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PACE E LUCE
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I VALORI DELLA VITA
IL DIAMANTEIl sannyasin era giunto in prossimità del villaggio e si stava sistemando sotto un albero per la notte quando un abitante del villaggio arrivò correndo da lui e disse: "la pietra! La pietra! Dammi la pietra preziosa!". "Che pietra?", chiese il sannyasin."La notte scorsa il Signore Siva mi è apparso in sogno", disse l'abitante del villaggio, "e mi ha detto che se fossi venuto alla periferia del villaggio al crepuscolo avrei trovato un sannyasin che mi avrebbe dato una pietra preziosa che mi avrebbe reso ricco per sempre". Il sannyasin rovistò nel suo sacco e tirò fuori una pietra. "Probabilmente intendeva questa", disse porgendo la pietra all'uomo. "L'ho trovata su di un sentiero nella foresta qualche giorno fa. Puoi tenerla senz'altro". L'uomo osservò meravigliato la pietra. Era un diamante. Probabilmente il diamante più grosso del mondo. Era grande quanto la testa di un uomo. Prese il diamante e se ne andò. Tutta la notte si rigirò nel letto, senza poter dormire. Il giorno dopo allo spuntare dell'alba svegliò Il sannyasin e disse: "Dammi la ricchezza che ti permette di dar via così facilmente questo diamante".
*********************************************************** ************************ GLI AMICI DI REGINA BONTA'Calava la sera di una giornata di dicembre e un fitto velo di nebbia era sceso in pianura a coprire di malinconia e di gelo le poche case sparse sui fianchi della montagna. Una fanciulla avvolta in un ampio mantello, con una piccola lanterna in mano, saliva per l'unica via tortuosa che portava molto in alto, lassù dove sorgeva solenne ed indisturbata la reggia di Regina Bontà.Vi giunse stanca per la fatica dell'ascesa, ma senza lamentarsi, anche se l'umido tagliente della nebbia le era penetrato fin dentro le ossa. Quella era la meta di ogni sera, quando, finite le faccende di casa, le veniva finalmente concesso un po' di riposo. Era sola al mondo, la bionda fanciulla: i suoi genitori erano morti da alcuni anni. Alla reggia, in una sala spaziosa, illuminata fiocamente dalla luce di poche candele, seduta su di un'ampia poltrona, col capo fra le mani, una donna bellissima, dall'espressione d'infinita dolcezza, se ne stava triste e pensosa. Era la Bontà: la divina signora, che un principe perverso, il Male, aveva voluto prigioniera in quella reggia lontana da lui, dopo aver innalzato alla gloria, sul trono che ella aveva un tempo occupato, un idolo perfido e bugiardo che le era mortalmente nemico: il Denaro. Ella aveva regnato a lungo sulla Terra, ma sempre pochi erano stati coloro che l'avevano compresa; col passare degli anni e dei secoli i suoi fedeli si erano ridotti ad un esiguo numero, che i seguaci del Male deridevano, insultavano e combattevano sempre. E con loro scacciò la Regina gentile che rinchiuse prigioniera, perché nessuno più' potesse imparare ad amarla, coi suoi paggetti d'onore ch'ella aveva sparsi un tempo per il suo regno come compagni dell'umanità travagliata: l'Amore, il Sacrificio, la Solidarietà, la Pace. Ben altro ci voleva per il baldanzoso principe! Egli fu pago allorché vide tutto il suo popolo prostrarsi dinanzi all'idolo ch'egli aveva innalzato, e girare in danze turbinose fra le genti le dame di compagnia del nuovo imperatore: l'Invidia, l'Avidità, la Pornografia, la Guerra. Nel regno del Male era proibito parlare della Bontà; nessuno più la conosceva. Soltanto in un paesino minuscolo, sepolto sotto la neve, viveva una Nonna che trasgrediva quelle leggi malvagie. Essa viveva sola con un nipotino che educava alla scuola della Bontà. Quel giovane cuore s'affacciava alla vita con negli occhi una luce nuova e sconosciuta, con l'animo vibrante d'amore, pronto a sacrificarsi per i suoi simili. Era povero, ma