La presentazione del libro (prof. A. Piromalli)
 
Presentazione del professor Antonio Piromalli del mio romanzo Anabasi d'un anarca
Il ch.mo prof. Antonio Piromalli
 
 
I primi dati di cui si valgono sia i sensitivi che i detectives (gli indagatori del conscio e dell’inconscio) sono le tracce documentali, i segni che l’individuo esprime, il linguaggio che lo connota. Così è anche per un testo di letteratura e di poesia e ciò si può riscontrare nelle notizie attinenti alla biografia e alla poetica di Paolo Gentili. L’opera da noi letta proietta alcune “note caratteristiche” dell’autore, in tempi in cui si mira ad ottundere le caratterizzazioni, a crearle non vere, ad assumere I colori più diversi come fa il camaleonte. Di grande misura sono le rilevanze caratteristiche di gentili e di forti contrasti: così nell’epoca barocca cozzavano gli ossimori, nell’epoca romantica (quella vera, non quella tarda tipicamente all’italiana cioè al compromesso con il non romantico) si scendeva negli abissi dell’animo (più tardi si guardarono gli abissi dal belvedere).
La prima annotazione sull’autore è quella di “avventuroso esistenziale” in fuga per il mondo, per inquietudine o per il fatto di sentirsi esule, di avere assunto una categoria etico-culturale connaturata ai creatori della poesia del Novecento (Campana, Modigliano, Barilli, Jacobbi ecc.: in altri, come in Onofri, Calogero, la “fuga per il mondo” e' una fuga mentale per il cosmo): personaggi i quali sentivano in sé la mancanza di qualcosa che andarono cercando in altre culture e che portarono con sé come oggetto raro scavato nelle profondità e consegnato ai contemporanei e ai posteri. Senza questi personaggi extravaganti la nostra letteratura novecentesca sarebbe ridotta al piantolino dei crepuscolari, alla bella pagina dei rondisti, al ritorno all’ordine dei gerarchi fascisti, all’Accademia d’Italia con i felucati di guardia con fucile e sottogola alla mostra della Rivoluzione fascista: una scena di comicità irresistibile! Insomma un po’ di delirio e di insania, che troviamo in Gentili, è indispensabile per esprimere sé nel tempo, un tempo fitto fitto come mai nella storia, di combinazioni, interrogazioni, catabasi, discese nel buio, nelle ambiguità , nella schizofrenia, nella disperazione. Gentili scende nell’inferno erotico-esistenziale, fa vedere la condizione di esasperazione in cui vivono i personaggi, i quali rappresentano le tante facies (anche morbose) dell’umanità di oggi.
Naturalmente la rappresentazione non è lirica, ma drammatica in un aspetto in cui il vero umorismo in senso pirandelliano si manifesta. La metafora dell’umorismo è insieme tragica e comica per la carica ironica, dissacrante, deformante che il poeta vi pone: dalla misura, dalle quantità deriva anche il grado di derisione, di oltrepassamento che è il kitsch. Novecento è consumazione dell’ottimismo e discesa nell’irrazionale, nel nichilismo (talvolta si rimane nel sottosuolo, talvolta dal buio si risale alla luce), il cammino, avventuroso, può essere estremamente difficoltoso, fatale.
Paolo Gentili ci presenta l’affondamento dell’uomo di oggi nel nullismo che lo circonda, nella casualità, nella mancanza di responsabilità, nella violenza.
Le azioni rappresentate mirano alla ricerca psicoanalitico-filosofica (ma anche religiosa) per recuperare l’innocenza (raffigurata in Maria) perduta per impossibilità di uscire dall’ambiguità della vita. Non si tratta di un pasticcio spiritualistico ma di un problema acutamente sentito in una società desistente, non progettuale, velleitaria, di corto respiro, frastornata dalla multiformità priva di un punto di vista sicuro, dominante.
