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Questo libro non e' ancora edito.
Qui sotto ne riporto poche righe iniziali |
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Balthus, Alice dans le miroir |
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I
GIOVANNA
1. Horti Scipionum.
Fu un torbido scorcio d’estate romana quello del 1971 per Paolo Gentilbrando, un ragazzo di vent’anni, di antica e ricca famiglia nobiliare, ricoverato da una quindicina di giorni in una clinica sull’Appia antica. Egli era stato ferito al petto in Bolivia, durante il colpo di stato che aveva portato nell’agosto di quell’anno al potere, in quel povero e desolato paese dell’America Latina, la destra di Hugo Banzer Suàrez. Un aereo privato era giunto da Roma a La Paz. Con l’assistenza discretissima di un funzionario del Consolato italiano e di don Gigi, un prete italiano che gli aveva somministrato le prime cure, Paolo era stato prelevato dalla sua abitazione dai tre uomini dell’equipaggio, trasportato all’aereoporto e, dopo un paio di giorni, e tre scali, uno a Salvador de Bahia in Brasile; uno nelle isole di Capoverde, l’Isola del Sale; uno a Madrid, il piccolo, ma, per l’epoca, potente aereo a reazione, era giunto felicemente a Roma.
Paolo gia’, verso la metà di settembre, era quasi del tutto guarito da una leggera ma insidiosa ferita al petto che avrebbe potuto essere mortale. La pallottola di rivoltella era per buona sorte scivolata sulla quarta costola sinistra, incrinandola, ma senza ledere nessun organo vitale. Tuttavia, continuando la corsa, il proiettile si era, per cattiva sorte, conficcato nel cranio di un compagno di Paolo, tal Timoteo Makarenko. Costui, un apolide ed ex cittadino sovietico, nonostante l’energica richiesta di Paolo, che avrebbe voluto portarlo con se’, era stato lasciato dove gia’ si trovava, in un ospedale di La Paz, e dove, in gravissime condizioni, era assistito dalla sorella. Paolo ottenne tuttavia, una volta giunto a Roma, che, per intervento della sua potente zia, il Makarenco, un giovane di trent’anni, volasse con la sorella a Buenos Aires, e ivi fosse ricoverato e curato nell’ottimo Ospedale Italiano. Ma le notizie che giungevano erano tragiche. Timoteo sarebbe rimasto cieco e paralizzato, se pur fosse riuscito a sopravvivere.
Dopo giornate di caldo torrido, i mattini lucenti di Roma si erano fatti piu’ freschi; i pomeriggi d’improvviso erano oscurati e folgorati da violenti temporali; dopo brevi acquazzoni da affogarci dentro, il sole calava, tra i pini che circondavano la clinica, in tramonti cupi, tumultuosi e sanguinosi. Il giovane convalescente li ammirava malinconicamente, seduto con un libro (leggeva e scriveva molto quel ragazzo) in una poltrona di vimini sulla fiorita terrazzetta della sua stanza.
Ma quella era anche l’ora in cui il paziente riceveva la visita della zia o della cugina. Nessun altro era venuto mai a trovarlo. Le due parenti gli telefonavano durante il giorno, ognuna almeno un paio di volte. E di notte rimanevano a dormire con lui, o l’una, la zia, la contessa Francesca Gentibrando, o l’altra, la cugina, la contessina Eleonora Codoni Zontara, nota mannequin. Nessun amico, nessun altro parente, aveva mai fatto visita al “contino”, come con gli occhi ridenti lo chiamavano le infermiere. Questo noto’ come una stranezza la signota Amalia capoinfermiera. Del resto lei, la signora Amalia, e le stesse infermiere, di altre “stranezze” avevano trovato tracce concrete, e ne erano scandalizzate. La zia e la cugina facevano sicuramente l’amore col giovanotto, li’, nella clinica, in quella stanza numero 3 dell’ultimo piano, nel letto di lui o in quello della parente assistente di turno. Si chiudevano dentro gl’innamorati. Facevano i fatti loro e se arrivava un’infermiera a prelevare la temperatura o a cambiare la fasciatura doveva aspettare che aprissero. Questa era un’indecenza, quasi che la clinica fosse un albergo a ore. E passi –quelle stanze a pagamento erano come abitazioni private- per la giovane mannequien. Ma la contessa non solo aveva la stessa rispettabile eta’ di Amalia (cinquant’anni), seppur certamente era molto piu’ elegante di lei; non solo, per certi tratti del viso e del modo di vestire, pareva una monaca, e, quando dormiva li’, andava in cappella alla messa delle sei di mattina e a quella delle sei di sera; ma infine era la zia, era la sorella del padre del ragazzo, diamine! E prendeva la comunione due volte al giorno quella sporcacciona!