viveva contento, perché non conosceva la dame perverse che folleggiavano nel regno del Male, perché non voleva piegarsi ad adorare il nuovo idolo che ivi imperava. "Tu sola, mia piccola e dolce amica- diceva intanto la Regina alla bionda fanciulla dei monti- mi sei rimasta fedele e io voglio premiarti. Nella reggia, insieme con me, abita una luminosa signora che i seguaci del Male invano cercano da secoli e che non incontreranno mai, perché ella non si mostrerà se non in mia compagnia. Scacciando me , il Male, si è tolto la possibilità d'incontrarla, Ebbene, a te sarà concesso vederla, un giorno, perché tu sola lo meriti!". Attonita la fanciulla ascoltava: intorno era profondo silenzio. "Ma chi è?". Chi mai aveva avuto il coraggio d'introdursi nella reggia deserta, avvolta nel velo intenso della nebbia gelida, in quella serata d'inverno, lungo la via difficile e sconosciuta?. Il rumore di un passo aveva rotto quel silenzio solenne. Dapprima incerto, poi risoluto, un giovane avanzò nella sala, inchinandosi alla Bontà: "Ti ho raggiunto finalmente, gentile Regina! Da lunghi anni ti cercavo nel mondo, ma nessuno più ti conosce, né si ricorda di te. Solo la mia vecchia Nonna, che ora riposa lassù dove brillano le stelle, ti aveva conosciuta e m'insegnò ad amarti. Ti ho cercata sempre; ho molto sofferto nel mio lungo vagabondaggio verso la meta tanto lontana; ho visto tante cose brutte e cattive, ho capito che senza di te non è bella la vita. Regina Bontà, io vengo a chiederti una compagna, che come me ti conosca e ti ami, quella compagna che ho invano cercato nel regno del Male, ormai travolto nel vortice dalle perfide dame che sua triste maestà il Denaro condusse con sé". "Figlio- gli disse la Bontà- la tua fedeltà merita un premio, ed io non saprei trovarne uno migliore di quello che tu stesso mi indichi". E giratasi verso la bionda fanciulla che le stava a lato, la trasse gentilmente a sé". "Questa è la compagna che ti affido, la sola che sia veramente degna del tuo nobile cuore". I due giovani si guardarono negli occhi e videro entrambi riflessa nelle loro pupille l'immagine luminosa di una dolce figura di donna, ch'era in quell'istante comparsa alla destra della Bontà. "Amatevi- disse la bella Regina, posando le mani splendenti sul loro capo- e siate miei figli". Nella reggia di Regina Bontà era avvenuto il miracolo. I due cuori che ivi si erano incontrati avevano conosciuto la divina signora che i seguaci del Male vanno tutt'ora cercando, invano, nel mondo: la Felicità. *********************************************************** ************************
Quando Narada giunse al tempio, disse al Signore: "Quell'uomo e sua moglie sono stati
molto gentili con me. Sii misericordioso con loro e da loro un figlio". Il Signore rispose,
in modo definitivo: "Non è destino di quell'uomo avere figli". Così Narada fece le sue
devozioni e tornò a casa.
Cinque anni dopo intraprese lo stesso pellegrinaggio e si fermò nello stesso villaggio e
fu ospite ancora una volta dalla stessa copia. Questa volta c'erano due bimbetti che
giocavano sulla porta della capanna.
"Di chi sono questi bambini?", chiese Narada. "Miei", disse l'uomo. Narada era perplesso.
L'uomo prosegui': "Subito dopo che ci hai lasciato, cinque anni fa, un santo mendicante è
venuto nel nostro villaggio. Noi lo abbiamo ospitato per la notte. La mattina dopo, prima di
partire, lui ha benedetto mia moglie e me e il Signore ci ha fatto il dono di questi due
bambini".
Quando Narada udì questo, si recò immediatamente al tempio del Signore Visnu. E non
appena vi giunse gridò proprio dall'entrata del tempio: "Non mi avevi detto che non era
destino di quell'uomo avere figli?. Ora ne ha due!". Quando il Signore udì le sue parole,
scoppiò in una sonora risata e disse: "Dev'essere stata opera di un santo. I santi hanno il
potere di cambiare il destino!".
