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Parma le Mura le Porte gli Statuti i Palazzi gli Abitanti le Case dal 1100 al 1350
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LE MURA DI PARMA

Con l’aumentare del numero degli abitanti la città dilatava i suoi vecchi confini tanto da organizzare più avanzate difese senza, tuttavia, distruggere le antiche. Questi nuovi confini evidenziano il cammino urbanistico della ‘civitas’, mostrano l’evolversi dei sobborghi lungo il decumano, asse fondamentale per il transito, e il susseguente ruotarsi a ventaglio della rete viaria, dei borghi e della nuova cinta. L’ordine temporale del posizionamento dei circuiti murati presenta la seguente sequenza: 1100; 1169; 1178; 1210; 1230; 1261; 1262-1303.

Nel 1100 il tracciato è limitato al solo quadrante orientale alla destra del torrente.

Nel 1169 il Comune, dopo il consolidamento del suo pieno diritto all’autogoverno, in competizione prima col vescovo e poi con l’imperatore, deliberò di cingere parte della città con un “terraglio” che inglobasse alcuni borghi e i monasteri di San Paolo, San Giovanni Evangelista, San Sepolcro, che erano sorti a nord e ad est, racchiudendo cosi anche il Duomo ed il Palazzo vescovile. Il termine “terraglio” corrispondeva ad un sopraelevamento di terreno, come un argine tolto dalla fossa scavata ai suoi piedi, sul quale venivano impostate ulteriori opere di protezione, che erano quasi tutte in legno, composte da palancati, bertesche, torrette e corridoi.

La grossa alluvione del 1177 distrusse completamente il lato ovest della cinta muraria, per arginare i danni causati dagli straripamenti dei torrenti Taro, Enza e Parma e riassettare gli sconvolgimenti idrografici del comprensorio, si affrontarono imponenti opere di colmatura che portarono al livellamento della cosiddetta “fossaccia” formatasi con la deviazione della Parma nei pressi della Ghiaia.

Nel 1212 vennero notevolmente ampliate in Capo di Ponte le fosse tanto da comprendere la chiesa di Santa Croce (eretta nello stesso momento lungo il decumano) e l’ospedale-xenodochio di Rodolfo Tanzi (fondato nel 1201 in Borgo Taschieri oggi Borgo Pietro Cocconi). Vicino alla chiesa di Santa Croce venne impostata, con travi e tavole “a guisa di bertesca” una Porta che da essa trasse il nome. Attorno alla vecchia fossa, che venne abbandonata si formò un Borgo che si chiamò “delle fosse”. Il nuovo perimetro procedeva a sud, pressappoco, da Santa Croce per l’attuale Via Cocconcelli, lambiva la chiesa di San Giuseppe e giungeva al “Ponte di Donna Egidia”; a nord non si allontanava di molto dal decumano e dall’attuale Borgo Santo Spirito. Anche le rimanenti fosse della città vennero riattate, specie nei pressi di Porta San Michele dell’Arco e venne emanata un’ordinanza che vietava, probabilmente per ragioni economiche e fiscali legate alla”civitas”, qualsiasi costruzione al di fuori di esse.

Nel 1230 le fosse di Capo di Ponte che si attestavano sul greto del torrente e la sponda corrente fra Ponte di Pietra e Ponte Galeria, vennero protette, a salvaguardia delle frequenti piene del torrente, con un “muro gagliardo”. Poiché nella parte settentrionale del Capo di Ponte (all’incirca dove ora si trova Strada Farnese e una parte del Giardino ducale) si era formata una “Vicinia” detta di Santa Maria Nuova (la cui omonima chiesetta era “staccata dall’abitato”) venne deliberato di cingerla con un fossato. Altra fossa venne scavata da “Porta Maestà” a “Porta Strabella”, che era pressappoco dove ora si trova il Casinetto del Petitot sul fondo dello Stradone, e da questa Porta sino a “Porta Nuova” seguendo il tracciato dell’attuale Stradone. Si venne formando così lo “Stradone”, che era un naturale spianamento dell’antico “terraglio” e conseguente riempimento della fossa, divenuto, per ragioni militari, un’ampia strada.

