INTRODUZIONE
Voi conoscete certo la storia dei Tre Saggi dell'Oriente, e come
venissero da lontano alla stalla di Betlemme ad offrire i loro doni. Ma,
dite, non udiste mai la storia dell'altro Saggio che vide anch'egli la
stella al suo sorgere, e partì per seguirla, ma non giunse insieme ai suoi
tre fratelli alla presenza del bambino Gesù?
Ebbene, del suo grande desiderio inappagato e pur soddisfatto nella
rinuncia, del suo molto peregrinare, e delle prove della sua anima, della
sua lunga ricerca e dello strano modo in cui trovò l'Uno che cercava, io
voglio narrarvi la storia, quale l'ho ascoltata a brani nell'aula dei
Sogni, nel palazzo del Cuore dell'Uomo.
IL SEGNO NEL CIELO
Nei giorni in cui Cesare Augusto era signore di molti re, ed Erode
regnava a Gerusalemme, viveva nella città di Ectabana fra le montagne
della Persia un uomo chiamato Artaban, il Medio.
La sua casa era situata presso la più esterna delle sette muraglie, che
circondavano il tesoro regale, e dal suo tetto, guardando al di sopra
degli altri edifici bianchi e neri, cremisi, turchini, rossi, argentei e
dorati, poteva vedere l'altura su cui il palazzo d'estate degli imperatori
dei Parti scintillava come un gioiello in una settemplice corona.
Intorno alla dimora d'Artaban si stendeva un bel giardino folto di
piante fiorite e d'alberi fruttiferi, irrigato da una quantità di
ruscelli, che scendevano dai fianchi del Monte Oronte, e risuonante del
canto di innumerevoli uccelli. Ma in quella notte di tardo settembre tutti
i colori erano spenti nella molle e profumata oscurità, e tutti i suoni
tacevano nell'incanto profondo del silenzio, tranne il gorgogliar
dell'acqua simile ad una voce or sospirosa or ridente sotto l'ombra delle
fronde. In alto una pallida luna brillava attraverso le cortine che
ornavano gli archi della stanza superiore dove il padrone di casa doveva
tenere consiglio con i suoi amici.
Egli stava ritto sulla soglia della porta ad accogliere gli ospiti -
alto, bruno, dell'età di circa quarant'anni, con occhi luminosi molto
vicino l'uno all'altro sotto l'ampia fronte, e con profonde linee segnate
intorno alle belle labbra sottili - fronte di sognatore e bocca di soldato
- uno di quegli uomini che, in qualunque epoca vivano, son nati al
conflitto interiore, e ad una esistenza di ricerca.
Portava un mantello di pura e bianca lana, gettato su d'una tunica di
seta, ed un cappuccio bianco a punta con lunghi lembi, che cadevano ai
lati sui capelli neri e fluenti. Era l'abito degli antichi sacerdoti, dei
Magi, detti gli adoratori del Fuoco.
"Benvenuto", egli diceva con la sua voce bassa e armoniosa a ciascuno
degli ospiti, man mano che essi entravano uno dopo l'altro nella stanza -
"Benvenuto, Abdo, la pace sia con voi Rhodaspe e Tigrane, e con te mio
padre, Abgare. Tutti siate i benvenuti, e questa casa si illumina di gioia
per la vostra presenza."
Gli uomini erano nove, d'età molto diversa, ma tutti riccamente
vestiti di sete variopinte, e tutti portavano collane d'oro massiccio
indicanti la loro nobiltà di Parti, e recavano sul petto l'aureo cerchio
alato, emblema dei seguaci di Zoroaustro.
Essi presero posto intorno ad un piccolo altare nero, situato in fondo
alla stanza, e su cui ardeva una tenue fiamma. Artaban diritto vicino ad
esso ed agitando sul fuoco un fascio di piccoli rami di tamerici lo
alimentava con bastoncelli secchi di pino e con oli profumati: quindi
intonava l'antico inno di Yasaa, e le voci dei suoi compagni si univano
nel bellissimo canto di Ahura-Mazdao:
Noi adoriamo lo Spirito Divino,
che possiede tutta la
sapienza e tutta la bontà
circondato di Santi Immortali,
largitori di doni e di benedizioni;
Noi ci rallegriamo delle opere delle Sue mani
testimoniando la Sua verità e il Suo potere.
Noi lodiamo tutte le cose che son pure,
poiché esse
sono la Sua sola Creazione
I pensieri veraci e le parole
e le azioni lodevoli
tutti sono retti da
Lui
e per essi noi adoriamo.
Ascoltaci, o Mazda, Tu vivi
in verità ed in celeste
letizia.
Mondaci dalla falsità, e guardaci
dal male e dalla
schiavitù della nequizia.
Emana la luce e la gioia della Tua vita
sulle nostre
tenebre e sul nostro dolore.
Splendi sui nostri giardini e sui nostri campi,
splendi sul nostro lavoro e sulle nostre imprese
splendi su tutta la razza umana,
sui
credenti e sui miscredenti;
Splendi su di noi ora attraverso la notte
splendi su
di noi ora nella Tua possanza,
ricevi la fiamma del
nostro santo amore
e l'inno della nostra adorazione.
Il fuoco si era acceso a poco a poco con il canto, palpitando come una
fiamma sonora, finché inondò di viva luce tutta la stanza rivelandone la
semplicità e lo splendore.
Il pavimento era di mattonelle color turchino scuro venato di bianco;
contro le pareti pure turchine si levavano colonne attorcigliate
d'argento, e la galleria di finestre arcuate, che correva sopra di esse,
era parata di tende di seta azzurra; il soffitto a volta tutto incrostato
di zaffiri e cosparso di stelle d'argento aveva la chiarezza del cielo. Ai
quattro angoli pendevano quattro ruote magiche, dette le "lingue degli
Dei". Al lato orientale, dietro l'altare, si levavano due colonne di
porfido rosso scuro su cui posava una architrave della stessa pietra; su
queste era scolpita la figura di un arciere alato con la freccia alla
corda e l'arco teso.
L'apertura fra le due colonne, la quale dava adito ad un'alta terrazza
sul tetto, era chiusa da una pesante cortina color granato, ricamata di
innumerevoli raggi dorati che parevano uscire dal suolo. La stanza era
invero come una notte stellata, tutta azzurra ed argento, colorita ad
Oriente dalla rosea promessa dell'aurora. Era, come ogni casa dovrebbe
essere, l'espressione del carattere e dello spirito del suo padrone.
Finito l'inno, egli si volse verso gli amici, e li invitò a sedere sul
divano all'estremità occidentale della stanza.