Il protagonista narrante è un personaggio novecentesco, sperimentatore avventuroso, con compleso di rimorsi, con desiderio di conoscenza di verità, un argonauta che incontra spesso il buio, il delitto, il nascosto della natura e ne è attratto: nel rappresentare le sue esperienze e le persone incontrate egli tende a deformarle accentuando elementi contrastanti, esorbitanti, a evidenziare –per ironia, per allontanare il negativo - il kitsch, il fuori-moda e fuori-tempo, il non più vivente di cui si sorride. Così la deformazione aiuta l’assunzione della realtà in un surrealismo che assorbe tutto nella sua luce sovrumana. In quella luce si perdono i comuni giudizi morali della vita quotidiana, tutto vive nella magnificenza della deformazione: non c’è più decadentismo da condannare (come si faceva un tempo) né personaggi da spedire all’inferno perché è proprio l’inferno della vita che è trasportato sul piano della verità artistica (con tutti I suoi motivi, per guardarne l’organicità).
André Breton scrisse che l’uomo cresciuto in un determinato modo (praticistico, infeudato alle regole stabilite da altri: e come potrebbe fare altrimenti?) appartiene anima e corpo all’imperiosa necessità pratica che non gli è consentito perdere di vista e tutti I suoi gesti “saranno privi di ampiezza”, le sue idee “prive d’apertura”. L’immaginazione e il surreale, il sogno sono per Breton al primo posto tra gli elementi essenziali e scrive: “ Si racconta che un giorno, al momento di addormentarsi, Saint-Pol-Roux facesse mettere sulla porta della sua dimora di Camaret un cartello sul quale stava scritto IL POETA LAVORA”.
Nel surreale si trasferisce il reale, il poeta può portare in esso trasgressioni, avventure, il suo mondo blasfemo, il suo mondo eccitato alla Fred Buscaglione delle canzoni delle bambole (con sbirri, facce pallide con baffetti), l’adolescente Maria bionda sua amante, il Padre-Mostro che non aiuta gli uomini, il proprio desiderio di male, di mordere l’innocenza ecc. La notte ha un partricolare rilievo per i palazzi colore verderame, i riflessi delle luci sull’asfalto, i colori vividi dei mucchi d’immondizia, gli alberi di celluloide. Indichiamo la notte come eredità della letteratura romantica (e anche simbolista) nell’accezione di mistero oscuro ma sogni, vagheggiamenti sono contro il luogo comune dell’ordine, aprono visioni anarco-libertarie. Uno dei kitsch supremi dell’opera , della visione libertaria in funzione ironica, è quello di Berenice dai capelli rossi (lucenti e sanguigni) a casco, dai “virgoloni puntuti” sulle gote, dal “ ramato viso di guerriera”, metallico-magnetico, dagli occhi splendidi “come stelle a lutto”, dalla croce a punta di spada che porta sul petto (simbolo misteriosofico della confusa pasticciata sottocultura di destra reazionaria e dittatoriale di cui é esperessione), simile a un insetto notturno che ha cozzato contro un lume stordendosi, , a un “lussuoso crostaceo d’acquario”, dall’odore di cenere cimiteriale, terra e fiori bagnati, votata alla verginità, valkiria su moto gigante e veloce con elmo rosso-sangue, donna dal corpo bronzeo in bikini e politrica (!).
Nella dimensione surreale entrano soprattutto l’irrazionale e l’inconscio che dominano i pensieri dell’anarca (dall’inconscio: Maria amata che soggiace a un negro, avere da Maria un figlio che per ingegneria genetica ripproduca identicamente la madre, far morire il bambino Fagiolo soddisfacendo il suo desiderio di cioccolata, ecc) e che lo assolvono dal peccare di sadomasochismo, peccato divulgato da chi condanna come male il decadentismo e lo grava di colpe che sono elementi della natura.