Nel 1253 un violento incendio distrusse ben 373 case comprese nelle Vicinie di San Barnaba e della SS.Trinità, dove si salvarono solo le due omonime chiese, infierendo con particolare violenza da “Borgo del Naviglio” a “Porta Bologna”. Nel 1259 vennero rifatte in muratura prima le “Porte di San Michele dell’Arco” e di “Santa Croce”, che erano da ritenersi le più importanti, e poi quelle di “San Barnaba”, “Nuova” e “Bologna”. Nel 1261 venne ampliato il Capo di Ponte sino a comprendere la chiesa della Confraternita di San Francesco il “Piccolo”, aprendo vicino ad essa l’omonima Porta che si trova pressappoco nell’attuale Barriera Nino Bixio. A poca distanza dalla sunnominata Porta ne vennero aperte dopo breve tempo altre due attinenti a Conventi: la “Porta di San Basilide” e la “Porta Mozza”.

Dal 1262 la cinta della città rimase tale per tutto il rimanente periodo comunale. Urbanisticamente vennero modificate strade, rifatti ponti e rafforzate le opere fortificate. Nel 1276 straripò il torrente inondando alcuni borghi e danneggiando i ponti, ancora in legno, di “Galeria” e di “Donna Egidia”. Due anni dopo il Comune decretò che venissero rifatti in pietra e mattoni, entrambi furono finiti nel 1283-84. Il Ponte dei Salari venne, invece, distrutto dall’impeto del torrente nel 1287 e ricostruito l’anno seguente. Nel 1277 venne ampliata la Strada Claudia, dal Portico di Santa Cristina sino al Portico di San Vitale, in “recta linea” e venne fabbricata per la terza o quarta volta la “Porta di San Barnaba”. Nel 1284 venne edificato un muraglione lungo il torrente dopo la “chiesa di Santa Maria del Tempio”, affinché l’acqua non distruggesse gli edifici ed alzandosi non entrasse nella città e la allagasse. Per tutelare le entrate daziarie furono fabbricate due torri sulle due sponde del torrente, affinché non venissero condotte fuori mercanzie e prodotti senza licenza del Comune. Nel decennio seguente vennero rifatte in muratura le Porte di Sant’Egidio, di Benedetta e di San Barnaba, nei pressi di quest’ultima ne venne aperta un’altra: la “Porta di San Mattia”; venne eretto un muro dal Ponte di Donna Egidia al Ponte di Pietra; inoltre tutte le fosse vennero approfondite fino a dodici braccia (circa 6 metri).

LA CITTA’ DAL 1303 AL 1349

Tra il 1312 e il 1313 in occasione dell’assedio posto alla città dai ribelli ghibellini lombardi, vennero riscavate le fosse, riparati e rinforzati con palizzate in legno i terragli, irrobustite le difese tra i vari ponti, specialmente tra quello di Pietra e quello dei Salari, vennero murate, con l’abbattimento degli impalcati d’accesso, tutte le Porte tranne quelle di Santa Croce, San Barnaba, San Michele dell’Arco, Stradella, Nova e San Francesco, infine un forte “barbacane” venne eretto in adiacenza a Porta Scagarda. Durante l’attacco rimase danneggiato il Ponte di donna Egidia.
Nel 1315 vennero ingagliardite le palizzate tra le Porte di Santa Croce e di San Basilide. Dal 1318 al 1321 ripresero i lavori di rafforzamento alle difese della città.
Nel 1319 presso il Borgo di Sant’ Egidio furono scavati parafossi e il terraglio fu palancato (protezione formata da un insieme di tavole). Le Porte di Strada Rotta e del Ponte di Bologna furono fatte in muratura.
Fu rialzato e riparato il muro presso la Ghiaia, fu cavata una fossa da Porta Capellina al Torricino di San Barnaba, fu alzato un muro da Ponte di Pietra a Ponte dei Salari(o degli Spadari), da questo al Ponte di Donna Egidia e da qui a Porta Nuova.
Altrettanto fu fatto nei pressi di Porta Moneta e attorno ai “molini comunali”, dove venne innalzata una Porta con ponte levatoio. Subirono un rifacimento quasi tutte le palizzate tra le tre Porte di San Michele dell’Arco, Stradella e Nuova, vennero inoltre approfondite le fosse in Capo di Ponte e in Borgo San Mattia.
Nel 1320 alla Porta di Santa Maria Nuova venne aggiunto un ponte levatoio e venne fatto un barbacane come anche nella Porta di San Michele dell’Arco. Sempre nel medesimo anno fu innalzato un muro di protezione dal torrente che andava da Santo Spirito al Ponte di Pietra, dalla Porta dei “Parolari” al Ponte Mozzo e oltre, cosicché il muro fu completato da Santa Maria Nuova (estremo nord) sino a Santa Cristina (estremo sud).
Nel 1322 i Frati predicatori sostituirono con un muro una siepe che correva dalle loro case fino a Porta San Barnaba. Nel 1323 vennero “muratae et clausae” Porta Scagarda, Stradella, San Benedetto, San Basilide e molti altri “portelli civitatis”. Nel 1328 per ordine di Rolando Rossi, temporaneamente “dominus” della città, vennero ripristinate le fosse e i palancati tra le Porte di San Michele dell’Arco, Stradella e Nuova, e tutte le altre fosse comprese quelle di Capo di Ponte. Vennero fatte serrare con muratura le Porte di San Basilide, Parma Scagarda Benedetta Capellina, Santa Maria Nuova e Bologna. Le ultime due vennero però riaperte poco dopo.
Nel 1329 venne eretto un ponte levatoio nella Porta di San Michele dell’Arco.
Nel 1331 Giovanni, re di Boemia fece riaprire le Porte.
Per sicurezza nel 1335 venne distrutto un barbacane che era presso Porta Capellina e vennero scavate fosse tra questa e la Torretta di Porta San Barnaba. Sotto i Ponti di Galeria e di Donna Egidia vennero tolte le “catenae antique” sostituite, per maggior difesa, da steccati e sbarre posti a chiusura degli archi. Venne poi nuovamente murata Porta Bologna. Nel 1336 venne rialzato il muraglione sul torrente nei pressi della chiesa di Santa Caterina e coronato, in sommità, di merli. Per ordine del Podestà nel 1337 a capo del Ponte di Donna Egidia venne eretta una porta in muratura e da questa, che si trovava oltretorrente, venne scavata una fossa sino all’angolo dei terragli di San Francesco.
Nel 1338 venne fortificata Porta San Barnaba congiuntamente a Porta Bologna.
Nel 1340 Mastino della Scala intraprese la fabbrica di certe torri con saracinesca all’imboccature dei tre ponti, si suppone che il Ponte dei Salari non esistesse più, oppure denominato “Ponte Mozzo”, dotato di ponte levatoio fosse ritenuto abbastanza sicuro, da non aver bisogno di torri con saracinesca.