"Voi siete venuti, stanotte", disse girando su di essi lo sguardo,
"alla mia chiamata quali fedeli discepoli di Zoroaustro a rinnovare la
vostra adorazione e riaccendere la vostra fede nel Dio della Purità, come
questo fuoco è stato riacceso sull'altare. Noi non adoriamo il fuoco, ma
Colui del quale esso è il simbolo, perché la più pura delle cose create.
Esso ci parla di uno che è Luce e Verità. Non è così padre mio ?"
"Ben detto, figliolo", rispose il venerando Abgare. "Gli illuminati non
sono mai idolatri. Essi sollevano il velo della forma e penetrano nel
santuario della realtà; attraverso gli antichi simboli vengono ad essi
continuamente nuova luce e nuova verità".
"Ascoltatemi dunque, padre mio ed amici", disse Artaban con calma
solenne. "Io vi dirò della nuova luce e della nuova verità che sono giunte
a me attraverso i più antichi di tutti i segni. Noi abbiamo investigati
insieme i segreti della natura, e studiati le virtù sanatrici dell'acqua,
del fuoco e delle piante rintracciare il loro corso è districare le fila
del mistero della vita dal principio alla fine se noi potessimo seguirle
perfettamente, nulla ci sarebbe celato. Ma la nostra conoscenza di esse è
ancora incompleta. Non esistono forse molte stelle ancora al di là del
nostro orizzonte? Luci note soltanto agli abitatori delle lontane terre
del Sud, fra le piante aromatiche di Punt e le miniere d'oro di Ofir?"
Un mormorio di assentimento corse fra gli ascoltatori.
"Le stelle", disse Tigrane, " sono i pensieri dell'Eterno. Esse sono
innumerevoli, mentre i pensieri dell'uomo possono essere contati, come gli
anni della sua vita. La sapienza dei Magi è la più grande di tutte le
sapienze sulla terra, perché conosce la propria ignoranza. Questo è il
segreto del potere. Noi teniamo sempre gli uomini intenti all'attesa di
una nuova aurora; ma noi sappiamo che le tenebre sono uguali alla luce e
che il conflitto fra di esse non finirà mai."
"Questo non mi soddisfa", rispose Artaban, "poiché se l'attesa dovesse
essere interminabile, se non dovesse compiersi mai, non sarebbe saggio
aspettare. Noi dovremo allora divenire come quei nuovi insegnanti Greci, i
quali dicono che non esiste verità, e che son saggi soltanto coloro che
passano la vita scoprendo ed esponendo le menzogne in cui il mondo ha
finora creduto.
"Ma la nuova aurora spunterà certo al tempo stabilito. Non dicono i
nostri libri che questo deve avvenire, e che gli uomini vedranno lo
splendore di una gran luce?"
"E' vero, disse la voce di Abgaro, "ogni discepolo fedele di Zoroastro
conosce la profezia dell'Avesta, e ne porta in cuore le parole: "In quel
giorno Sosiosh il Vittorioso sorgerà tra i profeti in Oriente. Intorno a
lui brillerà un grande splendore; egli renderà eterne e incorruttibile la
vita, ed i morti risorgeranno".
"Questo è un detto oscuro", disse Tigrane, "e forse non lo
comprenderemo mai. È meglio occuparsi delle cose che ci son più vicine, ed
accrescere l'influenza dei Magi nel paese, invece di aspettare uno che
potrebbe essere straniero, ed al quale dovremo cedere il nostro
potere".
Un tacito consenso si manifestò tra gli auditori, e sulle loro facce si
dipinse quella indefinibile espressione che indica l'aver l'oratore
espresso un pensiero latente nei cuori dei suoi ascoltatori. Ma Artaban si
volse ad Abgaro con volto acceso e disse:
"Padre mio, io ho serbato questa profezia nel segreto della mia anima.
La religione senza una gran speranza sarebbe come un altare senza un fuoco
vivo. Ed ora la fiamma ha brillato più luminosa, ed alla sua luce io ho
letto altre parole venute pure dalla fontana di verità, e che parlano
ancor più chiaramente del sorgere del Vittorioso nel suo splendore".
Trasse dal petto di sotto la tunica due piccoli rotoli di tela
finissima, copeti di scritture; li dispiego con cura sul suo ginocchio e
disse:
"Nei lontani anni del passato, molto prima che i nostri padri venissero
in Babilonia, erano in Caldea uomini saggi, da cui i primi magi appresero
il segreto dei cieli. Fra questi Balaam, figlio di Baor, era dei più
grandi. Udite le parole della sua profezia:" Verrà una stella da Giacobbe,
ed uno scettro sorgerà da Israele. "Le labbra di Tigrane si piegarono con
disdegno, mentre diceva:
"Giuda fu prigioniero in Babilonia, ed i figli di Giacobbe furono
schiavi dei nostri re. Le tribù d'Israele sono sparse per le montagne come
greggi sperdute, e da ciò che resta di esse in Giudea sotto il giogo di
Roma non sorgerà né stella né scettro".
"Eppure", insisté Artaban, "l'Ebreo Daniele, famoso spiegatore di sogni
e consigliere di re, era il più venerato ed amato dal nostro re Ciro.
Daniele , costò al nostro popolo di essere un profeta sicuro, un lettore
dei pensieri di Dio. E queste sono le parole scritte da lui: (Artaban
lesse nel secondo rotoletto ) "Sappiate quindi, e comprendete, che dal
giorno della promulgazione del comandamento di ricostruire Gerusalemme
fino alla venuta dell'Unto, del Principe, passeranno sette e settanta e
due settimane."
"Ma figlio mio " disse Abgaro esitante, questi sono numeri mistici. Chi
può interpretarli e trovare la chiave che ne dischiuda il significato?"
Artaban rispose: "E' stato mostrato a me ed ai miei tre compagni Magi:
Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Noi abbiamo investigato le antiche
tavolette della Caldea e computato il tempo: cade quest'anno. Noi abbiamo
studiato il cielo: nella primavera scorsa vedemmo due delle stelle più
grandi avvicinarsi al segno del pesce che è la casa degli Ebrei. Colà
vedemmo pure una nuova stella che brillò per una notte e poi disparve.
