Negli scavi di piazza Marconi la riconferma della descrizione di Tacito: ritrovate le macerie dell'annientamento avvenuto dopo la sconfitta delle truppe vitelliane

Adesso abbiamo la certezza: così nel 69 dC. avvenne la distruzione di Cremona

Una memorabile pagine di storia nazionale: ecco la battaglia decisiva sulle mura della colonia romana nella contesa di Tito Flavio Vespasiano e Aulo Vitellio per diventare imperatori


Il gruppo che sta procedendo agli scavi di piazza Marconi

Carla Di Francesco, direttore per i Beni e le Attività della Lombardia , nella sala delle Colonne della Sovrintendenza a Milano, in via De Amicis 11 a Milano ha dato conto di importanti ritrovamenti che danno assoluta conferma della distruzione di Cremona narrata da Tacito. Sono stati individuati alcuni edifici sicuramente posteriori al 69 d.C., poi abbandonati verso il V sec. d.C., di cui fa parte anche un sistema di riscaldamento ad aria calda (ipocausto) . Entrando nel vivo del ritrovamento, si è individuato un deposito spesso da 1,50 a 2 m di macerie delle distruzioni della guerra civile del 69 d.C., portate da più punti della città nel momento della ricostruzione, voluta anche dal vincitore Vespasiano.
L’area dell’attuale Piazza Marconi fu colmata per riempire una depressione notevole (m 4-5 circa) sul lato est della piazza; si trattava di una zona piuttosto periferica, vicina al fiume Po, che poi nel Settecento fu allontanato dalla città, per opera dell’uomo, di circa km. 1,5. Le macerie di età romana, che si trovano sopra uno strato evidentissimo di ceneri degli incendi, confermano la ricchezza tanto decantata dagli storici antichi .
Si può ricordare alcuni degli esempi più eclatanti. Particolarmente pregevole e raro è un ninfeo (una fontana monumentale) in tessere di pasta vitrea azzurra e di pietre di vario colore, a formare disegni geometrici; le bordature sono eseguite con listelli di vetro bianco e di conchiglie (di tipo murex brandaris e cardium) . Fino ad ora in Italia settentrionale ne era conosciuto un unico esempio, in Aquileia, importante e ricco porto fluviale sito sulla Via Postumia. In genere questo tipo di manufatto viene datato all’età augustea.
Oltre alle fontane sono stati ritrovati altri elementi decorativi per giardini e esterni, come pietre invetriate e un oscillum con erote in bassorilievo che doveva trovarsi originariamente appeso tra le colonne di un porticato. Numerosi frammenti di pavimenti sia a mosaico che di cocciopesto con tessere sparse si intravedono nelle sezioni; si potrà dirne di più quando nei prossimi mesi sarà eseguito lo scavo dei depositi. Sono stati individuati moltissimi frammenti di affreschi, e dagli studi preliminari sembra che la raffinata clientela provinciale si fosse servita di maestranze centro-italiche per rimanere “à la page” con le mode del centro del potere, Roma. Tra i reperti di lusso spiccano una serie di frammenti di vetri a mosaico, coppe costolate e coppe soffiate a stampo con scene di gladiatori. Numerosi frammenti ceramici furono importati anche da luoghi lontani; per comprendere l’alto valore assegnato a queste suppellettili, basti citare il frammento di un piatto a vernice nera, che era stato restaurato in antico con una grappa in piombo . Tra gli elementi di mobilio è particolarmente interessante un’applique raffigurante un fenicottero, decorazione di un letto .
Per la verità, gli scavi sono solo all’inizio; ora sta iniziando lo scavo in estensione delle fasi romane, e se i materiali archeologici trovati finora sono un indice di quanto potremo recuperare, possiamo ben sperare in risultati strepitosi!
A testimonianza delle descrizione di tacito, Cremona aveva già trovato nel 1887 fuori Porta Venezia importanti testimonianze come il frontale della "ballista", una macchina da guerra della IV legio Macedonica, che riproduciamo qui sopra e che si trova conservata al Museo Civico Ala Ponzone.



