ideale che la madre non ha potuto realizzare; questo ideale di perfezione non appartiene al figlio in quanto tale perché gli viene solo proiettato. Ci troviamo di fronte ad una idealizzazione che nega e uccide la realtà individuale del soggetto, perché proprio nel momento in cui questi non risponde all'ideale assegnatogli viene ridotto a puro scarto. La denegazione del soggetto, però, sul giudizio espresso per tale mancanza, comporta che il soggetto assuma su di sé la stessa insufficienza che assegnerebbe all'altro se non denegasse il giudizio, impedendosi, così, di vivere in modo autonomo ed indipendente e preferendo la morte reale alla morte simbolica che sarebbe costretto ad accettare se scegliesse di rifiutare l'ideale che gli è stato assegnato (E. Perrella, 1998). La capacità di riuscire a formulare il giudizio implica sia che il soggetto riesca a pensarsi in modo autonomo dall'altro dell'amore, sia che possa amare l'altro nonostante le sue mancanze. Questa capacità non è scontata e la si può raggiungere solo attraverso un'effettiva formazione soggettiva che per le dipendenze richiede percorsi sostenuti da un'elaborazione teorica ancora da sviluppare interamente.
Il piccolo principe del passo sopra citato ci può dare alcune indicazioni da prendere in considerazione. Nel dialogo la volpe spiega al suo interlocutore che non può giocare con lui perché non è stata addomesticata, e riconduce il termine addomesticare alla capacità di creare dei legami, spiegandogli che è una cosa da molto tempo dimenticata. Solo attraverso la creazione di un legame i due potranno conoscersi a tal punto, che la volpe potrà cogliere il rumore dei passi del suo amico tra tanti altri e quel rumore sarà l'unico che, a differenza degli altri, la farà uscire dal suo nascondiglio e la sua vita, così, potrà essere come illuminata. La capacità di creare dei legami richiede un lungo e paziente processo di conoscenza dell'altro, che ha bisogno di fondarsi sulla fiducia e sulla capacità di mantenere la parola data. Nelle dipendenze possiamo osservare chiaramente come il soggetto si sia trincerato tra le mura della solitudine attraverso la messa in atto di una relazione immaginaria con la sostanza (sia essa il cibo, la droga ecc.), l'unica che gli dà ancora la possibilità, per quanto illusoria, di poter essere al mondo. Il soggetto dipendente, quindi, si trova a dover fare i conti con una frattura radicale che riguarda essenzialmente l'incapacità di costruire dei legami con l'altro. Questa incapacità trova la sua ragion d'essere nella totale mancanza di fiducia nell'altro ed impedisce al soggetto perfino di provare a relazionarsi veramente con chi lo circonda. Questo è un punto che tocca le note più alte della tragedia, perché per un dipendente gli altri sono tutti uguali nella menzogna e nella falsità e non c'è nessuno che egli possa riconoscere dal semplice rumore di un passo.
Se le prime figure basilari per la vita di un individuo non sono riuscite a garantire legami di fiducia, veri e significativi, come è possibile che questi si possano realizzare in seguito? Ecco che diventa fondamentale, per chi voglia prendersi cura di questo tipo di soggetti abbattere i muri della sfiducia e della diffidenza attraverso la capacità di instaurare un rapporto sincero e vero. Riprendendo le parole di E. Perrella vediamo che:
sapere che qualcuno dice la verità, infatti, suscita fiducia non perché egli concretamente, non possa eventualmente anche sbagliare o mentire ma perché egli non mentendo, si dimostra fedele a dei principi, vale a dire capace di mantenere la parola (del resto la parola
fiducia e la parola fedeltà non esprimono che in parte il concetto latino di fides, che li include entrambi a dire il vero insieme ad altri non meno essenziali, come quello di fede e quello di responsabilità.