Ora i due grandi pianeti si incontrano di nuovo: questa notte avviene
la loro congiunzione. I miei tre fratelli vegliano dall'antico tempio
delle sette sfere a Borsippa in Babilonia, ed io veglio qui. Se la stella
splenderà di nuovo, essi mi aspetteranno dieci giorni al tempio, e poi
partiremo insieme per Gerusalemme, a vedere ed adorare Colui che è
promesso, e che sarà Re di Israele. Io credo che il segno verrà, e mi sono
preparato al viaggio. Ho venduto la mia casa ed i miei possedimenti ed ho
comprato questi tre gioielli - uno zaffiro, un rubino ed una perla - per
portarli come tributo al Re. Volete voi venir meco in pellegrinaggio per
avere insieme la gioia di trovare il Principe degno d'esser servito ?"
Nel parlare affondava la mano fra le pieghe interne della cintura e ne
traeva tre grosse gemme - una azzurra come un lembo di cielo notturno, una
più rossa di un raggio di sole sorgente, ed una bianca e pura come la
vetta di un monte nevoso nel crepuscolo - e le posava sui rotoli di lino
spiegati davanti a lui.
Ma i suoi amici lo guardarono con stupore e disapprovazione. Un velo di
dubbio e di diffidenza si stese sulle loro facce come la nebbia che
levandosi da una palude nasconde le colline. Essi scambiarono tra di loro
sguardi di meraviglia e di compassione, come chi ascolta cose incredibili;
la storia di una visione strana, o la proposta di una impossibile impresa.
Alla fine Tigrane parlò: "Artaban questo è un sogno vano, cagionato dal
guardare troppo le stelle e dal voler penetrare pensieri profondi. Sarebbe
più saggio impiegare il tempo a raccogliere denaro pel nuovo tempio del
fuoco a Chala. Nessun re sorgerà mai dalla dispersa razza d'Israele e
fine non avrà mai l'eterna lotta fra la luce e le tenebre. Chi l'aspetta è
un cacciatore d'ombre. Addio".
Un altro disse: "Artaban, io non m'intendo di queste cose, ed il mio
ufficio di Guardiano del tesoro regale mi lega qui. La ricerca di cui
parli non è fatta per me, se tu vuoi intraprenderla, addio".
Ed un altro mormorò: "Nella mia casa dorme una giovane sposa, ed io non
posso lasciarla né condurla meco in così strano viaggio. Questa ricerca
non fa per me. Ma possano i tuoi passi essere fortunati ovunque tu vada.
Addio".
Ed un altro disse: "Io son malato e non posso reggere allo strapazzo,
ma fra i miei servi è un uomo che manderò teco quando partirai, perché mi
porti notizia del tuo viaggio".
Ma Abgare, il più vecchio e quello che più amava Artaban, restò dopo
che gli altri si furono dipartiti e parlò gravemente: "Figlio mio, può
essere che in questo segno apparso nei cieli sia la luce di verità ed
allora esso condurrà certamente al Principe ed al grande Splendore. Oppure
può essere solo un'ombra della luce, così come ha detto Tigrane, ed allora
chi lo segue si perderà in un lungo pellegrinaggio e in una vana ricerca.
Ma è meglio seguire anche l'ombra di ciò che è il meglio piuttosto che
restare paghi del peggio. E coloro che vogliono vedere cose meravigliose
debbono sovente esser pronti a viaggiare soli. Io son troppo vecchio per
questo viaggio, ma il mio cuore ti accompagnerà giorno e notte nel tuo
pellegrinaggio e saprò almeno l'esito della tua ricerca. Va in pace".
Così ad uno ad uno tutti uscirono dalla stanza azzurra a stelle
d'argento, ed Artaban rimase solo. Egli raccolse i tre gioielli e li
rimise nella cintura: rimase a lungo in piedi a guardar la fiamma che
guizzava e si spegneva sull'altare , poi traversò la sala, sollevò la
pesante cortina e, passando fra le due colonne di porfido rosso, uscì
sulla terrazza.
Il brivido che freme attraverso la terra prima che essa si risvegli dal
suo sonno notturno era già cominciato, ed il vento fresco foriero
dell'alba scendeva dalle falde scoscese e segnate di neve del monte
Oronte. Qualche uccello appena svegliato svolazzava pigolando tra le
foglie, e l'odore dell'uva matura saliva a folate dal pergolato. Lontano
sulla pianura verso oriente si stendeva come un lago di nebbia candida. Ma
lontano ad occidente, dove il piano di Zagre chiudeva l'orizzonte, il
cielo era limpido. Giove e Saturno splendevano vicini come due fuochi
lambitisi e presso a fondersi in uno.
Mentre Artaban li guardava, ecco che una scintilla azzurra apparve
sotto ad essi nelle tenebre, si circondò di uno splendore purpureo fin che
divenne una sfera rosseggiante elevatesi a spirale fra sprazzi gialli e
aranciati fino a diventare un punto bianco luminoso. Piccolo ed
infinitamente lontano, e pur perfetto in ogni sua parte, esso tremolava
nella immensa volta del cielo come se le tre gemme nel petto del Mago si
fossero mescolate trasformandosi in un cuore vivente di luce.
Egli chinò il capo e si coprì il volto con le mani. "E' il segno",
disse, "il Re viene ed io vado ad incontrarlo".
PRESSO BABILONIA
Tutta la notte Vasda, la più rapide cavalla d'Artaban, aveva aspettato,
sellata ed imbrigliata nella sua stalla, battendo impaziente gli zoccoli e
scuotendo il morso, quasi dividesse il fervore del suo padrone, pur non
conoscendone la ragione.
Prima ancora che gli uccelli avessero pienamente spiegato i loro canti
mattutini, prima ce la nebbia avesse cominciato a levarsi lentamente dal
piano, l'altro saggio era già in sella, e cavalcava rapidamente verso
occidente, sulla strada maestra che cinge la base del monte Oronte.
Come è stretta l'intimità fra l'uomo ed il suo cavallo favorito,
durante un lungo viaggio! È una tacita ma profonda amicizia, uno scambio
di sentimenti e di pensieri che non ha bisogno di parole.
Essi devono alle stesse sorgenti lungo la via e dormono sotto lo
sguardo delle medesime stelle. Subiscono insieme il fascino della notte
cadente e la gioia vivificante del giorno che sorge. Il padrone divide il
suo pasto della sera con l'affamato compagno, e sente le morbide e umide
labbra ce sfiorano il palmo della sua mano nel prendere il boccon di pane.
Alla luce grigia dell'alba un alito caldo e delicato gli sfiora il viso,
lo sveglia dal suo bivacco, ed egli incontra gli occhi del suo fedele
compagno, pronto alla fatica della giornata. Certo, se non è un pagano ed
un miscredente, con qualunque nome si rivolga a Dio, egli lo ringrazierà
di questa silenziosa simpatia, di questa muta affezione, e la sua
preghiera mattutina invocherà una doppia benedizione: "Dio, benedici
entrambi: guarda i nostri piedi dalle cadute, e la nostra anima dalla
morte".