Cronaca straordinaria di un terribile scontro

Cosa racconta Tacito e Domenico Vera riprende nella "Storia di Cremona"?
Siamo nel 69 d.C e Flavio Tito Vespasiamo contende ad Aulo Vitellio il titolo di imperatore.
Un'armata di Vitellio si era mossa da Roma a metà settembre. Cecina la tenne a lungo ferma nella bassa veronese. Ma quando il suo tradimento fu scoperto, verso il 20 di ottobre, questa colonna da Hostilia si diresse con una marcia precipitosa a Cremona, che fin da settembre era stata occupata da reggimenti di cavalleria e poi da due legioni (I Italica e XXI Rapax).
Era impossibile acquartierare la massa dei soldati - circa 50.000 uomini fra eserciti renani e distaccamenti delle tre legioni britanniche - nella città, già sovraffollata di forestieri richiamati dalla grande fiera autunnale.
E comunque i vitelliani decisero di attaccare subito senza fare riposare le truppe. Le loro forze erano numericamente superiori e combattive, ma la scoperta che il comandante in capo dall'inizio della campagna stava tradendo era stata tardiva. Si era persa la flotta di Ravenna - cioè la linea di approvvigionamento del Po - e il comandante di Vespasiano Antonio Primo aveva potuto procedere fino a Bedriacum, utilizzando anche lui il precedente accampamento degli otoniani.
Ambedue le parti avevano bisogno di dare battaglia. Primo iniziò con incendi e devastazioni nelle campagne visibili da Cremona e si fermò a otto miglia dalla Città. La provocazione fu raccolta dalla I Italica e dalla XXI Rapax che avanzarono di quattro miglia verso Antonio, il quale chiamò le sue legioni da Bedriacum. Dopo una scaramuccia iniziale fra le cavallerie, il grosso dei flaviani si ricongiunse con l'avanguardia con una marcia di diciotto miglia. Nel tardo pomeriggio del 24 ottobre si seppe del ricongiungimento della colonna già condotta da Cecina alle forze di Vitellio e la notizia determinò un ulteriore avanzamento di due miglia verso Cremona delle milizie di Primo.
Qui avvenne lo scontro con il centro dei due schieramenti collocato sulla Postumia. La battaglia, aspra e discontinua, combattuta confusamente per tutta la notte alla luce della luna, si risolse al mattino, quando ovazioni provenienti dalle fila flaviane fecero pensare all'arrivo dell'esercito di Muciano.