All’ironia del kitsch si prestano sia l’ideologia del protagonista, rinascimentale per un aspetto e dannunziano-decadente per un altro, sia quella medieval-cristiano-reazionaria di Berenice: dal wagnerismo deriva alla teologa Berenice l’ideologia di un medioevo di ferro battuto, di pietra, di custode-svelatrice di misteri, di Guerrigliera di Gesù Cristo con croce latina nerolucida, un esoterismo scombinato (come quello del Graa)
che dovrebbe condurre alla conquista della Sapienza . La teologa Berenice fosca, metallica è personaggio da fumetto in cui si depositano gli elementi dell’iniziazione, della violenza, della verginità, dell’alchimia del potere militar-dittatoriale-religioso. Nelle repubbliche centrosudamericane tali ubbie si sono spesso mescolate con dosaggi esiziali perché sostenitori della dittatura. Del resto nel mondo lusitano Fernando Pessoa, amico di un grande imbroglione, Aleistor Crowley, sperava con il sebastianismo –che si richiamava al folle re che nel 1578 partì per una crociata contro il Marocco- in una rigenerazione imperiale. Si veda nel poema di Gentili anche la “satanesca architettura” del palazzo del padre di Berenice (Ignacio Coronados, già ministro dell’Interno del dittatore Viruela): l’edificio, di colore pavonazo, è un “castello mostro” simile a bestia feroce accovacciata, massiccio come fortezza, con innestati medievali bastioni; la villa ha la forma di una testa di belva acquattata, il cui collo è una torre e le cui zanne “son finestre e balconi acuminati”; da una balconata del cortile pendono “ punte acute di pietra a mo’ di zanne”.
L’infinito kitsch della figura di Berenice è un emblema delle anfibologie in cui si svolge la vita (o si impantana) , delle ambiguità che la vita presenta organicamente sicché innocenza e onestà sono non solo periclitanti ma perseguiotate e non c’è stella che guidi il cammino. Storia e ragione sono travolte da più antiche ragioni e storie, malvagie, che si sono venute confermando. I protagonisti sono scombinati e, perciò, dirottamente tesi verso l’errore. Berenice è pazza masochista, invasata di misteriosofia che giustifica la violenza, I familiari sono maschere alienate dal potere.
Il pittore affonda nella vita mediocre e cerca di uscire dall’ambiguità con il sentimento verso Maria, con la religiosità riconosciuta alle manifestazioni della vita e con la esecrazione del convenzionale. Egli scende agli inferi per liberarsi dal rimorso, per attingere dall’esperienza certezza di valori e sentimenti: deve imparare a non farsi invischiare dal caso, a non farsi ledere dalla violenza, a non farsi svilire da quanti denigrano la vita e deve cercare di alleviare i mali e i dolori della gente che vive nel buio e nel sommerso. Egli vince Berenice angelo nero, giunge in Italia con Maria dopo aver attraversato un mondo di degradazione, di miseria, di delitti, facendosi guidare dal sentimento libertario.
Il poema libertario-liberatore nasce dalla visione di un mondo disarmonico, scompensato, abitato da mostri e , pertanto, non presenta nel testo richiami a modelli regolari consonanti con la normalità di un sistema. Non c’è da intonare liricità né alcun mondo migliore da esaltare. Discorsività, spezzature, fratture verbali, sintattiche caratterizzano I modi espressivi in una koinè linguistica che rispecchia le mescolanze sociali della società di massa di oggi. L’ironia si alterna con le spiegazioni (l’intento della chiarezza è sempre perspicuo), con l’umorismo delle metafore (il grattacielo che sfonda la dentiera del Padreterno è emblematica di una megalalìa che circola nel poema), il registro linguistico attinge ampiamente al bernismo realistico quando la vicenda si svolge in via Alastor o introduce personaggi della vita picaresca ampiamente rappresentata. Ma a questo caposaldo realistico corrisponde una teatralizzazione, una drammatizzazione che espongono i significati alti della vicenda, la ricerca dell’innocenza, dei significati umani della vita in cui il poema narrativo trova la sua intrinseca giustificazione. Il surrealismo è il livello superiore che dà significato all’opera antilirica, drammatica, una significazione non comune che Paolo Gentili ha dato della simbiosi di cultura e verità. Né va dimenticata la temperie culturale ibero-sudamericana che egli ha portato, per il verso indicato, nella nostra letteratura novecentesca.

Roma, febbraio 1998

Antonio Piromalli.