Amalia fece cenno della “stranezza” al direttore della clinica, il prof. Palmesano. Costui prima cadde dalle nuvole ( -Ma come, la zia! Ma se gli ha fatto da mamma! Lei lo sa che quel povero ragazzo i genitori li ha perduti che non aveva nemmeno un anno?!). Poi, fingendo di non credere a nulla, ci scherzo’ su (-Cara Amalia, fare l’amore fa bene. E a giudicare da come il ragazzo e’ guarito, fa benissimo!). La capoinfermiera ne disse una mezza parola anche a padre Lechuza, il sacerdote spagnolo che confessava i pazienti e diceva messa nella cappella. Padre Lechuza, vecchio e comprensivo, sorrise bonariamente: -E’ per questo- commento’ -che il giovanotto non vuole confessarsi. Che Dio lo aiuti! Quanto ai nobili, ti dico io, sono tutti un disastro. Pazienza, Amalia, pazienza!-. Ma c’era dell’altro: “il giovanotto”, come diceva il prete, ci provava con le infermiere carine. E quelle, siccome era davvero un bellissimo tipo, e anche di modi molto gentili, facevano a gara per “servirlo”. Oltretutto era pieno di soldi: per quel soggiorno pagava milioni. Insomma un privilegiato. Per ultimo: di quella ferita da arma da fuoco, chi aveva avvertito la polizia, come era obbligo di legge fare? Nessuno, almeno per quello che ne sapeva Amalia. Ma su questo punto davvero era meglio farsi i fatti propri.
Donna Francesca e la contessina Eleonora si amavano come cane e gatto. Essendo pero’ donna Francesca prona in tutto e per tutto ai voleri del nipote, accetto’ che fosse Eleonora ad andare a prenderlo il giorno in cui veniva dismesso dalla clinica. Il che accadde un sabato mattina. A salutare Paolo venne il prof. Palmesano in persona, come accadeva con gli ospiti di riguardo. Il professore fece al paziente la raccomandazione del riposo e di una vita “sana e tranquilla almeno per qualche mese, altrimenti lei ci ritorna qui con la costola da riparare”. Paolo, in camicia bianca, pantaloni di lino blu e sandali infradito di pelle chiara, rispose qualche parola di circostanza, e pareva impaziente di andarsene. Saluto’ cordialmente le infermiere commosse. Una brunetta di nome Rosa, cui il “contino” aveva chiesto il telefono perche’ venisse a casa a curargli la costola ove ce ne fosse stato bisogno, porto’ agli occhioni bistrati un fazzolettino di carta e deterse una lacrima. Infatti la bellezza di Eleonora, l’eleganza della sua figura, l’avevano messa in uno stato di vera prostrazione, non tanto l’uscita dalla clinica del contino: quel ragazzo cosi’ ricco, cosi’ bello e con una “cugina” come quella era inarrivabile, anche per una buona e affascinante ragazza come Rosa certamente era e sentiva di essere.
Paolo lascio’ per tutte una mancia di centomila lire. Regolo’ nell’ufficio di contabilita’ con un assegno il conto di dodici milioni e spiccioli. Un’altra buona mancia lui lascio’ al ragazzo in divisa che sistemo’ nel portabagagli della macchina di Eleonora la pesante valigia con i suoi effetti. (-Lei non faccia sforzi, mi raccomando, per almeno un paio di mesi. Poi ripeteremo la radiografia e vedremo-) aveva detto il Palmesano proprio accennado alla valigia ferma in mezzo alla stanza.
-Mi fa male, questa stronza, quando respiro- disse Paolo della costola a Eleonora che guidava. Lei sorrise (continua) |
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Balthus, Le chat au miroir |
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balthus: Katia lisant |
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