ORO NERO E POTENZA GLOBALE

 

 

U.A. 17/07/2006

PREFAZIONE:

Esiste un ordine energetico e petrolifero da cui discende l'ordine politico degli Stati, ossia l'assetto della bilancia di potenza?

Con questa domanda di La Barbera, inizia la serie di analisi qui raccolta in modo organico, sulla questione energetica e il relativo "ordine" mondiale.


 

SOMMARIO:

2002

MITO_E_REALTÀ_DEL_NUOVO_ORDINE_ENERGETICO

 

2003

ORO_NERO_LUNGO_IL_SECOLO_DELLIMPERIALISMO_

LA_PORTA_APERTA_NELLA_SPARTIZIONE_DELLA_MESOPOTAMIA_

DAL_GOLFO_DEL_MESSICO_AL_GOLFO_PERSICO_

BENZINA_PER_LINCENDIO_MONDIALE_

ROOSEVELT_E_CHURCHILL_NELLA_TORMENTATA_RITIRATA_BRITANNICA_DAL_GOLFO_

LA_SCONFITTA_BRITANNICA_NELLIRAN_DI_MOSSADEQ_

LO_SPARTIACQUE_DELLA_CRISI_DI_SUEZ_

IL_MITO_DELLE_SETTE_SORELLE_

 

2004

LA_NASCITA_DELLOPEC_

UNA_CONTESA_MAI_SPENTA_DA_SUEZ_AL_GOLFO_PERSICO_

LA_GUERRA_DEL_1967_(I)_

LA_GUERRA_DEL_1967_(II)_

PRELUDIO_ALLA_CRISI_DEL_1973_

LARMA_PETROLIFERA_NELLA_GUERRA_DEL_1973_

QUATTRO_ARMI_STRATEGICHE_NELLA_GUERRA_DEL_1973_

LA_CRISI_IRANIANA_NEGLI_ANNI_SETTANTA_

LO_SCONTRO_PER_LENERGIA_NELLA_NUOVA_CONTESA_

 

2005

LE_PETRO-STERLINE_DI_MARGARET_THATCHER_

IL_GASDOTTO_SIBERIANO_ARMA_DELLOSTPOLITIK_TEDESCA_

NEMESI_STRATEGICA_DEL_GASDOTTO_SIBERIANO

LARTERIA_DEL_GOLFO_NELLA_GUERRA_DEL_1991_

SOVRANITA'_E_"PORTA_APERTA"_NELLA_CONTESA_POLITICA_SULL'ENERGIA

LE_CIFRE_POLITICHE_DEL_PETROLIO_

 

 

 

MITO E REALTÀ DEL "NUOVO ORDINE" ENERGETICO

sommario

Esiste un ordine energetico e petrolifero da cui discende l'ordine politico degli Stati, ossia l'assetto della bilancia di potenza? In questo nesso causale certamente no. Simili concezioni circolano sulla stampa e nemmeno pretendono più di rifarsi al materialismo; certamente scontano però un doppio errore proprio sul terreno della teoria marxista della politica e delle relazioni internazionali. Vi è piena corrispondenza solo tra l'insieme delle forze economiche e l'insieme delle volontà politiche, e non tra ogni singola forza ed ogni singolo atto. Dunque concepire un ordine politico figlio esclusivo della battaglia energetica è in primo luogo un errore sul terreno del determinismo economico rettamente inteso. La lotta per le fonti dell'energia e delle materie prime è solo uno dei contrassegni dell'imperialismo: assumendo arbitrariamente una parte per il tutto - quella quota del capitale sociale espressa nelle frazioni e nei gruppi legati al complesso energetico - le si attribuisce abusivamente la titolarità della volontà politica generale. Ciò che si ignora è proprio la lotta e la concorrenza tra gruppi e frazioni di tutti i settori, nonché quanto quella volontà generale emerga dalla sintesi della pluralità di volontà politiche di tutte le frazioni e di tutti i maggiori gruppi industriali e finanziari.

Il secondo errore consiste nell'ignorare lo specifico terreno delle relazioni internazionali e delle sue regolarità politiche, il quale richiede una particolare analisi dei fatti politici della bilancia di potenza, correlata all'analisi economica ma da essa distinta. Per quanto l'energia e il petrolio siano al cuore degli interessi vitali delle potenze imperialiste, e per quanto siano un ovvio dato oggettivo le condizioni geografiche e geopolitiche della distribuzione delle risorse - per questo ad esempio il Golfo Persico è arteria energetica, dunque posta non aggirabile del confronto - il riflesso di tale lato della lotta interimperialistica tra gli Stati è afferrabile solo nella combinazione multiforme dei fattori economici e politici della contesa.

Lenin ne "L'imperialismo" prende il confronto sul petrolio ad esempio della dialettica di spartizione e concorrenza tra le massime concentrazioni industriali e finanziarie, dove una divisione acquisita dei mercati «non esclude che possa avvenire una nuova spartizione, dell'ineguale sviluppo, per effetto di guerre, di crac, eccetera». In base alle fonti a disposizione, Lenin descrive la spartizione tra due grandi gruppi finanziari, «la Standard oil Co. Americana, di Rockefeller, e i padroni del petrolio russo di Bakù, Rothschield e Nobel». Quell'assetto era minacciato però da nuove tendenze e nuovi concorrenti:

«1) l'esaurimento delle sorgenti petrolifere d'America; 2) la concorrenza della ditta Mantascev e Co. di Bakù; 3) le sorgenti di petrolio in Austria; 4) in Romania; 5) le sorgenti petrolifere transoceaniche, specialmente nelle colonie olandesi (le ricchissime ditte Samuel e Shell, legate anche al capitale inglese). Questi tre ultimi gruppi di imprese sono legati alle banche tedesche, con alla testa la più grande, la Deutsche Bank».

Nel duro confronto che la stampa dell'epoca descrive come lotta per la «spartizione del mondo», la Standard oil cerca di piegare il trust anglo-olandese Shell, mentre la Deutsche Bank prima si scontra, poi arriva ad un accordo con gli americani ed infine tenta di forzare quelle stesse intese premendo per il monopolio statale del petrolio, attaccata però dalla banca concorrente Disconto Gesellschaft. E' il governo tedesco ad abbandonare nel 1913 l'ipotesi del monopolio, nel timore che senza i Rockefeller la Germania si trovasse tagliata fuori dalle linee di rifornimento.

Ricaviamo da quella battaglia d'esordio della lunga guerra energetica presa ad esempio da Lenin alcuni vitali strumenti d'analisi: spartizione e nuova spartizione si intrecciano con l'ineguale sviluppo economico e politico; il campo di battaglia è il mercato mondiale; la guerra economica si intreccia e si alterna con la guerra militare. Infine il nesso tra grandi gruppi e governi è fatto di influenza reciproca ed è la risultante dello scontro e della composizione di una pluralità di spinte: nella «commedia del petrolio» del 1913 il governo non segue la Deutsche Bank, sia in conseguenza dello scontro con la Disconto, sia perché al momento ciò che prevale non è l'interesse particolare della nascente industria petrolifera tedesca, ma la propensione generale a veder assicurato il petrolio dalla Standard Oil di Rockefeller, ancorché americana.

Il quindicennio tra la prima guerra mondiale imperialistica (1914-1918) e la conclusione della «nuova spartizione» con la divisione delle spoglie petrolifere dell'Impero Ottomano (1928), è un saggio grandioso di queste e delle altre leggi di movimento popolarizzate ne "L'imperialismo". Ma è anche una conferma di quanto il tortuoso metabolismo che porta la lotta economica a riflettersi nella bilancia di potenza non vada ridotto a meccanico determinismo. Pochi mesi prima dello scoppio della guerra, ricostruisce David Yergin in "The Prize", l'accordo raggiunto nella Turkish Petroleum Company, il consorzio che ha i diritti di esplorazione nell'area del Golfo, è nell'essenza un cartello anglo-tedesco. Qui il tentativo di spartizione precede la guerra: la britannica Anglo-Persian - futura British Petroleum - ha il 50%, la Shell il 25% e la Deutsche Bank l'altro 25 per cento. In stretto parallelismo, ricostruisce Lothar Gall in "The Deutsche Bank", un accordo tra Londra e Berlino estende il progetto per la ferrovia Berlino-Baghdad sino a Bassora, con la nuova tratta finanziata e costruita da gruppi britannici. La guerra porta al fallimento l'ipotesi di spartizione tra Gran Bretagna e Germania, ma apre la strada a nuove combinazioni. Nel 1920, con il Compromesso di San Remo, Parigi rileva come riparazione di guerra la partecipazione tedesca nel consorzio, che passa alla CFP, la Compagnie Française des Pétroles. La Standard Oil of New Jersey denuncia però come «imperialismo vecchia maniera» la spartizione tra inglesi e francesi, impugnando il principio della «porta aperta», ossia della «parità di condizioni d'accesso per il capitale e le imprese statunitensi». Nel 1928 il cosiddetto «accordo della linea rossa», l'intesa che traccia sulla carta l'esclusiva del consorzio entro i confini dell'ex Impero turco in Arabia, vede partecipare alla pari la Royal Dutch Shell, l'Anglo-Persian, la CFP francese e la New East Development, che organizza attorno alla Standard Oil of New Jersey le compagnie americane.

La spartizione tentata nel 1914 era tra Londra e Berlino, quella del 1928 è tra Londra, Washington e Parigi: l'esclusione della Germania dal petrolio del Golfo, che segnerà il resto del Novecento, prende le mosse da qui. L'istanza americana della «porta aperta», da un'arma per forzare il cartello europeo, diventa a sua volta legittimazione del nuovo cartello, non appena gli Stati Uniti sono stati cooptati. Dietro la formula, che ha il duplice significato di forzare un ingresso e sancirlo, sta il contenuto della relazione di potenza in mutamento tra Washington e le potenze europee. Gli Stati Uniti al dunque accettano il mandato britannico sull'Iraq, lasciando a Londra l'onere di garantire l'ordine nella regione. In questo senso la «porta aperta» in Mesopotamia è anche una garanzia offerta dalla Gran Bretagna all'America potenza emergente, e gli USA negli anni Venti stanno all'Impero inglese come oggi le potenze dell'Asia, nuove emergenti, stanno agli Stati Uniti, nuovi garanti del Golfo. Presa a modello la spartizione degli anni Venti, oggi Washington difende preventivamente la «porta aperta» nell'arteria energetica del Golfo, e impugna tale difesa come carta strategica in direzioni diverse. Si sono già affacciate almeno cinque possibili combinazioni: condizionare l'unione Europea nel momento della sua definizione politico-militare; mantenere la Russia nella correlazione euroatlantica; condizionare il Giappone premendo sul tratto asimmetrico dell'alleanza nippo-americana; includere l'India nell'architettura della doppia bilancia in Asia; trattare con la Cina a partire dalle condizioni di vantaggio preservate o conquistate nella bilancia.

Due rapporti elaborati tra l'autunno del 2000 e la primavera del 2001, consentono una buona ricognizione degli orientamenti statunitensi in materia energetica. Un dibattito cui prendono parte anche gruppi esteri fondamentali, specialmente europei. L'osmosi tipicamente americana tra gruppi economici, grandi università, centri di ricerca e poteri governativi, rende studi di questo genere un effettivo strumento di elaborazione delle linee di politica estera. Ciò mette allo scoperto una fase intermedia della centralizzazione politica della pluralità degli interessi economici, altrimenti impossibile da ricostruire collezionando le posizioni dei singoli grandi gruppi.

Per quanto entrambi i consessi di discussione abbiano un'impronta bipartisan, lo studio preparato congiuntamente dal James Baker Institute di Houston e dal Council on Foreign Relations di New York è forse più vicino agli orientamenti dell'amministrazione di George W. Bush, anche per essere stato concepito e redatto dopo le elezioni presidenziali del novembre 2000. L'ambito del Baker Institute fa intendere l'influenza degli interessi petroliferi dei gruppi texani, ma troviamo rappresentate direttamente tra i cinquanta partecipanti all'elaborazione le prime cinque grandi compagnie mondiali -Exxon, British Petroleum, Royal Dutch Shell, Chevron-Texaco, Totalfina-Elf - oltre all'ENI e ad alcuni grandi gruppi industriali e finanziari, non solo statunitensi: tra gli altri Citigourp, Morgan Stanley, Pepsi Cola, Coca Cola, Ford, Vivendi, Deutsche Bank, oltre alla Enron ancora lontana dal fallimento.

L'idea guida del rapporto è che il settore mondiale dell'energia si trovi in una situazione di equilibrio precario, dove una crisi sul modello degli anni Settanta «potrebbe esplodere in qualunque momento» per una molteplicità di fattori. Tutte le potenze, dati i nessi di un'economia mondiale globalizzata, ne sarebbero colpite. Su questa base, lo studio Baker Institute - CFR elabora un concetto allargato di «sicurezza energetica», centrato non tanto sulla dipendenza diretta dalla importazioni di gas e petrolio, quanto sull'impatto economico e politico di una crisi dei prezzi sul sistema internazionale di Stati e sul regime liberista del ciclo mondiale. Secondo il rapporto, negli ultimi vent'anni la caduta mondiale dei prezzi ha disincentivato gli investimenti nel settore, ma anche avrebbe indotto a trascurare un approccio strategico alla questione energetica. Data l'elevata intensità di capitale richiesta dal settore, una politica mirata di investimenti energetici avrebbe efficacia solo dopo tre -cinque anni, mentre la condizione di vulnerabilità è una minaccia presente.

Oggi un quarto delle forniture mondiali di petrolio proviene dal Golfo, ma tale quota potrebbe salire al 30-40% nel prossimo decennio. L'invasione del Kuwait nell'estate del 1990 fu un test chiave per la «sicurezza energetica globale», ma ciò non ottenne sufficiente attenzione. L'embargo petrolifero contro l'Iraq e il Kuwait fu possibile per l'esistenza di un grande surplus di capacità produttiva collocato altrove. Nell'agosto del 1990 furono sottratti alla produzione giornaliera circa cinque milioni di barili, ma entro dicembre tutta la produzione perduta fu recuperata, «grazie ad aumenti dall'Arabia Saudita, dal Venezuela, da Abu Dhabi e da altre nazioni dell'OPEC». Inoltre le riserve strategiche per un miliardo di barili delle potenze aderenti alla IEA - l'Agenzia Internazionale per l'Energia, ossia il cartello dei consumatori formato dopo la crisi del 1973 - agirono da «deterrente» verso i produttori e la speculazione, mentre la «deregolamentazione del mercato» raggiunta negli anni Ottanta per petrolio e prodotti di raffinazione rese più rapidi gli aggiustamenti.

Per il Baker Institute e il CFR, la differenza rispetto a dieci anni fa è «l'erosione straordinariamente rapida delle capacità di riserva nei segmenti cruciali della catena energetica». Nel 1985, con il collasso dei prezzi petroliferi, l'OPEC stimava di avere quindici milioni di barili al giorno di capacità estrattiva inutilizzata, pari a circa il 50% del suo potenziale e al 25% della domanda mondiale. Nel 1990, la capacità di riserva era attorno ai cinque milioni di barili, la quota sottratta al mercato dall'embargo ONU all'Iraq e al Kuwait occupato, pari al 20% delle capacità dell'OPEC e all'8% della domanda mondiale. Nell'inverno del 2001, si era ridotta al 2% della domanda mondiale.

Nel futuro prevedibile «il Golfo rimarrà la principale base di approvvigionamento mondiale e la fonte di petrolio meno costosa per fronteggiare la crescita della domanda». Agli effetti della vulnerabilità americana, la natura globale del commercio petrolifero e del sistema dei prezzi rende poco rilevante che il flusso del greggio si rivolga in futuro più verso l'Asia che verso gli Stati Uniti: «i prezzi e le tendenze dell'offerta dal Golfo influenzeranno comunque i costi energetici mondiali». In definitiva la condizione «tesa» del mercato mondiale del greggio, assieme alla concentrazione delle risorse in Medio Oriente e nel Golfo, mette in luce la vulnerabilità dell'economia globale in relazione alle condizioni interne di stabilità dei produttori chiave. In passato la politica americana «si è basata sul mantenimento del libero accesso al Golfo Persico e sul libero accesso delle esportazioni dal Golfo ai mercati mondiali». In quel contesto Washington ha forgiato «relazioni speciali» con alcuni esportatori chiave della regione, sulla base di alcuni assunti: quei paesi erano interessati alla stabilità dei prezzi, avrebbero adeguato di conseguenza la produzione ed avrebbero compiuto attraverso le loro compagnie nazionali «gli investimenti necessari per mantenere il necessario surplus di capacità estrattiva». Se per un certo periodo tale postulato è sembrato valido, la situazione è cambiata negli ultimi anni. Questi «alleati del Golfo», un'espressione eufemistica che allude innanzi tutto all'Arabia Saudita, hanno percepito i loro interessi in politica interna e internazionale «in crescente contrasto con gli orientamenti strategici degli Stati Uniti», specie con il nuovo acuirsi delle tensioni arabo-israeliane. E' calata la propensione a moderare i prezzi in cambio della sicurezza dei mercati ed è manifesto che non sono stati fatti per tempo gli investimenti necessari per aumentare la capacità produttiva nella misura richiesta dalla crescente domanda globale.

In questo contesto, la questione irachena è un corollario della questione saudita. Negli ultimi anni l'Iraq è tornato ad essere uno «swing producer» un produttore oscillante che «ha aperto e chiuso le valvole quando ha avvertito che ciò era nel suo interesse strategico». Se l'Arabia Saudita ha garantito l'offerta di sostituzione quando l'export iracheno si è ridotto, «tale ruolo deve essere preservato e non deve essere dato per scontato», quando anche nei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, montano le pressioni a non rendersi disponibili alle politiche di stabilizzazione dei prezzi. Poiché l'Iraq rimane una forza destabilizzante per l'ordine regionale e globale e mostra di volere impugnare l'«arma petrolifera», una revisione della politica americana dovrebbe includere valutazioni «militari, energetiche, economiche e politico-diplomatiche».

Sarebbe eccessivo affermare che il rapporto Baker Institute - CFR sia centrato esclusivamente sull'ipotesi di una guerra preventiva in Iraq, ma è palese che l'intervento militare rientra fra le opzioni considerate. Per il resto, la strategia suggerita è una combinazione di misure interne, di differenziazione delle fonti energetiche e di mosse internazionali conseguenti, in un quadro multilaterale di collaborazione con Europa, Russia e Giappone e di attenzione allo spostamento dei flussi energetici verso le nuove potenze emergenti.

Per il nesso tra la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e le relazioni con Russia ed Unione Europea, è curioso che il rapporti si rifaccia alla «Carta europea dell'energia». Formulato nel 1990, il piano puntava a un «mercato unico dell'energia esteso dall'Atlantico alla Siberia» dove gli investimenti nel gas e nel petrolio di quella che all'epoca era ancora l'URSS avrebbero condotto all'autosufficienza energetica dell'Europa, ponendo fine alla dipendenza dal Medio Oriente. Sostiene il rapporto che Stati Uniti, Canada e Norvegia, nel timore di rimanere esclusi, oscillarono tra l'ipotesi di aderire al piano e quella di «farlo saltare prima che prendesse piede». Washington avrebbe oggi tutto l'interesse a rifarsi a quella «Carta europea» come cornice per una regolazione globale della relazione tra Stati e mercato energetico, ma non è in grado di ratificare il testo perché esso andrebbe a toccare l'assetto costituzionale americano della divisione dei poteri tra centro federale e Stati, questione «impossibile da superare». Tra le pieghe della relazione transatlantica e della battaglia energetica, emerge che la centralizzazione politica è un'arma decisiva, e che - sorpresa - in questo campo l'Unione Europea ha più libertà d'azione della Federazione americana.

Lo studio "La geopolitica dell'energia nel 21° secolo", del CSIS di Washington, è accostabile nell'impianto al rapporto Baker insitute- CFR. Assai più esteso nei contributi - novanta tra consulenti e partecipanti all'elaborazione, anziché cinquanta - non vede però la presenza diretta di Totalfina-ELF e dell'ENI, mentre vi sono la norvegese Staoil, la saudita Aramco e la National Iranian Oil Company. La connotazione meno europea e più centrata sulla relazione USA-Golfo non si riflette però in termini apprezzabili sul tenore generale delle linee bipartisan prospettate per l'amministrazione americana.

Anche per il CSIS il lungo periodo di relativa bonaccia energetica si è rivelato un pericolo, mentre non è in questione per nessuna potenza l'obiettivo della «autosufficienza energetica». Il mercato dell'energia per sua natura è globale e lo stesso commercio internazionale «può essere visto come uno scambio di merci che hanno uno specifico contenuto energetico»: dunque l'obiettivo non è la sicurezza energetica per gli Stati Uniti ma la «sicurezza energetica internazionale». Vi si può leggere una linea multilateralista della sicurezza energetica, corollario alle visioni liberiste del ciclo liberista riconfigura il nodo della dipendenza energetica, spostando la questione dalla dipendenza dalle fonti fisiche dell'approvvigionamento ad una dipendenza dalla stabilità del mercato mondiale. Una visione che non può essere assolutizzata, perché nessuna potenza farà affidamento esclusivo nel medio e nel lungo termine sul connotato liberista del ciclo. Del resto la stessa tesi comune del documento Baker Institute-CFR e dello studio del CSIS è che vent'anni di liberalizzazione hanno condotto ad «effetti non voluti» che hanno accresciuto la vulnerabilità, tra cui la contrattazione degli investimenti, la riduzione relativa delle scorte strategiche e la «balcanizzazione» del mercato interno americano per gli eccessi nella deregolamentazione. Le nuove condizioni globali, prima di tutto il nesso tra la condizione di centralità energetica/instabilità politica dell'arteria del Golfo e l'irrompere in Asia di nuove potenze affamate di energia, richiedono - stando ai due documenti - una messa a punto strategica.

Questa dovrebbe mirare ad una cooptazione delle nuove potenze nelle istituzioni attuali dell'ordine energetico, a partire dalle IEA, ma anche ad una correzione in senso regolatorio del regime generale del ciclo. Per il CFR, l'Agenzia Internazionale dell'Energia fu costruita dopo il 1973 come un «raggruppamento politico», per impedire all'OPEC di usare l'esportazione di greggio come «strumento politico» volto a influenzare la politica estera delle potenze industriali. All'epoca l'AIE raccoglieva con l'OCDE le potenze che dominavano il consumo energetico mondiale. Oggi l'Agenzia esclude nuove potenze a forte sviluppo e a rapida crescita energetica come Cina, India e Brasile: esse divengono «economicamente vulnerabili» in tempi di crisi e «potenzialmente vulnerabili alle pressioni politiche» da parte dei produttori. Per il CSIS, solo la garanzia americana alla sicurezza energetica in Asia potrà impedire che la crescente dipendenza petrolifera delle nuove potenze, in primo luogo Pechino, si traduca in «rivalità geopolitica» lungo le rotte dell'Oceano indiano e del Mar della Cina.

La battaglia attorno alla «porta aperta» del Golfo è solo un inizio.

La Barbera Guido

Apparso su Lotta Comunista n. 387 - novembre 2002


"ORO NERO" LUNGO IL SECOLO DELL'IMPERIALISMO

 sommario

Il groviglio del Medio oriente si è annodato nel corso del Novecento in una serie di correlazioni che lo hanno reso un crocevia per tutte le potenze. La specifica correlazione alimentata dal petrolio è stata, in determinati momenti di definizione dei rapporti di potenza, abbastanza importante da apparire decisiva. Ma fino a che punto lo era? In quella che James Schlesinger, segretario alla Difesa di Nixon e Ford e segretario all'Energia di Carter, reputa «la trattazione più completa e dettagliata dell'era del petrolio», Daniel Yergin cerca una risposta, seguendo l'epopea del petrolio come filo conduttore di alcune delle principali lotte del secolo.  Il petrolio è - per Yergin - "The Prize", il premio, il trofeo ambito di queste lotte.

 

ROCKFELLER, NOBEL E ROTHSCHILD

 

Culla dell'era del petrolio fu la Pennsylvania, a cavallo del 1860. Il primo concorrente del petrolio americano fu il petrolio russo di Baku che raggiunse, attorno al 1890, i quattro quinti della produzione statunitense, senza con ciò riuscire a dare allo sviluppo russo un ritmo americano. Tre grandi nomi dominavano allora il settore petrolifero: Rockfeller in America, Nobel e Rothschild in Russia. Nel 1890, il primo, con la Standard Oil, controllava i sette decimi del mercato, e i "russi" i restanti tre decimi. Il primo tentativo di creare un cartello mondiale, subito abortito, fu compiuto nel 1895 tra Standard Oil e i Nobel che si spartirono il mercato globale nella proporzione di 75-25. Negli anni '90 emerse il terzo polo petrolifero, nelle Indie olandesi, con l'inglese Shell nel Borneo e l'olandese Royal Dutch Company a Sumatra; le due società si unirono nel 1907 in un gruppo a maggioranza (60%) olandese.

Solo attorno alla vigilia della Prima guerra mondiale cominciò a delinearsi, come quarto polo, il Golfo Persico. Il ciclo petrolifero del Golfo iniziava mezzo secolo dopo quello americano. Mentre il baricentro della potenza finanziaria e militare si spostava dal Vecchio al Nuovo Mondo, il baricentro petrolifero iniziava lentamente il cammino inverso. La risultante dei due movimenti non poteva essere indolore, anche se gli Stati Uniti conservarono l'assoluto primato produttivo nel petrolio e la piena autosufficienza petrolifera per altri quattro decenni.

 

LA POSTA STRATEGICA DEL GOLFO PERSICO

 

All'inizio del secolo la posta strategica del Golfo non era "energetica" ma geopolitica. Yergin sottolinea la rivalità secolare tra Gran Bretagna e Russia nell'Asia Centrale: l'espansione russa minacciava l'India britannica, conferendo assoluto rilievo alla Persia. Ma la storica dichiarazione del maggio 1903 del ministro degli Esteri Lord Lansdowne, per cui il governo britannico avrebbe ritenuto «una grave minaccia» da respingere «con ogni mezzo» qualsiasi «base navale o porto fortificato nel Golfo Persico da parte di un'altra potenza» era rivolta non solo alla Russia. La ricostruzione di Paul Kennedy ne "L'antagonismo anglo-tedesco" evidenzia l'entrata della Germania gugliemina nel «Grande Gioco» mediorientale; era appena fallito il tentativo di un progetto congiunto anglo-tedesco della Ferrovia di Baghdad, negoziato fra i gruppi Barings, Morgan e Deutsche Bank, e fortemente sostenuto dallo stesso Lansdowne. La sua dichiarazione fu definita da Lord Curzon, viceré dell'India, «la nostra dottrina Monroe per il Medio Oriente». A cento anni esatti di distanza, nel mezzo della guerra irakena, la rivendicazione di un Monroe - stavolta europea - per il Medio Oriente è stata riproposta dall'ambasciatore francese a Washington, Jean-David Levite: «Il Medio Oriente, per gli europei, è quello che il Messico è per voi. Il Messico è il vostro cortile di casa, il Medio Oriente è il nostro». Oggi, più un grido di dolore che una minaccia. La conseguenza diretta della "dottrina Lansdowne" fu l'intervento del Foreign Office e dell'Ammiragliato a favore del primo concessionario inglese di ricerca petrolifera in Persia, William Knox d'Arcy. L'operazione richiese anni di ricerche, prestiti dell'Ammiragliato, l'alleanza con la scozzese Burmah Oil, l'assicurazione delle forniture alla Royal Navy e al mercato indiano e in parte motivò la spartizione anglo russa della Persia nel 1907, che mise al sicuro i siti di trivellazione sudorientali. Il primo petrolio sgorgò nel 1908 e con esso iniziò la storia della Anglo-Persian Oil Company, poi British Petroleum.

 

LA BATTAGLIA PER IL PETROLIO DI WINSTON CHURCHILL

 

Scrive Paul Kennedy che, all'epoca della guerra boera, l'Alto Comando tedesco si convinse che senza una completa riorganizzazione della sua difesa l'impero inglese si sarebbe dissolto in un paio di decenni. Nella gara «navalista» tra i due imperi, l'ammiraglio John Arbuthnot Fisher, Primo Sea lord dal 1904, si batté per la conversione della Royal Navy dal carbone al petrolio e per il progetto persiano di d'Arcy. Lo impantanò l'opposizione della maggioranza degli ammiragli, fedeli al carbone del Galles e alla tradizione. Il nodo fu tranciato dal suo successore Winston Churchill. Egli era stato a lungo tra i fautori di un accordo navale anglo-tedesco, che avrebbe permesso di ridurre la spesa navale, a favore delle riforme sociali. La crisi provocata nel luglio 1911 dalla cannoniera tedesca Panther, entrata nel porto marocchino di Agadir, spostò Churchill nella fazione dei navalisti. Diventato Primo Lord dell'Ammiragliato alla fine di quell'anno, trovò che le maggiori navi da battaglia bruciavano ancora carbone. La velocità massima, di 21 nodi, era insufficiente; bisognava alzarla di quattro nodi, secondo Churchill: «la priorità è la velocità, per attaccare quando, dove e come si vuole», e velocità significava nafta.

 

ANGLO-PERSIAN E ROYAL DUTCH SHELL

 

Nel 1912 varò la costruzione della Fast Division, cinque navi da battaglia "Queen Elizabeth". «Le migliori navi della marina dalle quali dipendeva la nostra vita, vennero alimentate esclusivamente a nafta», scrisse Churchill, consapevole dell'immane azzardo: la Gran Bretagna si costringeva a procurarsi il petrolio «via mare, in pace o in guerra, da Paesi lontani. […] Impegnare la marina alla propulsione a nafta significava veramente affrontare un mare turbolento».

Questa scelta strategica segnò la sorte della Anglo-Persian, concorrente della Shell per le commesse petrolifere dell'Ammiragliato. Nel giugno 1914, Churchill fece approvare dal parlamento la legge per l'acquisto da parte del governo del 51% dell'Anglo-Persian. La compartecipazione del governo inglese in una società privata - osserva Yergin - aveva un unico precedente, l'acquisto di azioni della Compagnia del Canale di Suez da parte di Disraeli nel 1875. La società per azioni celebrava il connubio tra geopolitica e geoeconomia britannica.

 

LA ROYAL NAVY E LA FLOTTA TEDESCA

 

La scommessa era rischiosa: alla vigilia del conflitto, la Persia pesava per meno dell'1% della produzione petrolifera globale. Ma ciò bastò a tracciare la direttrice di alcune battaglie della Prima guerra mondiale. Appena entrata in guerra, la Turchia tentò d'impossessarsi della raffineria di Abadan. Gli inglesi la respinsero e contrattaccarono prendendo Bassora nel novembre 1914. La città diventò l'avamposto per la difesa del petrolio iraniano. Baghdad fu conquistata nel marzo 1917. Intanto la flotta inglese, pur senza grandi battaglie - eccetto quella della Jutland - inchiodò nei porti del Nord la flotta tedesca, rimasta ancorata al carbone. Secondo Yergin, fu la vittoria della supremazia navale fondata sul petrolio, ossia sulla combinazione di velocità, maggiore raggio d'azione. Paul Kennedy rileva che dal 1900 al 1914 la flotta da guerra tedesca assorbì - a seconda degli anni - da un terzo alla metà di tutta la spesa militare tedesca. Se si accetta la tesi di Yergin, l'"azzardo" di Churchill annichilì il colossale investimento navale tedesco, trasformando - si deve dedurre - l'arci-navalista Tirpitz in una sorta di inconsapevole quinta colonna che aveva solo sottratto risorse alla forze armate tedesche di terra.

 

IL CARRO ARMATO "NAVE TERRESTRE"

 

La prima battaglia vinta grazie al motore a scoppio fu quella di Parigi: il governatore militare della capitale, Joseph Gallieni nel settembre 1914, requisì tutti i taxi parigini per mandare rapidamente le riserve al fronte, fermando l'affondo germanico. Studiando lo stallo della guerra di trincea, il colonnello inglese Ernest Swinton combinò la mitragliatrice sperimentata nella guerra russo-giapponese con il trattore agricolo sviluppato in America e ideò il primo veicolo corazzato, motorizzato e trainato da cingoli. L'Alto Comando inglese respinse il progetto. La sua potenzialità fu invece colta da un indignato Churchill che impegnò fondi della Marina per lo sviluppo del veicolo corazzato. La sponsorizzazione della Marina si riflesse nei primi nomi che designarono la nuova arma: "incrociatore di terra" o "nave terrestre". Quando l'Alto Comando tedesco dichiarò nell'ottobre 1918 che la vittoria non era più possibile, indicò come primo motivo l'introduzione del carro armato. La vittoria degli Alleati fu anche la vittoria dell'autocarro sulla locomotiva. Iniziata come guerra di treni e cavalli, la guerra finì con oltre 150.000 veicoli da trasporto motorizzati inglesi e americani, operanti sul fronte francese. Il conflitto rese definitivo il decollo dell'aeronautica: in quattro anni la Gran Bretagna produsse 55.000 aerei, la Francia 68.000, l'Italia 20.000, la Germania 48.000, gli USA 15.000 in soli 18 mesi.

 

L'INDUSTRIALIZZAZIONE DELLA GUERRA

 

Il generale inglese J.F.C. Fuller, ideatore della battaglia di carri a Cambrai, in "Armament and History" del 1946, propone una sintesi che su un punto coglie meglio di Yergin la sostanza di queste cifre. In quella che pure lui definisce l'«era del petrolio», gli eserciti hanno conquistato, oltre che nuova mobilità, la «terza dimensione», con il motore a scoppio combinato all'elica, e la «quarta dimensione», con il telegrafo senza fili «che sopprime tanto il tempo quanto lo spazio». Ma soprattutto, l'era del petrolio è l'era dell'industrializzazione della guerra: «Per la prima volta nella storia della guerra, le battaglie furono tanto lotte tra imprese concorrenti quanto tra eserciti rivali».

N.C.

Apparso su lotta comunista n. 392 - aprile 2003


LA "PORTA APERTA" NELLA SPARTIZIONE DELLA MESOPOTAMIA

 sommario

Nel quarto anno di guerra, la Rivoluzione bolscevica sottrasse alle potenze dell'Intesa il petrolio russo. Da quel momento, gli Stati Uniti fornirono l'80% del fabbisogno degli Alleati, per continuare la carneficina. La distribuzione del greggio americano in Europa fu affidata al National Petroleum War Service Committee sotto la direzione del Presidente della Standard Oil of New Jersey: la guerra riconciliava la Standard e il governo federale che, sei anni prima, aveva ottenuto lo smembramento del monopolio di Rockefeller.

La produzione petrolifera americana era aumentata tra il 1914 e il 1917 del 25% ma la domanda cresceva di più, quella bellica come quella civile: negli USA, la diffusione dell'automobile raddoppiò tra il 1916 e il 1918. Washington dovette importare petrolio dal Messico, smobilitare le giacenze, tenere le fabbriche chiuse il lunedì ed appellarsi alla popolazione per le «domeniche senza benzina».

 

TRE GUERRE PARALLELE

 

La «carestia petrolifera» pesò ancor più sull'Europa a causa dei micidiali attacchi degli U-boot ai convogli. Le potenze inserirono il petrolio tra gli obiettivi di guerra. Il segretario del ministero inglese della Guerra, Sir Maurice Hankey, scrisse al ministro degli Esteri Arthur Balfour: «L'unica grande fonte che possiamo porre sotto controllo è quella persiana e mesopotamica. Il controllo di queste fonti petrolifere diventa un obiettivo di guerra inglese di prim'ordine».

Il petrolio mesopotamico all'epoca era solo una speranza, ma la sete di oro nero ingigantiva il miraggio situato nell'area geostrategica araba. Attorno a quella posta ruotarono alcuni dei capitoli più affascinanti di tre «guerre parallele»: quella anglo-americana per la successione all'Inghilterra nella leadership del mondo imperialista; quella anglo-francese per una nuova spartizione in Europa e nelle colonie; quella anglo-inglese, tra l'Ufficio Arabo e l'Ufficio Indiano dell'Impero, per la guida del medio Oriente.