E poi nell'aria pungente del mattino le rapide zampe battono di nuovo
la via, segnando il ritmo di due cuori mossi dallo stesso ardente
desiderio: conquistare lo spazio, divorare la distanza, raggiungere la
meta del viaggio.
Artaban, doveva invero cavalcare bene, se voleva trovarsi all'ora
fissata con gli altri Magi, poiché la strada che doveva percorrere era di
150 parasanghe, e poteva percorrerne al massimo 15 al giorno. Ma egli
conosceva la forza di Vasda, e la spingeva senza inquietudine, facendo
ogni giorno il percorso stabilito, benché dovesse viaggiare dal mattino
prima del levar del sole fino a tarda notte.
Passò così lungo le oscure pendici del monte Oronte, solcato da
centinaia di torrenti rocciosi. Attraversò le pianure di Risene, dove i
celebri cavalli pascolanti a mandrie nelle praterie scuotevano la testa
all'avvicinarsi di Vasda, e fuggivano al galoppo con un tuonar di zoccoli;
e stormi di uccelli selvatici si levavano dai prati paludosi, volando a
grandi cerchi con strepito d'ali e grida di sorpresa.
Attraversò i fertili campi di Concabar dove la polvere levatesi dalle
aie su cui si batteva il grano empiva l'aria di una nebbia dorata, che
celava quasi il gran tempio di Astarte con le quattrocento colonne.
A Baghistan, fra gli ubertosi giardini bagnati da limpide fontane, egli
guardò la montagna sporgente la fronte scoscesa sulla strada, e vide la
figura di Re Dario in atto di calpestare i suoi nemici caduti, e la
gloriosa lista delle sue guerre e delle sue conquiste incisa sulla parete
dell'eterna roccia.
Valicò sul dorso delle colline passi freddi e desolati spazzati dal
vento: s'internò in gole tenebrose dove il fiume correva rombando davanti
a lui come una guida selvaggia; percorse valli ridenti cosparse di
terrazze folte di viti e di fichi; traversò i viali di querce di Carine e
le oscure porte di Zagro cinte di precipizi, entrò nell'antica città di
Chala, dove il popolo di Samaria molto tempo prima era stato tenuto in
cattività, e ne uscì di nuovo dalla gran porta aperta fra le alture
circostanti e vide l'immagine del Gran Sacerdote dei Magi, scolpita sulla
parete della roccia, con la mano levata come a benedire le centinaia di
pellegrini; passò la stretta volta piena di orti di fichi e di peschi, in
fondo alla quale spumeggiava venendogli incontro il Gyndas, e percorse
vasti campi di riso dove i vapori autunnali stendevano le loro nebbie
mortifere; seguì il corso del fiume sotto l'ombra tremula dei pioppi e dei
tamarindi, fra basse colline, e poi via sul gran piano dove la strada
correva diritta come una freccia fra campi di stoppia e prati arsicci.
Passò per la città di Otesiphon, dove regnavano gli imperatori Parti, e
la vasta metropoli di Seleucia, costruita da Alessandro; attraversò le
acque turbinose del Tigri ed i numerosi canali dell'Eufrate scorrenti
gialli fra campi di grano, ed arrivò alfine alla sera del decimo giorno
sotto le diroccate mura della popolosa Babilonia.
Vasda era quasi sfinita, ed egli sarebbe volentieri entrato in città a
trovar riposo e ristoro per sé e per lei, ma sapeva che ci volevano ancora
tre ore per giungere al Tempio delle Sette Sfere, e che doveva giungervi a
mezzanotte se voleva trovarvi i suoi compagni. Non s'arrestò dunque, e
continuò a cavalcare tra i campi di stoppia. Un boschetto di palme formava
come un'isola scura su quel mare giallognolo, e passando in quell'ombra
Vasda rallentò il passo, e cominciò a cercar la strada con maggior
attenzione. Presso la estremità dell'ombra parve colta da un accesso di
circospezione. Essa fiutava qualche pericolo e qualche difficoltà; non
intendeva fuggirgli ma soltanto affrontarli saggiamente, come deve fare un
buon cavallo. La selva era fitta e silenziosa come una tomba; non uno
stormire di fronda, non una voce d'uccello. Vasda muoveva i passi
cautamente a testa bassa e sbuffando di quando in quando con apprensione.
Alla fine emise un improvviso soffio di inquietudine e di sorpresa e si fermò
tremante dinanzi ad un oggetto scura all'ombra dell'ultima palma.
Artaban scese e guardò, ed alla luce tenue delle stelle scorse la forma
di un uomo giacente attraverso la strada. L'umile veste e l'aspetto
squallido, dimostravano che esso era probabilmente uno dei poveri Ebrei
esiliati che ancora in gran numero dimoravano nei dintorni. La pelle
secca, pallida, gialla come cartapecora, portava le tracce della febbre
mortale che faceva strage in autunno tra quelle paludi. Il gelo della
morte era nella sua mano macilenta, e quando Artaban l'abbandonò il
braccio cadde inerte sul petto immobile.
Egli già si allontanava con un senso di pietà, affidando quel corpo
alla strana sepoltura che i Magi stimano più conveniente - il funerale del
deserto - da cui gli avvoltoi ed i nibbi si levano sulle nere ali, e le
bestie da preda scivolano via furtivamente, lasciando solo un mucchio di
ossa bianche sulla sabbia. Ma mentre si voltava un lungo, debole sospiro
uscì dalle labbra dell'uomo. Le dita scure ed ossute afferrarono
convulsamente l'orlo della veste del Mago e lo arrestarono.
Il cuore salì alla gola di Artaban; non era paura ma un muto
risentimento per l'importunità dell'improvviso ritardo. Come poteva egli
restare là nell'oscurità ed assistere uno straniero morente? Che diritto
aveva quel frammento sconosciuto di vita umana alla sua compassione ed al
suo servizio? S'egli indugiava anche solo un'ora non poteva più
raggiungere Borsippa al tempo stabilito: i suoi compagni penserebbero
ch'egli avesse abbandonato l'idea del viaggio, e partirebbero senza di
lui. Egli perderebbe la possibilità di condurre a fine la sua ricerca.