Iniziare a creare un legame con l'altro dipendente, quindi, e creare la possibilità di conoscere e farsi conoscere richiede, come spiega la volpe, molta pazienza, proprio perché all'inizio sarà necessario, se non fondamentale, avvicinarsi con molta discrezione e delicatezza, così che l'altro potrà guardare con la coda dell'occhio e ogni giorno potrà avanzare un piccolo passo in avanti. L'altro, nel nostro caso il soggetto dipendente, sulla base dell'esperienza passata, farà di tutto per dimostrare, a sé stesso e a chi vuole conoscerlo, che è impossibile che ciò accada. Ecco che qui il concetto di fedeltà alla parola data acquista tutta la sua importanza. In che modo il piccolo principe è stato fedele alla volpe? In primo luogo possiamo notare che il piccolo principe ha ascoltato e accolto quanto la volpe gli ha detto e, osservando i suoi insegnamenti, ha riconosciuto il suo dire dandogli statuto di verità. Analogamente anche per le dipendenze questo è essenziale; infatti i soggetti dipendenti sono molto propensi alla menzogna e generalmente chi entra in contatto con loro è spesso diffidente, proprio perché non sa fino a che punto l'altro gli stia mentendo o gli stia dicendo il vero. Dalla clinica psicanalitica sappiamo che, per quanto qualcuno possa mentire, questi non potrà mai evitare completamente di dire un po' di verità e ciò è vero anche per i dipendenti. Accogliere, quindi, il dire e il detto di un dipendente e riconoscerne lo statuto di verità rappresenta già un primo passo verso il superamento di quel complesso meccanismo di difesa che è la denegazione. Nella denegazione, come abbiamo visto sopra, il giudizio formulato è annullato subito dopo; il detto, intrappolato, perde statuto di esistenza e diventa, quindi, per chi voglia prendersi cura dei soggetti dipendenti, essenziale dire sì a quanto l'altro ci sta dicendo. Dire sì, in questo caso, non significa porsi nella posizione di dover credere a tutto quello che ci viene raccontato, bensì riconoscere che qualcuno ci sta parlando e che va ascoltato e preso in considerazione e che questo può avere degli effetti e delle conseguenze sia per lui che per noi. Il vero ascolto della parola dell'altro non avviene mai in modo passivo e automatico, è sempre un movimento interattivo e creativo che riconosce alla parola il suo statuto di atto. Come sappiamo da J. Lacan è l'atto della parola ad essere costitutivo. L'ascolto attivo permette all'altro di impegnarlo in quello che dice, lega il soggetto alla sua parola. Rispondere della propria parola è un atto di fedeltà e, come ci ricorda J. Lacan, ci permette di fondare la nostra azione sull'esistenza del mondo del simbolico, cioè sulle leggi e sui contratti. L'esigenza di una giusta ed effettiva applicazione della legge, cioè l'esigenza del rispetto di un ordine giuridico come legittimamente costituito, è il perno essenziale intorno al quale le dipendenze si strutturano; infatti, in queste forme patologiche possiamo osservare una continua trasgressione della legge (come accade nelle tossicodipendenze e nell'alcolismo) oppure il rispetto solo formale della stessa (come avviene nell'anoressia) che denunciano la necessità per questi soggetti di far intervenire la legge nella sua giusta funzione.
L'ultima spiegazione che rivolge la volpe al piccolo principe riguarda la sacralità dei riti e ricorda che gli uomini hanno dimenticato questa verità. Il rito ha una funzione essenziale per la crescita dell'individuo e per l'organizzazione e lo sviluppo della società. Qualora i riti si svuotassero di senso o addirittura venissero a mancare, ci sarebbero conseguenze catastrofiche che porterebbero al caos ed alla indifferenziazione. Ma cos'è un rito? Rispondere a questa domanda comporterebbe una complessa articolazione; possiamo cogliere solo alcuni aspetti di questo interessante processo lasciandoci guidare dalle indicazioni dateci dalla volpe. Al piccolo principe viene detto di arrivare all'appuntamento tutti i pomeriggi sempre alla stessa ora. Solo così la volpe potrà cominciare ad essere felice già dall'ora precedente e col passare del tempo potrà aumentare la sua felicità; solo così potrà incominciare a prepararsi il cuore per attendere il suo amico. Attraverso queste indicazioni possiamo cogliere alcuni elementi essenziali di un rito: il rispetto di alcune norme, la scansione di un ritmo e l'attesa. Delineare questi aspetti è già un modo di cogliere come il rito permetta di aprire la strada al senso. Nel disordine, nel tutto uguale e quindi nell'indifferenziato il rito permette di creare un ordine, di prepararsi all'attesa per cogliere qualcosa o qualcuno e di distinguerlo dal resto.