 

DUE LINEE BRITANNICHE

 

David Lloyd George, capo del governo dal dicembre 1916, si prefisse l'obiettivo dell'egemonia esclusiva della Gran Bretagna in Medio Oriente: ciò significava annullare l'accordo Sykes-Picot del gennaio 1916 che assegnava a Parigi il Libano e la Siria fino a Mosul, mentre alla Gran Bretagna destinava Bassora e Baghdad, e i porti palestinesi di Acri e Haifa. L'accordo rispecchiava la visione del ministro di Guerra, Lord Kitchener; il feldmaresciallo attribuiva all'area di influenza francese, dal Mediterraneo all'entroterra irakeno, il ruolo di lunga muraglia tra le zone di influenza russa e inglese; nello stesso tempo preconizzava la creazione di uno Stato o Confederazione araba che, sotto forma di califfato e col possente sostegno inglese, sottrasse alla Grande Porta il ruolo di guida spirituale sull'Islam.

Lo storico americano David Fromkin, membro del CFR in "Una pace senza pace", osserva che Kitchener e parte del Foreign Office manipolavano pericolosamente idee esplosive come «califfato» e «indipendenza araba», riflettendo umori dell'élite inglese del Cairo, che sognava un nuovo «impero egiziano», sostanzialmente panarabista, contrappeso all'India. Questa fazione si sentì tradita dall'accordo del 1916 che attribuì Bassora e Baghdad all'amministrazione anglo-indiana. Pochi mesi dopo, l'incrociatore che trasportava Kitchener in Russia saltò su una mina. Fromkin cita documenti resi pubblici 70 anni dopo, secondo i quali l'Ammiragliato sapeva che il tragitto era stato minato ma nulla fece per salvare l'eroe di Khartoum.

La bilancia immaginata da Lloyd George era diversa da quella di Kitchener; per lui il Medio Oriente aveva valore intrinseco e non solo come area di mezzo tra l'Egitto e l'India: l'Inghilterra doveva averne il controllo assoluto, favorendo la disgregazione ottomana ma senza unificare gli arabi, avvalendosi dei contrappesi della Grecia in Asia Minore e del "focolare nazionale" ebraico in Palestina. Lo scontro, nella Conferenza di Versailles, tra Lloyd George e Clemenceau fu feroce, "specie sulla Siria"; il "Tigri" si infuriò al punto di ingiungere al leader inglese di scegliere tra la spada e la pistola.

Anche gli Stati Uniti modificarono i loro obiettivi di guerra. Washington aveva gettato la spada e l'industria sulla bilancia, solo dopo che tre anni di conflitto avevano dissanguato l'Europa, invocando la guerra difensiva contro l'affondamento dei suoi mercantili e il tentativo attribuito alla Germania di far entrare in guerra il Messico contro gli USA. Fu la pubblicazione decisa da Lenin degli accordi segreti di spartizione imperialistica ad indurre, nel gennaio 1918, il presidente americano a lanciare i suoi "14 punti".

 

LA "PORTA APERTA" DI WILSON

 

Wilson ripropose il collaudato obiettivo della «porta aperta», nella formula della «rimozione di tutte le barriere economiche» e mise in dubbio i piani spartitori, attraverso l'oscuro «principio di eguaglianza delle richieste delle popolazioni e di quelle dei governi», in un ardito equilibrismo tra «sovranità» e «autodeterminazione». Ma verso l'impero ottomano si sbilanciò a favore dello «sviluppo autonomo» delle «nazionalità ora sotto il dominio turco».

Il messaggio era rivolto, più che all'esausta Turchia, alla Gran Bretagna. Balfour rispose distinguendo tra forma e sostanza della contesa: «Non mi interessa sotto quale regime riusciremo a tenerci il petrolio, ma sono perfettamente consapevole che è indispensabile per noi poterne disporre». Balfour prospettava una soluzione multilaterale in Medio Oriente, con la presenza dei francesi e degli americani, che però non compromettesse la centralità britannica. Un esponente dell'ala imperialista come Sir Hankey voleva tagliar fuori i francesi ma includere gli americani, concedendo loro la Palestina. L'alleanza con gli Stati Uniti era centrale nella bilancia di Lloyd George, ma non fino a cedere loro un pezzo di Medio Oriente; per il primo ministro il coinvolgimento degli USA si doveva ottenere affidando loro i mandati per Costantinopoli, i Dardanelli e l'Armenia, in funzione antirussa e antitedesca.

 

PARIGI DENTRO, BERLINO FUORI

 

Quando a Washington prevalse l'orientamento isolazionista, Lloyd George - dice Fromkin - fu costretto con «brusco cambiamento di rotta, a cercare di nuovo l'appoggio della Francia». «Ciò richiese l'abbandono della politica sordamente antifrancese in Medio Oriente. Ma questo punto, ai danni arrecati alla solidarietà anglo-francese si poté porre rimedio solo in misura limitata».

Il compromesso di San Remo dell'aprile 1920 attribuì alla Francia il mandato per il Libano e la Siria (ma senza Mosul), mentre alla Gran Bretagna andarono la Palestina e la Mesopotamia. Faceva parte dell'accordo la cessione alla Francia della quota tedesca nella Turkish Petroleum Company, depositaria di diritti di esplorazione nell'impero ottomano. Il precedente accordo del marzo 1914 rifletteva uno dei tentativi di sopire l'antagonismo anglo-tedesco: la Anglo-Persian Company deteneva il 50% del Consorzio, la Royal Dutch-Shell il 25% e la Deutche Bank il 25%.

La Germania sconfitta dovette rassegnarsi alla metamorfosi anglo-francese della Turkish, ma non vi si rassegnò l'America vincitrice. Daniel Yergin, in "The Prize", descrive il clima di timore dell'esaurimento del greggio che serpeggiava negli USA. Il direttore del Bureau of Mines predisse che entro un quinquennio sarebbe iniziato il declino dell'industria petrolifera nazionale. La carenza premeva sul prezzo, salito del 50% tra il 1918 e il 1920. La Standard Oil of New York cercò per prima di forzare la porta mesopotamica, nell'autunno 1919, ma i suoi geologi furono arrestati. Il Dipartimento di Stato rilanciò la «porta aperta». I ministri degli Esteri inglese ed americano duellarono in una memorabile schermaglia di aritmetica politica: per Lord Curzon, la Gran Bretagna controllava appena il 4,5% della produzione mondiale di greggio, contro l'80% degli Stati Uniti, che erano i primi ad escludere dalle loro aree gli interessi non americani; il segretario di Stato Bainbridge Colby replicò che gli USA possedevano solo 1/12 delle riserve petrolifere mondiali e subivano il maggior divario tra domanda e offerta.

A Londra iniziarono a sospettare che, dietro il movimento kemalista in Turchia e i ribelli sciiti in Iraq, ci fossero i dollari dei petrolieri americani. Ma Allen Dulles, responsabile per il Medio Oriente dal 1922, aveva chiaro che la «porta aperta» non doveva mettere in forse la preminenza britannica, né rischiare l'esplosione della regione. Alle prese con la crisi del dopoguerra e minacciata dalla messa in forse della legittimità dei diritti della Turkish, Londra divenne più disponibile a un dialogo. La Standard Oil of New Jersey formò un consorzio fra le principali compagnie statunitensi per l'assalto alla Mesopotamia.

 

L'ACCORDO DELLA LINEA ROSSA

 

La Jersey - poi Exxon - aveva ereditato dallo spezzettamento della Standard la maggiore rete di vendita del mondo ma pochissima produzione, appena il 16% della sua capacità di raffinazione. Il suo presidente Walter Teagle aveva imposto una linea globalista di produzione: «La nostra politica è di interessarci ad ogni area di produzione, indipendentemente dal paese in cui si trova». Nel luglio 1922, Teagle avviò con Londra il negoziato che doveva durare sei anni.

L'inserimento degli USA nella stabilizzazione dell'Europa con il piano Dawes del 1924 precedette di molto l'accordo mediorientale, raggiunto solo nel luglio 1928. Fu decisiva, nell'ottobre 1927, la scoperta del petrolio a Nord-Ovest di Kirkurk. Un getto giornaliero di 25.000 barili spinse, i contendenti a concludere. Nella nuova compagine della Turkish Petroleum i quattro soci principali - Shell, Anglo-Persian, Compagnie Française des Petroles e il Consorzio americano Nearest Development Co. - ebbero quote uguali del 23,75%. Il fondatore della Turkish, l'armeno Calouste Gulbenkian, socio con il restante 5%, ebbe l'onore di tracciare la Linea Rossa che diede il nome all'accordo: essa contornava l'Asia Minore e la Penisola Arabica, lasciando fuori il Kuwait e la Persia, e indicava i confini entro i quali i soci si impegnavano a rispettare la «clausola di autoesclusione», ossia a non effettuare attività di ricerca se non congiuntamente.

Non solo la «porta aperta» si era richiusa alle spalle degli americani, ma i soci si erano autoinflitti una camicia di forza che si sarebbe dimostrata intollerabile.

N.C.

Apparso su Lotta Comunista n. 393 - maggio 2003


DAL GOLFO DEL MESSICO AL GOLFO PERSICO

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La sovrabbondanza petrolifera tra fine anni '20 e primi anni '30 entra a pieno titolo tra le cause agenti del ciclo politico dell'interguerra. Essa determinò la caduta dei prezzi petroliferi, ma anche alimentò la fiamma di vecchi e nuovi nazionalismi, suggerì i tentativi di creare un cartello petrolifero e ispirò uno straordinario intervento diretto dello Stato nella regolazione economica.

 

CALIFORNIA, OKLAHOMA E TEXAS

 

Nella ricerca frenetica di nuovi giacimenti confluirono gli ingenti profitti di guerra, la spinta della motorizzazione e della conversione energetica dal carbone, le nuove tecniche di ricerca. Daniel Yergin sottolinea il ruolo delle nuove tecnologie della geofisica: la bilancia di torsione che misura le variazioni di gravità sulla crosta terrestre, il magnetometro che rileva le componenti del campo magnetico terrestre, il sismografo che permette di individuare, attraverso le onde di un'esplosione, le cupole saline potenzialmente contenenti petrolio, l'analisi microscopica dei fossili, la fotografia aerea e la trivellazione di profondità. Le scoperte del 1923 attorno a Los Angeles resero temporaneamente la California il primo Stato petrolifero americano. Nella seconda metà del decennio, nuovi giacimenti furono scoperti in Oklahoma e nel Bacino Permiano, tra il Texas Occidentale e il Nuovo Messico. Nel 1930 fu il turno del "Black Giant" nel Texas Orientale, giacimento eccezionale da 340 mila barili al giorno, scoperto su istruzioni di un geologo autodidatta, a dispetto dei geofisici high-tech. Negli anni '20 si diffuse il cracking del greggio che ne raddoppiò la resa in benzina. Tra il 1920 e il 1929, il parco americano di auto triplicò e il consumo di benzina quadruplicò. Nel 1929 negli USA circolava un'autovettura ogni 5 abitanti; il rapporto era 1:30 in Gran Bretagna e Francia, 1:100 in Germania; 1:1700 in Giappone. Un contributo tipicamente americano alla nuova abbondanza di greggio fu la «regola della cattura» sancita dai tribunali: i piccoli petrolieri potevano sfruttare senza limite i propri pozzi, pur agendo su un bacino comune ad altri produttori; i vicini, per difendersi, dovevano fare lo stesso.

 

MESSICO E VENEZUELA

 

Nel mondo emersero nuovi produttori: qui la scoperta della rendita petrolifera coincise spesso con la creazione delle prime concentrazioni proletarie moderne attorno ad investimenti di capitale straniero, base oggettiva di un sindacalismo radicale e sovente a tinta nazionalista.

L'inglese Weetman Pearson, oggi noto per l'impero editorial-finanziario che ne porta il nome, fu chiamato dal presidente messicano Porfirio Diaz per fare da contrappeso all'invadenza americana. La sua Mexican Eagle fece la prima grossa scoperta petrolifera nel 1910. Durante la guerra il Messico divenne fonte essenziale per i rifornimenti americani e nel 1925 era ormai - con l'11% - il secondo produttore mondiale. L'inserimento del principio della nazionalizzazione spaventò gli investitori esteri, non ancora abituati a venire a patti con le borghesie emergenti. Nel 1935 la quota messicana era precipitata al 2,5%. Solo a questo punto, nel 1938, fu varata la nazionalizzazione del generale Lazaro Cardenas, nel tentativo di fermare il declino del petrolio nazionale ed inserirlo nel gioco geopolitico aperto dalle potenze dell'Asse.

Dalle vicissitudini messicane trasse vantaggio il Venezuela. Il regime del generale Juan Vicente Gomez per attirare il capitale estero aveva fatto partecipare le compagnie americane alla scrittura della Legge petrolifera (1922). Ma anche qui il capitale inglese ebbe per un certo periodo un ruolo preminente: il Venezuela divenne la fonte principale della Shell e nel 1932, a causa dei dazi americani, diventò il maggior fornitore della Gran Bretagna. Terzo produttore mondiale negli anni '30, dietro USA e URSS, nella Seconda guerra mondiale conquistò il secondo posto, con il 12% della produzione mondiale.

 

L'ACCORDO DI CARTELLO DI ACHNACARRY

 

L'accanita guerra dei prezzi completa lo scenario. La Jersey, la Shell e i Nobel avevano creato un fronte unito rivendicando indennizzi per le proprietà nazionalizzate nel 1920 dall'URSS. Approfittò della vertenza la Standard Oil of New York (Socony) che ottenne la concessione per un impianto di produzione di cherosene a Batum, come base per aggredire il mercato dell'India. Il capo della Shell, Henri Deterding, scatenò un'offensiva mondiale dei prezzi contro il «petrolio comunista» della Socony.

Appena un mese dopo l'accordo della Linea Rossa, nell'agosto 1928, i capi di Shell, Anglo-Persian, Jersey, Gulf e Indiana si riunirono per due settimane, nel castello scozzese di Achnacarry, per porre termine alla guerra dei prezzi in Europa e in Asia. Quel conclave rientrava nella linea di Winston Churchill, cancelliere dello Scacchiere, e Sir John Cadman, presidente dell'Anglo-Persian, di perseguire una spartizione cooperativa dei mercati, insieme alla Shell e alla Jersey.

L'accordo di Achnacarry, segreto fino al 1952, denunciava «l'eccessiva concorrenza [che] si è tradotta nella tremenda sovrapproduzione odierna» e pattuiva «l'accettazione del presente volume di affari dei contraenti e della loro dimensione in ogni futuro incremento di produzione». L'accordo inoltre stabiliva: l'uso comune degli impianti per evitare la costruzione di nuove raffinerie; il baratto di petrolio tra le compagnie per rifornire i mercati dalle fonti geograficamente più vicine; e infine il famoso "Gulf Plus System". Allora, il "Golfo" per eccellenza non era ancora quello Persico, ma il Golfo del Messico; al petrolio di qualsiasi parte del mondo verrebbe attribuito il prezzo del greggio nel Golfo del Messico, punto di partenza dell'export petrolifero americano, più il costo di trasporto dal Golfo; un carico di greggio iraniano spedito in Italia sarebbe costato come se fosse petrolio americano partito dal Messico. I prezzi americani diventano prezzi mondiali.

L'accordo naufragò quasi subito, benché firmato da 18 compagnie, tra cui le Sette Sorelle: i nuovi giacimenti texani e l'impossibilità di consorziare la maggior parte dell'export USA polverizzarono il cartello. Nel 1930, Jersey, Shell e Anglo-Persian provarono a rianimarlo, ma il petrolio russo venduto a prezzi stracciati per dare valuta all'industrializzazione sovietica lo fece naufragare. Nuovi tentativi ci furono nel 1932 e 1934. L'ultimo accordo funzionò per qualche anno grazie alla ridotta produzione petrolifera americana e al maggiore consumo industriale russo.

Il petrolio del Texas Orientale superò nel 1931 il milione di barili al giorno. Il prezzo del greggio texano scese da 1,85 dollari per barile nel 1926, a 1 dollaro nel 1930 e a 15 cent nel 1931. Nell'agosto 1931, i governatori dell'Oklahoma e del Texas proclamarono la legge marziale e fecero occupare i pozzi dalla Guardia Nazionale, per bloccare il «suicidio competitivo». Fu in questa contingenza che la Texas Railroad Commission (TRC), obsoleto ente populista, risorse a vita nuova, diventando l'istituto per il controllo dei prezzi petroliferi, con ruolo di rilevo globale per oltre 40 anni. La TRC emise decine di ordini di contingentamento, fatti rispettare dalle truppe, ma annullati dai tribunali. Il prezzo salì a 1 dollaro nel 1932, ma riprecipitò a 10 cent nel 1933.

 

IL PETROLIO DEL NEW DEAL

 

La battaglia del Texas volgeva al peggio, ma l'arrivo alla presidenza di Franlin D. Roosevelt la trasformò in battaglia del New Deal: combattere la deflazione petrolifera era un imperativo nella lotta contro la Grande Depressione. Ne fu incaricato il segretario all'Interno Harold Ickes, avvocato di Chicago, direttore della campagna elettorale di Theodore Roosevelt nel 1912. Spedì nel Texas agenti federali per smantellare la rete clandestina del commercio petrolifero e soprattutto assunse il provvedimento storico di fissare un tetto federale alla produzione petrolifera di 300 mila barili al giorno, con contingenti stabiliti per ogni Stato. La Corte Suprema nel 1935 annullò gran parte del National Industrial Recovery Act da cui traeva autorità Ickes, ma i contingenti continuarono come sistema volontario. Tra il 1934 e il 1940, i prezzi restarono stabili tra 1 e 1,18 dollari per barile.

 

ARABIA SAUDITA E KUWAIT

 

Nel 1935 il vicepresidente della Jersey, Orville Harden, lamentava che ormai bisognava fare i conti «con politiche nazionaliste in quasi tutti i paesi stranieri». In Medio Oriente, il primo rumoroso segno venne dall'Iran. La Depressione aveva dimagrito le royalties petrolifere versate alle casse persiane e lo Scià annunciò nel 1932 l'annullamento della concessione all'Anglo-Persian, Sir Cadman dovette riacquistare a caro prezzo i suoi privilegi garantendo royalties minime per 759 mila sterline l'anno e soprattutto concedendo il 20% dei profitti della compagnia a livello mondiale.

Nel 1932-33 iniziò l'ingresso nella galassia petrolifera dell'Arabia Saudita e del Kuwait. Fino allora le entrate saudite venivano in gran parte dai pellegrinaggi alla Mecca, che la Depressione aveva sfoltito. La scoperta del petrolio nel Bahrein, nel 1932, fece decidere il re Ibn Saud ad aprire ai capitali stranieri per la ricerca petrolifera. Fu decisivo il ruolo di Harry Philby, ex funzionario dell'Indian Civil Service che, disgustato dalla politica coloniale inglese in Iraq, si era convertito all'islamismo ed era diventato amico di Ibn Saud. Divenne consulente della Standard Oil of California (Socal) che non era entrata nell'accordo della Linea Rossa e le fece ottenere la prima concessione saudita, tenendo fuori l'Iraq Petroleum e l'odiata Anglo-Persian. Lawrence d'Arabia aveva fomentato il nazionalismo arabo con l'oro inglese, Philby lo fece con l'oro americano.

L'Anglo Persian imparò la lezione e nella gara per le concessioni in Kuwait, accortasi di non poter battere la Gulf, decise di allearcisi in una joint-venture paritaria. La Kuwait Oil Co. Sia in Arabia che nel Kuwait bisognò aspettare fino al 1938 per veder zampillare l'oro nero. Con i dollari della Socal, Philby mandò il figlio a studiare a Cambridge. Qui il giovane Kim Philby fu reclutato dagli stalinisti, in una carriera che lo rese la spia russa più celebre ai danni di inglesi e americani: scheggia dei vizi privati e pubblici dell'imperialismo unitario.

N.C.

Apparso su Lotta Comunista n. 394 - giugno 2003


BENZINA PER L'INCENDIO MONDIALE

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Il petrolio rivelò tutte le sue potenzialità di "arma politica" nelle relazioni tra gli Stati con l'avvicinarsi della Seconda guerra mondiale. Simbolo di indipendenza e potenza, mezzo di minaccia, ritorsione, scambio politico, e perfino casus belli, assume un ruolo inedito negli intrecci economici-diplomatici-bellici dei Leviatani dell'imperialismo.

 

L'ETIOPIA E IL MANCATO EMBARGO ALL'ITALIA

 

Nell'ottobre 1935, dopo l'invasione dell'Etiopia, la Società delle Nazioni decise le sanzioni contro l'Italia. Il ministro degli Esteri inglese, Anthony Eden, voleva includervi l'embargo petrolifero, ma fu bloccato dal primo ministro francese Laval, che sperava di avere nello Stato italiano un alleato contro il riarmo tedesco. Renzo de Felice, che pure ritiene la campagna d'Etiopia «il capolavoro politico di Mussolini», ne riferisce questa confidenza a Hitler: «Se la Lega delle Nazioni avesse eseguito il consiglio di Eden ed esteso al petrolio le sanzioni contro l'Italia nello spazio di otto giorni avrei dovuto battere in ritirata. Sarebbe stata per me un'indicibile catastrofe».

In bilico tra «rischio calcolato» e incalcolabile catastrofe, l'imperialismo straccione dimenticò presto lo scampato pericolo: l'AGIP, che nel 1935 era riuscita a diventare azionista di maggioranza della Mosul Oilfields, nell'agosto 1936 cedette l'intero pacchetto alla Iraq Petroleum: «assurda cessione di diritti su una zona delle più promettenti», secondo Manlio Magini ("L'Italia e il petrolio"), ordinata dal governo, rimasto senza fondi aurei a causa della guerra d'Etiopia e dell'intervento nella guerra di Spagna.

 

LA BANZINA SINTETICA DEL III REICH

 

Hitler tenne invece ben presente la lezione abissina, e nel febbraio 1936, al salone dell'automobile di Berlino, annunciò che la Germania aveva risolto il problema della benzina sintetica. Un mese dopo, la rioccupazione della Renania diede la materia prima al progetto, mentre il Piano quadriennale fissò l'obiettivo di sestuplicare la produzione dei carburanti sintetici.

Hitler si era impegnato dal 1932 a sostenere il progetto di idrogenazione del carbone della I.G. Farben. Giunto al potere, lanciò la motorizzazione e la costruzione della rete autostradale tedesca. La I.G. Farben, proprietaria del brevetto di idrogenazione di Friedrich Bergius, aveva iniziato la produzione dell'impianto di Leuna, nel 1927. Daniel Yegin riferisce che il capo della ricerca della Jersey, Frank Howard, visitò l'impianto e scrisse al suo presidente Walter Teagle: «E' la questione più importante affrontata dalla compagnia dal momento dello smembramento. Significa assolutamente l'indipendenza dell'Europa dai rifornimenti di benzina». Teagle andò a controllare di persona e scrisse a Carl Bosch: «Non sapevo che cosa fosse la ricerca finché non l'ho visto con i miei occhi. In confronto noi siamo allo stato infantile».

La Jersey acquistò i diritti del brevetto fuori dalla Germania in cambio della cessione alla I.G. Farben del 2% del suo capitale, e concordò un piano di cooperazione che - secondo Anthony Sampon ("Le Sette Sorelle") - andò avanti fino al 1941 e le costò l'accusa di tradimento da parte di Harry Truman. Ma il costo di produzione della benzina sintetica era 10 volte quello della benzina importata. Senza il nazismo e i contratti della Luftwaffe, Leuna avrebbe chiuso i battenti. Al momento dell'invasione della Polonia, la Germania disponeva di 14 impianti di idrogenazione che garantivano il 46% del suo carburante e il 95% delle forniture dell'aviazione.

La guerra aerea tedesca si resse sull'idrogenazione. Osserva Yergin che, nella concezione hitleriana del Blitzkrieg, ebbe un forte peso la carenza dei carburanti: la benzina industriale poteva sostenere una guerra breve, non una lunga guerra d'attrito. Yergin si spinge a sostenere che la cattura dei pozzi petroliferi di Baku e del Caucaso fu «centrale», nel concepimento dell'invasione della Russia. Nell'analisi della visione strategica di Hitler di Andreas Hillgruber, la questione energetica appare più un corollario che il teorema "centrale" dello "spazio vitale" hitleriano, anche se, nelle direttive militari della prima fase di guerra, la conquista del Caucaso ebbe la precedenza, esplicitamente come mezzo per stroncare la resistenza russa e per incoraggiare la ribellione dell'Iran contro l'Inghilterra. 'impantanamento della campagna russa fece accelerare la produzione dei carburanti sintetici: dai 72.000 barili al giorno si passò a 124.000; nel complesso della guerra, essi rappresentano la metà della produzione petrolifera tedesca.

 

IL MESSICO TRA WASHINGTON E L'ASSE

 

Il 18 marzo 1938, sei giorni dopo che la Germania si fosse annessa l'Austria, in Messico il presidente Cardenas decise la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere. Gli interessi più colpiti furono quelli della Shell, che attraverso la Mexican Eagle controllava i due terzi della produzione messicana. Le compagnie non cedettero, temendo che il Messico diventasse un esempio di facile imitazione. Organizzarono un embargo contro le esportazioni messicane, col sostegno dell'Inghilterra. Il Messico ruppe le relazioni diplomatiche con Londra e le potenze dell'Asse corsero ad occuparne il vuoto. La Germania divenne il primo cliente del Messico, mentre dal 1939 il Messico diventò il principale fornitore dell'AGIP. Il Giappone progettò un oleodotto dai pozzi al Pacifico.

L'intransigenza del governo inglese fu spiegata in un rapporto dell'Oil Board e del Committee of Imperial Defense, del maggio 1938: otto paesi producevano il 94% del petrolio mondiale; la legge di neutralità americana poteva rendere indisponibile all'Inghilterra il petrolio statunitense; l'export petrolifero russo era sceso a livelli insignificanti e poteva in caso di guerra esaurirsi del tutto: le Indie olandesi, l'Iraq e la Romania erano, per collocazione geografica, inaffidabili. Restavano l'Iran, il Venezuela e il Messico. Lo scontro con lo Scià aveva segnalato un rischio. Ne conseguiva l'insostituibilità dell'America Latina.

Questo puntuale ma sterile razionalismo non convinse gli americani. Washington non poteva permettere che il suo vicino di casa fosse una testa di ponte dell'Asse. Nell'autunno del 1941, il segretario di Stato Cordell Hull patrocinò una soluzione che escludesse definitivamente la restituzione dei pozzi, e accordò indennizzi infimi, sulla base della stima del tutto politica che il 90% dei petrolio messicano era già stato estratto. Alle compagnie Hull offrì - prendere o lasciare - 30 milioni rateizzati in più anni. Le società americane si piegarono nell'ottobre 1943, mentre gli inglesi pazientarono fino al 1947, ottenendo 130 milioni. In cambio dei sostegno americano, la Petroleos Mexicanos (Pemex) abbandonò temporaneamente l'esportazione; ma, prima importante compagnia petrolifera nazionale, fu un modello per le nazionalizzazioni del futuro. Nel maggio del 1942, il Messico, ritornato all'ovile anglo-sassone, dichiarò guerra alla Germania, all'Italia e al Giappone.

 

LA SETE ENERGETICA DEL GIAPPONE

 

Il Giappone degli anni '30 era affamato di carburanti e materie prime. Il petrolio rappresentava solo il 7% del consumo energetico giapponese, ma era vitale per le sue forze armate e la marina mercantile. L'80% del petrolio era importato dagli USA. Quando, nel 1937, iniziò la guerra contro la Cina, il Giappone avviò un piano settennale, altamente irrealistico secondo Yergin, per la produzione di carburanti sintetici.

Fra le complesse ragioni e lotte di fazione che portarono al prevalere della direttrice di espansione voluta dalla Marina Militare, a Sud verso l'Indocina e le Indie olandesi, un peso decisivo ebbe la considerazione che in quella regione si potevano ottenere gli approvvigionamenti necessari per completare la conquista della Cina, direttrice privilegiata dell'Esercito. Il governo Konoye scommise sulla possibilità di avanzare a Sud, ottenendo contemporaneamente l'accordo degli Stati Uniti, che però ponevano la pregiudiziale del ritiro totale dalla Cina.

Il 24 luglio 1941 le truppe nipponiche iniziarono l'occupazione dell'Indocina francese, con la rassegnata acquiescenza del governo di Vichy. Roosevelt rispose con il congelamento di tutti i crediti nipponici, che si tradusse in un completo embargo petrolifero, sostenuto anche da Gran Bretagna e Olanda. Konoye si dimise quando il governo americano rifiutò definitivamente un incontro al vertice, nell'ottobre 1941. Il nuovo governo del generale Tojo sferrò il 7 dicembre l'attacco contro Pearl Harbor, che fece entrare in guerra gli Stati Uniti.

C'è un dibattito storico circa il ruolo dell'embargo imposto da Roosevelt nel luglio 1941. E' indubbio che esso mise il Giappone con le spalle al muro. Basil Liddell Hart, uno dei maggiori studiosi della Seconda guerra mondiale, scrive che l'embargo significò che «il Giappone avrebbe dovuto scegliere tra queste due alternative: lasciar cadere tutte le sue ambizioni (con il rischio di una rivoluzione e la quasi certezza della rivolta dei militari) o impadronirsi con la forza del petrolio necessario a scendere in guerra contro le potenze bianche. Non esistevano altre vie d'uscita […] Il 6 agosto il Giappone supplicò gli Stati Uniti di revocare l'embargo. [...] La decisione di scendere in guerra non fu presa che il 25 novembre. Uno dei fattori che contribuì a farla precipitare fu la notizia che fra aprile e settembre le scorte di petrolio si erano ridotte di un quinto».

Liddell Hart non accetta le tesi degli storici "revisionisti" che ipotizzano la volontà di Roosevelt di provocare, attraverso l'embargo, un attacco nipponico contro gli Stati Uniti che stroncasse l'opposizione isolazionista alla guerra. Tuttavia lo stesso storico ironizza sulla sorpresa americana di fronte all'attacco di Pearl Harbor che «alla luce della storia» non fu che la ripetizione dell'attacco nipponico contro Port Arthur nel febbraio 1904, «e che dunque avrebbe dovuto costituire un precedente».

 

LA POSTA STRATEGICA DEL MEDIO ORIENTE

 

Tra il dicembre 1941 e l'agosto 1945, gli Stati Uniti e i loro Alleati consumarono 7 miliardi di barili di greggio, di cui 6 miliardi furono prodotti negli Stati Uniti. La produzione petrolifera di guerra americana fu pari a un quarto di tutta la precedente produzione statunitense, dal primo pozzo del 1859 fino al 1941. Gli USA entrarono in guerra con una capacità produttiva di 3,7 milioni di barili al giorno per arrivare ai 4,7 milioni di barili al giorno nel 1945. Il Giappone con la conquista degli impianti della Shell nel Borneo e quelli della Standard a Sumatra riuscì ad ottenere in due anni (1942 e 1943) un totale di 75 milioni di barili, pari - più o meno - a 20 giorni di produzione americana.

Il confronto era davvero impari e si rifletteva nel salto esponenziale della motorizzazione bellica americana: una divisione statunitense tipo utilizzava nella Prima guerra mondiale 4.000 cavalli di potenza, nella Seconda 187.000. Il segretario all'Interno e responsabile per il petrolio, Harold Ickes, scrisse nel dicembre 1943 un articolo di avvertimento: «Se ci sarà una Terza guerra mondiale, sarà combattuta con il petrolio, di qualcun altro, perché gli Stati Uniti non ne avranno». Con questo, il Medio Oriente entrava nel campo di attenzione americano, non più come business, ma come affare di Stato.

N.C.

Apparso su Lotta Comunista n.395-396 - luglio/agosto 2003


ROOSEVELT E CHURCHILL NELLA TORMENTATA RITIRATA BRITANNICA DAL GOLFO

 sommario

All'inizio del 1943, il destino della guerra nel Nordafrica e in Medio Oriente era segnato. Ciò diede un colpo di acceleratore alla guerra sotterranea anglo-americana. La Standard Oil of California e la Texaco, alleate dal 1936 in Arabia Saudita e Bahrein, con le società Casoc e Caltex, chiesero il sostegno dello Stato federale per tenere alla larga gli inglesi nel dopoguerra e per garantire le «iniziative puramente americane sul posto». L'appello allo Stato era puntellato da due "teorie": quella della «conservazione» che paventava il rischio di esaurimento del petrolio domestico e premeva per lo sviluppo di riserve "extraterritoriali", e quella della «solidificazione» che traeva dall'esperienza messicana la lezione che i privati da soli non potevano resistere ai governi stranieri.

Il gabinetto di guerra afferrò l'occasione. Il segretario all'Interno, Harold Ickes, ottenne l'approvazione di Roosevelt per inserire l'Arabia Saudita nell'assistenza della legge Affitti e Prestiti e propose, insieme ai segretari per la Guerra, per la Marina e per la Mobilitazione, la creazione della Petroleum Reserves Corporation, ente federale che avrebbe acquistato le proprietà petrolifere americane in Arabia Saudita. Roosevelt approvò, malgrado la contrarietà del segretario di Stato Cordell Hull. Ma i capi delle società petrolifere si ribellarono: volevano essere aiutati, non divorati. «Erano venuti per pescare un merluzzo e avevano preso una balena» fu il commento sarcastico del consigliere governativo Herbert Feis. Si concordò l'ingresso minoritario dello Stato nella Casoc, ma l'accordo fallì per l'opposizione della Mobile, della Jersey e dei petrolieri indipendenti, che temettero una statalizzazione dell'intero settore. Ickes propose la costruzione da parte del governo americano d'un oleodotto di 1.600 km che trasportasse fino al Mediterraneo, in cambio di un miliardi di barili di petrolio per le Forze Armate USA, scontati del 25%. Il progetto fu bloccato al Congresso.

 

UN TENTATIVO DI SPARTIZIONE CONCORDATA

 

Fallito l'ingresso diretto, Roosevelt provò la strada della spartizione concordata con gli inglesi. L'ambasciatore inglese Lord Halifax, nel febbraio 1944 riferì a Londra che Roosevelt gli aveva prospettato questa ipotesi: «il petrolio iraniano è vostro. Dividiamoci quello dell'Iraq e del Kuwait. Quello dell'Arabia Saudita è nostro». Lord Beaverbrook, magnate della stampa e lord del Sigillo privato, scrisse a Churchill: «Il petrolio è l'unica grande risorsa che ci resterà nel dopoguerra. Dovremmo rifiutare di dividere il nostro ultimo bene con gli americani».

 

LA GUERRA PARALLELA DI WASHINGTON E LONDRA

 

Lo scambio epistolare tra Churchill e Roosevelt, alla vigilia dello sbarco di Normandia, è un dialogo esemplare tra predoni imperialisti che, mentre tentano di sfilarsi reciprocamente i portafogli, non risparmiano parole di franchezza, acido orgoglio, e puntiglioso galateo. Churchill avvertiva che «una rissa sul petrolio sarebbe una misera premessa per la tremenda comune impresa» e segnalava i timori «che gli USA vogliano spogliarsi delle nostre proprietà in Medio Oriente, da cui dipende l'approvvigionamento della Royal Navy». Roosevelt ribatteva che sembrava essere la Gran Bretagna a cercare di «intrufolarsi» nelle concessioni americane in Arabia Saudita e rassicurava: «La prego di credere che non stiamo facendo l'occhio di triglia ai vostri giacimenti petroliferi in Iraq o Iran», Churchill contraccambiava: «Mi consenta di darle la piena assicurazione che nemmeno pensiamo di intrufolarci nei vostri interessi o proprietà in Arabia Saudita». Ma senza ritrarre gli artigli: l'Inghilterra «non si lascerà privare di nulla che legittimamente le appartiene dopo aver tanto contribuito alla buona causa».

Per qualche tempo la «rissa» fu evitata. Nell'agosto 1944, poco dopo la conclusione della Conferenza di Bretton Woods, gli inglesi e americani concordarono, la creazione della International Petroleum Commision che doveva distribuire le quote di produzione mondiale. L'accordo si arenò al Senato americano: né Roosevelt né Truman riuscirono a disincagliarlo.

La terza carta giocata dagli USA fu quella delle compagnie petrolifere. Nel 1947 furono conclusi tre accordi fondamentali. Nell'Arabia Saudita, l'Aramco (Arabian-American Oil Company, nuovo nome dal 1944 della Casoc) aprì il suo capitale alla Jersey-Exxon (che ne acquisì il 30%) e alla Socony-Mobil (che si limitò al 10%). Per realizzare l'intesa fu necessario cancellare il celebre accordo della Linea Rossa che vietava ai suoi soci accordi separati. L'appiglio legale fu la «sopravvenuta illegalità» attribuita alle quote della francese CFP e del vecchio Gulbenkian, domiciliati durante la guerra in territorio nemico.