Ma se procedeva l'uomo moriva sicuramente; mentre sostando poteva
salvarlo. Il suo cuore si turba dinnanzi all'urgenza del caso; doveva egli
arrischiare la gran ricompensa della sua fede divina, per un atto d'amore
umano? Doveva egli volgersi, forse pur solo per un istante, dal seguire la
stella, per dare un sorso d'acqua ad un povero Ebreo morente?
"Dio di verità e purezza", pregò egli, "guidami sul sacro sentiero,
sulla via della sapienza che Tu solo conosci!" - e curvatosi
sull'ammalato sciolse la propria veste dalla stretta della sua mano, e lo
portò su di un ponticello ai piedi della palma: sciolse le fitte pieghe
del turbante, aprì la veste sul petto scarno, prese dell'acqua da un
ruscelletto vicino ed inumidì le labbra e la fronte del sofferente. Versò
un sorso di uno di quei farmaci semplici ma potenti che portava sempre
nella cintura - poiché i Magi erano medici ed astronomi ad un tempo - e
lò fece scorrere lentamente fra le labbra scolorite. Per molte ore
s'adoperò, come soltanto un abile risanatore può fare, finché l'uomo si
riebbe. Levandosi allora a sedere, questi si guardò intorno e :"Chi sei
tu?" domandò nel rude dialetto del paese, "e perché mi hai cercato qui per
riportarmi alla vita?"
"Io sono Artaban il Mago della città di Ectabana, e vado a Gerusalemme
in cerca d'uno che sta per nascere e che sarà Re degli ebrei, un principe
e liberatore di tutti gli uomini. Non posso fermarmi di più perché la
carovana che mi aspetta partirebbe senza di me. Ma eccoti quanto mi resta
del mio pane e del mio vino, ed eccoti una pozione di erbe risanatrici.
Quando avrai ripreso le forze potrai raggiungere la dimora degli ebrei fra
le case di Babilonia".
L'ebreo levò solennemente al cielo le sue mani tremanti e disse: "
possa il dio d'Abramo, d'Isacco e di Giacobbe benedire il viaggio
dell'uomo misericordioso e condurlo in pace al cielo che egli desidera. Ma
aspetta: io non ho nulla da darti in cambio, soltanto questo: che io possa
dirti dove si deve cercare il Messia. I nostri profeti hanno detto che non
nascerà a Gerusalemme ma in Betlemme di Giudea. Possa il signore condurti
salvo in quel luogo poiché tu avesti pietà dell'infermo".
La mezzanotte era passata da lungo tempo. Artaban cavalcava
rapidamente, e Vasda, ristorava dal breve riposo, galoppava veloce
attraverso il piano silente, passando a nuoto fiumi e canali. Essa
esauriva le sue ultime forze, e volava sul suolo come una gazzella.
Ma il primo raggio del sole proiettò la sua ombra davanti a lei prima
che essa raggiungesse l'ultima tappa del viaggio, e gli occhi di Artaban,
scrutando ansiosamente la grande altura di Niarod ed il Tempio delle Sette
Sfere, non poterono discernere traccia alcuna dei suoi amici. Le terrazze
variopinte di nero, arancione, rosso, giallo, verde, turchino e bianco,
diroccate per le convulsioni del suolo e frana te sotto i colpi ripetuti
della violenza umana, rilucevano ancora come un arcobaleno sconvolto, alla
luce del mattino.
Artaban girò in fretta la collina: scese di sella e salì sulla terrazza
più alta, di dove guardò verso occidente.
L'immensa desolata palude si stendeva fino all'orizzonte ed all'estremo
lembo del deserto. Grandi uccelli popolavano gli stagni, e sciacalli
s'appiattivano tra i bassi cespugli: ma non v'era traccia della carovana
dei Saggi, nè vicino nè lontano.
All'orlo della terrazza scorse un piccolo mucchio di mattoni rotti,
sotto cui sporgeva un pezzo di pergamena. La raccolse e lesse: "Abbiamo
aspettato fin dopo mezzanotte, e non possiamo più a lungo indugiare. Noi
andiamo a trovare il Re - Seguici attraverso il deserto".
Artaban sedette a terra e si coprì la faccia disperato. "Come posso io
attraversare il deserto" disse, "senza cibo, e con un cavallo esausto?".
Devo ritornare a Babilonia, vendere il mio zaffiro, e comperare un
convoglio di cammelli e provviste per il viaggio. Giammai potrò raggiungere i
miei amici. Solo Dio misericordioso sa se io perderò la vista del Re, per
essermi indugiato ad usare misericordia".
PER AMORE DI UN PICCOLO BAMBINO
Si fece silenzio nell'aula dei Sogni, dove io ascoltavO la storia
dell'altro saggio. Ed in quel silenzio io vidi, ma molto confusamente, la
sua figura percorrere le tetre ondulazioni del deserto sul dorso del suo
cammello, avanzando come una nave cullata dalle onde.
La terra della morte stendeva la sua rete crudele intorno a lui. Le
lande rocciose non portavano frutti, ma solo rovi e spine. Oscure giogaie
di pietra uscivano qua e là Dalla superficie, come scheletri di mostri
morti. Catene di montagne aride ed inospitali si levavano dinnanzi a lui,
solcate da canali asciutti di antichi torrenti, quali spaventose e pallide
cicatrici sul volto della natura. Colline mobili di sabbia traditrice si
accumulavano come tombe all'orizzonte.
Di giorno un calore infuocato gravava opprimente sull'aria e nessuna
creatura viva si muoveva sulla terra: solo qualche topo saltava fra i
cespugli riarsi e qualche lucertola scompariva fra le fenditure delle
rocce. Di notte gli sciacalli erravano in cerca di preda ululando in
lontananza e il leone faceva echeggiare i dirupi dei suoi ruggiti, mentre
un brivido amaro e malsano seguiva l'arsura del giorno.
Attraverso il gelo e l'arsura il Mago procedeva ininterrottamente.
Lo vidi attraverso i giardini e gli orti di Damasco bagnati dai
ruscelli di Abana e di Farpar, con i loro pendii erbosi, cosparsi d'alberi
in fiore, e le loro macchie di mirra e di rose: lo vidi lungo le creste
nevose di Hermon e le oscure foreste di cedri, e le valli del Giordano, e
le acque azzurre del lago di Galilea, e la pianura fertile di Esaraelon, e
le colline di Efraim, e gli altipiani di Giudea: dappertutto e sempre
avanzava senza posa, finché arrivò a Betlemme. Era il terzo giorno dopo
che i tre saggi vi erano giunti, ed avendovi trovato Maria e Giuseppe con
il bambino Gesù, avevano deposto i loro doni d'oro, d'incenso e di mirra
ai suoi piedi.