Nel 1356 Bernabò, fece erigere due “Rocchette” ai capi del Ponte di Galeria. Quella verso il Capo di Ponte esiste tuttora. Nel 1363 per ordine di Bernabò, venne eretta una “gagliarda Rocca” a Porta San Michele dell’Arco. Il Visconti ordinò inoltre la costruzione di un altro “Castello” a Porta Nuova che sorse sulle chiese demolite di Sant’Agnese e dei Santi Apostoli Giacomo e Filippo. Nell’anno seguente Bernabò collegò tale Castello con una strada serrata sino al Ponte di Donna Egidia da un lato e con mura sino alla Porta di San Michele dell’Arco dall’altra parte. Tra il 1362 e il 1372 vennero erette mura tra la Porta Bologna e la Porta di San Michele dell’Arco e vennero inoltre rinforzate tutte le altre. Nel 1385 il torrente, rotto il muraglione presso il Convento del Carmine, invase parte della città recando gravi danni soprattutto al Malcantone e allo Stasone.

Nel 1393 l’impeto del torrente ruppe nel mezzo il Ponte di Donna Egidia che venne quasi subito riparato. Nel 1403 il torrente rovinò per più di quaranta braccia il Ponte Mozzo distruggendone anche il ponte levatoio verso la chiesa di Santa Cecilia. Il Ponte di Galeria rimase, salvo una pila, totalmente sommerso. Nel 1404 vennero murate tutte la Porte ad eccezione di San Barnaba, Santa Croce, San Francesco, Nuova, Bologna e San Michele dell’Arco. Nel 1409 durante l’attacco di Nicolò III d’Este, venne bombardata la Rocchetta di Donna Egidia. Nel 1414 una nuova inondazione atterrò duecento braccia della mura di difesa (circa 100 metri) verso Santa Caterina e dall’altra sponda, presso la Chiesa del Carmine, dilagò tanto da sommergere buona parte della città. Nel 1422 il torrente urtò le mura della “Cittadella”, che era la rocchetta sulla destra di Ponte di Galeria, tanto da diroccarne sessantaquattro braccia (circa 34 metri). Filippo Visconti ordinò che venisse riparata subito a spese del Comune. Nel 1423 nell’ospedale di San Gervaso si manifestò la peste, furono chiuse e inchiodate le porte delle rocche dei Ponti e molti cittadini andarono ad abitare fuori città. Nel 1426 vennero approfondite le fosse della città e piantate dodici sbarre da Sant’Egidio a Porta Pegolota. Alcuni anni dopo le fosse vennero riscavate in gran parte. Nel 1442 furono eseguiti lavori di rinforzo agli argini del torrente, nei pressi della chiesa di San Leonardo, giacchè minacciava di sommergere la circostante campagna. Nel 1448 vennero riparati i Forti della città di cui i più importanti erano la Cittadella di Porta Nuova e la Rocchetta di qua dal Ponte di Donna Egidia.