 

L'ARAMCO E L'ESTROMISSIONE DELLA FRANCIA

 

Con il secondo accordo, la Gulf, proprietaria del 50% della Kuwait Oil Company, si alleava per dieci anni con la Royal Dutch-Shell che possedeva una delle maggiori reti commerciali dell'Emisfero Orientale, garantendo il 30% del suo fabbisogno.

Il terzo accordo avvenne in Iran, che era stato palcoscenico di una delle prime importanti battaglie della guerra fredda. Nella primavera del 1946, le truppe russe che occupavano ancora l'Iran settentrionale furono costrette dalle pressioni angloamericane ad andarsene, ma Mosca continuò a premere attraverso il partito Tudeh e rivendicando una partecipazione petrolifera. La Anglo-Iraninan puntellò la sua posizione di monopolio, stipulando due accordi commerciali ventennali con la Jersey e la Socony. La Gran Bretagna teneva stretto il suo bastione petrolifero mentre, nello stesso 1947, concedeva l'indipendenza all'India, passava la protezione della Grecia e della Turchia agli USA e annunciava il ritiro dalla Palestina.

La Francia fu tenuta fuori dagli accordi. Secondo il "Multinational Report" del Senato americano del 1975, «i francesi non perdonarono mai agli americani di avergli lasciati fuori dall'Arabia Saudita». L'ingresso della Total francese, nel luglio 2003, nella joint-venture per lo sfruttamento del gas naturale nel Sud-Est dell'Arabia Saudita, con l'Aramco e la Shell, è - se completato - di valore storico per la Francia.

POLITICHE ESTERE PARALLELE

 

I tre accordi guardavano ai mercati dell'Europa, avviati alla ricostruzione. Daniel Yergin enfatizza la «sincronizzazione» tra essi e il varo del Piano Marshall, che permise la conversione dal carbone al petrolio delle caldaie industriali e delle centrali elettriche, e diede slancio al settore dei trasporti.

Anthony Sampson ("Le sette sorelle") sottolinea invece un altro tipo di "sincronia", quella tra gli accordi e la decisione dell'ONU nel novembre del 1947 sullo Stato di Israele; da quel momento gli Stati Uniti riconoscevano fermamente «due opposte politiche estere», una di Washington rivolta a sostegno di Israele, anche per fini elettorali interni, l'altra rivolta ai paesi arabi, specialmente all'Arabia Saudita, delegata alle compagnie petrolifere. «Con questo accorgimento le due politiche furono tenute notevolmente separate per i successivi 25 anni».

 

"FIFTY-FIFTY" TRA COMPAGNIE E BORGHESIE ARABE

 

La situazione mediorientale fu rimessa in movimento dalla revisione degli accordi tra la monarchia saudita e l'Aramco. Nel 1943 il Venezuela aveva imposto alla Jersey e alla Shell, con l'aperta collaborazione da parte di Washington, di non voler mai più un'altra esperienza "messicana", la celebre ripartizione fifty-fifty degli utili tra compagnie petrolifere e introiti - tasse e royalties - dei paesi produttori.

Nel 1950 l'Arabia Saudita ottenne anch'essa il fifty-fifty, grazie all'applicazione generosa di una legge statunitense del 1918 che ammetteva la deduzione in patria delle imposte pagate all'estero. Le imposte pagate dall'Aramco al Tesoro americano (50 milioni di dollari l'anno) furono dirottate alle casse saudite, con il consenso degli USA. Molto tempo dopo, nel 1974-75, durante l'inchiesta della sottocommissione senatoriale Church, si ipotizzò che l'esecutivo americano avesse realizzato una massiccia sovvenzione ad un governo straniero. Aggirando con un trucco le necessarie autorizzazioni del Congresso; ma nel 1950 l'ordine delle priorità era dominato dalla guerra di Corea. Nel 1951 il fifty-fifty fu applicato in Kuwait e nel 1952 in Iraq.

L'americano Yergin valuta positivamente quegli accordi, non solo perché realizzavano un compromesso equilibrato, ma perché crearono un modello valido, contrapposto a quello della nazionalizzazione messicana: il governo venezuelano, col fifty-fifty, incassava il 7% in più per barile rispetto al Messico, e con una produzione sei volte superiore.

 

FRAGILITÀ DELL'IMPERO INGLESE

 

Al contrario, Sampson li critica radicalmente. Secondo l'autore inglese, in primo luogo essi travolsero il tradizionale equilibrio delle grandi compagnie americane, spingendole ad un eccessivo investimento estero; nel 1973 le Cinque Sorelle americane realizzavano i due terzi dei loro utili, all'estero, senza pagare le tasse. Nel 1972 la Exxon versò all'erario USA solo il 6,5% dei suoi utili globali, la Mobil solo l'1,3%.

La seconda conseguenza di lungo termine del "trucco d'oro" fiscale fu che intaccò profondamente l'organizzazione interna delle compagnie: la convenienza fiscale imponeva di trasferire il massimo dei profitti "a monte" sul greggio, e il massimo dei costi "a valle" sulla raffinazione e la distribuzione. «Disseminarono strade e autostrade con punti di vendita, per attrarre consumatori a qualsiasi costo […] Ingegneri e geologi dominarono le alte direzioni, mentre gli uomini del marketing erano in ribasso». Infine, i paesi produttori, diventando soci al 50% degli utili, esigettero trasparenza sui profitti e pubblicità dei prezzi. «Sul momento sembrò un sistema giusto, ma ebbe serie conseguenze. I paesi si abituarono ad entrate standard derivanti da prezzi fissi. E non pensarono che esse potessero scendere, cosicché il "prezzo ufficiale" divenne un prezzo artificialmente alto sul quale le compagnie pagavano le tasse».

La motivazione più profonda dell'ostilità di Sampson è un'altra: l'America lubrificò la sua penetrazione in Medio Oriente con facili concessioni, che assecondarono pericolosamente le spinte nazionaliste. La diga si ruppe nel suo punto più fragile, che era quello dell'imperialismo inglese in ritirata. La tempesta della prima crisi petrolifera del dopo guerra si scatenò nell'Iran.

N.C.

Apparso su Lotta Comunista n. 397 - settembre 2003


LA SCONFITTA BRITANNICA NELL'IRAN DI MOSSADEQ

 sommario

Il 1° maggio 1951 lo scià di Persia promulgò il decreto di nazionalizzazione della Anglo-Iranian Oil Company. Ne era artefice Mohammed Mossadeq, capo del governo da tre giorni. Londra subì incredula lo shock d'un dramma che pure stava montando da un decennio. Il padre dello scià era stato deposto, perché filotedesco, nel 1941. Il nazionalismo iraniano era nato antinglese. La ritirata dell'Impero dall'India e dai Balcani lo galvanizzò. La battaglia per la ridistribuzione della rendita petrolifera, che nell'America Latina aveva partorito una varietà di modelli, gli diede un programma economico e un bersaglio unificante. Ma perché nell'Iran del 1951 prevalse una nazionalizzazione di tipo "messicano" e non un compromesso di tipo "venezuelano"?

 

L'EROSIONE DELL'INFLUENZA DI LONDRA

 

La geografia collocava l'Iran sul crocevia delle zone di influenza dei vincitori della guerra: c'era voluto «un duro negoziato a Yalta e più tardi» -scrive Anthony Eden nelle "Memorie" - per ottenere il ritiro delle forze russe e occidentali dalla Persia. La Gran Bretagna, con l'Anglo-Iranian, mentenne la sua zone di influenza esclusiva, ma era solo l'apparenza. Il partito moscovita, il Tudeh, impugnò il nazionalismo petrolifero. Il partito americano - racconta Anthony Sampson ("Le Sette Sorelle") - era guidato dal «dinamico ambasciatore Henry Grady, un americano-irlandese di prima generazione che non nascondeva la propria avversione per l'imperialismo britannico e incoraggiava gli iraniani - in modo assai ingannevole - a credere che gli americani li avrebbero sostenuti contro gli inglesi».

 

LA NAZIONALIZZAZIONE DELL'ANGLO-IRANIAN

 

La politica dell'Anglo-Iranian aggravò la crisi. Dal 1945 al 1950 la compagnia aveva registrato profitti per 250 milioni di sterline, ma l'Iran ne incassò solo 90. Lo stesso Eden, allora all'opposizione, simpatizzò per la protesta iraniana ritenendo «insincero che il governo di Sua Maestà, come azionista della compagnia petrolifera, ricevesse somme sempre maggiori sotto forma di imposte e rifiutasse l'aumento dei dividendi dei quali il governo iraniano avrebbe beneficiato». Nel giugno 1950, dopo l'assassinio d'un diplomatico inglese, assunse il governo il generale Alì Razmara, capo di Stato Maggiore dell'esercito. Secondo Daniel Yergin ("The Prize"), il contemporaneo scoppio della guerra di Corea rese la posta altissima: l'Iran produceva il 40% del petrolio mediorientale e la raffineria di Abadan forniva la maggior parte del carburante per aerei all'emisfero orientale. Il presidente dell'Anglo-Iranian, Sir William Fraser, rifiutò concessioni sostanziali, e solo quando l'Aramco stipulò un accordo fifty-fifty, con l'Arabia Saudita corse maldestro ad imitarla. Era troppo tardi: a Teheran la parola d'ordine era "nazionalizzazione". Nel marzo 1951 il primo ministro, che aveva cercato di ostacolarla, fu assassinato. Il parlamento nazionalizzò la compagnia, la prima arrivata in Medio Oriente nel 1908. Mossadeq, fino allora capo della commissione per il petrolio, diventò primo ministro.

 

UN ANTICIPO DELLA CRISI DI SUEZ

 

Dean Acheson, segretario di Stato di Truman, nella sua autobiografia ("Present at the Creation") dà un giudizio sprezzante sui dirigenti britannici: «Mai così pochi persero così tanto, così stupidamente e così in fretta. […] La loro follia li aveva portati in quel pasticcio, che l'Aramco aveva evitato garantendosi con la grazia quello che non poteva più ottenere con la forza». Il varo della National Iranian Oil Company fu salutato col sacrificio di decine di pecore: manifestazione simbolica di una borghesia nazionale nascente, la cui aggressività era concimata dal fanatismo religioso della proprietà feudale e il cui coraggio contro l'Impero si sgonfiava sulla soglia del latifondo; nazionalizzava il petrolio ma accantonava la riforma agraria.

Il governo laburista inglese preparò un piano per l'occupazione militare dell'isola di Abadan, sede della più grande raffineria del mondo. Il ministro della Difesa, Emmanuel Shinwell, profetizzò: «Se la Persia la fa franca, l'Egitto e altri paesi del Medio Oriente saranno tentati di imitarla. La prossima mossa potrà essere la nazionalizzazione del Canale di Suez». Secondo Achenson, gli inglesi avevano torto: gli USA riconoscevano il diritto alla nazionalizzazione a patto che gli espropri fossero indennizzati al giusto prezzo, mentre i britannici negavano tale diritto. Achenson avvertì che un intervento non era ammissibile; poteva provocare un colpo di Stato "comunista", o un intervento armato dell'URSS. Paventando che l'Iran finisse in braccio ai russi, Washington bloccò la spedizione militare e mandò a Teheran, come intermediario Averell Harriman, ex ambasciatore a Londra e Mosca. Era forte il sospetto che la missione mirasse ad aprire un varco al capitale statunitense. John Kennedy, allora giovane congressista, ammonì che senza un'intesa «le compagnie americane avrebbero fatto bene ad introdursi nella breccia».

 

ASTUZIE E STRAVAGANZE DI MOSSADEQ

 

Mossadeq, allora settantenne, veniva da una famiglia di nobiltà terriera, era pronipote dello scià della dinastia precedente, si era laureato in Francia e Svizzera e aveva partecipato alla rivoluzione costituzionale del 1906. La sua teatralità politica era leggenda, i suoi discorsi culminavano in pianti e svenimenti. Il suo negoziato con Harriman, di cui lasciò memoria l'interprete colonnello Vernon Walters, fu spesso esasperante, a volte esilarante. Accolse Harriman sdraiato nel suo letto, acciaccato eppur sempre agile. L'americano volle spiegare al persiano le leggi del mercato: ad esempio, il prezzo di un barile di greggio non può superare il prezzo di vendita dei prodotti derivati; la somma delle parti è sempre pari all'intero. Mossadeq obbiettò: «E' falso […] Ecco, prenda la volpe. La sua coda spesso è più lunga della volpe stessa». Non fu per le astuzie o le stravaganze del "vecchio Mossy" che Harriman si trattenne per due mesi a Teheran, ma per raffreddare i bollori di Londra. Alla fine, sentenziò che Mossadeq rifiutava ogni intesa perché qualsiasi accordo con gli inglesi avrebbe chiuso la sua carriera politica.

La Gran Bretagna impose l'embargo all'Iran col sostegno del cartello petrolifero. Fu una società italiana, la Supor, a violare il blocco con la motocisterna "Mariella", ottenendo un contratto per il 12,5% del greggio iraniano, battistrada per l'ENI di Enrico Mattei, che non aveva ancora dichiarato la sua guerra d'indipendenza dalle Sette Sorelle. Mossadeq rispose al blocco ordinando lo sgombero degli inglesi da Abadan. Secondo Yergin, più che quell'umiliazione fu fatale per la credibilità dell'Impero l'aver minacciato l'uso della forza senza averla attuata. Eden stabilisce una relazione diretta tra quegli avvenimenti e la crescita del movimento nazionalista in Egitto, sfociato nella "rivoluzione" del 1952 e nell'ascesa di Nasser.

 

IL COLPO DI STATO DEL 1953

 

Nell'ottobre 1951 i conservatori vinsero le elezioni, Churchill, primo ministro, ed Eden, ministro degli Esteri, nel gennaio 1952 andarono a Washington. Churchill - narra Acheson - rinfacciò a Truman che la controversia petrolifera non si sarebbe mai risolta finché gli americani avessero continuato a sostenere finanziariamente l'Iran; rimproverò i predecessori per aver fatto marcia indietro ad Abadan, quando «sarebbe bastata una scarica di fucileria per chiudere la faccenda», e dichiarò che avrebbe seguito gli USA in Estremo Oriente, solo se Truman avesse seguito l'Inghilterra in Medio Oriente. La tattica americana cambiò solo con l'arrivo al governo dei repubblicani, nel 1953. Il presidente Eisenhower, il segretario di Stato Foster Dulles e il fratello Allen Dulles, capo della CIA, valutarono che era ora di chiudere la partita. I contendenti si erano logorati abbastanza e Washington poteva calare i suoi assi. La preparazione di un colpo di Stato fu affidata a Kermit Roosevelt, nipote del presidente Theodore. L'«l'operazione Ajax» fu una congiura di palazzo sostenuta da una parte dell'esercito e del parlamento che Mossadeq aveva sciolto. Un primo tentativo fallì e lo scià fuggì all'estero. Un secondo tentativo, sostenuto da una manifestazione di piazza, ebbe successo; il 18 agosto 1953 Mossadeq fu arrestato.

 

IL NUOVO CARTELLO ANGLO-AMERICANO

 

La vittoria sul campo era americana e la ricerca d'un compromesso fu affidata ad Herbert Hoover jr, figlio dell'ex presidente. Le compagnie statunitensi non volevano farsi coinvolgere: l'uscita dell'Iran dal mercato le aveva favorite nel resto del mondo ma soprattutto temevano l'inchiesta aperta da anni contro il «cartello internazionale» dal dipartimento di Giustizia e dalla Federal Trade Commission. Il governo Eisenhower garantì con una direttiva del Consiglio per la Sicurezza Nazionale che «l'applicazione delle leggi antitrust degli Stati Uniti contro le compagnie petrolifere occidentali operanti nel Vicino Oriente deve considerarsi in subordine rispetto all'interesse di sicurezza nazionale». Così si giunse alla formazione del Consorzio Iraniano, completato nell'ottobre 1954. L'Anglo-Iranian, ribattezzata British Petroleum, ne assunse il 40%, la Shell il 14%, le americane Jersey, Socony, Texaco, Socal e Gulf l'8% ciascuna, pareggiando insieme la quota inglese. I francesi della CFP ebbero il 6%. Poco dopo, le cinque americane cedettero l'uno per cento ciascuna a nove compagnie indipendenti statunitensi. La National Iranian Oil restò proprietaria del petrolio mentre il Consorzio ne avrebbe gestito la produzione e la distribuzione. La BP fu indennizzata non dall'Iran ma dalle socie, con circa 600 milioni di dollari.

 

DEBOLI BORGHESIE MEDIORIENTALI

 

Arrigo Cervetto nell'ottobre 1954 ("L'imperialismo unitario", edizioni Lotta Comunista, 1981) collocò la conclusione della rivoluzione iraniana e il «compromesso raggiunto» in una chiara visione strategica: «Eccoci di fronte ad un altro esempio […] di come la rivoluzione borghese nella fase imperialistica segua sì la legge dell'ineguale sviluppo del capitalismo nel mondo, ma sia oggi completamente determinata dai rapporti di forza dell'imperialismo unitario». Mentre in Asia, «la borghesia nazionale, favorita dall'allentamento della pressione imperialista durante la guerra, conquista posizioni», in Medio Oriente e in Africa «i tentativi della borghesia nazionale avvengono in ritardo, falliscono o raggiungono un compromesso». «L'Iran si trova ora al centro delle lotte interimperialistiche per la conquista dei mercati. […] La Francia vi investe 5 miliardi di franchi, la Germania 60 milioni di dollari, il Giappone finanzia la costruzione di sei raffinerie di zucchero. Accanto agli USA e alla Gran Bretagna troviamo così questi tre paesi concorrenti». Sotto il ghiaccio della guerra fredda, il giovane scienziato internazionalista scorgeva già i semi della contesa multipolare.

N.C.

Apparso su Lotta Comunista n. 398 - Ottobre 2003


LO SPARTIACQUE DELLA CRISI DI SUEZ

 sommario

Raymond Aron, in un articolo del novembre 1955, guardava ammirato la capacità di ripresa inglese dopo la perdita del monopolio petrolifero iraniano. Londra aveva patrocinato la creazione del Patto di Baghdad con il quale, nell'arco del 1955, aveva raccolto attorno a sé l'Iraq, la Turchia, il Pakistan e l'Iran. «il ritorno inglese è impressionante», scriveva Aron, ma un anno dopo avrebbe dovuto ricredersi. L'Egitto aveva rifiutato di aderire al Patto. Il nazionalismo egiziano da anni cercava la piena emancipazione da Londra. Nel 1950, il primo ministro di re Faruk, Nahas Pascià, aveva chiesto la denuncia del Trattato anglo-egiziano del 1936. La rivoluzione iraniana di Mossadeq figliò nel luglio 1952 la rivolta dei generali egiziani, guidato da Mohammed Nehib, che mise fine alla monarchia e proclamò la riforma agraria e la repubblica.

La terza ondata nazionalista, nella primavera 1954, portò al potere Gamal Abdel Nasser, incarnazione delle ambizioni regionali della borghesia egiziana. Nell'ottobre 1954, Londra e Nasser firmarono l'accordo per il ritiro, entro venti mesi, dei 75.000 soldati inglesi. Eden nelle "Memorie" sottolinea il ruolo statunitense: gli USA esigevano «una rapida soluzione quasi ad ogni costo», nella «patetica convinzione che tutto sarebbe andato bene se si fosse concluso un accordo», ma anche per la «riluttanza di Washington a tenere il secondo posto perfino in una regione dove la responsabilità maggiore non era sua». Eden semplifica troppo.

 

LA DIGA DI ASSUAN E IL CANALE DI SUEZ

 

In una serie di articoli della seconda metà degli anni '50, Cervetto attirò l'attenzione sui caratteri specifici della «politica anti-colonialista» americana, sulle «forme nuove dell'espansione imperialistica», sulle sue «nuove tecniche economico-politiche» e «nuove coperture ideologiche». Gli USA assecondavano «uno sviluppo storico inevitabile», quello delle «nascenti borghesie nazionali» che volevano «assicurare un'indipendenza politica ai loro paesi». «Ma l'indipendenza politica non dà certo, in paesi dove l'accumulazione dei capitali è ancora allo stadio primitivo, l'indipendenza economica e, quindi, necessariamente questi paesi hanno bisogno di investimenti stranieri per iniziare il loro sviluppo. Gli Stati Uniti hanno da offrire questi investimenti». Il rimpiazzo degli anglo-francesi era la prova che «gli Stati Uniti sono il gruppo imperialista più forte che, data la sua forte egemonia economica, si permette il lusso, per ora, di non intervenire direttamente come fanno i russi, i francesi o gli inglesi». L'«aspetto fascistico» di molti nuovi regimi non imbarazzava la democrazia imperialista americana che mirava alla rapida formazione di nuovi mercati nazionali, a una «rapida industrializzazione» e perciò a una «vasta riforma agraria».

 

IL GIOGO AMERICANO SUL NAZIONALISMO ARABO

 

In questo quadro, le nazionalizzazioni erano ammesse dall'imperialismo americano come fattore accelerante dell'accumulazione. L'Egitto non aveva una rendita petrolifera da nazionalizzare ma aveva due altre fonti di rendita potenziale. Si può dire che il contenuto economico del nasserismo fosse questo: ricavare dalle acque del Nilo e del canale di Suez la rendita - assoluta e differenziale - che la borghesia iraniana, saudita, irakena estraeva dal petrolio; forzare il ritmo di sviluppo, attirare capitale, assumere la guida di un mercato panarabo. La prospettiva si rivelò velleitaria. Il progetto della diga di Assuan era «un'indispensabile base di partenza pianificata». Una diga lunga tre miglia e uno dei più grandi bacini artificiali del mondo, di 180 miliardi di metri cubi di acqua, avrebbero allargato di un sesto la superficie agricola - e la rendita agraria - e garantito la produzione di dieci miliardi di kWh annui. Secondo Eden, il costo del progetto era di 1.300 miliardi di dollari in 16 anni. Stati Uniti e Gran Bretagna avevano accordato un finanziamento iniziale di 70 milioni di dollari (Londra partecipava per un quinto), mentre la Banca Mondiale avrebbe prestato 200 milioni al 5%. Ma nelle vicende dell'imperialismo nulla è lineare, eccetto le fantasie dei suoi apologeti.

L'URSS cercava una sponda in Medio Oriente e fece intravedere la possibilità di un prestito al 2%. Da parte sua Nasser, per equilibrare il riarmo di Israele sostenuto dalla Francia, si rivolse prima agli USA e poi all'URSS, ottenendo forti forniture militari attraverso la Cecoslovacchia. Nasser, che aveva partecipato alla conferenza dei non allineati a Bandung e che aveva arrestato centinaia di comunisti in patria, pensava di poter usare le offerte e le armi dell'Est per meglio trattare con l'Occidente. Ma il parallelogramma delle forze produsse una diversa risultante.

Secondo Daniel Yergin, il progettato finanziamento della diga di Assuan fu bloccato a Washington da una coalizione di amici di Israele, senatori sudisti difensori del cotone americano contro il cotone egiziano, senatori repubblicani per i quali non erano assimilabili aiuti a più di un paese "neutrale" e premevano per la scelta tra Tito e Nasser. L'Egitto aveva appena riconosciuto Pechino e trafficava con Mosca. Foster Dulles scelse Tito e cancellò i prestiti per Assuan. Una settimana dopo, il 26 luglio 1956, Nasser annunciò la nazionalizzazione del canale di Suez, gestito fino a quel momento dalla Compagnia anglo-francese, la cui concessione scadeva nel 1968. Nasser dichiarò che ne avrebbe destinato i proventi alla costruzione della diga. Le rendite del canale erano state nel 1955 di 96 milioni di dollari, ma bisognava pagare anche gli indennizzi agli azionisti e le spese del riarmo. La diga dovette aspettare fino al 1958 i primi finanziamenti russi.

 

L'ARTERIA ENERGETICA EUROPEA

 

Nel 1955, i due terzi del petrolio consumato nell'Europa occidentale venivano dal Medio Oriente e, di esso, i due terzi transitavano da Suez. Sebbene l'economia europea funzionasse ancora per il 70% a carbone, i suoi settori più dinamici, la motorizzazione e la petrolchimica dipendevano dall'arteria di Suez. La sua chiusura comportava una riduzione assoluta delle forniture: la rotta del capo (11.000 miglia) era quasi doppia rispetto a quella di Suez (6.500 miglia) e la flotta esistente di petroliere era già totalmente utilizzata. Eden aveva avvertito nell'aprile 1956 Bulganin e Kruscev, in visita a Londra, che «il rifornimento di petrolio senza interruzione era letteralmente vitale per la nostra economia […] Eravamo pronti a combattere per esso. […] Non potevamo vivere senza petrolio e non avevamo intenzione di lasciarci soffocare in una presa mortale». La dichiarazione di guerra fu in pratica lanciata prima della nazionalizzazione.

Londra e Parigi iniziarono i preparativi bellici. Eden confessa l'inadeguatezza militare inglese. «Non disponevamo di truppe avio-trasportate sufficienti per un'operazione simile […] Né si potevano avere aeroplani e uomini in un attimo per miracolo. Occorrevano anni per approntarli». Si decise di preparare uno sbarco con base a Malta, mille miglia lontana. Eisenhower non intendeva aggregarsi all'operazione né tollerarla. Si produsse un curioso teatro in cui gli americani guadagnavano tempo per spostare ogni resa dei conti a dopo le elezioni presidenziali del 1956, mentre gli anglo-francesi seguivano imbronciati i temporeggiamenti statunitensi; in realtà erano essi stessi bisognosi di tempo per preparare lo sbarco, ma decisi a sfruttare le elezioni americane. Dulles convocò una Conferenza internazionale a Londra e propose un organismo internazionale per la gestione del canale. Nasser rifiutò. Dulles lanciò l'idea di un "Club degli utenti" che incarnasse i diritti di transito. Nasser rifiutò.

A fine ottobre, il dramma assunse ritmo febbrile, intrecciandosi con la crisi ungherese. Nell'ultima settimana di ottobre, le truppe russe entrarono in Ungheria; l'Egitto, la Giordania e la Siria stipularono il Patto di Amman di cooperazione militare; Israele mobilitò e attaccò l'Egitto; la Francia e la Gran Bretagna lanciarono un ultimato chiedendo ad Egitto e Israele di ritirarsi ciascuno di 10 miglia dal canale. Secondo Stephen Ambrose, biografo di Einsenhower, il presidente non ebbe alcun dubbio di trovarsi di fronte ad un complotto a tre, Londra, Parigi e Tel Aviv.

Il rifiuto dell'ultimatum, da parte di Nasser diede inizio, il 31 ottobre, all'operazione franco-inglese: 240 aerei bombardarono gli aeroporti egiziani mentre da Malta salpavano 130 navi da guerra e altre 100 navi da carico e sbarco. Convocata d'urgenza, l'assemblea generale dell'ONU approvò la risoluzione americana per il cessate il fuoco con 64 voti contro 5. Solo l'Australia e la Nuova Zelanda seguirono i tre aggressori. Il 4 novembre i russi lanciarono 4.000 carri armati contro l'insurrezione del proletariato ungherese. Il 5 novembre un migliaio di parà francesi e inglesi furono lanciati sul canale per occupare Port Said.

 

LONDRA PIEGATA DALL'ATTACCO ALLA STERLINA

 

All'alba del 6 novembre, giorno delle elezioni americane, la flotta anglo-francese raggiunse le coste egiziane e aprì il bombardamento. Il premier russo Bulganin scrisse a Eden: «In quale condizione si troverebbe la Gran Bretagna se fosse attaccata a sua volta da Stati più potenti che possiedono ogni tipo di armi distruttive moderne? […] Noi siamo decisi a impiegare la forza per schiacciare gli aggressori». Scrisse anche ad Einsenhower: «Se questa guerra non si ferma, si corre il rischio che si trasformi in una Terza guerra mondiale»; propose quindi un'azione congiunta russo-americana per porvi fine. Einsenhower rifiutò l'offerta russa. Decise di tagliare ogni fornitura petrolifera a Londra e Parigi, fino al loro ritiro.

Quel che piegò Eden - scrive nelle "Memorie" - fu «una minaccia più grave di quella del maresciallo Bulganin. Sui mercati finanziari del mondo si stava svolgendo una corsa alla vendita della sterlina, con una velocità tale da far temere un disastro». Nella prima settimana di novembre l'Inghilterra perse il 15% delle sue riserve in oro e dollari. Secondo lo storico inglese Hugh Thomas ("La crisi di Suez"), a New York si offriva in vendita la valuta britannica in pacchi di un milione di sterline, mentre il Tesoro americano si opponeva alla richiesta inglese di ritirare capitali dal Fondo Monetario. Londra capitolò. Eisenhower vinse le elezioni. Eden si ritirò dalla politica.

 

"L'EUROPA SARA' LA NOSTRA VENDETTA"

 

Nella duplice crisi del 1956, l'imperialismo nel suo insieme squadernò tutte le forme della sua violenza. La cessazione della crisi non ne rimosse le cause profonde. La crisi di Suez riemergerà ripetutamente nei decenni successivi, tra i conti aperti dalla contesa multipolare. Henry Kissinger ("Gli anni della Casa Bianca") stigmatizza la «miopia» di Washington: sospese i finanziamenti per Assuan provocando «l'inizio e non la fine» della crisi; trattò «brutalmente i nostri più stretti alleati» illudendosi di avere la gratitudine di Nasser; ottenne invece che «i regimi moderati […] specie in Iraq, venissero indeboliti se non condannati»; spinse sconsideratamente la Francia e la Gran Bretagna «a liberarsi delle loro restanti responsabilità internazionali» costringendo gli USA a «colmare il risultante vuoto in Medio Oriente e a Est di Suez e ad addossarsi così tutto il peso di difficili decisioni geopolitiche». Secondo questo bilancio, nel 1956 Washington aprì un vaso di Pandora i cui spiriti maligni la perseguitano ancora oggi.

In Europa, il bilancio più immediato e più strategico fu tracciato da Bonn. Adenauer incontrò a Parigi, la mattina del 6 novembre 1956, il ministro degli Esteri francese Christian Pineau e gli disse: «La Francia e l'Inghilterra non saranno mai potenze comparabili agli Stati Uniti e all'URSS. La Germania nemmeno. Resta loro un solo mezzo per giocare un ruolo decisivo nel mondo, fare l'unità dell'Europa. L'Inghilterra non è ancora matura per questo, ma l'affare di Suez aiuterà a preparare gli spiriti. Non abbiamo tempo di perdere. L'Europa sarà la vostra vendetta»

N.C.

Apparso su Lotta Comunista n. 399 - Novembre 2003


IL MITO DELLE "SETTE SORELLE"

 sommario

Il cartello delle "Sette Grandi" iniziò la sua storia nel 1947, quando le cinque maggiori società petrolifere americane (Socal-Chevron, Jersey-Exxon, Socony-Mobil, Gulf e Taxaco) si combinarono tra loro e con i due colossi europei, la Anglo-Iranian e la Shell, in tre distinti accordi in Arabia Saudita, in Kuwait e nell'Iran ("Lotta Comunista", settembre 2003).

Insieme al cartello nacque anche la mitologia delle "Sette Sorelle", divulgata da una pluralità di attori che più che abbattere il cartello ambivano a farne parte. Le borghesie nazionali mediorientali, in una battaglia ventennale e attraverso due profonde crisi, anche militari - nel 1967 e nel 1973 - finirono per sostituire il cartello anglo-sassone con il cartello OPEC. Ma lungo gli anni '50 e '60, quella curiosa relazione di ostile e guerreggiata simbiosi, tramarono e convissero gruppi petroliferi indipendenti, compagnie dei grandi paesi consumatori, gruppi statali concorrenti.

 

CARTELLO ANGLOSSASSONE E BORGHESIE MEDIORIENTALI

 

In questo periodo, la mappa della produzione petrolifera cambiò radicalmente. La quota americana, che nel 1948 era il 64% di quella mondiale, precipitò al 22% nel 1972; il Medio Oriente balzò dal 13 al 43% della produzione e dal 45 al 70% delle riserve accertate (Daniel Yergin, "The Prize").

Il cartello petrolifero controllava il 90% circa del petrolio mediorientale ma solo il 40% di quello statunitense. Aveva quindi una forza minoritaria, seppure altamente concentrata, negli Stati Uniti, dove i tre quinti del mercato erano in mano ai cosiddetti "indipendenti". Non si trattava più della massa di cercatori individuali o associati che avevano dato battaglia al monopolio di John Rockefeller, quando dominava il 90% del mercato americano, a fine '800. Anzi, tra gli indipendenti si computavano anche alcune delle imprese uscite dallo smembramento del gruppo Rockefeller. Selezionati nei decenni, alcuni di loro erano gruppi ben strutturati, pesavano nella fissazione dei prezzi alla Texas Railroad Commission e avevano influenza politica nei loro Stati e a Washington.

I produttori texani, che controllavano il 38% del petrolio americano, si erano opposti con successo, dopo la crisi di Suez, all'aumento della produzione petrolifera per rifornire l'Europa rimasta a secco; temevano un calo dei prezzi e cedettero solo dopo aver ottenuto 35 cent in più per barile. Alcuni degli indipendenti avevano capitali ed esperienza sufficienti per andare nel mondo. La condizione oggettiva era il forte aumento della domanda petrolifera del dopoguerra, che spingeva in alto i prezzi. Yergin illustra le cifre della rendita petrolifera mediorientale: a fine anni '40, il prezzo mondiale del greggio era di 2,50 dollari il barile. In Medio Oriente, il suo costo di produzione e trasporto incideva per 75 cent; il margine di guadagno era di 1,75 dollari, mentre nel Texas di soli 10 cent. La rendita differenziale di 1,65 dollari a barile era il terreno di battaglia tra le compagnie e fra loro e le borghesie nazionali.

 

 

 

SORELLE, SORELLASTRE E "INDIPENDENTI"

 

Gli "indipendenti" cominciarono a sbarcare in Medio Oriente nel 1947-48. Il consorzio Aminoil tra la Phillips, la Ashland e la Sinclair vinse all'asta la concessione nella Zona Neutra di confine tra l'Arabia Saudita e il Kuwait, sul versante kuwaitiano; sul versante saudita, l'asta fu vinta dalla Pacific Western di Jean Paul Getty. I due gruppi fecero offerte che sgomentarono le Sette Sorelle, anticipando 17 milioni di dollari in contanti. La Pacific trovò il petrolio solo nel 1953 ma in quantità tale che, nel 1957, Getty era diventato l'uomo più ricco d'America.

Con l'entrata in scena degli "intrusi", le borghesie dei paesi produttori ebbero la prova della avidità dell'"idra dalle sette teste". Le royalty pagate dalla Gulf e dalla Shell al Kuwait erano di 15 cent al barile; la Aminoil ne aveva offerti 35. L'Aramco versava, dopo dure battaglie, 33 cent all'Arabia Saudita, mentre Getty ne pagava 55. Invano gli economisti del cartello argomentavano che i precursori si erano accollati rischi e spese che sugli ultimi arrivati pesavano molto meno. Gli indipendenti aprirono la breccia da cui passò la diffusione del sistema fitty-fitty, ripartizione al 50% dei proventi tra compagnie e borghesie nazionali.

La formazione del Consorzio iraniano nel 1954 rappresentò l'ufficializzazione del cartello delle Sette Sorelle (e di una sorellastra, la francese CFP). Ma fu anche l'occasione della seconda avanzata degli indipendenti: l'amministrazione Eisenhower impose alle Cinque Grandi americane di cedere il 5% del Consorzio a nove indipendenti americani: Aminoil, Sohio, Atlantic e Richfield (poi fuse fra loro), Signal e Hancock (anch'esse fuse), San Jacinto (poi comprata dalla Continental), Getty e Tidewater (fuse più tardi e conquistate dalla Texaco).

Così, in un unico scenario, si venivano a combinare il cartello petrolifero, la prima nazionalizzazione petrolifera in Medio Oriente che ebbe numerosi emuli, e una "democratizzazione" del cartello che invece restò un caso isolato. Altri indipendenti si insediarono nella Libia che adottò, ancora sotto regime monarchico, una strategia di piccole concessioni a 17 compagnie, tra cui la Continental, la Amerada, la Marathon e l'Occidental, accanto alla Exxon e alla BP.

