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| Le sirene d'Ulisse
frammenti e racconti d'illusione e d'avventura |
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Balthus, Le fruit d'or (1956, part.) |
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-L'eterno triangolo
*Dalla finestra spalancata al cielo
esalava l'effluvio del ragù.
La tovaglia era candida,
l'acqua dentro la brocca scintillava,
la bottiglia del vino ormai era verde,
più che non rossa.
In un angolo ancora il seggiolone
con il pallottoliere rosicchiato
e sotto il culo il buco con il tappo.
Ma sedevo ora su una poltroncina
e in più su due cuscini ricamati
azzurro e argento,
alla destra del Padre
dalla mascella quadra e il naso in carne,
le braccia possenti,
le spalle superbe,
gli occhi temporaleschi,
le chiome risplendenti
di brillantina.
In canottiera bianca e mutande celesti
Lui si godeva il vino, il pranzo, il figlio
e la sua bella donna,
mia madre,
giovane allora di vent'anni appena.
Lui mi versava due dita di vino
nel bicchieretto se appena era vuoto,
per farmi uomo.
"Vuota il bicchier ch'è pieno,
mesci il bicchier ch'è vuoto:
non lo lasciar mai pieno,
non lo lasciar mai vuoto"
canticchiava guatandomi.
Bevevo: e canticchiavo e sgranocchiavo
freschi cuor di finocchio e patatine
e carciofetti d'oro appena fritti
dalla mia mamma.
Ricordo poi dentro la stanza oscura
la nausea oleosa.
Nella persiana due frecce di sole.
Lui schiacciava sul letto la mia mamma
nuda.
E le dava gemiti di male.
-Volutta' luciferine.
*Stabat Mater dolorosa
e l'erba s'inchinava cupa al vento
nei giardini imperiali.
Arcipelaghi in cielo rabbuiavano
sabbia e schiuma di lago.
Ad ali chiuse Satana poggiava
la calda guancia alla pietra preziosa
del davanzale blu della sua reggia,
zoomando attento l'appiccato Iddio
insanguinar le scaglie del querciolo.
E s'annoiava già ferocemente
l'Angelo nero di bocca viziosa,
ali di topo, coda pelosa,
linguetta dardeggiante senza posa,
già in delusione grigio s'intristiva
l'occhio suo attento spiando l'agonia
del Pitocco dal collo sgangherato.
Ma all'improvviso arsero di lampi
voluttuosi gli occhietti del Mortifero,
quando un pidocchio verde, indispettito,
a zampe larghe trottò a stilettare
una vergine rosa tentennante
tra la Madre in ginocchio e il Figlio storto.
-L'ospite
*Ai margini d'una città,
sul greto d'un fiume,
tra rottami arrugginiti e rifiuti,
mi scavai un giardinetto
di lattughe, fagioli, pomodori.
Era d'autunno, e ferivo la terra
con una lucida zappa:
il nero odore pungente
inebriava il mio cuore
più d'un fiasco di vino.
Il tramonto era l'ora più bella.
Il fiume s'ombreggiava di viola.
Il cane aspettando la cena
fiutava l'aria fremendo.
Dal tetto della baracca
cadevano fili di paglia.
Sulla porta fumavo una cicca e ascoltavo.
A poco a poco il fiume si fermava.
Sul ponte una sera urlarono i freni
della corriera.
Scaraventarono fuori una valigetta di cartone,
e una ragazza di stracci.
Poi ripartirono sbattendo le porte.
Sul ponte di notte bruciavano
i fuochi delle puttane.
Come zanzare fiutarono carne
arzilletti acquirenti vespertini.
Ma la ragazza scese zoppicando
la straducola storta tra i cespugli
e le immondizie.
Era sudicia e nera: di lontano
puzzava già di fame e di tristezza.
Il cane abbaiò disgustato.
E s'accucciò sbuffando al mio richiamo.
L'ospite silenziosa
io baciai su una guancia
amara come una foglia.
Il cane traballando se ne andò
a pisciare sull'orlo del fiume.
Accesi la candela.
Tagliai pane, salame, e disposi
le fette a forma di fiore
nel coperchio-vassoio d'una pentola.
Per bere il vino avevo anche i bicchieri.
Zitta, seduta sulla valigetta,
guardava il fiume l'ospite meschina,
però aveva fame,
e mangiò tutto, col pane
che avevo, e pomodori,
però senza sale.
Dormì dentro il mio letto, ed io per terra.
L'ascoltai respirare nel suo sonno,
e scivolai per cunicoli azzurri
in sogno verso un lago cristallino.
Quando uscii col carretto la mattina
dormiva ancora, buia nel mio letto.
Al mio rientro sul ponte trovai
una piccola folla e polizia.
Dopo un po' ripescarono un fagotto
d'acqua morta;
e qualche straccio, intorno a un fiore nero. |
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