Le porte di Parma

La porta si qualifica come elemento di passaggio ben protetto e difeso, tatticamente inserito nel sistema fortificato delle mura avvolgenti la città. Nel medioevo si diffonde particolarmente un tipo di porta a vano rettangolare architravato con arco superiore di scarico e lunetta talora decorata. Vengono ovunque sperimentate nuove tipologie, dove i portali che incorniciano i punti di passaggio evidenziano la solidità della struttura muraria più che non il gioco distributivo o l’articolazione del sistema di penetrazione nello spazio urbano. Nei secoli XI-XII la porta è posta talora in una rientranza delle mura e nella cortina fra due torri come già in epoca romana. E’ però sempre il punto debole di ogni fortificazione, verso di essa infatti, erano rivolti gli attacchi. Tra il XII e il XIII secolo, l’ordinamento difensivo muta radicalmente, tanto da costituire generalmente un fortilizio in grado di difendersi autonomamente. Sono ormai superate le porte sormontate da torre, per una maggior difesa vennero innalzati, all’esterno, barbacani e altri ostacoli, vennero innalzate, vicino alle porte le “antiporte” o “pivellini”, le torri laterali vennero ravvicinate formando con la porta un unico corpo difensivo. A partire dal Quattrocento le porte di città e anche quelle delle fortezze, pur conservando la sobria severità richiesta dal loro carattere militare, si abbelliscono di riquadrature e cornici di pietra e di altre decorazioni pittoriche e architettoniche con stemmi e targhe. Insieme ai santi protettori e agli stemmi araldici, comparvero sculture o dipinti raffiguranti eroi o soggetti allegorici (come nella porta di San Francesco). Alle immagini scolpite si aggiunsero, sugli architravi o sugli stipiti, motti ispirati alle gloriose imprese o iscrizioni rievocanti il nome del principe fondatore dell’opera. La porta è ornata in relazione alla sua funzione, presentata più o meno ornata e “abbellita”, a volte come rude fortilizio, altre volte come fastosa entrata di città o di ricca dimora signorile.

LA CIVITAS

Il Comune di Parma sorse da un processo di emancipazione della parte laica reggente la burocrazia del Vescovo-Conte, rappresentata dai militari e dalla proprietà terriera, che volle esercitare, in proprio, il potere affidatole dai vescovi. Dal 1101 al 1106 la vacanza della sede vescovile diede un notevole impulso a questa nuova forma di governo tanto che vennero eletti alla direzione della città due magistrati esecutivi chiamati Consoli che, verso il 1181 verranno sostituiti dal Podestà e dal Capitano del popolo. I tempi non sono ideali per programmare e realizzare opere pubbliche, ed è sorprendente come il potere laico sia riuscito a intraprendere un’impresa costruttiva di così alto livello, proprio in quell’area che, in contrapposizione alla piazza religiosa, vuole fare emergere gli ideali comunali nella città cristiana. Per le difficoltà politiche del periodo, a Parma, come altrove, il Comune sviluppa con una certa lentezza la sua indipendenza, condizionata dalla mancanza di una sede propria in svolgere autonomamente una corretta e libera funzione amministrativa. E’ accertato che nell’ultimo ventennio dell’XI secolo e per tutto il XII le assemblee e i consigli esecutivi si svolsero negli episcopi, nelle chiese e nelle residenze private di funzionari. Nella seconda metà del XII secolo, l’unico edificio civico preposto alle funzioni amministrative era il cosiddetto “portico delle vertenze”, ubicato nell’attuale piazza Garibaldi.

LA “DOMUS CIVITATIS”

La Domus civitatis ossia il primo Palazzo comunale era ubicata tra Strada di Santa Crestina e Strada delle Beccherie di San Giorgio. Prospettante con una facciata il “Forum”, mostra ancora oggi antiche vestigia nelle torri angolari, mentre la lunga sequela di trifore, in parte alterate e accecate, è dovuta ad un rifacimento seguito nel 1286.