L'altro saggio s'inoltrò stanco, ma pieno di speranza, recando il suo
rubino e la sua perla da offrire al Re. "Ora alfine", egli disse, "lo
troverò certamente, benché solo e più tardi dei miei fratelli. Questo è il
luogo di cui il povero Ebreo mi disse che i profeti avevano parlato, e qui
vedrò il sorgere della Grande Luce. Ma debbo informarmi della visita dei
miei fratelli, sapere a quale casa la stella li ha guidati, ed a chi essi
presentarono il loro tributo".
Le strade del villaggio sembravano deserte, ed Artaban si domandava se
tutti gli abitanti non fossero andati ai pascoli della montagna a prendere
le mandrie. Dalla porta aperta di una casupola di pietra udì pero una voce
di donna singhiozzare sommessamente. Entrò e trovò una giovane madre che
cercava di calmare ed addormentare il suo bambino. Essa gli disse degli
stranieri venuti dall'Oriente, ed apparsi nel villaggio tre giorni
innanzi, come essi dicessero d'essere stati guidati da una stella al luogo
dove Giuseppe di Nazareth alloggiava con la moglie ed il neonato, e come
lo avessero adorato ed avessero offerto a Lui molti e ricchi doni.
"Ma i viaggiatori sono scomparsi", continuò la donna, "rapidamente come
sono venuti. Noi eravamo intimoriti da questa loro strana visita. Non
potevamo comprenderla. L'uomo di Nazareth prese il bambino e la madre e
fuggì segretamente la notte stessa: si disse che andavano lontano, in
Egitto. Da allora un sortilegio sembra sovrastare il nostro villaggio. Si
dice che i soldati romani stanno per venire da Gerusalemme ad imporci una
nuova tassa, e gli uomini hanno portato via le greggi e gli armenti per
nasconderli sui monti, e sottrarli ad essa".
Artaban ascoltava le parole timidi e dolci della donna, ed il bambino
che essa teneva tra le braccia sorrideva e tendeva le rosee manine per
afferrare sul petto di lui il cerchio alato d'oro. Al lieve tocco il suo
cuore s'infiammò, gli parve quasi un segno d'amore e di fiducia ad uno che
aveva viaggiato in solitudine ed in perplessità, lottando con i propri
dubbi, con i propri timori, e seguendo una luce velata nelle nubi.
"Non potrebbe questo bambino essere il Principe promesso?", domandò fra
sè e sè, nell'accarezzare la morbida guancia. "Altri Re sono nati in case
ancor più umili di questa, ed il favorito delle stelle può sorgere anche
in una capanna, ma il Dio di sapienza non ha creduto bene di ricompensare
la mia ricerca così presto e felicemente. Quello che io cerco è andato via
prima del mio arrivo, ed io debbo ora seguire il Re in Egitto".
La giovane madre posò il bimbo nella culla, e si levò ad offrire allo
straniero ospite, che il fato aveva condotto nella sua casa, quanto gli
occorreva. Pose d'innanzi a lui il semplice cibo dei contadini, ma la
cordialità che lo accompagnava lo rendeva ristoratore tanto per il corpo
che per l'anima. Artaban lo accettò con gratitudine, e mentre egli
mangiava, il bambino s'addormentò balbettando dolcemente nel sonno ed una
grande pace riempì la quieta stanza.
Ma ad un tratto si udì un grande strepitio nella strada, un urlare, un
gemere di donne, un clangore di trombe di rame, un cozzar di spade, e su
tutto un grido disperato: "I soldati, i soldati di Erode: essi uccidono i
nostri bambini!"
Il volto della giovane madre si sbiancò per il terrore. Strinse al seno il
suo bambino e s'aggomitolò immobile nell'angolo più scuro della stanza,
coprendolo con le pieghe della veste perché non si svegliasse e piangesse.
Ma Artaban si levò prontamente e si mise dritto sulla porta della casa. Le
sue ampie spalle riempivano la porta da una parte all'altra e la punta del
sua cappuccio ne toccava l'architrave.
I soldati venivano precipitosamente dalla strada con mani e spade
insanguinate, ma alla vista dello straniero e della sua veste imponente
esitarono sorpresi. Il capitano della schiera si apprestò alla soglia per
spingerlo da una parte, ma Artaban non si mosse. La sua faccia era calma
come se contemplasse le stelle, e nei suoi occhi ardeva la luce ferma
dinnanzi a cui si ritrae persino il leopardo ed arresta il suo slancio il
feroce mastino. Tenne per un istante il soldato come ammutolito e poi
disse a voce bassa :"Io sono solo qui e darò questa gemma al prudente
capitano che mi lascierà in pace". E mostrò il rubino scintillante nel cavo
della sua mano come una grossa goccia di sangue. Il capitano fu colpito
dallo splendore della gemma: le sue pupille lampeggiarono di desiderio, e
le sue labbra si contrassero avide. Tese la mano e prese il rubino.
"Avanti", gridò ai suoi uomini, "qui non vi è alcun bambino; la casa è
tranquilla".
Il fragore delle armi si dileguò lontano, come si dilegua la furia
della caccia oltrepassando la tana celata in cui si appiatta il cervo
tremante. Artaban rientrò nella casetta e, volta la faccia ad Oriente,
pregò:
"Dio di verità perdonami: io ho detto ciò che non è per salvare la vita
d'un bambino. Ecco! Due dei doni sono andati. Ho speso per l'uomo ciò che
era destinato a Dio. Sarò io mai degno di vedere la faccia del Re?".
Ma la voce della donna tremante di gioia nell'ombra dietro di lui disse
dolcemente: "Possa il signore benedirti e proteggerti, perché hai salvato
la vita del mio bambino; il volto del signore splenda su di te e ti sia
benigno; il Signore ti elargisca i suoi favori e ti dia la pace".
NELLA VIA CELATA DEL DOLORE
Di nuovo si fece silenzio nell'Aula dei Sogni: più profondo e più
misterioso della prima volta, ed io compresi che gli anni di Artaban
scorrevano rapidamente sotto la calma di quella nebbia. Solo qua e là
potevo cogliere un bagliore di quella vita, fra le ombre che ne celavano
il corso. Lo vedevo aggirarsi fra la folla delle popolose città d'Egitto,
in cerca ovunque delle tracce della famiglia fuggita da Betlemme, e le
trovava all'ombra dei frondosi sicomori di Elaiopoli, e sotto le mura
delle fortificazioni romane a Nuova Babilonia sul Nilo - ma tracce lievi e
confuse, che si cancellavano man mano dinnanzi a lui, come le orme di un
piede umano sulla sabbia umida della spiaggia al sopravvenire di una nuova
ondata.