Era in realtà la III Gallica, stanziata in Oriente da un secolo, che salutava il sorgere del sole all'uso siriaco.
I vitelliani, provati e privi di comandanti decisi, ruppero le file e si rinchiusero nell'accampamento, che fu attaccato su tre lati da cinque legioni ed espugnato dalla III Gallica e dalla VII Galbiana che sfondarono la porta orientata verso Bedriacurn. Lo scontro era stato aspro e chi non riuscì a rifugiarsi a Cremona venne massacrato.
Tacito riferisce di numerose catapulte (ballistae) dei vitelliani durante la battaglia e di una catapulta rovesciata dagli spalti dell'accampamento sugli assedianti, e il suo racconto ha avuto una prima straordinaria conferma archeologica (alla quale si riferisce la foto di apertura di questa pagina - ndr).
Fuori Porta Venezia, nell'area corrispondente alla porta settentrionale dell'accampamento collegata alla strada per Brescia, sono state trovate, nell'aprile del 1887, due lamine di bronzo, frammiste a ossa umane e crani fratturati. Una apparteneva sicuramente a una catapulta della IV Macedonica sconfitta nella battaglia e riporta iscritto l'anno della costruzione, ii 45 d.C. L'altro frammento si riferisce a una macchina da guerra fabbricata nel 56 d.C. in dotazione a una delle legioni germaniche di Vitellio.
E a Cremona, nella vitelliana XVI Gallica, dovette combattere il valentissimo artigliere Gaius Vendennius Moderatus, il quale nella sua iscrizione funebre ha lasciato una delle migliori raffigurazioni di una ballista.
Rimaneva da espugnare Cremona, un centro bene fortificato - alte mura, torri di pietra, porte ferrate - ove si erano asserragliati gli sconfitti contando anche sul favore della popolazione. Nonostante la spossatezza, iniziò l'assalto dei flaviani alla città, che doveva essersi estesa ben oltre la cinta muraria repubblicana. Primo, infatti, fece incendiare le lussuose ville suburbane per scoraggiare i cremonesi e occupò i tetti di edifici eminenti sulle mura da cui bersagliare i difensori prima di formare la testuggine e di approntare le scale.
Di fronte a tanta determinazione, ufficiali e centurioni decisero di interrompere la resistenza a oltranza: solo pochi mesi prima questo atteggiamento era risultato fatale ai centurioni più accaniti di Ottone.
Furono sventolate bandiere bianche dagli spalti e i ritratti di Vitellio tolti dalle insegne; Aulo Cecina, liberato, andò a trattare la resa indossando la toga da console e scortato dai littori; la schiera dei vinti uscì disarmata dalle mura; i reparti si ricomposero a tre miglia dalla città sotto le proprie insegne; ufficiali e soldati, come di consueto, trovarono modo di riconciliarsi.

Ben più amaro destino toccò alla città. La tradizione antica - dipendente dalla pubblicistica inevitabilmente partigiana dei contemporanei della guerra civile - non offre una chiara spiegazione del sacco di Cremona. La nostra fonte principale, Tacito, di spiriti antipopolari, sembra volere attenuare le responsabilità dei maggiorenti e insiste sul Cremonensis populus imprudentemente frammisto ai combattenti vitelliani, su donne del popolo vivandiere di queste truppe uccise durante il combattimento notturno, sull'astio della XIII legione lasciata a costruire l'anfiteatro che non aveva dimenticato i lazzi del popolino;vengono ricordati l'entusiasmo per Vitellio in maggio, la gratitudine della città per lo spettacolo gladiatorio e l'irriverenza per i caduti di Otone, commilitoni dei vincitori; circolò anche la diceria che mentre Primo si trovava nelle terme per lavarsi, uno schiavo aveva gridato che la temperatura sarebbe cresciuta e che ciò fu inteso come l'ordine di incendiare Cremona.
Sono palesi banalità che acquistano dignità solo se inserite nella riflessione antica sulla funzione del fato - oggi si direbbe della casualità storica - nel determinare le vicende umane. Più seriamente, Plinio il Vecchio, che Tacito riprende, scrisse che Primo aveva già promesso il saccheggio della colonia, opulenta e ancor più appetibile per la presenza di forestieri danarosi; mentre un altro storico testimone dei fatti, ma favorevole al suo ex comandante Primo, Vipstano Messala, che allora comandava la VII Claudia e che Tacito pare utilizzare come fonte secondaria accanto a Plinio per controllare le notizie di tipo militare, accusava il potente liberto di Vespasiano, Hermo.
Ambedue gli imputati sarebbero presto caduti in disgrazia presso i Flavi ed è impossibile ricostruire le responsabilità vere. Sta di fatto che oltre quarantamila soldati entrarono nella città già costellata di incendi, la misero a sacco, depredarono templi e case private, incendiarono, uccisero e violentarono per quattro giorni fino a che Primo, conscio dell'impopolarità, fece cessare lo scempio; ordinò di lasciare liberi i cittadini prigionieri, che nessuno in Italia voleva acquistare e che i soldati avevano cominciato a uccidere."' Si salvò solo il tempio di Mefite, dea delle pestilenze, per timore religioso o perché sito in luogo appartato "di fronte alle mura".




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