PALAZZO IMPERIALE O DELL’ARENA

Federico Barbarossa fece costruire nel 1158 a sud-est della civitas la propria residenza. Il palazzo, chiamato “dell’Arena” perché ubicato sulle rovine dell’Arena romana, venne ultimato nel 1162.Dell’edificio rimangono interessanti testimonianze, la fronte a nord era contornata da un vasto giardino che si estendeva nel triangolo compreso fra le attuali strade: Nuova Padre Onorio e San Michele. Il tutto rinchiuso da opere di fortificate che avevano due porte, una verso la civitas, e l’altra ad est verso il contado. Nel 1217 poiché il Comune si era appropriato del palazzo, il Podestà Gabriele da Camino fece rifare diverse pavimentazioni e alberare nuovamente il giardino per poi affidarlo agli Anziani del Consorzio. Il sorgere del Palazzo imperiale non mutò l’impianto urbanistico longobardo: esso continuò a fungere, come era avvenuto per l’Arena, da “polo di attrazione” verso cui convergevano ben otto strade.

IL “FORUM” NEL 1200

Nell’arco di circa sessant’anni e precisamente tra il 1221 e il 1287,il “Forum”, cambiò non solo il nome, che divenne “Platea communis” o civica, ma anche volto e disposizione planimetrica. Inizialmente i suoi confini erano i seguenti: il lato nord era segnato dal decumano che a ovest si chiamava “Strada dei Mercanti” (oggi Via Mazzini) e ad est “Strada di Santa Cristina”(oggi Via della Repubblica” e comprendeva case di privati. Il lato sud, seguiva l’attuale Borgo della Salina giungendo fino al fianco della chiesa di Sant’Andrea che però era decentrata nei riguardi del forum. Il lato est comprendeva case e la chiesa di San Vitale, allora volta a ponente, che era detta “de platea”. Il lato ovest contava case private allineate scompostamente con la chiesa di San Pietro, la cui abside si protendeva nel forum, con l’omonimo portico. Nell’angolo di sud-est del forum si svolgeva il mercato del pesce(tale lembo venne chiamato “pesceria”.

PALAZZO COMUNALE DI TORELLO

Tra 1221 e il 1223 per ordine del Podestà Torello da Strada, venne costruito, restringendo la Piazza nell’angolo nord-ovest, il Palazzo del Comune, fregiato “nell’angolo di tramontana” di un torello di pietra, tratto dal cognome del Podestà, che divenne titolo del Palazzo stesso e simbolo della città,rappresentato poi anche sul vessillo comunale. Nel 1223 sotto la podesteria di Enrico “de Advocatis” venne arricchito di una scalinata esterna.

PALAZZO DEL PODESTA’

Da tempo si sentiva l'esigenza di far cessare gli spostamenti del Podestà e dei suoi collaboratori, da molti decenni senza fissa dimora, sorse così tra il 1221 e il 1240 la prima sede podestarile. L'esatta ubicazione di quest'edificio nella configurazione della piazza medioevale di Parma è individuata a sud-est della piazza stessa. Il palazzo sposta il confine della piazza verso nord due sono le facciate ancora oggi presenti: la prima (ovest) che partiva dall’angolo della “platea” con la Strada di Porta Pediculosi, comprendeva al piano terreno dei negozi e la rampa iniziale di uno scalone, posto allo scoperto sotto l’“ambulatorium”, che procedeva poi all’interno, per l’altezza di due piani, sino alla domus podestarile della quale si notano ancora verso la platea tre aperture a trifore.La seconda facciata(nord),leggermente sporgente verso la piazza, aveva al piano terreno un ampio voltone e al primo piano una “lobia” o pianerottolo d’arrivo dello scalone. L’ambulatorium era un passaggio che scavalcava l'attuale Via Farini collegando il palazzo del Podestà con quello del Torello.

TORRE COMUNALE

La torre del comune, simbolo della forza del nuovo ordinamento comunale, forse eretta contemporaneamente al palazzo del Podestà, sorgeva originariamente, staccata dal palazzo stesso verso la chiesa di San Vitale, in seguito verrà inglobata fra i palazzi del Capitano e dei Notai. Di struttura quadrata conclusa da merli, la parte superiore venne colpita da un fulmine nel 1299 che ne rovinò alcune parti danneggiando anche edifici comunali adiacenti. Nel 1606 la torre crollerà trascinando nella rovina il palazzo del Capitano del Popolo, il palazzo dei Notai e in parte quello del Podestà.