L'attenzione di Einsenhower per gli indipendenti ebbe conferma nel 1959, quando impose i contingenti obbligatori e un tetto del 9% alle importazioni petrolifere americane. Il presidente della "porta aperta" in Medio Oriente chiuse la porta in patria per proteggere l'industria nazionale, mentre il contingentamento spinse nuovi indipendenti ad avventurarsi in Medio Oriente.

 

LA RIVOLTA DI ENRICO MATTEI

 

Qui, nel 1946, operavano nove compagnie, 19 nel 1956 e 81 nel 1972. Ma secondo una valutazione riportata da Yergin, ben 350 compagnie americane entrarono con varie specializzazioni nell'industria petrolifera internazionale tra il 1946 e il 1972.

L'esclusione dell'ENI dal Consorzio iraniano fu la molla della rivolta di Enrico Mattei. La crisi di Suez la fece scattare. L'accordo del 1957 dell'ENI con l'Iran infranse la regola aurea del fifty-fifty, invalsa dopo Mossadeq. Mattei accordò allo Scià il 75% dei futuri proventi, Paul Frankel, uno dei primi biografi del "corsaro" italiano, sostenne che la formula "75-25" era almeno in parte ingannevole perché non metteva in conto la contropartita, l'obbligo assunto dall'Iran di rifondere la metà degli investimenti e delle spese di ricerca pregresse e future. La vera innovazione consisteva nella promozione del paese produttore da semplice percettore di royalty a quasi socio.

La formula di Mattei fu subito imitata - in forma attenuata - dai giapponesi del Consorzio Arabian Oil Company, che assunsero le concessioni offshore del Kuwait e dell'Arabia Saudita nella Zona Neutra, e - in forma piena - dalla Standard Oil of Indiana-Amoco in Iran. La violazione del fifty-fifty portò più fortuna ai nipponici e all'Amoco, che trovarono davvero il petrolio, mentre l'ENI, tradito dal sottosuolo, si tenne la fama.

 

L'ENI E L'IMPORT DALL'URSS

 

Secondo Anthony Sampson ("Le Sette Sorelle") e soprattutto secondo lo storico della Exxon, Bennett Wall ("Growth in a Changing Environment"), la sfida maggiore di Mattei fu quella dei suoi accordi con l'URSS, sul finire del 1960.

Il tentativo di modernizzazione di Kruscev di fine anni '50 si fondò in buona parte sulla reimmissione del petrolio russo nel mercato mondiale, grazie ai nuovi ricchi giacimenti della regione Volga-Urali. Assente dal mercato europeo fino alla crisi di Suez, nel 1960 l'URSS ne aveva già conquistato l'8%, era tornata secondo produttore mondiale rimpiazzando il Venezuela, e dichiarava di puntare al raggiungimento della sua quota prebellica del 19% dell'esportazione mondiale.

L'offensiva russa, condotta con prezzi inferiori del 25% a quelli di mercato, scosse il cartello e mobilitò le cancellerie diplomatiche. Con il contratto del 1960, che prevedeva il prezzo di un dollaro a barile, il più basso del dopoguerra, l'ENI coprì nel 1961 il 22% della domanda italiana, raggiungendo il 31% con il secondo contratto di fine 1963, successivo alla morte di Mattei. Secondo Wall, il governo italiano fu il più attivo nel bloccare le pressioni statunitensi per stabilire, in nome della sicurezza occidentale, un tetto all'import di petrolio dall'URSS.

 

MOTORE TEDESCO E PARTITO RUSSO

 

Il tentativo di "occidentalizzare" il blocco dell'URSS fu la zattera cui si affidò l'era dei Togliatti per affinare le tecniche di navigazione socialimperialista dell'opportunismo. Nel matrimonio di interessi tra il capitalismo di Stato russo e il capitalismo di Stato italiano, il PCI trovò alimento, non solo ideologico, per la sua doppia fedeltà nazionale e russa.

Ma era la natura più profonda del processo che non veniva colta dalla strategia opportunista. Il motore del mutamento non era né di marca sovietica né di marca italiana ma di marca tedesca. I ritmi della ripresa dell'imperialismo tedesco modificarono con grande rapidità la struttura energetica europea. L'OECE aveva previsto che la quota petrolifera della domanda di energia in Europa sarebbe passata dal 20% del 1955 al 25% del 1965. In realtà, già nel 1960, la quota petrolifera era la 32% e raggiunse il 60% nel 1970. Mosca si agganciò alla locomotiva di Bonn. Mattei non fece che seguire Adenauer a Teheran - come vide con chiarezza Cervetto nel 1957 - e, in seguito, sulla via di Mosca, in un'Ostpolitik economica che anticipò quella politica.

Mattei era, tutto sommato, un sottoprodotto del processo, sebbene abbastanza consapevole da cercare di bilanciare i contratti russi con un contratto quinquennale con la Esso International, firmato dopo la sua morte, ma - secondo Wall - negoziato prima. La ditta togliattiana restò invece antiamericana e antitedesca, resistente alle varie versioni del "contenimento", ma destinata a logorarsi di fronte al ciclo liberista renano e a crollare insieme al Muro di Berlino.

N.C.

Apparso su Lotta Comunista n. 400 - dicembre 2003


LA NASCITA DELL'OPEC

 sommario

Durante gli anni '60, la domanda europea di petrolio crebbe ad un tasso più che doppio rispetto alla domanda energetica complessiva dell'Europa Occidentale. La spinta all'integrazione economica data dal Trattato di Roma del 1957 guidava la sete di petrolio, ma la misura dell'accelerazione era strettamente legata ai bassi prezzi petroliferi che spingevano fuori mercato il carbone. Diversi fattori agivano, a fine anni '50, sull'abbassamento dei prezzi.

La limitazione delle importazioni petrolifere in America introdotta da Eisenhower nel marzo 1959 aveva dirottato sul mercato europeo maggiori quantità di greggio. Lo spettacolare rientro nel mercato dell'URSS con prezzi aggressivi aveva costretto le grandi compagnie a scontare i loro. L'entrata nel mercato, dal 1959, della Libia rappresentava una competizione temibile, sia per la forte presenza degli "indipendenti" nell'esplorazione libica, sia perché il trasporto del greggio libico era libero dalle sorprese strategiche del canale di Suez.

Nel febbraio 1959 la British Petroleum ridusse i suoi prezzi di listino di 18 centesimi a barile. Finché le compagnie applicavano sconti, lasciando inalterati i listini, la perdita economica era solo loro. Ma poiché i prezzi di listino erano la base contrattuale per la ripartizione dei profitti, la loro decurtazione comportava una riduzione delle royalty e delle tasse incassate dai paesi produttori. Le borghesia petrolifere scoprirono che, malgrado le rivoluzioni dei Mossadeq, Nasser, Kassem e Mattei, le compagnie avevano conservato il diritto unilaterale di stabilire i prezzi. La reazione arrivò presto.

 

NAZIONALISMO IN VENEZUELA

 

Nell'aprile 1959, al Cairo, si svolse il Congresso del petrolio arabo. Fu l'occasione di un incontro che gli storici dell'"oro nero" indicano come l'atto di concepimento dell'OPEC. Al congresso era presente, come osservatore, il ministro delle Miniere e degli Idrocarburi venezuelano Juan Pablo Perez Alfonzo.

Daniel Yergin ("The Prize") lo descrive come l'uomo chiave del governo Betancourt, ritornato al potere a Caracas nel 1958, dopo dieci anni di dittatura militare. Nel 1945, come ministro per lo Sviluppo Perez Alfonzo aveva adottato una linea di cooperazione aggressiva con i gruppi petroliferi internazionali, ottenendo aumenti degli introiti governativi ma soprattutto il pagamento delle royalty in petrolio che il governo avrebbe venduto direttamente, infrangendo il tabù secondo cui la commercializzazione era un'esclusiva anglosassone.

Durante la dittatura militare aveva trascorso un periodo negli USA, dove aveva studiato il funzionamento della Texas Railroad Commission, organismo regolatore della produzione e dei prezzi petroliferi americani. Era una nazionalista cosmopolita. Sapeva che i costi di produzione in Venezuela erano più alti che in Medio Oriente (80 cent. per barile contro i 20) e spingeva perché i mediorientali aumentassero le loro imposte in modo da ridurre lo svantaggio venezuelano. Nello stesso tempo sosteneva la necessità di un sistema internazionale di contingentamento, sul modello statunitense. Il protezionismo petrolifero di Eisenhower e l'offensiva petrolifera russa avevano gravemente penalizzato il suo paese.

 

PANARABISMO E BORGHESIE MEDIORIENTALI

 

Al Cairo la più importante giornalista del settore, Wanda Jablonski, di origine cecoslovacche, corrispondente di "Petroleum Weekly", organizzò un incontro privato tra Perez Alfonzo e il suo omologo saudita. Abdullah Tariki. Questi era un ardente sostenitore del panarabismo nasseriano, aveva completato i suoi studi di geologia e chimica nel Texas, aveva sposato un'americana ma non aveva perdonato ai texani di averlo confuso e trattato come un messicano. Inizialmente favorevole alla nazionalizzazione dell'Aramco, nel 1959 cambiò strategia dopo l'inatteso taglio dei prezzi, convertendosi alla filosofia venezuelana del controllo dei prezzi e della produzione.

I due minatori, in un incontro segreto insieme ai rappresentanti dell'Iran, dell'Iraq, del Kuwait e dell'Egitto, firmarono un gentlemen's agreement che raccomandava ai loro governi: a) la creazione di una Commissione petrolifera consultiva a difesa della struttura dei prezzi; b) la costituzione di compagnie petrolifere nazionali; c) il superamento del principio 50-50 per passare a una ripartizione dei profitti 60-40 a favore dei paesi produttori; d) la costituzione di una capacità di raffinazione nazionale che desse più introiti ai governi e stabilità ai mercati.

Nei mesi successivi l'ira sembrò evaporata e questo indusse la Exxon a commettere un errore fatale. Il nuovo presidente Monroe Rathbone, ottimo conoscitore del mondo petrolifero americano ma non di quello mediorientale, decise nell'agosto 1960 di tagliare i prezzi di listino di 14 cent. a barile, pari al 7%.

 

L'ERRORE FATALE DELLA EXXON

 

La decisione fu preceduta da una battaglia interna in cui lo schieramento contrario al taglio dei prezzi fu guidato dal negoziatore per il Medio Oriente della Exxon, Howard Page, che conosceva da vicino la forza esplosiva del nazionalismo arabo. Stavolta l'iniziativa della risposta fu presa dal leader irakeno Abdul Karim Kassem, che nel 1958 aveva rovesciato la monarchia hashemita e contestava la leadership di Nasser sul mondo arabo. Kassem convocò una conferenza, col duplice obiettivo di reagire alle Sette Sorelle e separare la politica petrolifera dal nasserismo, perché l'Egitto non era paese produttore.

Il 14 settembre 1960, a Baghdad, cinque paesi produttori che rappresentavano l'80% dell'esportazione mondiale - Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait e Venezuela - fondarono l'OPEC (Organization of Petroleum Exporting Countries), con l'obiettivo immediato di ripristinare i vecchi prezzi di listino, e con tre obiettivi strategici: essere consultati sui prezzi, introdurre una «regolazione della produzione» secondo il modello americano, reagire insieme alle sanzioni contro uno di loro. Segretario generale dell'organizzazione fu nominato l'iraniano Fuad Rouhani.

Il cartello dei produttori si allargò a otto nel 1962 con l'adesione della Libia, dell'Indonesia e del Qatar. Secondo Anthony Sampson ("Le Sette Sorelle") l'URSS accarezzò l'idea di aderire all'OPEC, ma l'abbandonò rapidamente con la tesi che non era interessata a sostenere prezzi artificiali. Uno studio del 1962 del National Petroleum Council di Washington attribuì al dumping russo la colpa della perdita in cinque anni di introiti per 490 milioni di dollari da parte dei paesi produttori. Dal punto di vista di Mosca, probabilmente, il dumping russo era stato l'acqua battesimale del controcartello dei produttori.

 

CARTELLO CONTRO CARTELLO

 

Il cartello delle Sette Sorelle e gran parte delle cancellerie non presero sul serio l'OPEC. La litigiosità, l'inettitudine e le ambizioni nazionali dividevano le borghesie petrolifere l'una dall'altra più che dalle Sette Sorelle.

Nel 1961 il Kuwait ottenne l'indipendenza dalla Gran Bretagna e l'Iraq ne rivendicò immediatamente la sovranità; la Lega Araba condannò la pretesa di Kassem e Baghdad uscì dalla Lega e disertò le riunioni OPEC. In Arabia Saudita salì al trono Feisal, favorevole all'alleanza con gli USA, e nel 1962 licenziò Tariki sostituendolo con Ahmed Zaki Yamani.

Il Venezuela instaurò relazioni amichevoli con l'amministrazione Kennedy, e Perez Alfonzo nel 1963 si ritirò a vita privata, deluso dall'inefficacia dell'OPEC.

L'Iran, paese non arabo, coltivava l'ambizione di diventare il primo produttore mondiale e di usare il cartello dei produttori per i suoi scopi nazionali e regionali, assumendo la guida dei mediorientali "moderati". Lungo gli anni Sessanta l'OPEC ebbe un ruolo secondario, segnato dalla rivalità tra Arabia Saudita e Iran che, per massimizzare i loro introiti, aumentarono il più possibile le loro produzioni, accantonando l'obiettivo dei fondatori, il contingentamento di tipo texano.

Tutto ciò non impedì alle Sette Sorelle di sfruttare la creazione dell'OPEC per avere maggiori garanzie da Washington. John McCloy, era presidente della Banca Mondiale, ex alto commissario per la Germania, capo delle attività internazionali della Chase Manhattan, assunse in quel periodo la rappresentanza politico-legale delle grandi compagnie petrolifere.

Nel 1961 ottenne dal presidente John Kennedy e dal segretario alla Giustizia Robert Kennedy la garanzia che le compagnie petrolifere non sarebbero state perseguitate dall'Antitrust se avessero trattato collettivamente, cartello contro cartello, con i paesi produttori.

 

L'EUROPA E L'ATLANTICO DI JEAN MONNET

 

L'Europa comunitaria fu assente da questi sviluppi. Nell'immediato dopoguerra, Jean Monnet e i padri fondatori avevano guardato al carbone come base della ricostruzione e attorno ad esso e all'acciaio avevano costruito la CECA, primo nucleo di Unione Europea.

Il biografo di Monnet, François Duchêne ricorda che, dopo il fallimento della CED, all'interno della Alta Autorità della CECA alcuni commissari come il tedesco Franz Etzel, ritenuto uomo di Adenauer, l'olandese Dirk Spirenburg e il belga Albert Coppè proposero di rilanciare il processo comunitario allargando le competenze dell'alta autorità a tutti i settori dell'energia, petrolio, gas ed elettricità.

Monnet non scartò ma nemmeno seguì questa prospettiva. Puntò invece sull'energia atomica, su cui c'era dal 1953 la disponibilità di Eisenhower di aiutare l'Europa con gli «atomi per la pace». Secondo Duchêne, il fattore principale della scelta di Monnet fu la considerazione che in questo settore non c'erano lobby pronte a scattare in armi per difendere i loro mercati.

 

UNA EUROPETROL MAI NATA

 

Eric Roussel, altro biografo del "padre dell'Europa", pubblica una nota del 1956 in cui Monnet rinunciava all'intervento nel settore petrolifero per concentrarsi sull'energia nucleare civile: «Non è il possesso del petrolio del Medio Oriente che rappresenta una minaccia di guerra, poiché l'Europa può ricevere dall'America le quantità di cui ha bisogno. E' il fatto che l'Europa non possiede sul suo territorio delle fonti di energia necessarie al suo sviluppo che rappresenta un pericolo per la pace».

Il trattato dell'Euroatom, firmato insieme al trattato del Mercato Comune nel marzo 1957, fu la traduzione della strategia euroatlantica di Jean Monnet. La politica petrolifera fu lasciata nelle mani dei singoli paesi europei. Monnet diede all'Europa due politiche energetiche, una fondata sul combustibile del passato, l'altra su quello di un futuro reso incerto dai veti alla proliferazione nucleare, confidando in una «partnership paritaria» che però lasciava al partner d'oltreoceano il dominio sul combustibile del presente. I rapporti di forza interimperialistici, nei calcoli di Monnet, ammettevano una matura CECA e un'illusoria Euratom, non la mai nata Europetrol.

N.C.

Apparso su lotta comunista n. 401 - gennaio 2004


UNA CONTESA MAI SPENTA DA SUEZ AL GOLFO PERSICO

sommario

La lotta per il petrolio, il conflitto arabo-israeliano, il terrorismo condensano nell'opinione comune la questione mediorientale. La triade è insufficiente e fuorviante. Il petrolio e la questione palestinese hanno rappresentato nel dopoguerra a volte poste reali, altre volte pretesti e armi politiche di una pluralità di imperialismi e di una pluralità di borghesie nazionali, in combinazioni e gradazioni variabili.

Nel ventennio tra il 1947 e il 1967, segnato da tre guerre, le battaglie nella regione mostrano una varietà di tipologie: battaglie per la ripartizione della rendita petrolifera tra i paesi produttori e le compagnie petrolifere; battaglie tra le borghesie nazionali petrolifere per le quote del mercato mondiale; battaglie tra le compagnie petrolifere per le riserve e gli sbocchi petroliferi; battaglie tra le borghesie nazionali arabe e al loro interno per l'egemonia regionale; battaglie tra le borghesie arabe e la borghesia nazionale israeliana; battaglie delle superpotenze per l'egemonia su parti dell'area e battaglie delle altre potenze imperialistiche per la conservazione o la conquista di influenza su una o più borghesie nazionali, nel quadro della lotta interimperialistica globale. Anche nella massima semplificazione degli schieramenti, catalizzata dalle guerre, questi fattori sono stati sempre presenti.

 

ISRAELE E LA GUERRA DEL 1948

 

Nel novembre 1947 l'Assemblea generale dell'ONU, in vista dell'abbandono da parte della Gran Bretagna del mandato sulla Palestina, decise la creazione di due Stati, uno ebraico e uno arabo, e un regime internazionale per Gerusalemme. In quella circostanza, USA e URSS, Truman e Stalin arruolarono il sionismo tra le loro carte politiche per scalzare i decadenti imperialismi francese e inglese dalla loro area coloniale e come potenziale arma antitedesca. La parte araba rifiutò la partizione: la guerra civile che ne derivò, con atrocità e massacri, si trasformò in guerra tra Stati, quando nel maggio 1948 fu proclamato lo Stato di Israele. Cinque Stati arabi, la Siria e l'Iraq in prima fila, il Libano, la Transgiordania e l'Egitto marciarono contro il neonato Stato.

Il conflitto, che nella storiografia israeliana è definito "guerra di indipendenza" e in quella araba "il disastro", portò alla conquista israeliana di uno sbocco marittimo sul Golfo di Aqaba, nel porto di Eilat. L'occupazione di Gaza da parte egiziana e l'annessione della Cisgiordania da parte della Transgiordania non lenì la perdita degli arabi palestinesi, sconfitti a beneficio di nemici e amici. La resa dei conti per la sconfitta si mescolò con il radicalismo nazionalista e con le lotte fra clan tribali e militari: in Siria, nel 1949, si susseguirono tre colpi di Stato e il presidente Husnì Za'im fu arrestato e giustiziato; nel 1951 il re Abdallah di Giordania fu assassinato a Gerusalemme dai palestinesi; nel 1952 il re Faruk fu cacciato dall'Egitto dal generale Naghib che a suo turno fu deposto da Nasser.

 

 

LA GUERRA DEL 1956

 

L'ascesa di Nasser reintrodusse nell'area l'ideologia del panarabismo, che divise tutte le borghesie arabe tra una velleitaria prospettiva di unità araba e la difesa di ambizioni nazionali o di clan. L'imperialismo americano e quello russo corteggiarono a lungo Nasser così come avevano fatto con Mossadeq in Iran. Nella crisi del 1956, gli USA e URSS si trovarono a convergere a fianco di Nasser e contro Israele, stavolta alleato con l'Inghilterra e la Francia che scesero in guerra per conservare il controllo su Suez.

Alla guerra del 1956, chiamata "la campagna del Sinai" nella storiografia israeliana e "l'aggressione tripartita" in quella araba, seguì un lungo periodo di lotte intestine nel mondo arabo.  In Iraq, nel 1958, la monarchia hashemita fu rovesciata - re Feisal e l'erede al trono furono assassinati - dalla rivoluzione di Abdul Karim Kassem, che con un programma nazionalista rivendicò diritti sul Kuwait e sulla riva iraniana del fiume Shat-Al-Arab e portò l'Iraq fuori dal Patto di Baghdad, fondato e armato dalla Gran Bretagna. Kassem fu a sua volta rovesciato e giustiziato nel 1963 da un colpo guidato dal partito panarabista Ba'ath, a sua volta cacciato dal governo con un colpo di Stato militare qualche mese dopo e ritornato al potere nel 1968.

 

LA RAU E LA FEDERAZIONE ARABA

 

Il panarabismo era sembrato diventare realtà nel febbraio 1958, quando l'Egitto e la Siria avevano formato la Repubblica Araba Unita, presieduta da Nasser. Entrambi i paesi avevano respinto il Patto di Baghdad e avevano stipulato accordi militari con l'URSS. La RAU, che per l'Egitto era l'inizio di un programma di egemonia regionale, per la Siria rappresentava in buona parte un bilanciamento all'influenza russa. La risposta immediata delle monarchie di Giordania e Iraq fu la creazione di una Federazione Araba che ebbe vita brevissima, conclusa con la rivoluzione di Kassem, e il pronto intervento dei parà inglesi ad Amman. La RAU, da parte sua, fu sciolta nel 1961, dopo un colpo di Stato militare nazionalista in Siria.

Tra il 1961 e il 1966 la Siria ebbe cinque colpi di Stato e dieci cambiamenti di governo. Filonasseriani, filorussi, fautori della "Grande Siria" (in unione con l'Iraq) si scontrarono nella ricerca di un ruolo regionale per una borghesia priva di petrolio e di scrupoli. La Siria negli anni '60 cercò di prendere la direzione della lotta contro Israele tentando di deviare il corso del fiume Giordano e usando le alture del Golan come bastione di logoramento degli insediamenti ebraici. Nell'Arabia Saudita lo scontro sul nasserismo attraversò la famiglia reale e finì con la completa vittoria di Feisal, filoccidentale, sul fratello maggiore e re Saud, deposto nel 1964. In Giordania la lotta interna tra filonasseriani e lealisti durò più di un decennio, fino alla vigilia della guerra del 1967. In Libano una sollevazione sollecitata dall'Egitto e dalla Siria nel 1958 fu bloccata con lo sbarco di truppe americane. In Libano e in Giordania i campi dei profughi palestinesi diventarono per tutti gli Stati arabi territorio di reclutamento, bandiera di vera sofferenza ma anche foglio di fico di feroci lotte intestine e avventurismi.

 

 

L'IRAN E I SAUDITI

 

Intanto le due principali borghesie petrolifere, l'iraniana e la saudita, erano in gara per l'aumento del gettito dei loro pozzi. L'Iran, con quasi trenta milioni di abitanti, era ancora, alla vigilia della guerra del 1967, il terzo produttore petrolifero mediorientale dietro l'Arabia Saudita, che contava sei milioni di abitanti, e il Kuwait. L'obiettivo dello Scià era di ripristinare il primato detenuto prima del 1951 accelerando il riarmo e le opere pubbliche.

Ma la politica delle compagnie petrolifere era diversificata. La British Petroleum, che nel Consorzio Iraniano deteneva il 40% ma era assente nel colosso saudita Aramco, era favorevole ad aumentare l'estrazione persiana, appoggiata dalle indipendenti americane e dalla Compagnie Française des Petroles, anch'essa assente dall'Aramco e socia con solo il 6% del Consorzio. Erano invece contrarie ad accelerazioni produttive, sia in Iran che in Arabia Saudita, la Exxon, la Socal, la Texaco che nel Consorzio avevano ciascuna una quota del 7%, mentre nell'Aramco detenevano ognuna il 30%. Le tre compagnie, non volendo creare spinte ribassiste sui prezzi, si facevano scudo degli "accordi particolari" esistenti tra i soci, accordi segreti che prevedevano penali per la società che oltrepassava la sua quota di prodotto. All'Aramco la Mobil, socia minoritari col 10%, premeva per l'aumento della produzione.

 

LO SCIA' CONTRO "L'IMPERIALISMO ARABO"

 

Secondo Daniel Yergin ("The Prize"), nel 1964 lo Scià, in un incontro con il presidente americano Lyndon Johnson, accusò l'OPEC di esser diventato «uno strumento dell'imperialismo arabo» e le compagnie di farne il gioco. Per forzare la mano al Dipartimento di Stato, l'Iran migliorò le relazioni con l'URSS e stipulò un accordo per il gas naturale con Mosca.

Anthony Sampson ("Le Sette Sorelle"), citando le audizioni del Congresso americano del 1974, afferma che la CFP e più tardi la Mobil lasciarono filtrare fino allo Scià gli accordi segreti tra i partner, fornendogli ulteriori mezzi di pressione.

Yergin conclude che le pressioni dello Scià funzionarono: tra il 1957 e il 1970 l'aumento della produzione iraniana fu del 38% mentre quello saudita fu del 258%. Questi straordinari aumenti in parte furono possibili grazie alla politica petrolifera radicale irakena che sotto Kessem espropriò nel 1961, senza compensi, il 99,5% della concessione della Iraq Petroleum Company, col risultato di un declino dell'investimento e della produzione in Iraq.

 

UN VIETNAM PER NASSER

 

Dal 1962 l'Arabia Saudita e l'Egitto intervennero su fronti contrapposti nella guerra civile dello Yemen. Un colpo di Stato militare filonasseriano aveva deposto l'imam Ahmad che guidava il regime teocratico yemenita. La guerra civile si protrasse per oltre 15 anni e i due Stati arabi fiancheggiatori vi intervennero massicciamente fino all'agosto del 1967. Lo scontro iniziale apparso marginale ebbe, secondo lo storico della guerra dei Sei giorni Michael Oren, conseguenze nefaste e impreviste per l'Egitto: tenne bloccati per anni da 50 a 70 mila dei migliori soldati egiziani, ebbe un costo spaventoso di 9,2 miliardi di dollari, portando l'economia egiziana sull'orlo del collasso, interferì con i piani di ritiro della Gran Bretagna dalla sua base di Aden e compromise la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti, rilanciata dall'amministrazione Kennedy con «la grande arma invisibile» del grano, che arrivò a sfamare nel 1962 il 40% della popolazione egiziana. Nel 1965 l'amministrazione Johnson interruppe le forniture di grano all'Egitto e ostacolò il tentativo egiziano di ricontrattare il suo debito internazionale. Nasser andò allo scontro con Israele nel giugno 1967 con un piccolo Vietnam sulla schiena.

N.C.

Apparso su lotta comunista n. 402 - febbraio 2004


LA GUERRA DEL 1967 (I)

sommario

L'ultimo mezzo secolo di storia ha visto il Medio Oriente terreno di massima verifica del concetto di Clausewitz della guerra come continuazione della politica con altri mezzi. Continuazione non significa equiparazione di guerra e politica, né interscambiabilità tra guerra e pace. Significa ricondurre l'irrazionalità del macello di uomini entro i confini razionali della lotta politica di cui la guerra è uno strumento. Ma anche riconoscere l'importanza della politica di fronte alle contraddizioni insanabili del mondo diviso in classi, nazioni, religioni; impotenza delle potenti classi dominanti, non destino inappellabile dell'umanità.

Mediamente una volta ogni dieci anni una guerra ha rimescolato e ridistribuito tra giocatori le carte del mazzo mediorientale tra giocatori locali e globali. La guerra del 1956 si era chiusa senza trattati di pace. Due accordi "sulla fiducia" avevano definito la tregua. Il primo, tra Nasser e il segretario generale dell'ONU Dag Hammarskjöld, stabiliva che il Cairo avrebbe potuto espellere i caschi blu dell'UNEF (United Nations Emergency Force), schierati sul suo territorio lungo la linea divisoria con Israele, nel Sinai. Con il secondo accordo il segretario di Stato americano John Foster Dulles si impegnava con il ministro degli Esteri d'Israele Golda Meir a considerare un atto di guerra ogni tentativo egiziano di ripristinare il blocco sullo stretto di Tiran, che separa la punta meridionale del Sinai dall'Arabia Saudita. Più che le condizioni di una pace, gli accordi stabilivano le condizioni per la ripresa della guerra.

 

LE CONTRADDIZIONI TRA LE BORGHESIE ARABE

 

La vittoria politica del nasserismo nella crisi di Suez produsse una contraddittoria dinamica tra retorica panarabista adottata da tutte le borghesie arabe e una feroce competizione inter-araba. La nascita e il fallimento nel 1963 dell'Unione Tripartita tra Egitto, Siria e Iraq si aggiunse alla serie di tentativi infruttuosi. All'inizio del 1964 una nuova fiammata unitaria fu alimentata da una crisi politica a Tel Aviv, sfociata nelle dimissioni del fondatore dello Stato, Ben Gurion, e nella rottura del partito laburista (Mapai) con l'uscita di Moshe Dayan, eroe della guerra di Suez, e di Shimon Peres.

Progetti israeliani di incanalare le acque del Giordano dalla Galiliea al deserto del Negev destarono il timore che la nuova leadership di Levi Eshkol, Golda Meir e Yigal Allon mirasse a creare spazio per altri tre milioni di immigrati ebrei. Damasco, appoggiata da Amman e Riad, invitò alla guerra di popolo. Nasser, inchiodato nella guerra dello Yemen, cercò di imbrigliare la campagna siriana. Il vertice della lega Araba svolto al Cairo decise di finanziare un progetto per la deviazione del Giordano alle sue sorgenti, per ridurre le acque di Israele, e di creare un Comando Arabo Unito (CAU) con un bilancio decennale di 345 milioni di dollari (quasi raddoppiato nel 1965), con a capo due generali egiziani. Un anno dopo il vertice arabo costituì l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) sotto la guida dell'avvocato Ahmand al-Shuqayri, nasseriano.

Era una cooperazione in gran parte di carta. Le divisioni si riaccesero. La Giordania rifiutò di lasciar schierare sul suo territorio unità arabe straniere. Il Libano nicchiava. L'Iraq rifiutò la consegna dei suoi aerei al CAU. Il comando egiziano era contestato. Nel 1965 Nasser lanciò un boicottaggio della Germania che aveva riconosciuto Israele, ma Marocco, Tunisia, Libia e Arabia Saudita non aderirono. Arabia Saudita, Giordania e Iran si allearono nella Lega Islamica, detta anche Alleanza delle Tre Monarchie, denunciata da Nasser come complotto americano. La Siria impugnò con forza l'arma della guerriglia palestinese: le azioni di al-Fatah contro gli insediamenti israeliani passarono da poche decine nel 1965 a centinaia nel 1967. L'OLP nasseriana invece concentrò i suoi attacchi contro la monarchia giordana di Hussein. Il re fece arrestare 200 guerriglieri e chiuse gli uffici dell'OLP ad Amman, mentre Nasser incarcerò tutti i militanti di al-Fatah in Egitto e a Gaza.

 

QUATTRO RAGIONI PER LA GUERRA

 

Lo storico amburghese del conflitto arabo-israeliano Helmut Mejcher ("Sinai, 5 giugno 1967") analizza quattro cause endogene della guerra del 1967. In primo luogo, la «guerra dell'acqua» nella valle del Giordano e, collegata ad essa, la questione delle terre coltivabili, tra cui le zone smilitarizzate di frontiera che Israele iniziò a dissodare e coltivare, furono motivo continuo di scontro con la Siria. La questione della Cisgiordania, area principale delle operazioni guerrigliere ma anche sede della capitale biblica di Gerusalemme, era il motivo del braccio di ferro, fatto di negoziati segreti e rappresaglie, tra Israele e la Giordania: il re ashemita si autopercepiva come il capro espiatorio predestinato di tutte le pressioni arabe su Israele, vaso di coccio tra vasi di ferro..

La terza questione era la centrale atomica di Dimona, nel Negev, realizzata grazie alla "connessione francese" di Shimon Peres: costruita formalmente per il fabbisogno energetico degli impianti di desalinizzazione sul mediterraneo, fu in realtà al centro del programma di riarmo nucleare israeliano. Dimona fu cruciale nella crisi del 1967: la minaccia dell'aviazione egiziana per la centrale «fu in realtà fin dall'inizio uno dei fattori più importanti nel drammatico sviluppo della crisi» ossia nella decisione di Israele di sferrare l'attacco preventivo; secondo l'autore tedesco, quando la crisi si inasprì Peres propose di «usare il deterrente atomico per impedire lo scoppio delle ostilità», ma il capo di Stato maggiore Yitzhak Rabin lo impedì. Tuttavia il governo di Eshkol ordinò di armare e tener pronte all'uso due bombe atomiche.

 

IL NODO DEGLI OLEODOTTI

 

Ultima questione era lo stretto di Tiran e l'accesso al porto Eilat, che Israele aveva conquistato nel 1956. Largo 7 miglia, Tiran è la via di collegamento di Israele, attraverso il Mar Rosso, con l'Oceano Indiano e il commercio afro-asiatico. Entro il 1965 Israele aveva costruito un oleodotto di 257 miglia che collegava Eilat con Haifa, sul Mediterraneo, e aveva una portata annua di quasi 5 milioni di tonnellate di greggio, proveniente in massima parte dall'Iran.

Secondo Mejcher, che colloca l'oleodotto Eilat-Haifa tra «i veri antefatti della guerra dei Sei giorni», gli storici hanno sottovalutato il ruolo che Israele intendeva assumere nel campo degli approvvigionamenti energetici, in alleanza con l'Iran, minacciando la preminenza strategica della Siria, come via di passaggio degli oleodotti provenienti dall'Iraq e dall'Arabia Saudita verso il Mediterraneo, e dello stesso Canale di Suez.

 

LA POLITICA ARABA DI DE GAULLE

 

Ma fu il mutamento delle relazioni di potenza ad accelerare la corsa verso la guerra.

G. H. Soutou, in una nota a "Les Articles du Figaro" di Raymond Aron, osserva che la concessione dell'indipendenza all'Algeria da parte di De Gaulle aveva messo anche fine all'alleanza franco-israeliana che era stata il perno dell'operazione militare del 1956. Il Generale mirava adesso a sviluppare una «Grande politica araba». Ciò determinò la sua politica nel 1967, quando sospese le forniture militari e ammonì Israele contro la guerra preventiva: «Ne faites pas la guerre!», ripeté per tre volte ad Abba Eban. Aron in un articolo su "Le Figaro" del 31 agosto 1967, accrebbe la tesi che Nasser non avrebbe decretato il blocco del golfo di Akaba, che fece precipitare la guerra, «se non avesse creduto di avere il sostegno della Francia».

L'altro alleato di Israele del 1956, la Gran Bretagna, attraversava uno dei suoi momenti peggiori. Tenuta fuori dalla CEE dal veto di De Gaulle, in preda ad una profonda crisi economica e monetaria, nella primavera del 1967 Londra era arrivata alla determinazione di dimezzare la sua presenza ad Est di Suez. Non solo non fu in grado di svolgere alcun ruolo nella crisi mediorientale del 1967, ma questa crisi divenne il catalizzatore della svalutazione della sterlina e della decisione del governo Wilson di ritirarsi definitivamente da Est di Suez.

 

GLI USA IMPANTANATI IN VIETNAM

 

Gli Stati Uniti si stavano impantanando nel Vietnam. Non avevano la possibilità di impegnarsi in un secondo teatro né a fianco di Israele né per imporre un congelamento della crisi. L'amministrazione Johnson aveva cercato di operare una bilancia militare nell'area, aumentando le vendite di armi da 44 a 995 milioni di dollari, di cui, secondo lo storico israeliano Michael B. Oren ("la guerra dei Sei giorni"), la quota andata a Israele era «trascurabile», mentre la spesa militare complessiva dei paesi arabi era stata in quel periodo di 938 milioni di dollari l'anno, quasi il doppio di quella israeliana.