Lo vedevo di nuovo ai piedi delle piramidi innalzanti le loro punte
rigide e acute nello splendore dorato del tramonto, monumenti immutabili
della gloria peritura e della imperitura speranza umana. Egli scrutava il
volto enorme della Sfinge accovacciata e tentava invano di penetrare il
significato di quegli occhi e di quella bocca sorridente.
Era essa uno scherno a tutti gli sforzi, a tutte le aspirazioni umane,
- come aveva detto Tigrane - il motteggio crudele di un enigma che non ha
soluzione, di una ricerca vana? Ed era in quel sorriso inperscrutabile un
moto di compassione e di incoraggiamento, la promessa che anche i vinti
otterranno vittorie, che i disillusi avranno un premio, che gli ignoranti
diverranno saggi ed i ciechi veggenti, e che gli erranti giungeranno al
fine anch'essi alla meta?
Lo vidi di nuovo in una casa buia di Alessandria, mentre si consigliava
con un Rabbi Ebreo. L'uomo venerando, curvo su rotoli di pergamena in cui
erano scritte le profezie di Israele, leggeva ad alta voce le patetiche
parole che predicevano le sofferenze del promesso Messia, il disprezzato,
il reietto dagli uomini, l'uomo dei dolori, il compagno dell'afflizione.
"E ricorda, figlio mio" diceva fissando in volto ad Artaban i suoi
occhi infossati, "il re che cerchi non lo troverai in un palazzo, ne tra i
ricchi, ne tra i potenti. Se la luce del mondo, la gloria d'Israele avesse
dovuto venire con la grandezza dello splendore terreno, essa sarebbe
apparsa da lungo tempo. Poiché nessun figlio di Abramo rivaleggerà mai più
in potere con quello che Giuseppe ebbe nei palazzi d'Egitto, ne in
magnificenza con quello di Salomone troneggiante tra i leoni di
Gerusalemme. Ma la luce che il mondo aspetta è una luce nuova: è lo
splendore che sorgerà dalla sofferenza paziente e trionfante. Ed il regno
che sarà stabilito per sempre è un nuovo regno: la sovranità del perfetto
e insuperabile amore.
"Io non so come questo avverrà, ne come i re ed i popoli turbolenti
della terra saranno condotti a riconoscere il Messia ed a rendergli
omaggio. Ma questo io so: che coloro che lo cercano faranno bene a
cercarlo fra i poveri e gli umili, fra gli addolorati e gli oppressi".
Così l'altro saggio riprese il suo peregrinare di luogo in luogo, fra
le case disperse dove la piccola famiglia di Betlemme poteva forse aver
trovato rifugio. Attraversò paesi dove la carestia faceva strage, dove i
poveri domandavano pane. Dimorò in città colpite dalla peste, in cui gli
infermi languivano accomunati in disperato dolore. Visitò gli afflitti e
gli oppressi nell'oscurità tetra di prigioni sotterranee e l'accumulata
sciagura dei mercati di schiavi e l'opprimente fatica delle navi-galere.
In questo popoloso ed intricato mondo d'angoscia non trovava alcuno da
adorare, ma molti da aiutare. Cibava gli affamati, vestiva gli ignudi,
curava gli infermi e confortava i prigionieri: ed i suoi anni passavano
rapidamente, come la spola del tessitore che corre innanzi ed indietro sul
telaio, mentre il tessuto cresce ed il disegno invisibile si va
completando.
Sembrava quasi aver dimenticato la sua ricerca. Solo una volta lo vidi
ancora per un momento, ritto al levar del sole sulla porta di una prigione
romana. Aveva preso in petto da un nascondiglio segreto la perla, l'ultima
delle sue gemme. Mentre la guardava, uno splendore dolce, una luce
iridescente, piena di sfumature rosse ed azzurre, tremolava sulla sua
superficie quasi avesse assorbito qualche riflesso dai colori dello
zaffiro e del rubino che il saggio aveva perduto. Nello stesso modo il
profondo, il segreto scopo di una nobile vita accumulava in se le tracce
delle gioie e dei dolori passati; tutto ciò che l'ha aiutata, tutto ciò
che l'ha ostacolata è trasfuso per una sottile magia nella sua intima
essenza. Come la perla essa diviene più luminosa e più preziosa quanto più
a lungo è stata portata vicino al cuore palpitante.
Allora, alfine, mentre pensavo a questa perla ed al suo significato,
udii la fine della storia dell'altro saggio.
UNA PERLA DI GRAN VALORE
Trentatre anni della vita di Artaban erano trascorsi, ed egli ancora
peregrinava in cerca della luce. I suoi capelli, una volta più neri delle
rocce di Zagro, erano ora candidi come la neve ghiacciata che le copre.
Gli occhi, che un tempo balenavano come fiamme di fuoco, erano ormai
appannati come brace che si spegne fra le ceneri.
Stanco, logoro, presso a morire, ma pur sempre intento alla ricerca del
Re, egli era venuto per l'ultima volta a Gerusalemme. Aveva già spesso,
per l'innanzi, visitato la città santa, e cercato attraverso tutti i suoi
viottoli, in tutte le sue casupole, in tutte le sue prigioni, senza trovar
traccia della famiglia di Nazareni fuggita molto tempo prima da Betlemme.
Ma ora gli sembrava di dover fare ancora un tentativo, e qualcosa gli
sussurrava in cuore che alla fine avrebbe potuto riuscire.
Era il tempo di Pasqua. Nella città si accalcavano stranieri e figli
d'Israele, sparsi in lontani paesi, che tornavano al tempio per la gran
festa, e da molti giorni nelle anguste vie della città regnava una gran
confusione di lingue.
Ma quel giorno la moltitudine era in preda ad una singolare agitazione.
Il cielo era ottenebrato da una strana caligine, e la folla sembrava
attraversata da correnti di eccitazione come la foresta è scossa da
fremiti di vento all'avvicinarsi di un temporale. Una marea segreta
sollevava la folla. Lo strepitio dei sandali mescolato al lieve e fitto
calpestio di migliaia di piedi nudi striscianti sulle pietre fluiva
incessantemente lungo le strade che conducevano alla porta di Damasco.
Artaban si unì ad un gruppo di gente del suo paese, Parti Ebrei venuti
a far Pasqua, e domandò qual fosse la cagione di tanto fermento, e dove
andasse tutta quella gente.