PALAZZO DEL CAPITANO

Tra il 1260 e il 1280 sorse il palazzo del Capitano del popolo o palazzo del Capitano. Restringendo lo spazio di fronte alla chiesa di San Vitale (rivolta verso ovest), quasi in allineamento con la strada di Santa Cristina, il palazzo venne adibito sia all'amministrazione comunale che alla sede del capitano del popolo. Il palazzo era coronato da una merlatura a foggia “ghibellina”, in contrapposizione a quella “guelfa” che spiccava sugli altri palazzi della piazza. Al piano interrato vi erano le prigioni dei debitori; al piano terreno si succedevano lateralmente cinque campate di portici che frontalmente si riducevano a due su cui insistevano negozi e scuderie; al primo piano esistevano diverse sale, di cui una molto ampia, alle quali si accedeva per mezzo dello scalone della domus podestarile e con una scaletta secondaria che partiva sotto il voltone del podestà. Il palazzo partecipò alla vita cittadina sino al 1606 quando, travolto dal crollo della adiacente Torre comunale, verrà totalmente distrutto.

PALAZZO DEI MERCANTI

Nel 1282 la Piazza si estese a nord del decumano per diverse decine di metri con l’abbattimento di alcune case acquistate dal Comune. Il Palazzo diviso in due parti e congiunto al centro da una torre, sotto la quale passava il Vicolo detto di San Marco, venne probabilmente costruito in due tempi successivi. Del carattere mercantile dell’edificio rimane un vestigio nella “forma del mattone di Parma” scolpita ad incavo in una pietra.

PALAZZO DEI NOTAI

Nel 1287 di fronte alla chiesa di San Vitale, “nelle pescerie”, e in adiacenza alla Torre, venne eretto il Palazzo dei Notai, ultimato nel 1302.Il palazzo non mostrò solo l’importanza della professione dei notai, ma anche l’intensa vita economica che, alle soglie del XIV secolo, investiva l’intera città. Oggi del Palazzo non è rimasto nulla.

LA “CAMUSINA”

Nel 1263 venne impiantata una prigione a sud del Palazzo del Podestà, divisa da questo da una strada dove vi erano le pescerie, le quali nel 1277 vennero trasferite e sostituite dai depositi del sale con la relativa dogana. Nel retro dei palazzi comunali vi era quindi sia un carcere che la dogana del sale.

STATUTI

Gli statuti erano il corpo di norme dei comuni medievali, ogni città aveva il proprio statuto ed esso cambiava appunto di città in città.Nel quarto libro degli Statuti del 1255,dedicato esclusivamente all’edilizia, alle strade e alle acque, vi sono alcune ordinanze interessanti.

1 All’interno delle “vecchie fosse” tutte le strade che conducevano a San Benedetto e alla sua Vicinia dovevano venire inghiaiate; quelle adducenti alle Porte principali dovevano essere selciate o ammattonate; tutte le altre dovevano essere provviste di fossi laterali e di alberature in particolar modo quelle che seguivano le fosse circondanti la città. L’edificazione dei ponti era affidata alla soprintendenza di un frate “de laboreriis”.

2 Le strade dovevano essere mantenute sgombre, i banchi di vendita dovevano essere non più larghi di un braccio.

3 I beccai o macellai, non potevano non solo macellare ma appendere al di fuori delle loro botteghe buoi, porci e altri animali scuoiati e far sporgere il loro banco in particolari strade. Era proibito scuoiare animali morti, conciar budelle e fabbricar sego entro le mura, chi lo doveva fare, era obbligato ad allontanarsi da queste almeno cento pertiche, circa 327 metri. Nello stesso modo si doveva comportare chi esercitava arti rumorose.

4 Il legname occorrente per le fortificazioni e per l’uso domestico, veniva condotto per via idrica lungo i torrenti; per chi lo rubava vi erano le forche, una a Lesignano e l’altra a Fornovo.

5 Regole severe dovevano essere osservate in merito ai canali: “Maggiore”, “Naviglio del Taro”, “Comune”, “Abate” e il “Naviglio”. Lungo tali canali si trovavano diversi mulini, ai quali non doveva mancare l’acqua. A Coenzo il Naviglio doveva essere sbarrato da una catena in ferro di modo che nessuno potesse passare senza il permesso del Comune. Lungo tutti i canali era proibito erigere qualsiasi costruzione e se tali corsi d’acqua passavano sotto quelle già esistenti, doveva esservi la possibilità di tenerli puliti.

6 Le “dugarie” o canali di scolo delle acque nere dovevano seguire un loro percorso senza mai mescolarsi con le acque dei fossati.

7 Le case dei banditi e dei debitori dovevano essere abbattute. All’edificio da abbattere andavano muratori e falegnami che tenevano separati nella demolizione i vari materiali: tegole, mattoni, legnami…i quali venivano posti all’asta nella Platea communis.