Era stata l'Unione Sovietica la maggiore fornitrice militare della regione. L'URSS approfittava della guerra del Vietnam, che immobilizzava Washington, per rafforzarsi nel Medio Oriente, specialmente - sottolinea Oren - dopo la perdita totale di influenza in Indonesia, a causa del colpo di Stato di Suharto del 1965, e per la necessità di contrastare l'offensiva ideologica della Cina. Dopo il 1956 Mosca aveva fatto in Medio Oriente un massiccio investimento politico, con 2 miliardi di dollari di aiuti militari - 1.700 carri armati, 2.400 pezzi di d'artiglieria, 500 aere a reazione, 1.400 consiglieri - per il 43% andati all'Egitto. Aveva nominato Nasser e il suo feldmaresciallo Amer "eroi dell'Unione Sovietica", onorificenza mai concessa prima di allora a stranieri. Dopo il nuovo colpo di Stato siriano del febbraio 1966, con cui il generale Salah Jadid e il comandante dell'aviazione Hafiz Assad insediarono un regime baathista più radicale dei precedenti, l'URSS strinse forti legami con Damasco. Nel solo 1966 le fornì aiuti per 428 milioni di dollari. Nelle scuole siriane il russo divenne la seconda lingua.

 

LE CORRENTI DEL CREMLINO

 

Nell'agenda del Politburo non rientrava una guerra nello scacchiere mediorientale, ma il paventare una guerra scatenata dal sionismo divenne il ritornello della diplomazia moscovita. La lotta delle frazioni nel Cremlino, a Damasco, al Cairo e a Tel Aviv impresse una dinamica imprevista agli eventi. A Mosca la carta siriana entrò nel dibattito sull'intensità con cui sfruttare l'avventura vietnamita di Washington. Il maresciallo Andrei A. Grecko, viceministro della Difesa, appoggiato da Breznev, sostenne la necessità di una linea muscolosa, incoraggiando la Siria ad intensificare le azioni di guerriglia. Gli scontri di frontiera si moltiplicarono. I siriani usarono con maggior frequenza l'artiglieria e l'aviazione.

Nasser, preoccupato dell'incalzante pressione siriana, ricorse al collaudato sistema di cavalcare la tigre per imbrigliarla. Il 4 novembre 1966 Egitto e Siria firmarono un Trattato di Difesa, promettendosi, in caso di conflitto, di impegnare Israele su due fronti contemporaneamente. La Siria chiuse l'oleodotto dell'Iraq Petroleum Company (IPC) per imporre un aumento dei diritti di transito. A Tel Aviv, mentre il premier Eshkol voleva delimitare gli attriti di frontiera e le rappresaglie temendo l'escalation con la Siria e l'orso russo, il capo di Stato maggiore Rabin impose una reazione più energica. Nel novembre 1966 organizzò una rappresaglia in territorio giordano con la vasta distruzione di Samu', paese di 5.000 abitanti presso Hebron, mentre nell'aprile 1967 sfidò l'aviazione siriana sopra il cielo di Damasco in una battaglia aerea che impegnò 130 apparecchi e si concluse con l'umiliante perdita di sei Mig siriani.

In Egitto il feldmaresciallo Amer ritenne che il tempo della resa dei conti con Israele fosse maturo: chiese a Nasser di riprendere il pieno controllo del Sinai, espellendo la forza di interposizioni dell'ONU. Nasser esitava. La diplomazia di Mosca suggeriva cautela ma intanto la flotta russa si stava concentrando nel Mediterraneo. I protagonisti più importanti si rappresentavano la crisi entro i margini del rischio calcolato, ma l'azzardo di ogni complesso brinkmanship sta nel fatto che i limiti estremi sono differenti per ogni contendente.

N.C.

Apparso su lotta comunista n. 403 - marzo 2004


LA GUERRA DEL 1967 (II)

 sommario

Le «guerre non volute» racchiudono uno dei paradossi della «volontà politica». Esse disvelano la discrepanza tra processi materiali e processi soggettivi, tra forze reali e psicologie individuali e collettive, fra intenzioni calcolate e decisioni assunte sotto l'incalzare di inediti parallelogrammi di forze o sotto il ricatto di un'impasse asfissiante. Appaiono alla concezione soggettivistica come «guerre per caso», laddove invece le «casualità» sono solo i fattori che danno forma al percorso accidentato, attraverso cui le «necessità» si trasformano in «volontà» e arrivano alla superficie per esplodere come vulcani ridestati.

Michael Oren ("La guerra dei Sei giorni") paragona il processo che sfociò nel conflitto del 1967 alla nota immagine della farfalla che con un battito d'ali genera un uragano: la «casualità» - scrive - dominò tanto la genesi quanto gli esiti del conflitto che si avvitò come una «reazione a catena». Analogamente Helmut Mejcher ("Sinai, 5 giugno 1967") parla della guerra come «risultato di una politica basata su calcoli sbagliati, incomprensioni e mancanza di comunicazione tra Tel Aviv e il Cairo».

 

LE CORRENTI A MOSCA E AL CAIRO

 

Il «battito d'ali» all'origine dell'uragano del 1967 partì da Mosca, il 13 maggio. Anwar Sadat, presidente dell'Assemblea nazionale egiziana, in visita a Mosca fu informato dai capi del Cremlino dell'imminenza di un'invasione israeliana della Siria, fra il 16 e il 22 maggio. La notizia era falsa. Il Cremlino aveva già altre volte gridato "al lupo" sionista. Secondo Oren, i ricorrenti allarmi rappresentavano un compromesso tra chi, a Mosca, voleva sfidare in Medio Oriente gli Stati Uniti impantanati nel Sud-Est asiatico e chi invece temeva che una guerra portasse alla catastrofe gli alleati arabi; così Mosca manteneva, con rischio ridotto, il proprio ruolo di arsenale e di consigliera.

La novità fu la diversa reazione dell'Egitto. Una forte frazione dei militari, capeggiata dal feldmaresciallo Muhammad Amer e dal comandante delle forze aeree Sidqi Mahmud, cercava la guerra per riscattarsi dal disonore del 1956 e dagli insuccessi yemeniti, convinta di aver accumulato una superiorità su Israele. Nasser temeva che stavolta, se non avesse agito, il suo stesso regime potesse restare travolto. Giocò quindi la carta della ripresa del controllo del Sinai, smilitarizzato dopo la crisi del 1956.

L'accordo tra l'Egitto e l'ONU del 1957 dava al Cairo il diritto di chiedere il ritiro dei caschi blu. Il 15 maggio, senza piani precisi, truppe egiziane entusiaste attraversarono il canali di Suez. In 48 ore l'Egitto trasferì nel Sinai 80.000 uomini, 550 carri armati e 1.000 cannoni e chiese il ritiro dell'ONU dalla frontiera con Israele. Il 17 maggio Israele mobilitò 18.000 riservisti. Il segretario generale dell'ONU, il birmano U Thant, non ebbe dubbi sulla legittimità della richiesta egiziana e il 19 maggio ordinò ai 4.500 uomini dell'UNEF di ritirarsi. Così cadde il primo dei due pilastri su cui si fondava il cessate il fuoco del 1956.

 

 

 

IL CASUS BELLI DI NASSER

 

Il 22 maggio Nasser annunciò il ripristino della sovranità egiziana sul golfo di Aqaba. Con il blocco dello stretto di Tiran e del porto di Eilat, la sfida di Nasser toccò il limite estremo, mettendo alla prova il secondo pilastro della tregua del 1956: la promessa statunitense a Israele di ritenere atto di guerra ogni tentativo di bloccare lo stretto. Nasser valutò che la chiusura di Tiran aumentava la probabilità di guerra al 50%. Per il capo di Stato maggiore israeliano, Yitzhak Rabin, era ben di più: «la creazione da parte di Nasser del casus belli».

La rimilitarizzazione del Sinai fu una vittoria politica, ottenuta senza combattere. Perché Nasser la mise a rischio cacciando l'ONU e bloccando Tiran? Mejcher, pur valutando «incomprensibile» la condotta di Nasser e pur non escludendo che fosse caduto «vittima della sua stessa propaganda» ipotizza un calcolo politico. Nasser voleva rilanciare il suo ruolo di leader, battere «l'alternativa islamica al panarabismo nasseriano» dell'Arabia Saudita, neutralizzare la pressione dei suoi militari, togliere iniziativa al regime baathista siriano, promuovere, sotto il suo controllo, la causa palestinese. Il blocco di Tiran, secondo Mejcher, prefigurava un ritorno non solo alla situazione pre-1956 ma a quella del 1948, quando Eilat era un porto palestinese.

In Israele si aprì una sfribante battaglia all'interno della leadership politico-militare. Rabin, il 23 maggio, propose un attacco preventivo per annientare l'aviazione egiziana, seguito da un'avanzata nel Sinai; a differenza del 1956 - disse - Israele non poteva contare sull'appoggio di nessuna grande potenza e la sorpresa era la sua unica risorsa. La proposta, sostenuta dai capi dell'opposizione Menachem Begin, capo del partito di destra Gahal, e Shimon Peres, capo del Rafì, fu bocciata dal capo del governo Levi Eshkol e dal ministro degli Esteri Abba Aban: gli USA non avrebbero appoggiato l'offensiva, mentre l'URSS poteva contrastarla; una replica della crisi di Suez in condizioni peggiori.

 

WASHINGTON E LE "DUE GUERRE"

 

Cosa avrebbero fatto le superpotenze? Il 25 maggio Nasser mandò il suo ministro della Difesa a Mosca. Lo stesso giorno Eban si presentò alla Casa Bianca. Al Cremlino le divergenze tra i leader sovietici furono evidenti. Per il premier Aleksei Kossinghin, Nasser aveva già vinto politicamente, adesso doveva negoziare. Per il ministro della Difesa Andrei Grečko, l'Egitto aveva le capacità per vincere un conflitto, anche se fosse stato attaccato; l'URSS era al suo fianco. Lo scontro si riflesse sulla "Pradva", organo del PCUS, e su "Stella Rossa", organo delle forze armate.

Washington fu colta impreparata dalla crisi. Eban chiese una dichiarazione solenne della Casa Bianca che un attacco contro Israele sarebbe ritenuto atto di guerra contro gli USA. Ma Johnson aveva già la sua guerra e non poteva permettersene un'altra. Fu categorico: «Non sono un re in questo paese e dato che posso comandare solo su me stesso non sarò di nessuna utilità. […] Non ho un solo voto né un solo dollaro per prendere l'iniziativa». Diffidò Israele dal colpo preventivo e offrì l'alternativa d'un convoglio internazionale scortato da navi da guerra e bombardieri anglo-americani che avrebbero sfidato il blocco di Tiran in difesa della libertà di navigazione. Ma il "piano Regatta" si rivelò inattuabile né il Canada, né nessun grande paese europeo accettò di aderire, la Casa Bianca comprese che non avrebbe ottenuto il consenso del Congresso, Londra sconsigliò un'operazione anglo-americana mascherata come internazionale.

 

LA COALIZIONE DELLE BORGHESIE ARABE

 

Nella capitale israeliana si creò uno stallo agghiacciante. Il 27 maggio nove ministri votarono per la guerra preventiva e nove contro. Emersero sintomi di crisi nell'esecutivo. Eshkol ordinò la smobilitazione di 40.000 riservisti. I vertici militari la ignorarono e continuarono a richiamare riserve. Lo stallo di Tel Aviv e l'assenza di una risposta al blocco produssero lo spostamento di Hussein di Giordania a fianco dell'Egitto. Da anni bersaglio di attentati e disprezzo da parte dei panarabisti, Hussein il 30 maggio si presentò a Nasser per offrire un trattato di difesa. Il prezzo pagato da Hussein fu altissimo: si impegnò a ritenere ogni attacco all'Egitto come attacco alla Giordania, ad accogliere contingenti militari arabi, a riaprire gli uffici dell'OLP e a sottomettere la Legione araba al colmando del generale egiziano Riyad.

L'azzardo di Nasser sembrava trionfare. Israele era accerchiato: la Giordania schierava 56.000 soldati rafforzati da 17.000 irakeni e 270 carri armati, la Siria concentrava sul Golan 50.000 uomini e 260 carri, l'Egitto nel Sinai aveva ammassato 130.000 uomini, 900 carri e 1.100 cannoni. Nel Sinai avevano mandato contingenti militari anche paesi ostili a Nasser, dal Marocco alla Libia, all'Arabia Saudita e alla Tunisia. Gli eserciti arabi mettevano in campo mezzo milione di uomini, 900 aerei da combattimento e 5.000 carri armati. Israele opponeva 275.000 uomini, 250 aerei da guerra e 1.100 carri armati.

 

LA DISFATTA EGIZIANA

 

In Israele, con l'agitazione dei militari e una potente campagna giornalistica contro l'attendismo di Eshkol, si arrivò il 1° giugno alla formazione di un governo di unità nazionale. Il segno della svolta fu la nomina di Moshe Dayan a ministro della Difesa. La lunga attesa aveva logorato ogni alternativa, il piano Regatta era un guscio vuoto, il freno di Washington non aveva più appigli. Quando il 4 giugno Dayan chiese al governo di autorizzare l'offensiva per l'indomani, né Eshkol né Eban si opposero. La decisione fu presa con 12 voti a favore e due contrari.

L'attacco aereo israeliano nel Sinai, il lunedì 5 giugno 1967, ebbe un successo travolgente: la sorpresa fu totale. Nessun comandante egiziano era al comando. Quella mattina l'Egitto perse 286 dei suoi 420 aerei da combattimento, quasi tutti distrutti a terra, e un terzo dei suoi piloti. Israele perse solo 17 aerei e si può dire che in tre ore conquistò il controllo totale dei cieli e vinto per metà la guerra. La morale di quel disastro fu sintetizzata dal generale di brigata egiziano Tashin Zaki: «Israele aveva passato anni ad addestrarsi a quella guerra, mentre noi ci preparavamo alle parate». Oren sostiene che fu la rapidità della vittoria iniziale, i combattimenti accaniti sul fronte giordano, l'ingresso con fervore messianico nella Vecchia Gerusalemme a trasformare la guerra preventiva-difensiva in guerra di conquista territoriale, da alcuni smussata nella formula «territori in cambio di sicurezza».

Nasser, travolto dalla sconfitta, commise una catena di errori politici. Avallò un precipitoso ordine di ritirata nel Sinai che si trasformò in rotta. Cercò di far entrare in guerra l'URSS, accusando gli Stati Uniti di aver partecipato ai bombardamenti con gli aerei della Sesta flotta. Mosca, adirata per la brutta figura che l'Egitto faceva fare alle armi russe, chiese invece il cessate il fuoco. Nasser vi si oppose, pretendendo una delibera per il ritiro di Israele, e dando così a Tel Aviv il tempo di estendere le sue conquiste. Nel terzo giorno la guerra nel Sinai, in Cisgiordania e a Gerusalemme, era vinta. Fu anche il giorno del misterioso attacco israeliano da mare e cielo contro la nave spia americana "Liberty" nel Mar Mediterraneo, malgrado la bandiera esibita, con 31 morti e 171 feriti. Mejcher non esclude che l'errore fosse il modo con cui gli israeliani sgombrarono il campo dai sospetti di collusione israelo-americana e quindi da velleità di interferenza russa.

Il 7 e l'8 giugno furono conclusi gli armistizi con Giordania ed Egitto. Solo il 9 giugno partì l'offensiva sul Golfo contro la Siria, che fino a quel momento malgrado l'altisonante retorica guerresca aveva condotto solo intensi attacchi di artiglieria, tenendo le sue truppe trincerate al sicuro. Il giorno dopo la conquista del Golan fu completata e Israele fermò le operazioni, poche ore dopo la mossa teatrale di Mosca che ruppe le relazioni diplomatiche con Tel Aviv, minacciando di intervenire se Israele non avesse interrotto l'avanzata su Damasco.

 

IL FALLIMENTO DELL'EMBARGO PETROLIFERO

 

Il 6 giugno entrò in scena l'«arma petrolifera».  Arabia Saudita, Kuwait, Iraq, Libia e Algeria decisero di sospendere le forniture agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e, in parte, alla Germania. L'afflusso di petrolio arabo, secondo Daniel Yergin, si ridusse del 60% sottraendo al mercato 6 milioni di barili al giorno; metà dei pozzi mediorientali e nordafricani furono chiusi, gli oleodotti interrotti, Suez bloccato. A fine giugno la guerra civile nigeriana, scoppiata per la secessione della zona petrolifera del Biafra, sottrasse al mercato un altro mezzo milione di barili al giorno. 'Europa riscoprì il suo tallone d'Achille energetico a fronte degli USA che dipendevano appena per il 3% dal petrolio arabo, Francia e Italia ne dipendevano per l'83%, la Germania per il 73%, l'Inghilterra per il 69%, il Giappone per il 61%.

Ma la "guerra petrolifera" seguì le sorti della guerra guerreggiata. Nel luglio fu chiaro che l'embargo era fallito, grazie agli aumenti produttivi di USA, Iran, Venezuela e Indonesia e soprattutto grazie alla elevata capacità logistica delle compagnie petrolifere e alle superpetroliere. In agosto, ancora formalmente sotto regime di embargo, gli Stati arabi produssero l'8% in più di petrolio rispetto all'anteguerra. I costi debilitanti della guerra perduta dovevano essere rapidamente coperti. L'Egitto aveva perso, oltre al Sinai e Gaza, l'85% dei suoi mezzi militari, per un valore di 2 miliardi di dollari. Circa 15.000 proletari egiziani, 800 israeliani, 700 giordani, 450 siriani persero la vita in sei giorni di conflitto. Circa 250.000 palestinesi fuggirono dalla Cisgiordania e 99.000 siriani dal Golan.

La geografia politica del Medio Oriente cambiò. Israele aveva conquistato 100.000 chilometri quadrati moltiplicando per tre volte e mezzo il territorio avuto alla sua nascita; il nasserismo fu definitivamente sconfitto; nella relazione con Washington, Tel Aviv acquistò un prestigio incomparabile: la reputazione di Mosca uscì malconcia e la sua relazione con l'Egitto ferita mortalmente; la questione palestinese divenne il simbolo d'una rivincita ad oltranza degli sconfitti. Mai una guerra tanto breve lasciò conseguenze e ferite tanto ampie.

N.C.

Apparso su lotta comunista n. 404 - aprile 2004


PRELUDIO ALLA CRISI DEL 1973

 sommario

 

La guerra arabo-israeliana del giugno 1967 rappresentò la prova della difficoltà americana di far fronte a due guerre convenzionali contemporaneamente. Il rifiuto di Johnson di tener fede all'impegno difensivo assunto da Eisenhower con Israele diede la misura dell'indebolimento relativo dell'imperialismo statunitense, che stava sanguinando nelle risaie dell'Indocina. La Francia trovò conferma alla sua convinzione che gli Stati Uniti non avrebbero messo a rischio i propri interessi per difendere i loro alleati. Nel dicembre 1967 il generale Charles Ailleret sintetizzò nella formula della «defence tous azimut» le implicazioni militari più profonde del gollismo. Parigi doveva dotarsi di una capacità di dissuasione onnidirezionale, verso Est come verso Ovest.

Negli stessi giorni, il governo britannico di Harold Wilson compì una svolta strategica di grande portata: del tutto ininfluente nel conflitto del 1967, sfiancata dalla svalutazione della sterlina cui New York aveva negato un prestito salvifico, la Gran Bretagna giunse alla decisione del ritiro da Est di Suez entro il 1971, malgrado la minaccia del presidente Johnson di una rottura strategica con Londra. L'offensiva del Tet in Vietnam, nel gennaio 1968, seguì di due settimane l'annuncio pubblico del ritiro inglese.

 

LE AMBIZIONI DELLE BORGHESIE DEL PETROLIO

 

A fine anni '60 la permanenza di un ritmo forte di crescita del capitalismo mondiale - sul 5% annuo - e il declino relativo delle due superpotenze e della potenza inglese costituirono il quadro di evoluzione della vicenda petrolifera. Nel quinquennio 1965-1970 i consumi petroliferi mondiali crebbero del 48%, ma negli USA del 28%, nell'Europa Occidentale del 60% e in Giappone del 127%. La pressione sui prezzi energetici aumentò. Nello stesso tempo, il ritiro della Gran Bretagna da Est di Suez lasciava un vistoso vuoto di potenza nell'area mediorientale, che gli Stati Uniti non potevano colmare e che sollecitò le già vivaci ambizioni delle borghesie nazionali del petrolio. L'OPEC, che fino ad allora aveva avuto un ruolo secondario e si era diviso sull'embargo del 1967, si inserì in questa singolare congiuntura economico-politica, per emergere come la nuova potenza degli anni '70, nel periodo che si può collocare tra la "rivoluzione libica" e la "rivoluzione iraniana".

Il motore di avviamento dell'ascesa dell'OPEC fu nel settembre 1969 il colpo di Stato in Libia del colonnello Gheddafi, che depose il filo-occidentale re Idris. La Libia era stata grandemente favorita dalla guerra del 1967 e dalla chiusura pluriennale del Canale di Suez. Il petrolio libico aveva un basso costo di trasporto, non dovendo circumnavigare l'Africa, era di alta qualità e a basso tenore di zolfo. Tra il 1967 e il 1970 la produzione di petrolio libico raddoppiò, arrivando a coprire un quarto del fabbisogno petrolifero dell'Europa Occidentale. Il maggiore produttore libico era l'Occidental di Armand Hammer, diventata in poco tempo la sesta compagnia mondiale.

 

 

 

IL NUOVO POTERE DELL'OPEC

 

La Libia ottenne senza difficoltà lo sgombero della base aerea americana di Wheelus. Henry Kissinger, nel secondo volume delle sue "Memorie", ricorda: «Mentre l'America stava decidendo per la passività, l'Europa decise di assicurarsi con le adulazioni i favori del governante radicale […] Quattro mesi dopo l'avvento al potere di Gheddafi, la Francia concluse la vendita di cento moderni aerei a reazione alla Libia. […] Relazioni particolarmente amichevoli vennero a determinarsi tra la Libia e la Repubblica Federale Tedesca».

L'arrendevolezza verso il colpo di Stato libico - secondo Kissinger - impartì ai governi moderati del Medio Oriente «una lezione fatale»: «Le democrazie occidentali non avrebbero protetto i governi amici fino a quando i loro successori radicali […] non avessero sfidato l'accesso al petrolio delle democrazie stesse. Di conseguenza non aveva scopo cercare di assicurarsi la benevolenza occidentale con la moderazione dei prezzi petroliferi. […] La Libia radicale innescò un processo per cui i paesi produttori scoprirono a poco a poco, e cominciarono ad esercitare, il loro potere dominante sul mercato mondiale del petrolio».

Nel gennaio 1970 il governo libico lanciò la sua offensiva petrolifera. Chiese alla compagnie un aumento del 20% dei prezzi di listino, e al loro rifiuto rispose colpendo l'Occidental, la più forte, ma anche la più fragile, perché mancava di altre fonti mediorientali.

 

LA LIBIA E LE SETTE SORELLE

 

All'indipendente americana fu imposto il taglio di produzione da 800.000 a 500.000 barili al giorno. Hammer chiese alla Exxon, secondo produttore in Libia, una fornitura integrativa, ma la Exxon negò il soccorso al concorrente.

L'Occidental in settembre si arrese, accettando un aumento del prezzo di 30 cent con effetto reatroattivo e l'aumento della quota versata al governo dal 50% al 55%. Le altre compagnie indipendenti cedettero subito dopo. Le Sette Sorelle chiesero l'intervento del Foreign Office inglese e del Dipartimento di Stato americano, ma da entrambi ebbero dei rifiuti. Le Sette capitolarono in ottobre, accettando le condizioni già imposte alla Occidental.

 

GOLFO PERSICO E MEDITERRANEO

 

«Il trionfo della Libia» fu, secondo lo storico della BP, James Bamberg, «un momento decisivo» delle relazioni tra le Sette Sorelle e i paesi OPEC. Una gragnuola di rivendicazioni cadde sulle compagnie. Lo Scià chiese al Consorzio iraniano le condizioni libiche. In dicembre il Venezuela stabilì per legge che l'aliquota della rendita petrolifera dovuta allo Stato era del 60%. Il vertice OPEC lo stesso mese aumentò dal 50 al 55% l'aliquota fiscale minima delle compagnie. Nel gennaio 1971 la Libia chiese un nuovo aumento del 5% della sua aliquota.

Le compagnie petrolifere, sotto la guida della Schell, formarono un "fronte comune" di resistenza. Con una "lettera all'OPEC", firmato dalle Sette grandi e da altre 17 società - ma non dall'ENI e dall'ELF francese - chiesero un «negoziato simultaneo con tutti i governi degli Stati produttivi». Lo Scià definì il messaggio «un errore monumentale», perché in un negoziato unico, i "radicali" avrebbero imposto la loro volontà. L'Iran, l'Arabia Saudita e il Kuwait esigettero che comunque il governo americano non interferisse nei negoziati. Il segretario di Stato William Rogers accettò i consigli dei "moderati". Al posto del «negoziato simultaneo» le compagnie dovettero ripiegare su due negoziati, uno con gli esportatori del Golfo Persico rappresentati da Iran, Iraq e Arabia Saudita, l'altro con gli esportatori del Mediterraneo di cui facevano parte non solo la Libia e l'Algeria, ma anche l'Iraq e l'Arabia Saudita in quanto il loro petrolio arrivava nel Mediterraneo anche attraverso gli oleodotti.

Il primo negoziato si concluse nel febbraio 1971, con l'accordo di Teheran che stabilì un aumento di 50 cent per barile, un adeguamento annuo del prezzo e un'aliquota fiscale del 55%, per cinque anni. Il secondo negoziato iniziò mentre l'Algeria nazionalizzava il 51% degli interessi petroliferi francesi, e si concluse nell'aprile 1971 con l'accordo di Tripoli che concedeva un aumento di 90 cent a barile e il 55% di aliquota fiscale. Dopo un anno di plurimi assalti, la Libia aveva raggiunto un prezzo di 3,45 dollari a barile. Bamberg rammenta che, all'epoca, l'industria petrolifera si sentì travolta da una tempesta, ma a confronto con quanto sarebbe successo due anni dopo si trattava solo di un venticello primaverile.

 

NON INTERVENTO A DANNO DI EUROPA E GIAPPONE

 

Kissinger ("Anni di crisi") nega validità, nell'ambito di quei negoziati, alla distinzione tra "moderati" e "radicali". «Si trattava di una tattica negoziale che il decennio successivo avrebbe visto raffinata fino a diventare una forma d'arte. Quale che fosse il gruppo, nell'ambito dell'OPEC […] esso attribuiva a qualcun altro la colpa dell'aumento del prezzo di petrolio. […] La verità era, naturalmente, che tutti i paesi produttori favorivano gli alti prezzi; nessuno era disposto a dissociarsi dal cartello».

Kissinger non nasconde che nella non interferenza del governo USA nei negoziati potesse esserci ben più dell'amore per il libero mercato. Uno studio del 1971 dei suoi collaboratori Fred Bergsten e Harold Saunders enumerava tra le ragioni del non intervento che «l'aumento del prezzo dell'energia avrebbe colpito soprattutto l'Europa e il Giappone, migliorando le capacità concorrenziale dell'America» che un braccio di ferro energetico era «impresa difficile in un paese scosso dalla guerra del Vietnam» e che c'era il rischio che nella trattativa entrasse il conflitto arabo-israeliano. A conti fatti, «fu la nostra politica di non intervento a determinare il risultato: le società petrolifere cedettero».

 

LA TEXAS RAILROAD COMMISSION

 

L'allora consigliere per la sicurezza nazionale indica una seconda responsabilità americana: la decisione della Texas Railroad Commission (TRC) di eliminare ogni restrizione alla produzione petrolifera statunitense. La TRC, spiega Kissinger, fino ad allora stabiliva il livello della produzione americana «molto al di sotto della capacità produttiva, allo scopo di mantenere un prezzo interno di 3.30 dollari - più di un dollaro al barile al di sopra del prezzo mondiale - crisi da incoraggiare le esplorazioni negli USA». In tal modo e con il meccanismo delle quote sulle importazioni, «gli Stati Uniti esercitavano un'influenza decisiva sul prezzo mondiale del petrolio», perché il mantenimento di ampie capacità produttive inutilizzate induceva i produttori mediorientali a tenere bassi i prezzi.

L'abolizione delle restrizioni della TRC costituì «una svolta fatale»: «Non più in grado di ridurre il prezzo mondiale aumentando la nostra produzione, o anche soltanto di tutelarci mediante tagli ai rifornimenti, perdemmo rapidamente la capacità di agire. L'equilibrio di potere, per quanto concerne l'energia, si spostava dal Golfo del Texas al Golfo Persico. I produttori OPEC prendevano il posto guida». Daniel Yergin quantifica le conseguenze della decisione della TRC: dal 1967 al 1973 l'importazione statunitense crebbe dal 19 al 36% sul fabbisogno USA, aumentando pesantemente la pressione sui prezzi internazionali.

 

LA GUERRA DEL DOLLARO E DELL'ENERGIA

 

La storica decisione della TRC fu presa nel marzo 1971, poco prima dell'accordo di Tripoli. Kissinger, sia nel secondo che nel terzo volume delle "Memorie", sposta curiosamente l'evento di un anno, nel 1972. Sulla scelta pesarono indubbiamente gli interessi degli Stati petroliferi americani che in quel modo si agganciavano ai prezzi internazionali in rapida ascesa. Ma probabilmente la svolta rappresentò anche il primo atto rilevante dell'azione governativa del sottosegretario al Tesoro ed ex governatore del Texas, John Connally.

Kissinger, che nel primo volume di "Memorie" qualifica Connally, come «effettivamente l'uomo forte del gabinetto», lo fa entrare in scena nell'agosto 1971, quando Nixon, su suggerimento del suo ministro, decretò la sospensione unilaterale della convertibilità del dollaro e l'aumento del 10% delle tariffe d'importazione USA. Quell'anno - sottolinea Kissinger - fu percepito da molti come «una dichiarazione di guerra degli Stati Uniti alle altre democrazie industriali».

Era consono allo stile di Connally che «come molti texani che si sono fatti da sé, preferiva gli attacchi frontali alla manovre indirette» e che spesso «da buon texano, cercava lo scontro solo per il piacere di battagliare». Ma lo fu anche la «svolta fatale» della Texas Railroad Commission, cinque mesi prima del "Nixon shock", perché di fatto si metteva sulla scia dell'ipotesi, adombrata da Bergsten-Saunders, di un azzoppamento dell'Europa e del Giappone attraverso i prezzi energetici montanti. Qualcosa di più del «non intervento» di Bill Rogers, lamentato da Henry Kissinger.

N.C.

Apparso su lotta comunista n. 405 - maggio 2004


L'ARMA PETROLIFERA NELLA GUERRA DEL 1973

 sommario

Nelle intenzioni della diplomazia americana, il 1973 doveva essere «l'anno dell'Europa». Fu invece l'anno del Watergate, di una nuova guerra mediorientale e della crisi petrolifera. Chiuso un decennio di guerra in Vietnam e inserita la Cina nel gioco della bilancia di potenza, Washington desiderava riportare il baricentro della sua azione sul versante atlantico, dove l'Europa stava acquisendo nuovo peso e identità.

Nel gennaio 1973, mentre gli Stati Uniti firmavano l'accordo di pace con il Vietnam, si realizzava l'allargamento della Comunità Europea a nove, combinandosi al successo dell'Ostpolitik. La sorpresa americana è espressa da Henry Kissinger nel primo volume delle sue "Memorie": «L'apertura di Brandt all'Est ebbe l'effetto, completamente imprevisto, di spronare l'integrazione dell'Europa Occidentale. […] L'ingresso della Gran Bretagna nel MEC permise allo schieramento europeo di ricompattarsi».

 

LA CRISI POLITICA AMERICANA

 

L'uscita statunitense dall'avventura vietnamita non mise fine alla crisi politica americana ma ne aprì il capitolo della resa dei conti. Nell'aprile 1973 i fili di una varietà di intricate matasse iniziarono ad imbrogliarsi in un nodo infernale: scoppiò lo scandalo Watergate, Nixon abolì il contingentamento delle importazioni petrolifere, Kissinger lanciò ufficialmente l'Anno dell'Europa e Sadat indiziò a discutere i guerra insieme al presidente siriano Assad. Queste vicende, tutte e quattro, erano destinate a concludersi in modo traumatico.

Gli europei non volevano firmare la nuova Carta Atlantica - evento culminante dell'anno dell'Europa - con un presidente privo di credibilità. Il Watergate - scrive Kissinger nel secondo volume delle "Memorie" - determinò «il crollo di un governo che solo poche settimane prima appariva invulnerabile» il paese «sembrava colto da uno stato d'animo suicida». Kissinger intuì il cambio di clima verso Washington in «una sfumatura» della visita di Willy Brandt, il 1° maggio 1973: «Brandt era diventato un po' meno deferente». Non era l'unico.

In Giappone - scrive Daniel Yergin in "The Prize" - il titolare del MITI e poi primo ministro Yasuhiro Nakasone proclamò la «diplomazia delle risorse» e una «politica indipendente» in materia di energia: «E' finita l'epoca in cui si seguiva alla cieca». Le potenze europee, guidate dal ministro degli Esteri francese Michel Jobert, bocciarono le bozze americane e decisero di interloquire con Washington solo attraverso il presidente di turno dei ministeri degli Esteri della CEE, il danese Kaut Borge Andersen. Nixon, nel luglio 1973, dovette rinunciare al suo viaggio in Europa, toccando il momento più umiliante della sua presidenza, prima dell'impeachement, un anno dopo. Quasi contemporaneamente la Cina rimandò unilateralmente una visita di Kissinger a dopo la fine dei bombardamenti in Cambogia.

La reazione al doppio schiaffo da Est e da Ovest fu la nomina di Kissinger a segretario di Stato di fatto plenipotenziario e il colpo di Stato in Cile, nel settembre 1973. Il mondo doveva sapere che l'aquila americana poteva ancora ghermire. Con questa dote di rabbiosa debolezza Washington affrontò la nuova crisi mediorientale.

 

L'AVVERTIMENTO DALL'ARABIA SAUDITA

 

In Medio Oriente la geografia politica era rimasta immutata dopo la guerra del 1967. Israele occupava ancora i territori conquistati e il Canale di Suez restava bloccato. Re Feisal dell'Arabia Saudita, nell'estate 1973, avvertì i capi delle compagnie petrolifere USA socie nell'Aramco che la situazione stava mutando e che il suo paese non avrebbe permesso di restare isolato dai «suoi amici arabi» per l'inerzia americana; e minacciò: «perderete tutto».

I capi delle compagnie petrolifere avvertirono il Dipartimento di Stato e la Difesa ma a Washington regnava l'apatia. Texaco, Chevron e Mobil presero pubblicamente posizione a favore di un cambiamento della politica americana in Medio Oriente. L'Arabia Saudita aveva preso le redini della nuova linea dell'OPEC. Lo stratega era il ministro saudita del Petrolio Ahmend Zaki Yamani, che nel marzo 1972 aveva lanciato il negoziato per ottenere la «partecipazione» dei paesi produttori alla proprietà delle compagnie petrolifere. Essa era contrapposta alla «nazionalizzazione» e avrebbe creato, secondo Yamani un legame «indissolubile come un matrimonio cattolico» tra paesi e compagnie. Kissinger si era opposto alla nuova linea dell'OPEC, definendo la «partecipazione» una «nazionalizzazione strisciante».

L'accordo di partecipazione raggiunto nell'ottobre 1972 concedeva subito ai paesi produttori una quota del 25% che sarebbe aumentata al 51% nel 1983. Secondo Kissinger, da quel momento l'Arabia Saudita cominciò a «collegare esplicitamente la proposta politica petrolifera ai progressi verso una soluzione del conflitto arabo-israeliano».

In realtà l'ambiguità saudita era una costante nel panorama mediorientale, alimentata dal duplice ruolo dell'Arabia Saudita di principale sede religiosa dei musulmani e di fornitore petrolifero maggiore delle economie occidentali, ma anche dalla duplice politica estera americana, filoisraeliana quella ufficiale, filoaraba quella gestita dalle grandi compagnie petrolifere. Tale ambiguità attraversa il regime e la stessa famiglia regnante e ne aumenta le fibrillazioni nei momenti debolezza statunitense. Riad aveva già caldeggiato l'infruttuoso embargo petrolifero durante la guerra del 1967. La scelta dell'amministrazione Nixon-Kissinger del 1972, di puntare sull'Iran come caposaldo mediorientale con massiccio sostegno militare, era motivata anche dalle incertezze dell'alleato saudita.