Il rito è sempre una forma di iniziazione che accompagna il passaggio di un individuo da una data condizione ad un altra. Generalmente i riti di passaggio si strutturano in tre fasi fondamentali: 1) riti di separazione o preliminari, 2) riti di margine o liminari, 3) riti di aggregazione o postliminari. La struttura dei riti di passaggio ci permette di osservare che ogni percorso che conduce l'individuo verso una nuova condizione richiede prima il distacco da una situazione originaria, successivamente la sosta in uno stato intermedio o di sospensione e solo infine la possibilità di accedere al nuovo stato. Il momento intermedio o di sospensione è quello più importante e più fecondo perché come spiega Van Gennep nei Riti di passaggio,
(questo momento) introduce la gradualità tipica del rituale, è il margine, in altre parole, che impedisce la coincidenza tra il momento di separazione e il momento di aggregazione, senza il margine l'allontanamento dalla prima condizione coinciderebbe con l'avvicinamento all'ultima condizione. Il margine è la chiave di volta della struttura formale dei riti di passaggio.
Il margine, visto nell'ottica psicanalitica, può essere inteso come tutto il periodo necessario al soggetto per l'elaborazione del lutto. Sappiamo da S. Freud nel suo scritto su Lutto e melanconia che le nevrosi narcisistiche, a cui le dipendenze si riconducono, si caratterizzano proprio per l'incapacità di elaborare un lutto fondamentale riguardante la relazione che il soggetto ha avuto nei primi anni di vita con le figure genitoriali. Scrive S. Freud:
All'inizio ebbe luogo una scelta oggettuale, un vincolamento della libido ad una particolare persona, poi a causa di una reale mortificazione o di una delusione subita dalla persona amata questa relazione fu profondamente turbata...l'investimento oggettuale fu sospeso, ma la libido divenuta libera non fu spostata su un altr o oggetto bensì riportata nell'io. Qui fu utilizzata per instaurare una identificazione dell'io con l'oggetto abbandonato. L'ombr a dell'oggetto cadde così sull'io.
L'alterazione dell'io dovuta all'introiezione dell'oggetto amato comporta una reale impossibilità di elaborazione del lutto. Il soggetto si è identificato con l'oggetto amato, introiettandolo per incorporazione, quindi, divorandolo. La perdita dell'oggetto si trasforma in una perdita dell'io ed il conflitto tra l'io e la persona amata si trasforma in un dissidio tra l'attività critica dell'io e l'io alterato dall'identificazione. Tale dissidio porta l'istanza critica, prodottasi per scissione dell'io, a dirigere l'odio contro l'oggetto sostitutivo, oltraggiandolo e condannandolo moralmente fino al punto da condurlo alla morte, qualora tutta l'ostilità che originariamente apparteneva agli oggetti del mondo esterno gli venga diretta contro. Questo tipo d'identificazione ha costituito un trauma ed ha perpetuato una colpa. Ci troviamo di fronte ad un lutto che non ha mai fine. Per questo la sua elaborazione richiede un vero e proprio percorso di formazione attraverso il quale il soggetto può riscattare la propria indipendenza.
Ritornando al piccolo principe, possiamo quindi osservare che è proprio in questo spazio intermedio che la volpe può incominciare a fidarsi di lui; il che implica incominciare a distinguerlo dagli altri e a conoscerlo. Solo così la volpe potrà creare un legame che la porterà a riconoscere il rumore dei suoi passi come diverso da tutti gli altri.