"Noi andiamo", gli risposero, "al luogo detto Golgota, fuori le mura
della città, dove ha da aver luogo un'esecuzione. Non sapete che cosa è
accaduto? Due ladri debbono essere crocifissi, e con essi un altro detto
Gesù di Nazareth, uno che ha compiuto cose meravigliose, e che il popolo
ama assai. Ma i preti e gli anziani han detto che deve morire perché si è
spacciato come figlio di Dio. E Pilato lo ha condannato alla croce, perché
ha detto d'esser il RE degli Ebrei."
Come queste parole caddero stranamente sul cuore stanco di Artaban!
Esse lo avevano condotto durante tutta la vita attraverso terre e mari; ed
ora giungevano a lui misteriosamente e oscuramente come un disperato
messaggio. Il Re era sorto, ma era stato rinnegato e reietto, e stava per
morire. Forse era già morto. E se fosse quello nato in Bethlemme trentatre
anni prima, alla cui nascita la stella era apparsa nel cielo e della cui
venuta i profeti avevano parlato?
Il cuore di Artaban batteva agitato con quell'ansia dolorosa che il
turbamento porta alla vecchiaia. Ma disse fra se: "Le vie del Signore sono
più strane dei pensieri degli uomini; può essere che io giunga in tempo a
riscattarlo con la mia perla prima che muoia".
Seguì la moltitudine con passo lento e penoso verso la porta di
Damasco. Aveva appena oltrepassato il corpo di guardia, che vide una banda
di soldati macedoni trascinare una fanciulla con le vesti lacere ed i
capelli scarmigliati: si fermò a guardare pieno di compassione, ed essa
subitamente si divincolò dalle mani dei suoi aguzzini e si lanciò ai piedi
di lui, afferrandosi alle sue ginocchia.
Aveva riconosciuto il cappuccio bianco ed il cerchio alato sul
petto.
"Pietà di me", gridò, "salvatemi per il Dio di Purezza: sono anch'io una
figlia della vera religione insegnata dai Magi. Mio padre era un mercante
Parto, ma è morto ed io sono stata arrestata per i suoi debiti, e debbo essere
venduta come schiava. Salvatemi da questo obbrobrio peggiore della morte!".
Artaban tremò. Era l'antico conflitto della sua anima; venuto già a lui nel
boschetto di palme presso Babilonia, e poi nella casa di Bethlemme - il conflitto
tra l'aspettativa della fede e l'impulso dell'amore.
Due volte il dono consacrato all'adorazione religiosa era uscito dalle
sue mani per il servizio dell'umanità questo era il terzo cimento, l'ultima
prova, l'irrevocabile scelta finale. Era alfine la sua grande opportunità,
o era l'ultima tentazione? Non sapeva dirlo. Una cosa sola appariva chiara
nell'oscurità della sua mente - era inevitabile. E l'inevitabile non viene
forse da Dio?
Una cosa sola era sicura per il suo cuore infranto: riscattare quella
derelitta era un vero atto d'amore. E non è amore la luce dell'anima?
Trasse dal suo seno la perla. Mai gli era sembrata così bella e lucente,
così piena di dolce e vivo fulgore egli la pose nella mano della schiava.
"Ecco il tuo riscatto, figliola. È l'ultimo dei miei tesori, e lo
tenevo per il Re".
Mentre parlava l'oscurità del cielo si faceva più cupa, e scosse di
terremoto attraversavano la terra che sussultava convulsamente come il
petto di uno che lotti con un immenso cordoglio.
I muri delle case ondeggiavano, si staccavano qua e là dall'alto delle
piastre che cadevano nelle strade: nuvole di polvere riempivano l'aria. I
soldati fuggirono terrorizzati e barcollando come ebbri. Ma Artaban e la
fanciulla da lui riscattata sedettero in terra ai piedi delle mura del
Pretorio.
Che cosa aveva egli a paventare? Per che cosa viveva ancora? Aveva dato
l'ultimo avanzo del tributo destinato al Re: si era separato dall'ultima
speranza di trovarlo. La ricerca ormai era finita. Ma anche in quel
pensiero, accettato ed abbracciato, era una gran pace. Non rassegnazione.
Non sottomissione, ma qualcosa di più profondo e solenne. Egli sentiva che
tutto era bene, perché aveva fatto il meglio che poteva giorno per giorno.
Fedele alla luce datagli, ne aveva cercata di più, e se non l'aveva
trovata, se tutta la sua vita era un insuccesso, senza dubbio questo era
il meglio possibile. Egli non era giunto a vedere la rivelazione della
"vita eterna incorruttibile e immortale", è vero; ma sapeva che anche se
avesse potuto rivivere la sua vita terrena, essa non avrebbe potuto essere
diversa da quel che era stata.
Ancora una debole scossa di terremoto passò, facendo tremare il suolo,
ed una tegola pesante staccandosi dal tetto colpì il vecchio ad una
tempia. Egli giacque pallido e senza respiro, con la testa canuta china
sulla spalla della giovinetta, mentre il sangue sgorgava dalla ferita.
Com'essa si curvò su di lui temendo fosse morto, si udì nel crepuscolo una
voce lieve e sommessa, quale un canto lontano, di cui le note erano chiare
ma le parole indistinte. La fanciulla si volse a guardare se qualcuno
avesse parlato dalla finestra sopra di loro, ma non vide nessuno.
Allora le labbra del vecchio cominciarono a muoversi come in risposta
alla voce, ed essa lo udì dire nella lingua dei Parti:
"No mio Signore, quando mai io ti vidi affamato e ti nutrii? O assetato
e ti detti da bere? Quando ti vidi straniero e ti accolsi presso di me? O
ignudo e ti rivestii? Quando ti vidi malato e prigioniero e venni a te?
Trentatre anni ti ho cercato, ma non ho mai visto la tua faccia, né mai ti
ho servito, o mio re!"
Egli tacque, e la dolce voce tornò a farsi sentire. La fanciulla l'udì,
debole e lontana, ma ora le parve di comprenderle le parole:
"In verità io ti dico: quando tu lo hai fatto ad uno degli ultimi di
questi miei fratelli, tu lo hai fatto a me".
Uno splendore colmo di meraviglia e di gioia illuminò il volto pallido
di Artaban, come i primi raggi dell'alba rischiarano una vetta nevosa, e
le sue labbra esalarono sorridendo un ultimo e lungo sospiro di
sollievo.
Il viaggio era finito! I suoi tesori erano accettati! "l'altro saggio"
aveva trovato il Re.
(Tratto dal sito www.viveremeglio.org)