ASPETTALO!Quando tornava da scuola, Francesco trovava sempre sua madre ad aspettarlo al cancelletto dell'orto, vestita alla medesima maniera: l'abito nero, con quel filo d'oro al collo che a lui pareva un raggio di sole. La guardava, sua madre: era piccola, dolce, con un viso da bambina e due occhi stanchi, arrossati, come se avessero sempre pianto. Gli "vivevano" allora nella mente e nel cuore gli anni della sua infanzia, quando, bambino, si guardava attorno e non scorgeva, all'infuori di quello della mamma, nessun altro viso. I compagni avevano tutti un babbo: operaio o professionista, contadino o impiegato; lui, no. Lui non aveva mai conosciuto suo padre e, quand'ebbe dieci anni e il buon senso di pensarci, chiese a sua madre, all'improvviso: "E il mio babbo dov'è?".La donna ebbe come un brivido; tutto il suo dolore ritornava in forma di sconforto, forse di rancore. Era meglio che Francesco non sapesse mai che cosa fosse stato, per tanti anni, il suo strazio interiore, il pensiero d'un uomo che aveva dissipato un'intera sostanza e se n'era andato lontano, abbandonandola con un bambino in fasce tra le braccia e un grosso debito da pagare. Cercando di nascondere i suoi sentimenti, serenamente aveva risposto: "Tuo padre e' morto, quand'eri piccolo". A sua madre Francesco aveva creduto. Gli rimase come una sottile nostalgia di una mano che prendesse la sua e lo conducesse per le strade del paese a guardare le vetrine, a conoscere la gente e a sentire i racconti dei contadini e il suono delle campane. Intanto frequentava la chiesa e la casa del parroco e gli parevano tanto belli i paramenti che il vecchio sacerdote indossava nelle celebrazioni solenni: gli piaceva, come una fragranza di fiore e di terra, l'odore dell'incenso; le candele e gli addobbi sugli altari, il canto largo dell'organo, gli riempivano il cuore di dolcezza. E quand'ebbe terminato le scuole elementari, Francesco disse a sua madre: "Desidero farmi prete". La povera donna, che possedeva unicamente due campicelli, stretti e qualche anno anche poco produttivi, non si lasciò impaurire dalle difficoltà. Le pareva veramente una grazia il solo pensiero di affidare suo figlio nelle mani del Padre buono che è nei cieli; si sentiva indegna di tanto dono e profondamente felice. Ma siccome sotto i poveri panni della contadina aveva una coscienza delicatissima, si recò a parlare con il parroco: "Che cosa ne dite, voi don Antonio? Sarà una vera vocazione il desiderio di mio figlio o non piuttosto l'esaltazione d'un momento o il capriccio della sua età?". Il parroco, curvando la testa bianca, che tremava sul petto, le rispose allora, con la voce sommessa: "Certamente il Signore lo chiama. Fate tutti i sacrifici. Lasciatelo andare". E lei, lavorando tutto il giorno instancabilmente e rimanendo alzata la notte, per preparare a Francesco quel po di corredo necessario, pensava, lacrimando, al suo uomo che era chissà dove e alla grazia piena di consolazione che le concedeva il Signore. Alla fine di settembre quel pò di misero corredo, preparato pagliuzza a pagliuzza, filo a filo, era pronto, e Francesco partì per il seminario. In primavera tornava, per ripartire, come le rondini, ogni autunno. E sempre c'era la sua mamma ad attenderlo, al di là del cancello, nell'orto che fioriva delle prime viole. Ed egli si accorgeva che la mamma diventava ogni anno più stanca e più vecchia: tra i capelli scuri si facevano fitti i fili candidi, e le rughe ai lati della bocca e degli occhi s'ispessivano. Già, lo sapeva. Per tutto l'inverno ella pensava che a lui: lavava per sé e per gli altri alla fontana, anche nelle giornate più rigide, nelle case dei più ricchi stirava e puliva e non misurava né rinunce né sacrifici. Voleva mettere accanto soldino a soldino, perché suo figlio avesse tutto il necessario e giungesse alla fine dei suoi studi senza fatica e senza grandi difficoltà. Ma erano lunghi gli anni a passare e la madre s'incurvava e si consumava. Ella sentiva la vita sfuggire, ma non se ne lagnava. Chiedeva al Signore di poter assistere alla celebrazione della prima Messa di Francesco. E poi la morte le sarebbe sembrata meno amara. In lei il ricordo del marito era sempre vivo, sempre come una ferita che dava sangue e non si rimarginava mai. Potè vedere Francesco ascendere all'altare tra due ali di popolo e sentirsene così commossa da cadere svenuta. Poi, ad appena un anno di distanza, chiuse gli occhi, senza un lamento, prendendo e stringendo forte la mano di suo figlio. Nel delirio dell'agonia una sola parola le era uscita distinta dalla bocca: "Aspettalo!". Don Francesco l'aveva raccolta dalle labbra cianotiche che non avevano più fiato. Un dolore atroce lo afferrò, vedendo la mamma, immobile e bianca, sul letto. Eppure egli sapeva che l'avrebbe ritrovata in Paradiso, oltre il tempo, nella luce immortale. A poco a poco la nostalgia di lei si cambiò in desiderio di preghiera e di santificazione in una fede ancora più salda e più sicura che gli metteva nel cuore con la soavità della preghiera il nome della sua mamma morta. Chiese ed ottenne di essere mandato in cura d'anime