8 Il Podestà era responsabile della salvaguardia non solo delle persone degli scolari, ma anche dei loro beni. Il Comune lasciava a chiunque la facoltà di insegnare le Arti liberali e concedeva la più ampia libertà ai Collegi e alle Università sia disciplinare che didattica, si assumeva solo l’incarico di difenderne, mantenerne e anche aumentarne, dove fosse possibile, i privilegi, gli onori e le giurisdizioni. L’insegnamento sia religioso che laico doveva essere ben distinto e il primo doveva sempre svolgersi nel Capitolo della Cattedrale. Nel quarto libro degli Statuti intercorrenti tra il 1266 e il 1304,vengono trattati diversi argomenti urbanisticamente interessanti.

9 Tutti i ponti dovevano essere costruiti, se in legno, con travi di rovere, o quercia o castagno. Tutte le strade intorno alla città, compreso il Capo di Ponte, dovevano essere “planellate” e alla spesa erano tenuti a partecipare i frontisti sino alla mezzeria delle stesse; quelle poi che seguivano le fosse, larghe dieci piedi di pertica(2.70 metri lineari) dovevano essere libere e sgombre.

10 Solo i proprietari degli edifici del lato di ponente potevano costruire una loggia larga quattro braccia (poco più di due metri)

11 Immondizie e macerie non potevano impedire le strade ,ma dovevano venire raccolte almeno a tre pertiche di distanza dalle stesse e lo stesso ordine doveva essere rispettato nei pressi dei cimiteri.

12 In Strada Nuova, dalla Piazza alla casa dei Farisei, non poteva essere eretto alcun edificio, anzi tale strada doveva essere allargata con l’abbattimento delle case presenti sulla stessa.

13 Le officine dei corregiai presenti dalla Piazza alla chiesa di Santa Cristina, vennero spostate e gli venne proibito di svolgere il loro mestiere sulla strada occupandola con scanni e panche. Solo lungo i muri potevano porre ingombri per una profondità di un braccio.

14 Per rendere più decorosi gli edifici venne emanato un decreto secondo cui il forestiero che voleva la cittadinanza era obbligato, in un termine di tempo fissato dal Consiglio, ad erigere una casa nella città o nei sobborghi del valore di almeno cento lire parmensi.

15 La pulizia della Piazza Comunale congiuntamente al Canale Comunale, doveva avvenire almeno una volta al mese.

16 I Canali dovevano essere puliti almeno due volte all’anno in maggio e in settembre. Nel quarto libro degli Statuti intercorrenti fra il 1316 e il 1325,dettano nuove norme relative ai Magistri manariae et murorum et coopertores. I muratori e i carpentieri si erano resi autonomi, costituiti in consorteria nominavano i loro consoli e approvavano uno Statuto indicante quanto spettava di diritto ma anche di dovere.

17 I diritti riguardavano il compenso che per i magistri, non poteva essere inferiore di tre soldi e mezzo(soldi imperiali)dalle calende di marzo a quelle di ottobre, mentre per il rimanente dell’anno, scendeva a meno di tre soldi; per i maltaroli, corrispondeva ad una metà di quello dei magistri e poteva variare a seconda delle prestazioni relative al crivellare o no, cioè al passare al setaccio la calce.

18 I doveri consistevano nell’obbligo di accettare qualsiasi incarico, assunto un impegno i magistri e gli altri lavoratori edili dovevano le ore di lavoro stabilite e non potevano mai allontanarsi, specie per “bighellonare”(la penale per le trasgressioni era di venti soldi)

Nel 1347 vengono emanati ulteriori Statuti, che riprendono gli ordinamenti precedenti, ad esclusione di alcune norme in merito ai fornaciai. Essi modellavano e cuocevano: coppi, tegole, pianelle e mattoni, elementi che dovevano corrispondere a delle misure prefissate. Se le misure non corrispondevano e se il prezzo di vendita veniva maggiorato dallo stabilito, la multa era di venticinque soldi.