Nell'agosto 1973 Sadat andò a Riad per informare il re Feisal che stava preparando la guerra contro Israele e chiedere il suo aiuto. Feisal promise mezzo miliardo di dollari e l'uso dell'arma politica del petrolio. Secondo Yergin, il re chiese una guerra più lunga delle precedenti: «Non vogliamo usare il nostro petrolio in una battaglia che duri due o tre giorni e poi fermarci. Vogliamo una guerra che duri il tempo necessario per mobilitare l'opinione pubblica mondiale». Tanta disponibilità rifletteva anche la straordinaria pressione del mercato sulle riserve saudite. La sua quota sull'esportazione mondiale era aumentata tra il 1970 e il 1973 dal 13 a l21%. In un solo anno, tra il luglio 1972 e il luglio 1973, la sua produzione quotidiana era aumentata del 62%, rischiando secondo alcuni esperti di creare danni ai giacimenti. L'abolizione dei contingenti petroliferi americani toglieva l'ultimo condizionamento statunitense alla politica dei prezzi dell'OPEC ma concentrava sul greggio saudita una pressione e un potere di ricatto senza precedenti.

 

LA GUERRA POLITICA DI SADAT

 

Anwar Sadat era succeduto a Nasser, morto nel settembre 1970. Secondo Kissinger, la decisione di Sadat di andare in guerra maturò dopo il vertice russo-americano del maggio 1972, il cui comunicato finale ignorava sostanzialmente la questione mediorientale. La prima mossa di Sadat fu, nel luglio 1972, l'espulsione dei 20.000 "consiglieri" russi.

Kissinger ne dà due interpretazioni. La prima è di autocompiacimento per un risultato perseguito col rifiuto intransigente «per principio, a ogni concessione all'Egitto finché Nasser o Sadat adottavano la retorica antioccidentale, appoggiata dalla presenza di truppe da combattimento sovietiche». La seconda è autocritica: «Interpretammo l'espulsione dei consiglieri sovietici con una certa condiscendenza […] Non ci venne in mente che forse liberava il terreno in vista di un'azione militare e voleva eliminare ciò che gli sembrava un ostacolo». Sadat era favorevole ad un accordo separato con Israele ma non poteva trattare dalla posizione penosa dello sconfitto e senza il sostegno della Siria e dell'URSS. D'altra parte sapeva di non avere la forza per riconquistare militarmente il Sinai. «Decise quindi di tagliare con la guerra il gordiano», dice Kissinger, ma «il suo scopo era insieme psicologico e diplomatico, molto più che militare. […] Sadat scatenò la guerra non per riconquistare territori  ma per restaurare l'amor proprio dell'Egitto aumentandone quindi la flessibilità diplomatica». Raymend Aron commentò sul "Figaro" il 10 ottobre: «La non-guerra congelava una situazione inaccettabile, la battaglia rompeva il ghiaccio. Tutto ridiventa possibile».

L'offensiva egiziana fu lanciata il 6 ottobre 1973, giorno della festa ebraica dello Yom Kippur. 220 aerei e 3.000 cannoni colpirono le postazioni israeliane sulla sponda orientale del Canale e nel Sinai, mentre contemporaneamente l'aviazione siriana e 700 cannoni attaccavano la frontiera settentrionale di Israele. Alla fine della giornata l'Egitto aveva stabilito una linea su tutta la costa orientale di Suez e Israele era sulla difensiva. «La sorpresa del 6 ottobre - commentò Aron - è stata una delle più grandi sorprese dei nostri tempi».

 

KISSINGER E LA "SORPRESA STRATEGICA"

 

In apparenza il leader egiziano aveva usato in modo creativo la favola del pastorello burlone e del lupo. Aveva minacciato più volte di scatenare la guerra e costretto Israele a due costose mobilitazioni senza dare seguito alle minacce. Nel 1973 i segnali di una preparazione militare furono numerosi ma nessuno li prese sul serio.

L'analisi di Kissinger della sorpresa egiziana è una lezione impartita dal politico realista al se stesso razionalista:

«Fu un classico di sorpresa strategica e tattica. Ma la sorpresa non può essere spiegata del tutto né dal "rumore di fondo", né dalla dissimulazione. Fu invece dovuta alla errata interpretazione di fatti che tutti potevano vedere, non fu oscurata da informazioni in conflitto. Sadat non fece che ripetere apertamente quel che intendeva fare e noi non gli credemmo. Ci subissò di informazioni lasciandoci trarre le conclusioni sbagliate. Il 6 ottobre fu il momento culminante di un errore di analisi politica da parte delle vittime. Tutte le analisi israeliane (e americane) prima dell'ottobre 1973 concordavano sul fatto che all'Egitto e alla Siria mancavano le capacità militari per riconquistare i territori perduti, con la forza delle armi. Quindi non sarebbe scoppiata nessuna guerra. Gli eserciti arabi avrebbero perduto. Quindi non avrebbero aggredito. Le premesse erano corrette, le conclusioni no. […]  Le armate siriane ed egiziane subirono gravi sconfitte. Tuttavia Sadat ottenne l'obiettivo fondamentale di scuotere la convinzione degli israeliani di essere invincibili e quella degli arabi di essere impotenti, modificando nettamente le basi psicologiche per avevano portato i negoziati a un punto morto».

Il recente annuncio di una prossima iniziativa americana aveva contribuito all'autoinganno.

 

«SAPEVAMO TUTTO MA CAPIVAMO TROPPO POCO»

 

Si pensò che Sadat avrebbe atteso la diplomazia di Washington. Ma «l'imminenza dei negoziati probabilmente accelerò più che ritardare la sua decisione di aprire le ostilità; non poteva permettersi né che la nostra iniziativa avesse successo, il che avrebbe ipotecato la sua posizione interna, né che fallisse, il che avrebbe minato il nostro interesse di mediare tra le due posizioni».

Da parte loro, gli israeliani, in vista dell'iniziativa diplomatica americana «aveva interesse a sminuire le minacce anche per evitare che gli Stati Uniti strumentalizzassero il pericolo di guerra come pretesto per ottenere concessioni». «I servizi di informazione avevano fatto fiasco ma non furono i soli a fornire valutazioni errate. Tutti gli uomini di governo erano a conoscenza dei fatti. […] Nella nostra definizione di razionalità non rientrava il concetto di iniziare una guerra impossibile da vincere per recuperare il rispetto di se stessi […] Il nostro atteggiamento mentale venne reso ancora più evidente il 5 ottobre quando, al risveglio, ci venne comunicata la notizia stupefacente che da 24 ore tutti i sovietici in Egitto e in Siria venivano allontanati con un ponte aereo. E' inspiegabile come si sia potuto interpretare erroneamente questo sviluppo. […] Il fallimento non era di ordine amministrativo a concettuale. […] I governanti non possono nascondersi dietro i loro analisti quando sbagliano. […] Eravamo troppo soddisfatti delle nostre valutazioni. Sapevamo tutto ma capivamo troppo poco. E di questo gli esponenti politici interessati - me compreso - devono assumersi la responsabilità».

 

DUE GUERRE E TRE CRISI PARZIALI

 

La vera sorpresa della guerra venne dopo l'offensiva militare e fu l'uso inedito, per ampiezza e conseguenze, dell'arma petrolifera. La guerra guerreggiata durò venti giorni, quella petrolifera sei mesi e lasciò il marchio sull'economia mondiale per tutto il decennio. La doppia guerra dell'anno del Watergate conteneva una crisi politica parziale, quella di Washington, una crisi militare parziale in Medio Oriente, una crisi economica parziale , quella petrolifera, ma non una crisi generale dell'imperialismo. Non era in discussione l'equilibrio generale, ma tutte le potenze combatterono attorno a queste tre crisi parziali.

 

N.C.

Apparso su lotta comunista n. 406 - giugno 2004


QUATTRO ARMI STRATEGICHE NELLA GUERRA DEL 1973

 sommario

Un quarto di secolo dopo la crisi petrolifera del 1973, Henry Kissinger ne scrisse - nel terzo volume delle sue "Memorie" - con accenti ancora drammatici: «Nello spazio di tre mesi, l'ordine politico ed economico mondiale fu messo a confronto con una serie di problemi giganteschi che lo minacciarono fino alle sue fondamenta». «Dall'oggi al domani» le democrazie industrializzate videro messe a rischio «la coesione delle loro società e, in modo meno esplicito, la loro stessa sopravvivenza politica». Kissinger, che scrive a fine anni '90, rinforza la cupezza dello scenario con l'"attualità" di quella crisi: poiché «le forniture del petrolio continuano a dipendere da regioni fra le più imprevedibili del pianeta, nulla garantisce che non ci saranno nuovi shock petroliferi».

L'apocalisse toccata con mano e sempre in agguato rappresenta sia il tema che Washington paventò tentando di puntellare la propria leadership, sia la percezione di sfida mortale che l'esecutivo statunitense visse nel 1973-74. Quattro armi strategiche impiegate in quella crisi ne misurano l'intensità: i ponti aerei militari, l'arma petrolifera, la dissociazione europea, l'allerta nucleare.

 

I DOSAGGI DI KISSINGER

 

Il conflitto arabo-israeliano dell'ottobre 1973 fu una guerra di attrito ad alto consumo bellico. Israele, costretto alla difensiva, vide esaurirsi le sue scorte militari già nella prima settimana di conflitto. Nei primi tre giorni di guerra aveva perso 500 carri e 49 aerei. Nel complesso furono persi 3.000 carri armati, arabi per il 75%. La cattiva manutenzione causò probabilmente più danni dei colpi nemici.

I belligeranti si rivolsero ai loro protettori. Nel quinto giorno di guerra, il 10 ottobre, l'Unione Sovietica avviò un massiccio ponte aereo, con la Siria e l'Egitto, con 70 missioni al giorno. Gli USA esitarono per alcuni giorni. Nelle loro "Memorie", Richard Nixon e Kissinger indicano, come oppositore degli aiuti plateali a Israele, il segretario alla Difesa James Schlesinger. Ma il biografo di Nixon, Stephen Ambrose, riporta anche un'altra versione, quella del capo delle operazioni navali americane, Elmo Zumwalt, secondo il quale gli aiuti furono ritardati su ordine di Kissinger. Questi voleva rendere più malleabile il governo d'Israele e attuare un complesso «linkage»: barattare l'aiuto ad Israele con il ritiro da parte della lobby ebraica dell'appoggio all'emendamento del sen. Henry Jackson a favore della libera emigrazione ebraica dall'URSS, posta come condizione per concedere all'Unione Sovietica lo status di nazione più favorita nelle relazioni commerciali. Quando il primo ministro Golda Meir comunicò a Washington che il suo paese era allo stremo per mancanza di munizioni, Nixon ruppe gli indugi e, nella notte tra il 13 e il 14 ottobre, gli USA lanciarono il loro ponte aereo militare.

 

 

IL PONTE AEREO DI NIXON

 

Il confronto mediorientale si trasformò in una battaglia logistica tra le superpotenze. Nelle sue "Memorie", Nixon vanta «un'operazione più importante del ponte aereo di Berlino del 1948-49». Il giudizio appare esagerato, ma con 550 missioni gli USA inondarono l'alleato con materiale bellico e gli permisero di passare alla controffensiva. La battaglia dei ponti aerei dimostrò la netta supremazia logistica americana, ma anche l'isolamento politico di Washington. Nessuno dei grandi alleati europei accettò di mettere a disposizione le sue basi aeree per la realizzazione del ponte. Solo l'Olanda e, per sole due settimane, la Germania Federale fiancheggiarono gli USA. Il Portogallo, minacciato da Kissinger di essere abbandonato al suo destino, offrì una base nelle Azzorre.

L'arma petrolifera entrò in scena nel terzo giorno di guerra, l'8 ottobre 1973. A Vienna iniziò un nuovo negoziato e l'OPEC chiese un raddoppio del prezzo ufficiale del petrolio, da tre a sei dollari; le compagnie offrirono solo 45 cent di aumento. Il negoziato si bloccò, aprendo la strada all'azione unilaterale del cartello. All'indomani della controffensiva israeliana, il 16 ottobre a Kuwait City i delegati dell'OPEC decisero un aumento del prezzo ufficiale del greggio del 70%, a 5,11 dollari, allineandolo al prezzo del mercato libero.

 

L'OPEC E IL PETROLIO

 

L'era del prezzo concordato tra paesi produttori e compagnie era finita. l'OPEC prese le redini del mercato e proclamò di non accettare più che i governi dei paesi consumatori si impossessassero, attraverso le imposte, del 66% del prezzo finale del petrolio, contro il 9% ottenuto dai produttori. Le società petrolifere stavano rapidamente correggendo la loro posizione. Già qualche giorno prima le quattro compagnie dell'Aramco (Exxon, Texaco, Mobil e Socal) avevano mandato, tramite John McCloy, una lettera a Nixon, riassunta da Daniel Yergin: «l'industria petrolifera del mondo libero opera allo scoperto, in pratica senza capacità di riserva»; un aiuto maggiore degli USA ad Israele poteva determinare un «effetto valanga» di ritorsioni, fino alla crisi degli approvvigionamenti; «l'intera posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente rischia di essere seriamente compromessa, a vantaggio di giapponesi, europei e forse dei sovietici, e a detrimento della nostra economia e sicurezza».

Il 17 ottobre i paesi arabi dell'OPEC - senza l'Iran - si concentrarono sull'uso dell'arma petrolifera. Il piano approvato prevedeva che i convenuti tagliassero ogni mese il 5% della loro produzione e differenziassero le forniture sulla base della posizione dei paesi consumatori verso il conflitto arabo-israeliano. Una clausola segreta stabiliva che «gli USA venissero sottoposti ai tagli più consistenti». La novità rispetto al 1856, e al 1967 stava proprio nei tagli crescenti della produzione che avrebbero reso più difficile l'aggiramento delle misure discriminatorie, L'embargo vero e proprio fu scatenato il 19 ottobre, dopo che Nixon rese pubblico un piano di aiuti militari a favore di Israele di 2,2 miliardi di dollari. Prima la Libia e poi l'Arabia Saudita sospesero tutte le forniture petrolifere agli USA. L'incerto alleato saudita era passato al campo ostile.

IL VORTICE DEL WATERGATE

 

Secondo Kissinger, lo scandalo Watergate fu «la più grave crisi costituzionale interna del secolo». Innescato nella frattura causata dal Vietnam che l'ex segretario di Stato chiamò «la nostra guerra civile», costellò l'intera crisi del 1973 con le sue fibrillazioni. Mentre i russi avviavano il ponte aereo, il vicepresidente Spiro Agnew si dimise perché scoperto evasore fiscale. Due giorni dopo, la corte d'appello ordinò a Nixon di consegnare agli inquirenti le registrazioni che potevano incriminarlo e, quello stesso giorno, mentre Nixon sceglieva il nuovo vicepresidente e discuteva sull'opportunità di imbastire un ponte aere, il Congresso approvò la War Powers Resolution, «il cui scopo - dice Kissinger - era di ridurre il potere discrezionale del presidente nell'impiego delle forze militari».

Il giorno in cui i paesi arabi decretarono l'embargo petrolifero contro gli USA, il ministro della Giustizia Elliot Richardson e il suo vice William Ruckelhaus si dimisero disapprovando la decisione di Nixon di licenziare il procuratore generale per il Watergate, Archibald Cox. La reazione fu furibonda e Nixon nelle sue "Memorie", confessa: «Benché preparato a una reazione violenta, fui colto di sorpresa dalla sua accesa intensità […], Martedì 23 ottobre vi erano 21 risoluzioni per il mio impeachment a vari gradi di dibattito al Campidoglio. Sei giornali che erano stati fedeli sostenitori dell'amministrazione invocavano le mie dimissioni». Nixon, nel vortice dello scandalo, come Lear in mezzo alla tempesta, era re senza poteri. Kissinger dice, nel secondo volume delle "Memorie": «Il suo coraggio non era scomparso, ma era troppo preoccupato per elaborare le decisioni; la responsabilità era passata a me».

 

LA NEUTRALITA' EUROPEA

 

L'obiettivo strategico di Kissinger era di impedire che l'URSS sfruttasse la crisi per rientrare in forze nel Medio Oriente e soprattutto di evitare iniziative indipendenti dell'Europa. Bisognava raffreddare, scrive Kissinger, «i bollori dei nostri alleati europei che potevano essere tentati di adottare approcci più unilaterali». Ma non fu possibile. «Le argomentazioni fino a quel momento teoriche, se gli interessi americani ed europei fossero sempre paralleli, deflagrarono fin dal primo giorno». Molti europei erano «sinceramente convinti […] che avevamo messo in pericolo interessi vitali dell'Europa per ragioni di politica interna americana».

Secondo Kissinger «la posizione europea non era certo superficiale; la dipendenza petrolifera dell'Europa si combinava alla frustrazione di essere solo spettatrici di una crisi in una regione in cui un tempo aveva avuto un ruolo egemone». Ma, indignato, Kissinger osserva che la dissociazione degli alleati europei significò che «gli aerei americano provenienti dalla Germania furono costretti a costeggiare la Francia e la Spagna per poi entrare nel Mediterraneo, a Gibilterra, e arrivare in Israele allungando il tragitto di quasi 3.500 km».  Nelle relazioni tra le potenze, la neutralità non è mai indifferenza; è azione strategica. Kissinger respinge «l'argomento essenzialmente legalistico» degli europei che gli obblighi NATO non riguardavano il Medio Oriente.

 

ALLERTA NUCLEARE CONTRO MOSCA

 

La controffensiva israeliana stabilì una testa di ponte sulla costa Ovest del canale di Suez e mise sotto assedio la terza armata egiziana sulla costa Est. Kissinger adottò una tattica dilatoria che permettesse a Israele una netta vittoria, mentre Mosca voleva una rapida tregua. Dalle "memorie" di Kissinger emerge la divergenza tra il segretario di Stato e Nixon, che desiderava non solo una tregua ma anche un rapido accordo di pace che attenuasse, con un successo diplomatico, l'assedio in patria. Due cessate il fuoco furono concordati all'ONU e rotti subito dopo sul campo. Il 24 ottobre «all'improvviso i leader sovietici decisero per lo showdown». Breznev con una lettera urgente chiese che gli USA e l'URSS inviassero «un contingente misto» per assicurare la tregua; in caso contrario, Mosca si riservava di «intraprendere unilateralmente passi appropriati». 85 navi russe erano già presenti nel Mediterraneo e sette divisioni aviotrasportate russe furono messe in allarme. «L'evidente debolezza di Nixon era decisamente legata alla plateale sfida che il Politburo ci aveva lanciato». Se Washington avesse accettato l'ultimatum di Mosca, le truppe russe sarebbero rientrate in Egitto e, peggio ancora, «la Cina e l'Europa sarebbero rimaste sconvolte nel vedere USA e URSS collaborare sul piano militare in una regione di importanza cruciale». La risposta di Washington  fu la dichiarazione dello stato di massima allerta convenzionale e nucleare in tempo di pace e l'avvertimento a Mosca che «iniziative unilaterali» avrebbero avuto «conseguenze incalcolabili».

 

IL DIRETTORIO DI RAMBOUILLET

 

In seguito Kissinger rifletterà sull'azzardo di quell'atto «momento della massima debolezza» e parlerà di «politica di bluff» e di una partita giocata ai «tempi supplementari». Alexander Haig, capo dello staff della Casa Bianca, ritenne che anche la mossa russa fosse stata un bluff. Il doppio bluff rappresentò l'apice della guerra del Kippur ma anche il tentativo di riportare dentro gli schemi del gioco bipolare una contesa imperialistica diventata multipolare. Tutti i governi europei - Londra inclusa - presero le distanze dall'allarme nucleare e la Repubblica Federale ritirò del tutto il suo parziale sostegno al ponte aereo americano. Ricorda Kissinger: eravamo «infuriati per la sensazione di essere abbandonati nel corso della crisi, con i nervi a fior di pelle». Anche i paesi petroliferi non si impressionarono troppo. L'embargo continuò fino al 18 marzo 1974. A fine dicembre 1973 l'OPEC, aumentò il prezzo ufficiale del greggio a 11,65 dollari, quadruplicandolo rispetto alla vigilia della guerra del Kippur.

L'inflazione degli anni '70 fu in parte uno degli effetti della crisi del 1973. Un secondo effetto fu una nuova riflessione sulla deterrenza nucleare. Un terzo effetto fu il tentativo di riequilibrare le relazioni atlantiche, attraverso un "direttorio" informale, prima a cinque membri e poi a sette, inaugurato due anni più tardi, a Rambouillet.

 

N.C.

Apparso su lotta comunista nn. 407-408 - luglio-agosto 2004


LA CRISI IRANIANA NEGLI ANNI SETTANTA

 sommario

Per buona parte degli anni '70 la "questione energetica" occupa il ruolo di nodo principale nei rapporti interimperialistici. Attorno ad essa si collegano le battaglie militari, diplomatiche, commerciali, finanziarie, monetarie.

Il balzo dei prezzi petroliferi alla fine del 1973 ebbe il ruolo di acceleratore e diffusore dell'inflazione già messa in moto dalla rapida espansione simultanea di tutti i maggiori paesi industriali nel 1972.I prezzi delle materie prime non alimentari errano già cresciuti - secondo l'indice dell'"Economist" - del 25% nel secondo semestre 1972 e di oltre il 50% nel primo semestre 1973. Henry Kissinger negò ogni oggettività economica agli aumenti petroliferi; erano prezzi artificiali, decisi politicamente. All'ONU dichiarò: «Quello che una decisione politica ha fatto, una decisione politica può disfare».

L'ottusità economica del segretario di Stato era solo apparente. Chiosò infatti nelle sue "Memorie" che l'accusa allora rivoltagli da alcuni paesi OPEC di condurre una «guerra dei nervi» non mancava di «una qualche pertinenza». Spiegò in una riunione di ministri delle Finanze e banchieri centrali: «Le poste in gioco vanno al di là dei prezzi del petrolio e dell'economia, e includono tutta la struttura delle relazioni politiche future. Se i produttori continuano a manipolare i prezzi senza che i consumatori elaborino una risposta efficace, inevitabilmente si produrrà un trasferimento di potenza».

 

RISTRUTTURAZIONE E SHOCK PETROLIFERO

 

Nella recessione del 1975 Kissinger vide una conferma della sua tesi. Le parole d'ordine di Kissinger erano «ridurre i prezzi petroliferi» e «compere il cartello», ma l'obiettivo politico era di riaffermare la leadership americana tra le potenze occidentali e spezzare «l'alleanza perversa tra i paesi meno sviluppati e l'OPEC», tra «Un Quarto Mondo» in lotta per la sopravvivenza e «un Terzo Mondo sempre più potente e sicuro di sé», ossia prevenire la formazione di altri cartelli delle materie prime, ad imitazione dell'OPEC.

I rincari petroliferi misero in moto la ristrutturazione degli apparati industriali e delle bilance dei pagamenti. La battaglia per l'energia diventò battaglia per la produttività e per la diversificazione delle fonti. Nei cinque anni 1974-78 la domanda mondiale di greggio aumentò di circa 8 milioni di barili al giorno ma la produzione di petrolio mediorientale restò piatta, soprattutto per l'azione delle metropoli europee, mentre l'importazione petrolifera statunitense quasi raddoppiava. L'attivo dell'OPEC, che tra il 1973 e il 1974 era passato dai 9 ai 62 miliardi di dollari, nel 1978 scese a 5 per risalire, grazie al secondo shock petrolifero, ai 120 nel 1980, lasciando dietro di sé glorie e misfatti del "riciclaggio" dei petroldollari.

 

MONETE E SHOCK PETROLIFERO

 

Secondo Daniel Yergin, gli investimenti per nuove esplorazioni evitarono il Medio Oriente per molti anni, per concentrarsi nel Nordamerica e nel Mare del Nord. Ci furono alcuni grandi successi e molte grandi illusioni. L'oleodotto dell'Alaska fu completato nel 1977 con un costo di 10 miliardi di dollari, arrivando a fornire quasi un quarto della produzione petrolifera americana. Il miracolo tecnologico dell'estrazione dal Mare del Nord entrò in produzione nel 1975, Nell'euforia del momento, il primo ministro inglese Harold Wilson espresse l'ambizione di diventare presidente dell'OPEC nel 1980. Piani colossali di sviluppo furono elaborati e abbandonati: un Piano Ford per 200 centrali elettronucleari e 150 centrali a carbone, un Piano Rockefeller per l'investimento di 100 miliardi di dollari in carburanti sintetici, un Piano CEE per 150 centrali nucleari con investimento di 500 miliardi di dollari.

L'ex capo della finanza internazionale della Banca Centrale americana, Robert Solomon, nella sua storia del sistema monetario internazionale, sottolinea le conseguenze monetarie dello shock petrolifero: esso impose "sine die" i cambi fluttuanti, vanificando sia la battaglia della Francia per un ritorno alle "parità" sia l'agenda del Piano Werner, che prevedeva la completa unione monetaria europea per il 1980, sostituita dallo SME, riduttivamente visto da Solomon come «una Bretton Woods regionale».

 

IRAN E ARABIA SAUDITA

 

 

Kissinger non era il fustigatore dei paesi petroliferi che voleva apparire. Il calcolo politico imponeva sia la semplificazione dell'agitazione, sia forti distinguo nelle scelte strategiche. Un dibattito ebbe luogo tra il segretario di Stato e il segretario al Tesoro, William Simon, nel 1974. Simon, ex banchiere d'affari, sostenne che era l'Iran il principale responsabile della crisi petrolifero; gli USA dovevano smettere di rifornirlo di armi e puntare invece sui sauditi che erano disposti ad aumentare la loro produzione oltre i tetti stabiliti dal cartello.

Kissinger si poneva agli antipodi: era stato l'embargo saudita a creare il panico in Occidente; l'Iran non era un paese arabo, aveva respinto l'embargo, aveva negato l'URSS l'autorizzazione di sorvolare il suo territorio per rifornire i nemici di Israele; la sua linea aggressiva sui prezzi mirava allo sviluppo interno. Era l'Iran «la pietra angolare della nostra strategia nel Golfo»; «spezzare le reni al nostro alleato più potente nella regione, il solo a poter resistere, sul terreno, alle pressioni sovietiche, era un'assurdità». Al contrario, disse Kissinger, era impensabile che, in caso di confronto, i sauditi da soli rompessero la solidarietà araba: «sarebbe un errore contare su di loro».

In un'intervista a "Business Week" nel dicembre 1974, Kissinger trasse questa conclusione: «L'unica possibilità di far abbassare i prezzi sarebbe di lanciare un'offensiva politica massiccia contro l'Arabia Saudita e l'Iran per obbligarli a compromettere la loro stabilità politica, ossia la loro sicurezza, se rifiutassero di collaborare. E' un prezzo troppo caro, anche per una riduzione immediata del prezzo del petrolio. Se si provoca un rovesciamento del regime dell'Arabia Saudita e un Gheddafi prende il potere, o se si incrina l'immagine d'un Iran capace di resistere alle pressioni esterne, si apre la porta a correnti politiche che rischiano di annichilire i nostri obiettivi economici».

 

 

 

I DUBBI DI KISSINGER SULLA FORZA NEL GOLFO

 

Non fu l'incapacità dell'Iran a resistere alle pressioni esterne che provocò la caduta dello Scià nel gennaio 1979, l'ascesa del regime degli ayatollah e il secondo shock petrolifero. Kissinger - in "Anni di crisi" - afferma: «Il fattore decisivo della caduta dello Scià furono le teorie politiche imparate dall'Occidente, che lo portarono a modernizzare una società islamica e feudale e a favorire un rapido sviluppo economico. […] Le massime del liberalismo occidentale indussero lo Scià a costruire un moderno Stato laico seguendo il modello di riformismo di Kemal Ataturk, e a imporre l'industrializzazione a una popolazione che aveva a malapena superato lo stadio feudale. Per circa venti anni sembrò aver successo. Il PNL dell'Iran cresceva ad un tasso annuo di circa il 10%».

Kissinger nega l'interpretazione "liberal" che attribuiva la caduta del regime alla sua militarizzazione e alla sua politica repressiva. Respinge anche la tesi dei "neoconservatori" che all'epoca avevano preso ad attaccare il «vizio di fondo» della «dottrina Nixon» che impegnava gli USA ad aiutare i paesi alleati dell'Asia con soldi e armi ma non più con soldati americaniSecondo i "neoconservatori", quella dottrina, che aveva legittimato la "vietnamizzazione" e la sconfitta nel Sud-Est asiatico, aveva impedito di riconoscere che «solo la presenza di forze americane nel Golfo Persico poteva essere il necessario ombrello di sicurezza», La confutazione di Kissinger è importante: «Per l'America creare da sola una forza militare credibile e capace di difendere il Golfo Persico è, anche nelle circostanze migliori, un compito di enorme, forse insuperabile difficoltà pratica e logistica».

L'ex segretario aveva sotto gli occhi la "dottrina Carter" del gennaio 1980 che - in risposta all'invasione dell'Afghanistan da parte dell'URSS - proclamava che «il tentativo da parte di qualsiasi forza esterna di ottenere il controllo della regione del Golfo Persico sarà visto come un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti; e tale attacco sarà respinto con ogni mezzo necessario, compresa la forza militare». Ma l'avvertimento di Kissinger suona oggi come un volontario promemoria anticipato per George W. Bush, senza che ciò impedisca al Giano della diplomazia americana di puntellare da "statista" l'azione che avrebbe evitato da "professore".

 

GLI USA E I REBUS DELLA MODERNIZZAZIONE

 

 

In una delle sue istruttive piroette autocritiche, l'ex segretario biasima «la nostra incapacità di capire quella ribellione quasi metafisica contro la modernizzazione» che rovesciò lo Scià.

«Ammettendo che ci rendessimo conto del pericolo, che consigli potevamo dare? Abbiamo una teoria politica per la trasformazione dei paesi in via di sviluppo? Sappiamo dove sta l'equilibrio fra autorità e libertà e fra libertà e anarchia, in una società religiosa e feudale? E' facile dire che un processo di liberalizzazione più rapido avrebbe salvato lo Scià; che il progresso della democrazia parlamentare, una più ampia partecipazione avrebbero disinnescato le pressioni […] E' probabile, invece, che queste panacee "illuminate" avrebbero accelerato la catastrofe […] Il fatto è che ci manca un'idea corrente sul modo di incanalare le forze elementari liberate dal processo di sviluppo. La partecipazione di massa imposta con la forza porta più spesso al totalitarismo che alla democrazia. Oggi nel Golfo Persico […] l'appoggio ai regimi attuali è tanto incompatibile con la teoria democratica quanto può essere vitale per i nostri interessi nazionali. Nel Golfo Persico, l'alternativa ad un autoritarismo amico è quasi inevitabilmente un totalitarismo ostile. E le concezioni politiche che cerchiamo di trapiantare in questi paesi devono sembrare solo capaci di distruggere la coesione sociale; se è questo l'unico modo di uscirne, è senz'altro possibile che preferiscano arrivare a un accomodamento con le correnti estremistiche pullulano nella regione. Questo dilemma è tuttora una delle maggiori sfide intellettuali poste al pensiero politico americano e occidentale».

Nel gennaio 1979 lo Scià fuggì all'estero, avendo dovuto ammettere che dopo 37 anni la monarchia si era sciolta «come neve al sole».

Presidente del Consiglio rivoluzionario insediato a Teheran nel febbraio 1979 fu Mehdi Bazargan, giglio politico di Mossadeq, che nel 1951 lo aveva nominato a capo della National Irianian Company. La rivolta khomeinista tolse dal mercato quasi l'intera esportazione di petrolio iraniano, 4,5 milioni di barili al giorno. Tutti gli altri paesi OPEC aumentarono la loro estrazione, ma nel primo trimestre la produzione petrolifera mondiale perse 2 milioni di barili al giorno.

Bastò quel calo produttivo del 3-4% per provocare un balzo dei prezzi del 150%, dai 12 dollari a barile pre-crisi ai 34. Il «grande panico» - dice Yergin - indusse una frenetica corsa agli acquisti per aumentare le scorte, con una domanda aggiuntiva di 3 milioni di barili che, unita alla mancata produzione, portò il deficit giornaliero a 5 milioni di barili, pari a quasi un 10% dei consumi.

Il secondo shock petrolifero raggiunse due successivi apici con la "crisi degli ostaggi" (il sequestro di 63 dipendenti dell'ambasciata americana di Teheran) nel novembre 1979 e lo scoppio della guerra tra l'Iran e l'Iraq nel settembre 1980, che tolse al mercato 4 milioni di barili al giorno, spingendo il prezzo ai 42-45 dollari a barile.

 

RADDOPPIO DEI PREZZI DEL GREGGIO

 

In una serie dei prezzi petroliferi dal 1861 a oggi, calcolati dalla BP in dollari costanti del 2002, nel 1980 viene raggiunto l'apice secolare del prezzo del greggio, con 78,19 dollari a barile. Per ritrovare prezzi simili bisogna tornare ai tempi della guerra civile americana. Durante il primo shock petrolifero, i prezzi - in dollari 2002 - erano balzati a 42,40 dollari, mentre durante la Prima guerra mondiale avevano oscillato tra i 15 e i 24 dollari a barile e durante la Seconda tra i 13 e i 14 dollari. Il prezzo medio, in dollari 2002, è stato di 10-12 dollari negli anni '50 e '60, di 42-43 negli anni dei due shock petroliferi (1974-1981) e di 22-23 negli anni '90.

Questo sismografo artigianale dei prezzi del greggio suggerisce che, esclusi i periodi di parossismo determinati dalle minacce di infarto dell'arteria energetica, la pressione potenziale della domanda di idrocarburi sulla produzione e sulle riserve petrolifere mondiali si sia accresciuta, tra gli anni '60 e '90, in proporzione più vicina al raddoppio dei prezzi costanti che alla decuplicazione dei prezzi correnti; abbastanza per aumentare il ruolo dell'oro nero come arma politica in ogni direzione, non abbastanza per giustificare i catastrofisti dell'imbroglio energetico.

 

N.C.

Apparso su lotta comunista n. 409 - settembre 2004


LO SCONTRO PER L'ENERGIA NELLA "NUOVA CONTESA"

 sommario

Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale dell'amministrazione Carter, ragionando sulla crisi iraniana del 1978-79 nelle sue memorie sul quadriennio 1977-1980 ("Power and Principle", 1983), è roso da un dubbio e da una certezza: il dubbio che la politica dell'amministrazione Carter per i "diritti umani" fosse stata l'innesco nella crisi della monarchia persiana; la certezza che essa fosse precipitata fino alla rottura per la distrazione di Washington dove «l'attenzione dei massimi decisori, me compreso, era concentrata su altre questioni».

 

I DUBBI DI BRZEZINSKI SULLA CRISI IRANIANA

 

Accantonato il vessillo dei "diritti", Brzezinski divenne il maggior sostenitore della «soluzione militare» che prevedeva sia un governo militare a Teheran sia «il dispiegamento di forze americane, se necessario, nell'Iran meridionale, in modo da mettere al sicuro i giacimenti petroliferi».

Brzezinski osserva che «se lo Scià non fosse caduto, è improbabile che i sovietici si sarebbero mossi così apertamente contro l'Afghanistan, trasformando quel tampone neutrale in un cuneo offensivo, portando i russi così vicino al loro obiettivo storico dell'Oceano Indiano». Afferma ancora Brzezinski: «Forse quel disastro era storicamente inevitabile, l'ondata islamica fondamentalista tropo prepotente, e forse lo Scià non poteva essere salvato dalla sua stessa megalomania o, alla fine, dalla sua paralisi di volontà. Ma è mia sofferta convinzione che si poteva fare di più da parte nostra. Il determinismo storico è vero solo dopo il fatto».Un "se" e due "forse" non reggono un bilancio strategico. La scuola marxista ha dimostrato anche in quegli anni la sua sobria superiorità scientifica.

 

LA CARTA CINESE E LACARTA POLACCA NELLE MANI DEGLI USA

 

Nei mesi in cui la crisi iraniana stava esplodendo, e proprio analizzando la linea Brzezinski, Arrigo Cervetto spiegava un aspetto del carattere determinato delle relazioni di potenza: «Per qualsiasi tipo di potenza, i limiti entro i quali si muovono le scelte della politica estera e di alleanze sono nettamente demarcati. Solo una analisi superficiale non è in grado di prevedere le possibili oscillazioni nei rapporti tra le potenze e i ribaltamenti di alleanze».