in una piccola parrocchia, chiusa tra i monti, dove di ricco e di bello non c'erano che il cielo, in certe notti stellate, e la semplicità della gente, in una vita di pochi bisogni e di tanta povertà. Così, nell'adesione perfetta alla volontà di Dio, egli cominciò la sua missione. Non erano tutte rose nemmeno lì: doveva vincere cuori induriti dalla tenacia di certe idee meschine; doveva scrivere e leggere al freddo, stretto in una tonaca stinta che era divenuta verdastra dalla pioggia e dal sole; ma in quella povertà si sentiva più vicino a sua madre e comprendeva a pieno, con intelligenza e con carità, i bisogni delle anime. Tutte le ore egli era a disposizione del suo popolo: definiva un contratto, saldava un debito, prestava denari, sedava le zuffe, amministrava i Sacramenti, faceva catechismo, suonava perfino le campane in assenza di altri. La sua vita accettata con meravigliosa letizia, gli sembrava più bella di una vita da re. Anche gli inevitabili dolori, gli odi dei nemici, le difficoltà della missione, erano da lui accolte come prove da cui l'anima sarebbe uscita più forte e pronta alla battaglia. Una continua inquietudine, però, era in lui, come un sottile tormento, che gli veniva dalle ultime parole della mamma: "Aspettalo!". Chi doveva aspettare? E lo sconosciuto da dove sarebbe venuto? Che cosa gli avrebbe chiesto? Ed egli che cosa avrebbe dovuto fare? Certo, come un ospite mandato da Dio, come un fratello cui si tende la mano, come un'anima perduta che ha bisogno di luce e di amore, avrebbe dovuto aprire l'uscio della sua povera casa e dire: "Entra, in nome di Colui che ti ha condotto alla mia porta". Non sapeva don Francesco perché ogni mattina, quando l'alba imbiancava le cime delle montagne e la campana della chiesetta annunciava agli uomini la pace, quando il crepuscolo invadeva con l'ombra le curve dei colli, sentisse il bisogno di spiare dal quadratino della finestra il viottolo che si imbruniva od usciva dalle sfumature dell'aurora. "Aspettalo!". "Si mamma, lo aspetto. Che sia un malato, un derelitto, un peccatore, un drogato, sono qui per consolarlo con un segno di croce, per insegnargli a pregare, a perdonare, a dimenticare, a convertirsi. Tu hai speso tutta la vita, luminosamente, perché io giungessi a questo. Lo aspetto". E la sera della vigilia di Natale, da tante ore cadeva la neve a fiocchi larghi, seppellendo cose e lontananze, qualcuno picchiò, timidamente, all'uscio della casa canonica. Don Francesco aveva appena finito di leggere il "breviario" e stava uscendo per andare in chiesa a confessare e a preparare la Messa di mezzanotte. Tese l'orecchio e s'affrettò ad aprire. Un ammasso grigio di cenci, sotto il grigiore del cielo, si mosse appena, ebbe un lamento, ricadde sul primo gradino. Don Francesco si curvò a sostenerlo, lo rialzò a forza, lo fece entrare e lo condusse nella cucina, lo fece sedere, gli tolse il lacero mantello, lo guardò, lo riguardò. La faccia del poverello era scarna, come divorata dalla febbre e dalla stanchezza: le mani venate d'azzurro si allungavano, come in cerca d'aiuto, sul ginocchio dove i calzoni segnavano due strappi enormi; sotto alla barba folta, disordinata e agli occhi che tenevano costantemente abbassate le palpebre, una voce, come di un moribondo disse affannosamente: "Sono tuo padre". Un urlo soffocato nella gola, un atto di sublime umiltà, un genuflettersi dinanzi alla bontà di Dio, un tormento divenuto gioia, una gioia grave come un tormento; tutta una vita in pochi attimi: poi la voce di Don Francesco disse, pietosa: "Lo so: ti ho sempre aspettato".
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LA SCHIAVAUn re musulmano fu preso da una grande passione per una schiava e la fece trasferire dagli alloggi degli schiavi al palazzo. Progettava di sposarla e di farne la sua favorita, ma, misteriosamente, la ragazza si ammalò gravemente il giorno stesso in cui entrò a palazzo.Peggiorava sempre più. Le fu dato ogni rimedio conosciuto, ma invano. E la povera ragazza lottava ora tra la vita e la morte. Il re, disperato, offrì metà del suo regno a chiunque l'avesse guarita. Ma nessuno osava curare una malattia che aveva sconcertato i migliori medici del regno. Finalmente si presentò un hakim che chiese il permesso di vedere da solo la ragazza. Dopo che ebbe parlato con lei per un'ora, egli si recò dinanzi al trono del re che attendeva con ansia il suo verdetto. "Maestà", disse l'hakim. "Io conosco una cura infallibile per la ragazza. E sono così sicuro della sua efficacia che, se dovesse fallire, mi consegnerò spontaneamente per essere decapitato. La medicina che propongo, però, si dimostrerà estremamente dolorosa, non per la ragazza, ma per vostra maestà." "Quale è la medicina?", grido' il re, "le sarà data costi quel che costi". L'hakim
rivolse al re uno sguardo di compassione e disse: "La ragazza è innamorata di uno dei vostri
servi: datele il permesso di sposarlo e guarirà all'istante".
Povero re! Desiderava troppo la ragazza per lasciarla andare. E l'amava troppo per lasciarla
morire.
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