ABITANTI E CASE

Nel 1100 gli abitanti erano soprattutto artigiani e contadini, la casa per ogni ceto, sia ricco che povero, era unifamiliare variando solo nelle misure e nei fregi architettonici. Nella casa non vi era solo l’alloggio, ma anche la bottega, l’ufficio e il laboratorio. Il tipo medio della casa era a fronte ristretta, lunga anche solo cinque metri, e ogni edificio si addossava all’altro sia per lo sfruttamento dello spazio, che per ragioni di difesa, sempre per una maggiore difese le scale esterne erano removibili in modo che il nemico entrato in città non raggiungesse i piani abitati. Inoltre alcune case erano anche collegate da passaggi sotterranei nei quali erano tenute le armi; nel retro vi era solamente un cortile o un orto. Se un edificio aveva più piani veniva chiamato “solariato” e il primo piano, solitamente, avanzava sulla strada con sporti o portici. La prevalenza del legno nella costruzione delle case durò a lungo, a causa del materiale i mutamenti erano frequenti, favoriti anche dai numerosi incendi, dalle inondazioni e dalle invasioni nemiche. L’arredamento interno era piuttosto povero: il letto (del padrone)era composto da un cavalletto e da tavole di legno, sopra le quali venivano posati materassi o sacconi. Tra i mobili vi erano armadi, panche, sedie e casse per il misero corredo di casa. Le finestre per ragioni di difesa, erano piccole e strette, venivano chiuse con ante di legno, tele, pelli sottili o anche lastre di marmi trasparenti. La luce che riusciva ad entrare era piuttosto scarsa. Il riscaldamento e la cottura dei cibi avvenivano nella stanza principale, che fungeva anche da cucina, dove al centro ardeva un grosso braciere, spesso causa di incendi. L’acqua potabile veniva presa da pozzi non molto profondi. I cosiddetti servizi igienici non esistevano, vi era solo una fatiscente rete fognaria. All’inizio del 1200 il numero degli abitanti era vicino alle 10-12000 unità. Facendo un rapporto fra la superficie territoriale della città, pari a circa 1400000 mq, e il numero degli abitanti risulterebbero 70-80 persone per ettaro. Le chiese e gli oratori erano cinquantacinque, gli ospizi o xenodochi erano almeno nove, considerando per ogni ospedale una media di dodici posti letto si giunge al risultato di un letto ogni 110 abitanti. Numerosi divennero i pozzi profondi circa otto-dieci metri che fornivano acqua potabile. Le strade erano strette e serpeggianti, poche erano selciate e il traffico veniva spesso intralciato dai numerosi animali domestici (soprattutto porci)che allora convivevano quasi in comunità con le persone. Le case cominciarono a dotarsi nella struttura portante di muratura in cotto e sasso di torrente, pur mantenendo lignei gli impalcati, le pareti divisorie, le scale, i soffitti o “solarii” e le orditure del tetto. Le copertura a volta erano piuttosto rare e si limitavano ai soli piani terreni degli edifici importanti. Il focolare venne spostato dal centro della stanza, privo di sfiato, su di una parete e venne dotato di camino, modifica più funzionale e sicura. Le intelaiature delle finestre compresero vetri soffiati e stesi a lastra o lavorati al cosiddetto “occhio di bue”, che venivano congiunti con unioni in piombo. Importanti in questo periodo erano le case sormontate o fiancheggiate da alte torri, esse erano l’abitazione delle famiglie più ricche e potenti. La torre e in particolare la sua altezza, stava quindi ad indicare la potenza della famiglia, ma non solo, essa aveva anche uno scopo difensivo. L’unica casa torre rimasta si trova oggi all’interno del Vescovado.

PALAZZO VESCOVILE

Costruito tra il 1046 e il 1055,iniziato dall’Antipapa Cadalo, fu una prima dimostrazione evidente dei mutati rapporti di diritto tra il Vescovo e la civitas. L’edificio doveva avere l’aspetto del fortilizio a pianta rettangolare, circondato da un fossato e corredato da torri, di cui viene ricordata la maggiore adiacente a un solario, ubicata nel lato meridionale. Numerosi sono stati gli interventi nei secoli seguenti, del rifacimento eseguito dal 1172 al 1175 rimangono evidenti nel lato nord paramenti in muratura di cotto comprendenti elementi in pietra squadrata e nell’angolo nord-ovest una torre, a pianta rettangolare, ancora altera e svettante. L’edificio doveva svilupparsi in pianta quadrata, con cortile centrale, torri agli angoli ed essere circondato sempre da un fossato alimentato dalle acque del Canale Maggiore. Tra il 1232 e il 1234 il Palazzo venne ampliato verso la platea per una profondità di sette metri. Al piano terreno venne a delinearsi un portico, compensante l’area sottratta alla platea, ora accecato. Il corpo aggiunto si protese a sud e dovette coprire il vecchio fossato che venne interrato; dovette inoltre collegarsi o con la supposta cinta della Mater Ecclesia o con le mura della civitas, forse con una porta intermedia. Questo punto doveva fungere da passaggio obbligato e sorvegliato così come lo stretto passaggio che ancora si trova nei pressi della torre di nord-est.