Era la premessa per tracciare un binario di analisi delle oscillazioni che la linea dell'amministrazione Carter iniziava a produrre nelle relazioni internazionali. Mirando ad ostacolare la tendenza alla "Grande CEE" e alla penetrazione nipponica nel continente asiatico, ma pagando il meno possibile al socio della spartizione di Yalta, la linea Brzezinski - scriveva Cervetto - «gioca la carta cinese e tenta di giocare la carta polacca. La prima contro l'URSS ma anche contro il Giappone. La seconda contro l'URSS ma anche contro la Germania». Ma «non si possono alterare gli equilibri senza provocare una serie di movimenti».

 

LA REAZIONE DI GERMANIA E GIAPPONE

 

Il Giappone aveva reagito accelerando la conclusione del trattato di pace con la Cina. La Germania e la Francia «a tambur battente» avevano spinto la loro convergenza nel Sistema Monetario Europeo, puntellata da parte tedesca da una strukturpolitik europea, di tipo industrialista e liberista, aperta ai gruppi francesi e ad alcuni gruppi inglesi.

Nel gennaio 1979, un anno prima dell'invasione sovietica dell'Afghanistan, Cervetto valutava che «la Russia anche se indebolita relativamente» aveva forza sufficiente «per non essere stretta in una morsa», nel duplice movimento del Giappone e della Germania: «può giocare la carta esplosiva dell'Oceano Indiano». Sarebbero stati i mutamenti della bilancia di potenza in Oriente e in Europa a determinare le mosse russe, non il solo squilibrio regionale derivante dalla rottura del "perno" iraniano, indicato da Brzezinski - l'Europa e il Giappone, potenze economiche ma non militari - a determinare la reazione russa.

A invasione avvenuta, Cervetto sottolineò la debolezza che emergeva dal fatto che «l'espansione russa si riduca all'intervento militare» e che l'imperialismo russo potesse usare la forza militare «più per ricattare che per conquistare». La Russia si muoveva a Sud, messa sulla difensiva dalla potenziale tenaglia stretta da Est e da Ovest, ma non era in grado di attuare il «cuneo offensivo» in direzione del Golfo Persico, ipotizzato da Brzezinski. Per Cervetto, i cannoni russi potevano pesare tra i monti afghani ma «non nei mari caldi dove nuotano meglio gli squali che gli orsi». Tuttavia aprivano la porta di una nuova ripartizione alle terze potenze ascendenti.

Nell'ambito della «nuova contesa», lo scontro per l'energia veniva ad assumere un rilievo centrale sia sul piano della ristrutturazione dell'apparato produttivo e finanziario mondiale, sia nelle combinazioni geopolitiche di grandi e medie potenze.

 

CARTER E LA NON PROLIFERAZIONE NUCLEARE

 

Per la verità, Carter aveva anticipato questo tipo di battaglia, senza aspettare la seconda crisi petrolifera. L'opzione dell'energia nucleare era entrata nell'agenda di più governi dopo la crisi petrolifera del 1973-74.Impugnando il nodo del nucleare nella sua ambivalenza di combustibile e di arma, il neopresidente americano già nel 1977 aveva messo all'indice le forniture di impianti e tecnologia per reattori autofertilizzanti, ritenendole una violazione della non proliferazione nucleare. Il bersaglio principale era Bonn che forniva tecnologia elettronucleare al Brasile. Fu l'inizio di un lungo duello strategico, politico e perfino personale tra Jimmy Carter ed Helmut Schmidt. Nella complicata genealogia dei movi8menti politici, la campagna "antinucleare" di Carter può forse vantare qualche diritto genitoriale nel concepimento dei Grünen tedeschi.

 

WASHINGTON TENTA DI DIVIDERE PARIGI DA BONN

 

Il muso duro verso la Germania fu accompagnato dal tentativo di costruire una relazione speciale con la Francia di Giscard d'Estaing, Brzezinski rivelò nelle sue memorie di aver tentato di associare Parigi, come partner esclusiva, in due missioni militari nel Vicino Oriente, entrambe abortite soprattutto per l'opposizione del Dipartimento di Stato, più strettamente orientato alla dialettica bipolare.

Nel febbraio 1978 Brzezinski aveva proposto la spedizione di una portaerei americana e una francese al largo del Corno d'Africa per bloccare la minaccia di invasione della Somalia da parte delle truppe etiopi e cubane. Nell'ottobre 1980, subito dopo l'attacco dell'Iraq contro l'Iran, Carter propose a Giscard d'Estaing la creazione di una squadra navale congiunta che tenesse aperto lo Stretto di Hormuz. Giscard - secondo Brzezinski - si era mostrato abbastanza disponibile, ma l'operazione saltò per il rifiuto del segretario di Stato Edmund Muskie, che paventò lo scoppio della terza guerra mondiale. Giscard accettò le attenzioni statunitensi ma respinse il gioco del divide et impera di Brzezinski, il quale esplicitamente ammonì il presidente francese contro l'asse Parigi-Bonn che «contribuiva a risvegliare il sogno bismarckiano». Il tentativo di vincolare Parigi all'iniziativa americana era solo uno degli aspetti della nuova dinamica tra le potenze.

Il carattere pluridimensionale del Golfo Persico si accentuò in un periodo di declino relativo della sua centralità petrolifera. Nei primi anni '80, il Medio Oriente e l'OPEC nel suo complesso subirono una imprevista retrocessione da epicentri della produzione petrolifera. Le serie storiche della BP indicano che tra il 1977 e il 1985 la quota mediorientale sulla produzione petrolifera mondiale si dimezzò, scendendo dal 36 al 18%, con una perdita di 12 milioni di barili al giorno (b/g); la quota OPEC subì una perdita di 15 milioni b/g, calando dalla metà al 30% della produzione globale, che a sua volta era scesa di 5 milioni b/g. La domanda energetica si allontanava dal petrolio divenuto troppo caro.

 

DECLINO RELATIVO DELL'OPEC

 

Daniel Yergin scrive che in appena cinque anni, tra il 1978 e il 1983, la quota del petrolio nella bilancia energetica dei paesi industrializzati scese di dieci punti, dal 53 al 43%. Il carbone ebbe un insperato massiccio rientro nella generazione elettrica. Gli standard introdotti aumentarono l'efficienza energetica. Negli Stati Uniti le rigide normative sulla motoristica ridussero tra il 1975 e il 1985 di 2 milioni b/g i consumi automobilistici. Nel complesso gli USA migliorarono tra il 1973 e il 1985 la loro efficienza energetica del 25% e quella petrolifera del 32%. In Giappone i miglioramenti furono rispettivamente del 31 e 51%.

Yergin propone questo calcolo per spiegare il tuffo dell'OPEC: tra il 1979 se il 1983 i consumi petroliferi dei paesi dell'area OCDE scesero di 6 milioni b/g e le compagnie petrolifere smobilitarono le enormi scorte accumulate in precedenza. I tre fattori determinarono un calo della domanda verso l'OPEC di 13 milioni b/g. L'Arabia Saudita tagliò la sua produzione nel 1983 della metà e nel 1985 di due terzi rispetto ai quantitativi del 1980. Il cartello poteva o ridurre i prezzi per riconquistare le sue quote di mercato o ridurre la produzione per mantenere i prezzi. Scelse la seconda soluzione e nel marzo 1982 decise di porre un tetto di 18 milioni b/g alla sua produzione contro i 31 milioni prodotti nel 1979. La scelta era destinata alla sconfitta.

"Pluridimensionale" il Golfo lo era in due sensi. Non era, né poteva essere solo «interesse vitale» degli Stati Uniti, come decretava la tardiva dottrina Carter. E il suo ciclo petrolifero provocava onde sismiche in ogni direzione. Il greggio a 35 dollari il barile, in primo luogo, rivalutò tutte le riserve di idrocarburi aprendo un'intensa stagione di acquisizioni e fusioni; in secondo luogo rese conveniente lo sfruttamento di giacimenti di carbone, petrolio e gas fino ad allora troppo costosi- Entrambi questi fattori entrarono in tutti i parallelogrammi di forze.

 

L'AVVIO DELLA GUERRA TRA IRAQ E IRAN

 

L'Iraq nel settembre 1980 tentò l'acquisizione per conquista di almeno una parte dei pozzi dell'Iran, approfittando del suo caos interno e del suo isolamento internazionale: era in pieno corso lo scontro con gli Stati Uniti per la "crisi degli ostaggi" che incombeva sulle elezioni americane, e l'invasione dell'Afghanistan aveva divaricato le distanze con l'URSS. L'obiettivo era il controllo dello Shatt Al Arab e della regione adiacente del Kuzhistan, scrigno del 90% del greggio iraniano. Doveva essere un blitzkrieg ma durò otto anni di massacri, in cui versarono il loro obolo, da una parte o dall'altra, o da entrambe, tutte le potenze.

 

IL BRACCIO DI FERRO SUL GASDOTTO SIBERIANO

 

L'Urss, nel luglio 1980, sette mesi dalla presa di Kabul, annunciò la decisione di mettere sul mercato il suo gas siberiano, con un gasdotto di 5.500 km dalla Siberia settentrionale all'Europa Occidentale. L'offerta aprì un varco nell'assedio post-afghano dell'URSS e inaugurò un nuovo braccio di ferro industriale, finanziario e politico tra le potenze europee e l'America di Ronald Reagan.

La Polonia, che in teoria avrebbe potuto approfittare della congiuntura petrolifera, come quinto produttore mondiale di carbone, si trovò schiacciata tra i grandi investimenti nel carbone statunitense, l'acuta crisi del riciclaggio della prima ondata di petrodollari che avevano permesso negli anni '70 l'accelerata industrializzazione polacca, e l'alternativa offerta alla Germania dal futuro gasdotto siberiano. Il pugno di ferro del generale Jaruzelski, che nel dicembre 1981 impose l'ordine a Varsavia, scrisse Cervetto, puzzava «di gas, di carbone, di petrolio».

N.C.

Apparso su lotta comunista n. 411 - novembre 2004


sommario

LE PETRO-STERLINE DI MARGARET THATCHER

 

L'Ottocento, il "secolo britannico", fu il secolo del carbone. L'Impero inglese raggiunse l'apice del suo splendore con la macchina a vapore alimentata dal carbon fossile. Nel 1965 William Stanley Jevons, fondatore del marginalismo inglese - dottrina marchiata da Engels come «la putrida economia volgare di Jevons» - aveva lanciato un angosciato allarme di stile malthusiano: l'industrializzazione stava divorando le riserve carbonifere a ritmi insopportabili; «fra non molto […] ci imbatteremo nella frontiera, incerta ma inevitabile, che arresterà la nostra marcia», scrisse in "The Coal question". Il carbone inglese raggiunse il suo culmine solo mezzo secolo dopo, nella Prima guerra mondiale, con 3.000 miniere, un milione di lavoratori e quasi 300 milioni di tonnellate estratte. Ma solo settant'anni più tardi, nel 1984-85, il nodo del carbone fu reciso dal governo di Margaret Thatcher, e non perché fosse in via di esaurimento.

Nelle sue memorie ("Gli anni di Downing Street"), il primo ministro afferma che i due problemi irrisolti delle miniere erano «la sovrapproduzione e la resistenza dei sindacati alla chiusura dei pozzi antieconomici»; erano i costi di produzione, troppo alti rispetto a quelli delle altre fonti di energia, a condannare il vecchio carbone. La Thatcher preparò lungamente e meticolosamente l'assalto alle miniere, fra l'altro facendo «accumulare, costantemente e senza provocazioni, le riserve di carbone che avrebbero consentito al paese di resistere a uno sciopero dei minatori». Non fu solo una vittoria di volontà politica e organizzazione del governo di Sua Maestà contro il sindacato, ma anche l'esito di una nuova condizione eccezionale raggiunta dal Regno Unito; l'autosufficienza petrolifera e la sua trasformazione da grande importatore ad esportatore netto di greggio.

 

GAS E PETROLIO NEL MAR DEL NORD

 

Era stata la crisi di Suez a dare il primo impulso alle prospezioni nel Mare del Nord. Nel 1959 Exxon e Shell alleate scoprirono a Groningen in Olanda il campo più esteso di gas fuori dall'URSS. Nel 1965 la Gran Bretagna e la Norvegia decisero di spartirsi il Mare del Nord. Quella spartizione sollevò le proteste della Germania Federale che ottenne dalla Corte internazionale dell'Aja una propria quota. Nella versione di Anthony Sampson ("Le sette sorelle", fu la Gran Bretagna ad essere penalizzata dalla spartizione - che interessava anche Danimarca e Olanda - accettando "solo" il 35% del Mare del Nord. Nel 1969 l'"indipendente" americana Phillips scoprì il primo giacimento petrolifero nel settore norvegese. Nel settore inglese, nel 1070, la prima grande scoperta petrolifera a Nord di Aberdeen fu della BP, seguita nel 1971 dalla scoperta del giacimento di Brent, al largo delle Shetlands, da parte di Shell-Exxon.

La prima crisi petrolifera scatenò nel Mare del Nord uno straordinario afflusso di investimenti. Daniel Yergin paragona quella corsa, sotto l'aspetto tecnologico, all'impresa della conquista statunitense della Luna: le piattaforme permanenti in mezzo al mare dovevano reggere ondate di trenta metri e venti di 130 miglia l'ora. Mentre le torri di trivellazione operando già in acque molto profonde dovevano perforare il fondale per altre quattro miglia. Sampson critica l'inerzia dei governi inglesi di fronte alla manna del Nord. Abituati a difendere le compagnie dai governi nazionalisti produttori di petrolio, furono troppo liberali nelle concessioni petrolifere: la BP ottenne il 20%, la Shell il 15%, ma la maggioranza risultò controllata dalle società americane. Solo nel 1975 il governo laburista di Harold Wilson costituì un ente statale, la British National Oil Coporation, con il diritto di acquistare il 51% della produzione e di incamerare la partecipazione agli utili.

 

DALL'AUTOSUFFICIENZA ALL'ESPORTAZIONE

 

Sorprende, nella memorie della "Lady di ferro", l'assenza di un'analisi del ruolo avuto dal petrolio del Mare del Nord nell'economia e nella politica del thatcherismo. Il riferimento più impegnativo lo si ritrova in una nota a piè di pagina, relativa al secondo shock petrolifero: «Il petrolio del Mare del Nord avrebbe presto conferito alla Gran Bretagna una posizione eccezionale fra le grandi potenze industrializzate, poiché ne divenimmo esportatori; ma naturalmente la recessione internazionale colpiva i mercati delle nostre industrie e quindi non eravamo immuni dalle conseguenze internazionali dell'aumento del prezzo del petrolio».

Margaret Thatcher arrivò al governo nel 1979. L'anno dopo la Gran Bretagna produsse tutto il petrolio necessario ai suoi consumi, e dal 1981 ne iniziò l'esportazione. Mentre tutte le altre metropoli occidentali, alle prese con la seconda crisi petrolifera, cedevano pesanti quote di plusvalore alla rendita. Londra entrava nel club che la incamerava. Il Brent inglese, quotato in Borsa, assunse il ruolo di greggio di riferimento internazionale e la City, già centro europeo del riciclaggio dei petrodollari, potenziò il suo peso di capitale finanziaria del continente.

La Thatcher apprezzava nei politici la dote della «fortuna». Giudicava Jimmy Carter inadatto alla presidenza, per la sua conoscenza incerta dell'economia e per le sue esitazioni in politica estera ma anche perché «violava la regola di Napoleone secondo la quale i generali dovevano essere fortunati». Margaret Thatcher riconosce la sua fortuna nella guerra del 1982 per le Falkland, vinta sebbene - a suo dire - qualsiasi computer avrebbe sconsigliato di intraprenderla. In quella vittoria contro la giunta dei generali bancarottieri argentini volle vedere la fine della «lunga ritirata» inglese dopo il fallimento di Suez. Ma nel Mare del Nord il primo ministro aveva già vinto una battaglia pur senza mai combatterla. Il bottino non era la gloria ma un sonante vantaggio relativo, economico e politico, rispetto alle altre metropoli imperialistiche.

 

LA RENDITA FINANZIA LA SPESA PUBBLICA

 

Diventata l'unica potenza nucleare e insieme petrolifera europea, l'Inghilterra sotto il profilo energetico non era ricattabile né dall'OPEC né da Mosca né da Washington; poteva viceversa offrire o negare una risorsa preziosa nei tempi di emergenza ai dirimpettai del Continente. Londra aveva conquistato un cavallo sulla scacchiera mondiale, ma come l'avrebbe giocato?

Edmund Dell, che fu vicecancelliere dello Scacchiere e poi segretario di Stato per il Commercio estero del governo Wilson tra il 1974 e il 1976, nel suo libro sui ministri del Tesoro britannici  ("The Chancellors"), fa un paio di osservazioni interessanti sull'influenza della rendita petrolifera nella politica di Londra. Nel 1974 il Mare del Nord offriva solo la promessa dell'autosufficienza. Ma quell'aspettativa, insieme all'attrazione che Londra esercitava sull'ondata di petrodollari generati dalla quadruplicazione dei prezzi petroliferi, destò euforia e rilassamento finanziario. Il rafforzamento della sterlina sembrò bastare per tenere sotto controllo la bilancia dei pagamenti e l'inflazione. La delusione fu cocente. Nel 1974-75 la spesa pubblica inglese passò dal 40 al 45% del PIL e l'inflazione superò il 20%; «non c'era stato nulla del genere nei procedenti 300 anni».

Per il laburismo la crisi fu profonda. Dell registra nell'autobiografia dell'allora cancelliere dello Schacchiere Denis Hearley lo sgretolamento della dottrina economica imperante: «Nel 1975 abbandonai il keynesismo».

Nel 1976 Harold Wilson abbandonò il governo, James Callaghan varò il governo lib-lab. Hearley nel 1977-78 pensò di trarre le dovute lezioni dalla disillusione petrolifera del 1975, sconsigliando l'ingresso della sterlina nel Sistema Monetario Europeo: uno degli argomenti del Tesoro fu che, malgrado il contributo alla bilancia dei pagamenti del Mare del Nord (che ormai copriva circa il 40% del fabbisogno petrolifero inglese), la sterlina sarebbe stata obbligata ad una serie di svalutazioni, per cui non poteva costringersi in una banda ristretta di tassi di cambio.

 

MANNA FISCALE E PRIVATIZZAZIONI

 

La "bonanza" petrolifera - dice Dell - non solo dava protezione alla bilancia dei pagamenti, ma forniva una grossa entrata allo Scacchiere grazie all'imposta sulle rendite petrolifere introdotta nel 1975 e notevolmente appesantita nel 1978. Con la triplicazione dei prezzi petroliferi tra la fine del 1978 e la fine del 1979, le entrate furono particolarmente abbondanti.

Nel suo rapporto del 2004, l'Associazione operatori off-shore inglesi (UKOOA) calcola che il gettito complessivo di imposte dal Mare del Nord sia stato circa 200 miliardi di sterline (a prezzi 2003), il che significa che negli undici anni del thatcherismo fruttò almeno quanto le molto propagandate privatizzazioni, valutate sui 30 miliardi di dollari, incluse le privatizzazioni della BP e della Britoil. Ma il governo conservatore mise in sordina il Mare del Nord. «Quando i ministri tory iniziarono a riflettere pubblicamente sul successo delle loro politiche economiche, raramente misero il petrolio del Mare del Nord nella prima linea delle loro spiegazioni. Politicamente questo era comprensibile. Non era loro il merito della presenza del petrolio nel fondo del Mare del Nord, né della sua scoperta, né del suo sfruttamento e nemmeno dell'introduzione della tassa sul petrolio. I benefici erano certi per i ministri tory e il petrolio del Nord fu soggetto a ripetute imposte addizionali quando furono incapaci di controllare la spesa pubblica».

 

 

 

NAZIONALISMO MONETARIO CONTRO L'ASSE RENANO

 

Secondo Dell, il fattore Mare del Nord fu essenziale nella decisione di Londra dell'ottobre 1979 di rimuovere ogni controllo sui cambi e sui capitali. Per la prima volta dalla Prima guerra mondiale gli inglesi avrebbero potuto investire liberamente in attività estere. Ma la sostanza politica fu che il governo britannico, combinando l'internazionalismo monetario della petro-sterlina, cercò di creare un contrappeso all'asse franco-tedesco e al neonato SME.

Nelle sue Memorie Margaret Thatcher pur trasfigurando i termini reali della contesa, è abbastanza chiara in proposito: la Gran Bretagna non doveva ripetere «l'infelice esperienza» di Ted Heath che nel 1972 era entrato e poi «ignominiosamente costretto ad uscire dal "serpente monetario" europeo, predecessore dello SME, dopo appena sei settimane». Non solo «sarebbe sempre esistito un potenziale di conflittualità tra la nostra politica monetaria interna e un tasso di cambio fissato come obiettivo» ma «eravamo consapevoli, anche troppo […] della posizione della sterlina come "petro-valuta". La quotazione della sterlina era influenzata dalla scoperta e dallo sfruttamento dei grandi giacimenti nel Mare del Nord. Questo ebbe il risultato apparentemente perverso che, mentre la crescita del prezzo del petrolio aumentava il valore della sterlina, generalmente riduceva quello delle altre valute dell'Europa occidentale».

 

LONDRA SI RASSEGNA ALLO SME

 

Le vicende monetarie diedero nell'arco del decennio successivo, più ragione a Healey che aveva preconizzato il deprezzamento della sterlina che alla Thatcher che si trincerava dietro la "sterlina forte" per conservare l'insularismo monetario inglese. La forza della sterlina nei primi anni del thatcherismo contribuì al ridimensionamento accelerato dei comparti più maturi dell'apparato manifatturiero inglese e al peggioramento della bilancia commerciale. La City si trovò stretta tra l'affondo monetario della FED di Paul Volcker e del reaganismo, da una parte, e del ciclo liberista franco-tedesco, dall'altra. Il cambio della sterlina scese dai 4,5 marchi e dai 2,3 dollari nel 1980-81 ai 2,9 marchi e 1,7 dollari nel 1991. La contesa monetaria, che produsse l'accordo del Plaza, e il contro-shock petrolifero di metà anni '80, che dimezzò bruscamente i prezzi petroliferi, spostarono i due ministri fondamentali del thatcherismo, Geoffrey Howe, cancelliere dello Scacchiere e poi ministro degli esteri, e il suo successore al Tesoro Nigel Lawson, a favore dell'ingresso nello SME. Nel 1990, due mesi scarsi dopo l'unificazione tedesca, il partito conservatore decise l'adesione allo SME e la defenestrazione della Lucky Lady.

N.C.

Apparso su lotta comunista n. 413 - gennaio 2005

 

 

IL GASDOTTO SIBERIANO ARMA DELL'OSTPOLITIK TEDESCA

 sommario

Quando Henry Kissinger, nel 1974, avvertì che senza una risposta efficace al cartello petrolifero sarebbe stato ineluttabile «un trasferimento di potenza», immaginava un rinserrare di fila sotto la guida americana. Per gli europei e per i tedeschi in particolare si trattava soprattutto di garantire la propria espansione e la propria relativa libertà di azione.

 

RIEQUILIBRIO DELLE FONTI ENERGETICHE

 

Sul piano strettamente energetico, l'adattamento europeo si tradusse nella mutata composizione dei consumi. Secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia, tra il 1971 e il 2000 il petrolio, nei consumi finali dell'Unione Europea, è sceso dal 62 al 50%, il gas naturale è cresciuto dal 9 al 23, l'elettricità dall'11 al 18%. Nel Nord America (Stati Uniti e Canada), il petrolio è passato dal 52 al 53%, il gas dal 28 al 22, l'elettricità dal 10 al 20%.

Guardando al risultato finale, si potrebbe parlare di "americanizzazione" dei consumi energetici europei. Sennonché il mutamento, nel momento cruciale, fu paventato da Washington come "russificazione" dell'Europa perché la minore dipendenza dal petrolio si realizzava con il gas russo. Così esplose la battaglia del gasdotto siberiano.

 

SVOLTA STRATELGICA DELL'EUROPA

 

Antony Blinken, storico newyorchese di quella contesa ("Ally versus ally", 1987, rileva che le crisi mediorientali degli anni '70 imposero all'Europa una svolta strategica. Nel 1956 gli europei avevano accettato lo smacco di Francia e Gran Bretagna a Suez, perché Washington aveva assunto la responsabilità della sicurezza in Medio Oriente, nell'interesse di tutto l'Occidente. Le ripetute guerre, la perdita di controllo sui prezzi petroliferi e la caduta dello Scià equivalsero al fallimento della missione statunitense. La "dottrina Carter" non convinse nessuno. Secondo l'allora cancelliere Helmut Schmidt «era evidente a tutti noi in Europa che nessuno poteva garantire le forniture del petrolio mediorientale. C'erano troppi fattori fuori controllo».

Wilhelm Christians, presidente di Deutsche Bank, valutò che già dal 1973 era diventato «imperativo» il ricorso al gas russo. Il gas naturale si poteva prendere nel Mare del Nord, in Algeria e in URSS, ma mentre le prime due fonti racchiudevano ciascuna il 3-4% delle riserve accertate globali, l'URSS ne deteneva circa un terzo.

 

RISTRUTTURAZIONE ENERGETICA IN URSS

 

Il riequilibrio energetico europeo si trovò a convergere con la ristrutturazione energetica dell'Unione Sovietica. Ed Hewett, allora massimo esperto sull'URSS della Brookings Institution e nel 1991 succeduto a Condoleeza Rice come assistente speciale per gli Affari sovietici del presidente George Bush, nel suo studio "Energy, economics and foreign policy in the Soviet Union" (1984) esaminò un celebre rapporto del 1977 della Central Intelligence Agency, nel quale erra prevista un'inversione fondamentale della situazione energetica: il "blocco sovietico" si sarebbe presto trasformato da esportatore a importatore petrolifero; avrebbe raggiunto l'apice della sua produzione nel 1980, con poco più di 12 milioni di barili/giorno, e nel 1985 avrebbe dovuto importarne 3,5 milioni.

La previsione aveva implicazioni di peso, specie dopo il secondo shock petrolifero: uno dei collanti dell'impero moscovita si stava esaurendo; i Paesi dell'Est, che avevano evitato grazie al petrolio russo i dolori dei prezzi mediorientali, avrebbero subito salassi impensabili; la presa dei russi avrebbe incontrato maggiori resistenze tra i satelliti e Mosca sarebbe potuta diventare più aggressiva.

 

LE CIFRE POLITICHE DELLA CIA

 

Caspar Weinberger, segretario alla Difesa di Ronald Reagan, si richiamò, ancora nel 1982, a quella diagnosi: L'URSS «paese importatore di energia fra pochi anni» poteva cercare di scendere «in Iran, Iraq e Afghanistan e impadronirsi dei pozzi petroliferi». Hewett criticò la superficialità del rapporto della CIA: aveva sopravvalutato la rigidità dei consumi petroliferi e sottovalutato la flessibilità degli investimenti russi. Mosca aveva deciso di sfruttare le riserve di gas naturale col sostegno di capitali e tecnologia occidentali. Il Gosplan stabilì un ampliamento della rete dei gasdotti russi (130.000 Km nel 1980) di 40.000 Km e della produzione di gas di 2100 miliardi di metri cubi (Mmc) entro il 1985.

Oggi si può dire che, pur declinando come produttrice petrolifera, l'ex URSS e la Russia sono rimaste esportatrici di greggio, mentre la produzione di gas si è quadruplicata tra il 1970 e il 2003. Le ritirate parziali dal petrolio, europea e russa, si intrecciarono nel gasdotto siberiano.

 

L'INIZIATIVA DELLA DEUTSCHE BANK

 

La storia era iniziata nel 19070, quando fu firmato il primo contratto tedesco per il gas russo, curato come i successivi da Deutsche Bank. Esso fece da canovaccio essenziale per quelli che seguirono. La Germania forniva crediti a tassi agevolati e la tecnologia necessaria all'installazione e al funzionamento di un gasdotto di 1.500 miglia dalla Siberia occidentale fino al confine ceco-tedesco. Gli accordi tedesco-russi degli anni '70 prevedevano forniture di gas di circa 10 Mmc l'anno.

Nel 1973 il governo Nixon si inserì nell'arteria aperta a Bonn, sovrapponendo la "distensione" all'"Ostpolitik": fu trattato con Mosca la costruzione di un gasdotto, il North Star, che avrebbe collegato il giacimento siberiano dell'Urengoy con il Mare di Barens, trasportando 20 Mmc di gas l'anno, il doppio delle forniture alla Repubblica Federale. Il contratto fallì per effetto di una delle battaglie che il Congresso oppose all'esecutivo: l'emendamento Jackson-Vanik condizionò la normalizzazione delle relazioni commerciali con l'URSS alla liberalizzazione della sua politica dell'emigrazione.

EUROPA, RUSSIA E IRAN

 

Il "supergigante" Urengoy, con i suoi 7 trilioni di metri cubi di gas, rimase a disposizione degli accordi europei e alimentò il "gasdotto della discordia". Nel 1975, con fantasiosa azzardo, la CEE trattò un accordo trilaterale con l'URSS e Iran. In base al progetto, il gas iraniano avrebbe rifornito (10 Mmc) le regioni meridionali russe con un gasdotto finanziato dagli europei; a sua volta, Mosca avrebbe incrementato l'approvvigionamento dell'Europa con un quantitativo uguale di gas.

Il gasdotto euro-russo-persiano inciampò prima sull'opposizione di grandi gruppi americani e soprattutto nipponici che miravano all'uso petrolchimico in loco del gas iraniano, e infine si infranse sotto il governo degli ayatollah.

 

GASDOTTO E RIUNIFICAZIONE TEDESCA

 

Il negoziato per il gasdotto dell'Urengoy iniziò dopo la seconda crisi petrolifera e fu concluso da Helmut Schmidt a Mosca nel luglio 1980. Erano ancora in corso le sanzioni di Carter contro l'URSS per l'invasione dell'Afghanistan. L'accordo coinvolgeva cinque governi europei (Bonn, Parigi, Roma, Vienna e Berna) e garantiva 25.27 Mmc di gas l'anno che portavano le forniture complessive russe all'Europa attorno ai 60 Mmc l'anno. Deutsche Bank e Crédit Lyonnais ne erano i principali capifila finanziari.

La presidenza Reagan insediata nel 1981 lanciò l'offensiva contro l'accordo. Lawrence Brady, sottosegretario al Commercio, accusò la «diplomazia energetica» di Mosca di mirare alla «dipendenza» strategica dell'Europa. Gli europei furono accusati di viltà e asservimento. Il progetto sostenuto con crediti a basso costo (allora si parlò di 12 miliardi di dollari, poi dimezzati) e tecnologia avanzata, incoraggiava l'URSS proprio mente si faceva più aggressiva.

 

ATTACCO AMERICANO ALLA OSTPOLITIK

 

Si trattava in realtà di un attacco alla strategia stessa dell'Ostpolitik, sintetizzata da Arrigo Cervetto in quel periodo come il tentativo della Germania Federale di «stabilire a lungo termine una sfera di influenza utile anche ai fini della riunificazione tedesca. La rete di interessi intessuta pazientemente e per lunghi anni finirebbe […] con il paralizzare l'orso russo dandogli, per il momento, in cambio la tranquillità sul suo terreno di caccia occidentale e una cera licenza per le sue scorribande ad Oriente e a Sud». La «logica dell'Ostpolitik» implicava che senza concedere «vantaggi immediati all'URSS non avrebbe potuto neppure andare avanti. Se l'URSS, del resto, non pensasse di ricavarne il maggiore vantaggio, la ostacolerebbe. Sta di fatto che è la Germania a ritenere di vincere sulla distanza. E' una convinzione abbastanza valida».

Questo giudizio del 1982 merita un posto nel libro delle previsioni scientifiche del marxismo e nel bilancio storico della caduta del Muro.

N.C.

Apparso su lotta comunista n. 414 - febbraio 2005

 

 

NEMESI STRATEGICA DEL GASDOTTO SIBERIANO

 sommario

Cifre, retorica e sofismi si affollarono attorno al gasdotto euro-siberiano per tutto il 1981. Washington sottolineò che Francia e Germania si sarebbero trovate a dipendere per il 30% delle loro forniture di gas dall'URSS. Francesi e tedeschi risposero che il gas russo avrebbe costituito solo il 6% dei loro consumi energetici totali. Richard Pipes, capo degli affari est-europei e sovietici del Consiglio Nazionale di Sicurezza, replicò che le medie non contavano quando la Baviera e Berlino Ovest sarebbero dipese dalla Russia per il 95% dei loro consumi di gas. Il 40% dei consumi domestici e commerciali della CEE e il 25% dei suoi consumi industriali sarebbero diventati gas-dipendenti.

Gli europei risposero che avrebbero mantenuto la salvaguardia della doppia alimentazione per poter convertire rapidamente le utenze rapidamente le utenze di gas in utenze petrolifere. Washington ricordò che Mosca aveva già usato l'arma energetica - chiudendo il rubinetto petrolifero - contro Tito nel 1948, contro Israele nel 1956, contro l'Albania nel 1961 e contro la stessa Cina nel 1962. Dall'Europa si obiettò che i russi non avevano mai usato l'arma energetica contro l'Occidente e non avevano approfittato della crisi del 1973 per mettere in ginocchio l'Europa ma al contrario avevano incrementato la loro offerta di greggio.

 

DIPENDENZA ENERGETICA E DIPENDENZA STRATEGICA

 

Nella disputa, i colpi di sciabola si alternarono ai colpi di fioretto. I proventi del gas - dissero gli americani - avrebbero foraggiato l'espansionismo russo. L'Agenzia Internazionale per l'Energia obiettò che il programma decennale russo 1985-1995 per una vasta rete di gasdotti sarebbe costato 50 miliardi di dollari, assorbendo quasi interamente gli introiti del gasdotto siberiano. Thierry de Montbrial, direttore dell'IFRI, capovolse il giudizio sulla dipendenza strategica, sostenendo che l'accordo permetteva di risparmiare le riserve energetiche occidentali, consumando quelle di Mosca. Il capo della Deutsche Bank, Wilhelm Christians, ironizzò sui sermoni di Washingto0n circa la pericolosità dei russi, impartite da 5.000 miglia di distanza ai tedeschi, che avevano i carri armati russi a 200 miglia.

Nell'autunno del 1981, il sottosegretario di Stato americano per gli affari economici Myer Rabish venne in Europa per proporre, come alternativa al gas siberiano, l'acquisto di carbone, di carburanti sintetici e tecnologia nucleare americani. Gli europei smontarono l'offerta richiedendo la modernizzazione dei porti americani per il trasporto del carbone, lo sviluppo dei carburanti sintetici sul mercato americano prima di adottarli in Europa, la revisione dei limiti posti da Carter alla proliferazione del nucleare. L'unico argomento al quale l'acume dell'Europa gentile non seppe dare risposte fu l'accusa che nei lavori del gasdotto sarebbe stato utilizzato, in condizione di lavoro forzato, anche un esercito di prigionieri dei gulag.

 

 

L'ASSE RENANO DIVISO E RICOMPATTO

 

Il Dipartimento di Stato di Alexander Haig gestì la controversia con gli europei, secondo una particolare variante dell'atlantismo. All'epoca Cervetto ne analizzò la specificità: la linea Haig mirava ad utilizzare la spinta russa per ristabilire nuovi rapporti con gli alleati, «ossia per contenere o ridimensionare l'espansione delle potenze europee e giapponese»; a questo serviva l'ingigantire la minaccia russa. Nell'intavolare la trattativa con gli alleati per stabilire «un rapporto che contenga le loro rispettive espansioni», era però «importante» che Haig avesse indicato «la priorità nel coordinamento» transatlantico «per riequilibrare la potenza militare russa» e che avesse iniziato la trattativa «a Bonn e non a Mosca».

Tuttavia - osservava Cervetto - man mano che l'iniziativa americana, a metà 1981, si allargò in Asia, la convergenza di interessi americano-giapponese e la miscela incendiaria di gasdotto ed euromissili in Europa sottoposero l'asse Parigi-Bonn «a tensioni tali da minacciare la rottura». La sconfitta di Giscard d'Estaing in Francia e il logoramento della coalizione Schmidt-Genscher nella Repubblica federale ne furono i segni. Ma l'affondo di Reagan sul gasdotto, anziché spezzarlo, ricompattò l'asse renano.

 

IL REBUS DELLE IMPRESE AMERICANE

 

Nel dicembre 1981 Reagan colse l'occasione del colpo di Stato militare in Polonia per passare dall'assedio all'attacco frontale contro la connessione energetica euro-russa. Vietò l'esportazione all'URSS di ogni tecnologia e attrezzatura per il trasporto e la raffinazione di greggio e gas, da parte delle imprese americane, e delle produzioni con componenti o tecnologia statunitensi di consociate o licenziatarie estere. Ciò tagliò fuori dalla costruzione del gasdotto imprese americane come la General Electric, la Caterpillar, la Dresser, la Cooper che stavano già lavorando sulle commesse del gasdotto, e creò seri problemi alle imprese europee come l'AEG tedesca, la John Brown inglese e l'italiana Nuovo Pignone.

Il provvedimento di Reagan equivaleva ad un "bombardamento chirurgico" che andava a colpire alcuni punti nevralgici della costruzione del gasdotto, in particolare le 41 stazioni di compressione e le 125 turbine che dovevano garantire una pressione di 75 atmosfere all'interno delle tubature. Ogni stazione di compressione doveva essere dotata di tre turbine da 25 megawatt ciascuna, prodotte in tutto o in parte su brevetti e licenze della General Electric. Per il Consiglio Nazionale di Sicurezza e per il Pentagono - dice lo storico Blinken - l'obiettivo dell'embargo doveva essere il fallimento del gasdotto.

Il "Time", nell'agosto 1982, enfatizzò il paradosso di un'amministrazione americana che presentava la riuscita al gasdotto come un test della lealtà europea alla leadership americana, in un momento in cui l'Europa aveva più di 16 milioni di disoccupati e mentre gli Stati Uniti, in un anno, avevano venduto 14 milioni di tonnellate di grano all'«impero del male», in ossequio alla loro lobby agricola.

 

LE DIMISSIONI DI ALEXANDER HAIG

 

Per il Dipartimento di Stato le sanzioni contro il gasdotto dovevano essere contenute, in durezza e durata, non andando oltre la risposta politica al golpe polacco e al condizionamento dell'Europa. Il segretario di Stato Haig trattò a lungo con gli europei un compromesso, che prevedeva lo scambio tra il ritiro dell'embargo e un aggravio delle condizioni dei crediti europei a Mosca. Secondo Blinken, la Francia era pronta ad accettare il compromesso ma chiedeva il sostegno americano sui mercati monetari a favore del vacillante franco francese, Haig era favorevole ma si trovò isolato a Washington. Il vertice di Versailles del G7, nel giugno 1982, assunse sulla controversia un orientamento generico che Haig volle forzare dichiarando che gli USA non avrebbero attuato «sanzioni retroattive, extraterritoriali sul gasdotto».

Nelle sue Memorie ("Turmoil and Triunph", 1993), George Shultz, succeduto a Haig, scrive che la «vera crisi» scoppiò 24 ore dopo il vertice di Versailles, quando il segretario di Stato fu sconfessato in una riunione del National Security Council, convocata in sua assenza e insaputa. Il segretario alla Difesa Caspar Weinberger, il direttore della CIA Bill Casey e il capo della sicurezza nazionale Bill Clark convinsero Reagan, ad inasprire le sanzioni estendendole ad ogni produzione delle licenziatarie estere e con valore retroattivo sui contratti già sottoscritti. Una settimana dopo Haig si dimise.

 

LA THATCHER CON L'EUROPA

 

La reazione europea fu violenta. Claude Cheysson, dal Quai d'Orsay, attaccò l'inasprimento dell'embargo come il probabile «inizio della fine dell'Alleanza Atlantica» e lo definì una dichiarazione americana «dello stato di guerra economica contro gli alleati dell'Europa occidentale». La Comunità Europea dichiarò le sanzioni «contrarie alla legge internazionale» e «in disaccordo con le regole e i principi della legge americana». Margaret Thatcher le condannò perché la loro «natura extraterritoriale e retroattiva» colpiva l'intangibilità dei «contratti esistenti».

L'ira europea traboccò quando a fine luglio 1982 Reagan annunciò che Washington avrebbe firmato un nuovo contratto di fornitura di grano a Mosca e non avrebbe consentito che «un embargo permettesse ad altri paesi, come l'Argentina e il Canada di prendere il posto degli USA nell'URSS, il mercato più grande del mondo». La settimana dopo, le capitali europee ordinarono alle industrie interessate di andare avanti con le commesse del gasdotto e iniziare le consegne. Il segretario di Stato Shultz, ripercorrendo la strada tentata da Haig, avviò un «processo tormentoso» di rappacificazione: «mi ci vollero dei mesi per inventare un elaborato accordo con gli europei». Nel novembre 1982, Reagan si rassegnò a smantellare l'embargo. Nel 1985 il gas russo iniziò a raggiungere le case e le fabbriche europee.

 

RENDITA ENERGETICA E COLLASSO DELL'URSS

 

Il fallimento dell'embargo di Reagan dopo quello di Carter fu ritenuto la prova del nove dell'inefficacia delle sanzioni economiche unilaterali, da parte sia dei "multilateralisti", sia di molti "neoconservatori" favorevoli ad azioni più letali. Le sanzioni, così come la critica alle sanzioni, fanno parte dell'arsenale del confronto interimperialistico e non a caso ricompaiono e non a caso ricompaiono in occasione di ogni crisi internazionale.

Anche il successo del gasdotto siberiano ebbe la sua nemesi. La rendita del gas indusse la pressione sul sistema industriale russo e ne ritardò la ristrutturazione. Nello stesso tempo il gas russo rientrò nella composita matrice di fattori che, riducendo la pressione sulla domanda petrolifera mondiale, determinò il contro-shock del 1986 con il crollo dei prezzi del greggio e con essi della rendita petrolifera russa. L'embargo di Reagan aveva forse rallentato ma non fermò il gasdotto. Il gasdotto aveva forse ritardato ma non scongiurò il collasso dell'anchilosato imperialismo russo.

N.C.

Apparso su lotta comunista - n. 415 - Marzo 2005

 

 

 

L'ARTERIA DEL GOLFO NELLA GUERRA DEL 1991

 sommario

James Baker dedica il primo capitolo delle sue memorie diplomatiche ("The Politics of Diplomacy", 1995) al «giorno in cui la guerra fredda finì». A sorpresa, non si riferisce alla caduta del Muro di Berlino, ma all'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq, nell'agosto 1990. L'Unione Sovietica - dice l'allora segretario di Stato di George Bush - aveva fino a quel momento subito passivamente l'onda degli eventi. Adesso Baker era riuscito a strappare al ministro degli Esteri di Mosca Eduard Shevardnadze la condanna di «uno dei suoi più fedeli alleati», impegnando attivamente l'URSS al fianco degli Stati Uniti. Era questa la vera svolta.

 

LA FAVOLA DELLA FINE NON VIOLENTA DI YALTA

 

Il giudizio di Baker più che acutezza di visione storica esprime la testarda difesa di una linea di gestione russo-americana della crisi del Golfo, rivelatasi minoritaria sia a Washington che a Mosca. Ma la sua tesi ha il pregio di gettare nell'immondezzaio una delle ideologie più volgari sulla fine di Yalta, la favola del capovolgimento non violento di quell'assetto imperialistico semisecolare.

Facendo coincidere la fine della guerra fredda con lo scoppio di una guerra calda, che avrebbe contrapposto un milione e mezzo di uomini armati, Baker involontariamente smentisce gli abusivi interpreti della "divina provvidenza" ma anche il suo diretto datore di lavoro. George Bush e il suo consigliere per la sicurezza nazionale Brent Scowcroft introducono le loro memorie scritte in comune ("A World Transformed, 1998) con questo trionfale falso bilancio: «E' davvero stupefacente constatare che tutto si sia svolto in gran parte senza una vera tragedia. L'Europa dell'Est ha rigettato il dominio sovietico, la Germania si è riunificata e l'URSS è crollata, senza spargimento di sangue […] Il più grande mutamento dell'equilibrio strategico dalla fine della Prima guerra mondiale non ha fatto alcun morto […] Bisognava guidare il mutamento senza provocare né contraccolpi né fratture […] siamo riusciti a far sì che non ci fosse alcun perdente, solo dei vincenti.

 

L'AMBIZIONE PANARABISTA DI SADDAM

 

L'aggressione irakena contro IL Kuwait e la guerra che seguì si dipanano mentre il processo dell'unificazione tedesca volge al suo epilogo e mentre si stanno scrivendo le prime pagine insanguinate dello sgretolamento del federalismo jugoslavo e dell'Unione Sovietica, nel Baltico e nel Caucaso.

Saddam Hussein era uscito con mezzo milione di morti e pesantemente indebitato dalla lunga guerra con l'Iran. Interpretò le forze centrifughe messe in moto dalla crisi del blocco moscovita (incluso il suo ritiro dall'Afghanistan) come un'opportunità per la revisione dello statu quo in Medio Oriente. Secondo alcune versioni, si sentì incoraggiato dagli stessi Stati Uniti che lo avevano parzialmente sostenuto durante la guerra contro l'Iran degli ayatollah, gli avevano riaperto una linea di credito, a guerra finita e avevano dichiarato, per bocca dell'ambasciatrice americana April Glaspie, di «non avere opinioni» sul suo contenzioso territoriale con il Kuwait, la rivendicazione irakena dei ricchi giacimenti petroliferi di Rumaila e delle isole Bubyane.

Lo storico di Amburgo, Helmut Majcher ("Sinai, 5 giugno 1967", 2000), colloca l'ambizione panarabista di Saddam all'interno di una visione multipolare, illustrata in un discorso di fine anni '70 agli ambasciatori irakeni in Europa e in Giappone: «La Cina diventerà un polo importante ed influente. L'Europa, al cui interno è la Francia a svolgere un ruolo di primo piano, formerà un polo alternativo all'America. Anche il Giappone svolgerà un ruolo essenziale nel Sud-Est asiatico. […] Il mondo arabo sarà al centro di un analogo movimento». Il mondo arabo - secondo Saddam - doveva seguire l'esempio degli Stati Uniti che usavano il petrolio «come strumento della loro politica mondiale e soprattutto come mezzo di pressione nei loro rapporti con l'Europa e il Giappone». Astuto avventuriero o apprendista stratega che fosse, Saddam sbagliò i suoi calcoli.

 

LA POSTA TRATEGICA DELLA CRISI DEL GOLFO

 

In una serie di articoli, Arrigo Cervetto, analizzò la crisi e la guerra del Golfo del 1990-91, sia come episodio della battaglia energetica che dal punto di vista delle correlazioni mutevoli del multipolarismo. L'aggressione di Baghdad avveniva in un periodo di ridotta incidenza del petrolio sul consumo energetico totale rispetto alla crisi del 1973: nell'Europa Occidentale la sua quota era scesa dal 59 al 43%, in Giappone dal 76 al 56%.

Una serie di dati di Morgan Stanley illustravano anche meglio la minore influenza del fattore petrolifero sulla bilancia dei maggiori paesi: tra il 1980 e il 1989 la quota di PIL destinata al petrolio era scesa dall'8,1 al 2,3% negli USA, dal 6,3 all'1,3 in Giappone, dall'4,5 all'1,4 nella Germania Federale, dal 4.2 all'1,5 in Gran Bretagna, dal 4,6 all'1,5 in Francia e dal 7,3 all'1,5 in Italia. «E' stato recuperato, mediamente, un ventesimo del PIL», fu la stima di Cervetto.

A differenza del 1973, la maggioranza sia del cartello petrolifero che della Lega araba si schierò contro Saddam: salvo l'iniziale impatto, né i prezzi né i riformimen6ti petroliferi subirono seri contraccolpi. Il potere di ricatto dell'arma petrolifera sui paesi consumatori si era quindi affievolito. Ma non la posta strategica. Cervetto citava la valutazione della rivista americana "Fortune": la prima vittima della crisi del Golfo era l'idea che il centro geopolitico del mondo si fosse spostato da Washington a Berlino; adesso la leadership ritornava agli Stati Uniti.

 

LA "COALIZIONE DEI VOLONTEROSI" DEL 1990

 

Nel libro di Bush-Scowcroft sono ampiamente riportati i dibattiti del National Security Council sulla crisi del Golfo. L'allora segretario americano alla Difesa (e oggi vicepresidente degli USA) Richard Cheney si mostrò subito scettico sull'efficacia del blocco petrolifero deciso dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU: così l'Iraq sarebbe diventato una grande potenza petrolifera da una giorno all'altro. L'Arabia Saudita e gli altri alleati arabi si sarebbero defilati se gli USA si fossero mostrati deboli. Anche senza impadronirsi fisicamente dei pozzi sauditi, Saddam avrebbe imposta la sua influenza su tutta la regione.

Secondo il rappresentante della CIA, William Webster, assommando le seconde e le terze riserve petrolifere del globo, possedendo il quarto esercito del mondo, usando il tesoro del Kuwait per riamarsi rapidamente e uno sbocco sul Golfo Persico, L'Iraq non avrebbe avuto di fronte a sé nessun paese mediorientale in grado di fargli da contrappeso. Per Richard Haas, Washington non poteva accettare lo statu quo imposto da Saddam, perché questo avrebbe accelerato le «violente tendenze centrifughe», avrebbero messo in dubbio l'«affidabilità» degli USA e avrebbe complicato il processo di pace in Medio Oriente.

A fine agosto, dentro l'amministrazione era già maturata l'idea non solo dell'intervento militare ma anche della procedura necessaria per arrivarci, elaborata dallo stesso Haas: bisognava rivolgersi all'ONU, per chiedere l'intervento militare, solo se si aveva la maggioranza del blocco arabo e la certezza dei voti necessari; in caso contrario, bisognava abbandonare la via dell'ONU per «mettere in piedi uno sforzo multinazionale indipendente fondato sulla partecipazione di amici arabi e alleati»; come fondamento giuridico della guerra sarebbero bastate le condanne ONU e la richiesta di intervento dell'emiro del Kuwait.

L'idea della «coalizione dei volonterosi» messa in atto nella guerra del 2003 era già pronta nel 1990. Bush padre anticipò l'opzione «unilateralista» del figlio pur non avendo dovuto attuarla: «Benché fossi pronto a gestire unilateralmente questa crisi in caso di necessità, ci tenevo a che l'ONU fosse coinvolta nella nostra prima reazione». La dottrina militare Powell-Schwarzkopf della «forza invincibile» o della «superiorità soverchiante» voleva cancellare l'ombra paralizzante del Vietnam.

 

TOKYO E MOSCA PERDENTI

 

E' cruciale la prospettiva strategica dell'intervento nel Golfo. Cervetto, riferendosi allo schieramento bipartisan statunitense più favorevole alla guerra, è, nel dicembre 1990, lapidario: «L'America bifronte quando dibatte sul Golfo guarda all'Europa e all'Asia». Cervetto collocava questo giudizio all'interno della sua analisi dello «sviluppo ineguale del dopo Yalta»: la Germania si era unificata ad un ritmo vertiginoso; il ritmo dell'unificazione europea era ben più lento e contraddittorio; nella posizione più sfavorevole si trovava il Giappone: la Seconda guerra mondiale, chiusa in Europa, non lo era in Asia.

Cervetto intravide nel suo nascere - nel luglio 1990 - il tentativo di Washington di usare l'ultimo di questa fila di "Curiazi" inseguitori, per controbilanciare l'eccessiva convergenza tra Germania e URSS nelle battute conclusive dell'unificazione tedesca. Era una nuova edizione della carta asiatica, ma stavolta era la carta giapponese usata contro la Germania, mentre la carta cinese di Kissinger era stata giocata contro la Russia. Scoppiata la crisi del Golfo, Washington rilanciò la carta giapponese sul tavolo mediorientale incoraggiando la partecipazione nipponica alla cacciata di Saddam dal Kuwait, mentre la Germania e in parte la Francia trascinavano i piedi. Il tentativo di far uscire Tokyo dal limbo, accodandola all'iniziativa di Washington, fu decisamente intrapreso dal primo ministro Toshiki Kaifu, ma fieramente avversato dalle correnti "nazionaliste", specie dall'ex primo ministro Yasuhiro Nakasone, e da Pechino. Kaifu - secondo l'ambasciatore americano a Tokyo, Michael Armacost - legava la sua linea all'aspirazione di far entrare Tokyo tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, ma fallì miseramente e il suo governo si dimise nel febbraio 1991, pur avendo stanziato 13 miliardi di dollari a favore della coalizione.

Kaifu non fu la sola vittima alleata della guerra del Golfo. Shevardnadze lo aveva preceduto dimettendosi nel dicembre 1990, rimasto isolato nel governo di Mosca sul programma di riforma e battuto dalla corrente capeggiata da Evgheni Primakov che - dice Scowcroft - mirava ad ottenere il ritiro pacifico di Saddam dal Kuwait, salvandogli la faccia e ottenendo una vittoria diplomatica per Mosca. La sconfitta di Shevardnadze rappresentò un colpo per Baker che aveva chiesto l'inclusione dei russi nelle operazioni militari contro l'Iraq, ipotesi seccamente bocciata da Scowcroft: «Avevamo lavorato per decenni per tenere i russi fuori dal Medio Oriente e sembrava prematuro invitarli».

A fine gennaio 1991, dopo l'inizio dell'offensiva contro Saddam, si dimise a Parigi il ministro della Difesa Jean-Pierre Chevènement, in contrasto con Mitterrand che aveva accettato di mettere le truppe sotto comando americano. In Turchia, dopo l'adesione di Turgut Ozal alla coalizione di guerra, si dimisero i ministri degli Esteri e della Difesa e il capo di Stato Maggiore. Helmut Kohl, dopo aver incassato l'unificazione tedesca, prese le distanze dalla soluzione militare, pur finanziando infine la coalizione con quasi 10 miliardi di dollari: «ambiguo e potenzialmente nocivo» lo definisce Bush.

 

UN MONDO MULTIPOLARE

 

Malgrado le difficoltà, la coazione a guida statunitense poté essere varata e approvata dall'ONU, perché - scrisse Cervetto - l'imperialismo americano riuscì a porsi al centro di una convergenza delle potenze, complessivamente favorevoli ad un «momentaneo assestamento». Henry Kissinger ritenne all'epoca che la coalizione realizzata nell'ONU fosse «irripetibile» perché dovuta ad una rara concomitanza di fattori, come la crisi dell'URSS e la disponibilità a cooperare della Cina.

Secondo Cervetto, con la «mezza guerra» del Golfo gli USA si andavano collocando «al centro di ogni bilancia di potenze o, in altre parole, del nuovo ordine multipolare», sebbene il «primato militare» mascherasse un limite importante di Washington: «Gli Stati Uniti sono certamente emersi come la sola potenza in grado di forgiare alleanze, ma non avrebbero potuto fare la guerra senza gli aiuti finanziari» di Giappone, Germania e Arabia Saudita.

Il mondo era entrato multipolare nella crisi del Golfo del 1990-91 e solo in apparenza ne era uscito unipolare. Il nuovo secolo si sarebbe aperto con una variante anche più tragica di quella ambiguità.

N.C.

Apparso su lotta comunista n. 416 - aprile 2005

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SOVRANITA' E "PORTA APERTA" NELLA CONTESA POLITICA SULL'ENERGIA

 

E' degna di nota la quasi contemporaneità di due eventi che alla vigilia della Grande Guerra trasformarono il petrolio dal suo originale ruolo di olio di illuminazione in anima della modernità: la sua adozione come carburante da parte delle marine da guerra americana e inglese e l'avvio della produzione di massa del "modello T" della Ford, prima automobile venduta a prezzo inferiore ad un salario medio annuo. Fu il salto nella motorizzazione civile e militare che moltiplicò la mobilità della forza-lavoro, delle merci e degli eserciti su terra, mare ed aria. Le distanze del mondo si accorciarono, il tempo di rotazione del capitale accelerò, la guerra si avvicinò al suo limite "totale".

 

IL PETROLIO NEL '900 DELL'IMPERIALISMO

 

Quel parto quasi gemellare agli inizi del secondo decennio del Novecento in qualche modo simboleggiò il duplice carattere dell'imperialismo: gigantesco sviluppo e gigantesca distruzione delle forze produttive, colossale concentrazione del capitale e della violenza, civiltà e barbarie inestricabilmente annodati. Sin da allora diventò impossibile per i governi lasciare al solo mercato il destino dell'oro nero. Il timore per la sua scarsità fu immediato.

Cent'anni fa, Otto Jeidels, citato da Lenin nell'"Imperialismo", metteva al primo posto tra i fattori che potevano minacciare la spartizione del mercato tra i monopoli di Rockefeller, Nobel e Rothschild, l'esaurimento delle sorgenti petrolifere d'America. Nel 1912 il presidente Taft creò le Naval Petroleum Reserves, destinando alcune aree promettenti in California (in seguito anche nello Wyoming e nell'Alaska meridionale) all'esclusiva disponibilità della Marina. La soluzione adottata dall'Ammiragliato inglese fu, nel 1914, l'acquisizione del controllo dell'Anglo-Persian. Furono le prime due risposte al dilemma della "sicurezza energetica" nel primo secolo dell'imperialismo.

 

SICUREZZA ENERGETICA E IRRUZIONE DELL'ASIA

 

La guerra politica americana in Iraq e l'irruzione asiatica hanno spinto la "diplomazia energetica" di tutte le potenze vecchie e nuove in una gara per l'acquisizione di ogni forma di accesso nelle aree ricche di petrolio e gas naturale. Nel dibattito sulla "sicurezza energetica" all'inizio del nuovo secolo, le linee anglosassoni sembrano convergere nell'affermazione che la soluzione ottimale per i grandi produttori quanto per i grandi consumatori di energia è in un mercato globale liberalizzato degli investimenti e dei flussi energetici, piuttosto che in illusorie e pericolose vie esclusive nazionali.

Questa visione trova un paladino in Francia. Pierre Noël, esperto di energia dell'IFRI, nel suo studio "Production d'un ordre pétrolier libéral" (2002) osserva che le soluzioni adottate alla vigilia della Prima guerra mondiale da Washington e Londra erano state dettate dal «determinismo geologico»: quella americana, inizialmente nazionale e conservazionista, non poteva essere seguita da Londra che, non possedendo giacimenti in patria, fu costretta alla soluzione transnazionale. Washington si sarebbe resa conto, alla fine della guerra, che la scelta interna non poteva essere una soluzione di lungo termine. Si convertì al transnazionalismo oltrepassando la stessa Inghilterra: non si trattava di mettere sotto chiave alcuni giacimenti in patria o fuori, ma di inserire l'economia nazionale in un sistema petrolifero mondiale. La politica dell'«open door» era la vecchia strategia di Washington e - secondo l'autore francese - mirava alla «costruzione del mercato mondiale». Il rifiuto del presidente Wilson, nel 1920 di creare una compagnia pubblica americana che rappresentasse nel mondo gli interessi petroliferi statunitensi, indicava che la vera vocazione americana era per un «sistema petrolifero transnazionale». Furono invece gli Stati europei, e la Francia in particolare, a restare attaccati al modello sovranista, ossia al tentativo «propriamente geo-politico» di un controllo diretto delle risorse da parte delle singole potenze.

 

IL CARTELLO DELLE "SETTE SORELLE" SUL MERCATO MONDIALE

 

La ricostruzione storica di Noël della visione americana tradisce una doppia verità. L'autore ammette infatti che, in realtà, quello che si realizzò tra le due guerre mondiali e che durò per oltre mezzo secolo, dal 1920 al 1973, fu un sistema «transnazionale oligopolistico» e non il sistema «transnazionale concorrenziale» previsto dalla «porta aperta». Il cartello delle "sette sorelle" (ma - precisa - il comando era nelle mani di sole tre, la Jersey Standard-Exxon, la Shell e l'American Petroleum-BP) amministrò il sistema petrolifero mondiale attraverso regole stabilite per contratti e accordi ma conformi all'efficienza tecnico-economica del mercato e ad un flusso permanente di nuove concessioni. Parallelamente il mercato petrolifero interno americano fu gestito con il sistema essenzialmente protezionista delle "quote" ripartite fra Stati e produttori, con prezzi amministrati dalla Texas Railroad Commission, che garantì un ambiente favorevole agli investimenti interni.

Furono - dice l'autore - le scoperte giganti nel Texas Orientale e nell'Oklahoma a trasformare il «problema petrolifero americano» eliminandone temporaneamente la «dipendenza esterna». «Una volta acquisita la partecipazione attiva delle majors americane allo sviluppo delle risorse del Medio Oriente, trasferite sul piano internazionale la preferenza nazionale per la concorrenza non meritava un confronto diplomatico con gli inglesi; al contrario il cartello dava un sostegno importante alla stabilizzazione del mercato interno promossa dall'amministrazione federale».

 

DIRITTO NATURALE E DIRITTO POLITICO

 

La rivolta dell'OPEC degli anni '70 sostituì - secondo Noël - un oligopolio funzionante con un oligopolio inefficace e distruttivo che aveva copiato il modello delle quote americano, senza avere la forza di imporre una disciplina ai suoi soci. Con l'amministrazione Reagan gli Stati Uniti sarebbero tornati all'originario programma di internazionalismo liberista e di costruzione dei mercati transnazionali aprendo una campagna mondiale per l'affermazione della preminenza del «diritto naturale» degli investimenti internazionali sul «diritto politico» degli Stati sovrani. La «sovranità totale e permanente» riconosciuta a tutti gli Stati dall'ONU e poi dalla Banca Mondiale a partire dagli anni '50 - sulla scia, ricordiamo, della strategia americana di scalzare le decadenti potenze europee dalle loro colonie - doveva essere ridimensionata, perché non era lecito che la sovranità permettesse agli Stati di sottrarre alla legge della domanda e dell'offerta del mercato mondiale le loro risorse. Reagan avrebbe bruciato i ponti alle sue spalle, ponendo nel 1982 il veto sulla legge approvata dal Senato che attribuiva al presidente il potere di instaurare in caso di crisi, il controllo dei prezzi e l'allocazione amministrativa delle risorse petrolifere.

La battaglia per l'affermazione di un «diritto naturale» sovranazionale, perseguita anche dalle amministrazioni successive, si sarebbe concretizzata nel mondo in 1.500 trattati bilaterali tra una pluralità di Stati, nell'arco di un ventennio, convergenti ad aumentare la certezza degli investimenti esteri diretti e delle concessioni e alla sostanziale elevazione a corte di ultima istanza del Centro di arbitraggio internazionale di Parigi, creato già nel 1965 dall'accordo di Washington, sotto l'egida della Banca Mondiale, e a lungo rimasto dormiente.

Se si trattasse solo di un modello giuridico per la "sicurezza energetica", la tesi meriterebbe poca attenzione. Ma essa contiene un approccio teorico e uno politico di maggiore interesse.

 

TERRA E MARE NELLA LOTTA PER LE MATERIE PRIME

 

Un concetto di fondo è che ormai sia possibile assimilare il mercato petrolifero mondiale ad un unico «grande bacino» la cui intercomunicabilità è assicurata dal basso costo di trasporto (10 dollari per tonnellata) tra il Golfo Persico e i grandi mercati di consumo. Il concetto di «grande bacino» porta Noël a trattare le risorse del sottosuolo come se fossero assimilabili al «grande largo», alla distesa oceanica; non espressamente ma inevitabilmente, l'idea sarebbe quella di un globo, la cui sottile crosta terrestre, scissa in territori più o meno artificiali di sovranità, è circondata da mari liberi e galleggia su sottosuoli da liberare. Senza esplicitarlo, lo studioso dell'IFRI tenta l'unificazione di quelli che nella visione geopolitica di Carl Schmitt sono «due diritti internazionali» ben distinti, quello «terrestre» delle potenze continentali e quello «marittimo» delle potenze insulari, con una vittoria, concessa a tavolino, al «grande largo».

Su quale forma statuale dovrà reggersi il diritto naturale transnazionale tratteggiato? Nella risposta di Noël, il cosmopolitismo transnazionale cede totalmente all'atlantismo. Egli diffida di una federazione del mondo, definita da Raymond Aron «pace attraverso la legge». Le preferisce la «pace attraverso l'impero» che Aron riteneva solo teorica, a meno di una rottura delle relazioni internazionali. Noël la crede finalmente possibile, dopo il crollo del blocco sovietico e l'elevazione dello status degli Stati Uniti a potenza unica per capacità diplomatica-strategica, militare e di diffusione del proprio modello economico e sociale. Con l'integrazione mondiale del mercato petrolifero, dice Noël, il nesso tra «dipendenza energetica» e «sicurezza energetica» risulta nettamente relativizzata. La "pax americana" nell'energia sarà garantita non solo dalla "politica normativa" ma soprattutto dagli strumenti di potenza di cui il reaganismo dotò la politica statunitense, che sono in realtà «beni pubblici puri», a disposizione dei consumatori del mondo: la Strategic Petroleum Reserve, ereditata quasi vuota da Carter e portata ai 560 milioni di barili, e la Rapid Deployment Force.

 

LA LINEA LIBERISTA E LA SCUOLA REALISTA

 

Nelle conclusioni, Noël si avvicina alla tesi della scuola realista americana. I realisti mettono in evidenza che le materie prime, rimaste secondarie per gran parte della storia dell'umanità, sono entrate a far parte della potenza nazionale con l'accelerazione della rivoluzione industriale e della meccanizzazione della guerra. Si può dire che a questo stadio emerge la contraddizione tra la distribuzione delle risorse del sottosuolo creata nei millenni delle ere geologiche e lo sviluppo delle forze produttive che secondo condizioni e processi del tutto diversi ha determinato l'evoluzione della specie umana, dei suoi rapporti di produzione e della sua organizzazione sociale.

Secondo la scuola realista americana, rappresentata da Hans Morgenhau ("Politica tra le nazioni", 1985), la gerarchia delle potenze dipende dalla disponibilità e dalla capacità di accesso alle risorse energetiche. L'autosufficienza energetica e il controllo delle fonti energetiche è fattore fondamentale di potenza. La "diplomazia del petrolio" delle potenze altro non è stato che la creazione di «sfere di influenza che dava loro accesso esclusivo ai giacimenti petroliferi di determinate zone».

 

L'ARMA POLITICA DEL PETROLIO

 

A differenza della visione liberista, che vede nel mercato la soluzione dei dilemmi della storia, i realisti vi individuano una delle cause. E' stato il libero commercio - dice Morgenthau - a rendere possibile la scissione tra potere politico, potere militare e potere economico da sempre legati in un rapporto funzionale, spostando potere ai paesi produttori e moltiplicando i consumatori: «Ciò che una volta era il mercato dei compratori è divenuto il mercato dei venditori». Ciò rende il petrolio «arma politica» nelle mani del cartello dei produttori; resistergli può significare il «suicidio» per il Giappone e la «catastrofe» per l'Europa Occidentale, mentre può al massimo «ferire» gli Stati Uniti. «Non c'è altra soluzione che non sia una guerra per uscire da questo vincolo cieco», a meno di ridurre la posizione monopolistica dei paesi produttori, «sovrani soltanto in senso molto limitato»: gli Stati produttori di petrolio «non sono mai stati in grado di svolgere le funzioni per le quali il governo è stato inizialmente concepito: proteggere e promuovere la vita, la libertà e la felicità dei cittadini».

Il liberismo di Noël e il realismo di Morgenthau si incontrano nella messa in discussione della sovranità degli Stati petroliferi rentier e nell'idea che, in ultima analisi, la "sicurezza energetica" è questione di potenza politica e militare.

N.C.

Apparso su lotta comunista n. 417 - maggio 2005

 

LE CIFRE POLITICHE DEL PETROLIO

 sommario

Pur non avendo mai superato la metà del fabbisogno mondiale di energia primaria, il petrolio è stato il re energetico del Novecento. Lo sarà ancora nel XXI secolo? Petro-ottimisti e petro-pessimisti si confrontano in un lungo dibattito, alimentato dalle guerre del Golfo e dalle fiammate dei prezzi petroliferi. E' una discussione in cui si fondono teorie geologiche, dilemmi strategici dei grandi gruppi petroliferi, direttrici geopolitiche, statistiche vere e fasulle del gioco multipolare.

 

LA SHELL E LA "TEORIA DEL PICCO"

 

La "teoria del picco" formulata dal geologo della Shell King Hubbert è una delle linee divisorie tra i due campi. Hubbert nel 1956 sostenne che la produzione di un bacino petrolifero raggiunge il suo apice quando la metà delle sue riserve è stata prodotta, poi segue un inesorabile declino. Previde che attorno al 1970 gli Stati uniti avrebbero toccato il loro culmine produttivo. Effettivamente gli USA raggiunsero il loro massimo petrolifero tra il 1970 e il 1971; il loro ingresso nel girone della dipendenza petrolifera si sommò alla sconfitta del Vietnam e allo sgretolamento del sistema monetario di Bretton Woods. Ma Hubbert fallì nel pronostico del picco petrolifero mondiale che aveva previsto per la metà degli anni '90. I petro-pessimisti, seguaci di Hubbert, sostengono che la scadenza è spostata solo di pochi anni. I petro-ottimisti ritengono la teoria del picco statica e fatalista, sottolineando invece il ruolo delle tecnologie e dei prezzi elevati nell'ampliamento delle riserve petrolifere.

Si può intravedere, oltre questa disputa tra una variante di determinismo geologico e una variante di determinismo tecnologico, l'intensa battaglia che dagli anni '80 in poi ha attraversato i gruppi energetici nelle scelte di settori e tempi di investimento, di territori di esplorazione, di alleanze e fusioni. L'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA) nel suo annuario del 1998 espose ampiamente le tesi petro-pessimiste accanto a quelle avversarie, inserendo nel suo ventaglio di proiezioni alcune stime del maggiore esponente della corrente, Colin Campbell, pur rifiutandone le conclusioni. Campbell, ex geologo della BP e poi manager dell'Amoco e della Fina, allora prevedeva il picco petrolifero per il 2001: l'anno scorso spostò l'appuntamento al 2005 o 2006.

 

LE STIME DELL'AGENZIA INTERNAZIONALE PER L'ENERGIA

 

L'IEA, nel suo annuario del 2004, non rifiuta in assoluto la teoria del picco, ma lo sposta in avanti nel tempo, in forma condizionata: «la produzione globale di petrolio convenzionale non giunge al picco prima del 2030 se saranno fatti i necessari investimenti». L'IEA quantifica questi investimenti per il trentennio 2001-2030 in 3.100 miliardi di dollari su 16.000 di investimenti energetici complessivi (in dollari 2000). Il cuore della disputa riguarda la valutazione delle riserve petrolifere mondiali e la loro potenziale durata in rapporto alla domanda e alla produzione. L'IEA valuta che tra il 2002 e il 2030 il fabbisogno mondiale di petrolio passerà da 77 milioni di barili al giorno (mb/g) a 121. Il FMI ("World Economic Outlook", aprile 2005) stima il fabbisogno del 2030 in 138 mb/g.

La valutazione del tesoro petrolifero terrestre si può articolare in almeno tre approssimazioni, secondo certezza decrescente e costi crescenti. La prima valutazione riguarda le "riserve provate" di petrolio convenzionale, ossia le riserve la cui esistenza è stata accertata con alto gradi di probabilità (90%) e ritenute estraibili con profitto sulla base dei costi, delle condizioni tecniche, geologiche e di mercato prevedibili. Si tratta quindi di un concetto variabile fisicamente ed economicamente. La seconda stima riguarda le "risorse" di petrolio convenzionale, non solo quelle certe, ma anche quelle probabili e possibili. Infine, l'insieme più largo include le risorse di "petrolio non convenzionale".

 

RISERVE PROVATE, RISORSE E "PETROLIO NON CONVENZIONALE"

 

Le "riserve provate" nel 2003 erano valutate dai principali istituti specialistici tra i 1.050 e i 1.270 miliardi di barili (Mb). La BP calcola il rapporto tra riserve e produzione petrolifera, ossia la durata delle riserve in base alla produzione attuale, in 41 anni, la rivista "Oil & Gas Journal" indica 44 anni, il rapporto di "World Oil" 36 anni.

La US Geological Survey (USGS), ritenuta la fonte con la mappatura geologica più dettagliata, calcola le "risorse" petrolifere del pianeta. Le stime più recenti dell'USGS sono del 2001, con anno di riferimento il 1996. Dalla sua ipotesi di probabilità "media" emerge questo quadro: petrolio già estratto nell'arco di un secolo e mezzo: 717 Mb; riserve provate rimanenti: 959; petrolio addizionale recuperabile dalle riserve note grazie ai miglioramenti tecnici: 730; risorse ancora non scoperte: 939. La dote petrolifera totale della Terra sarebbe quindi di 3.345 Mb, di cui 2.628 di restanti risorse.

Precisiamo che l'esattezza e l'obiettività di questi calcoli è tutt'altro che scontata; esistono valutazioni diverse perfino sul petrolio già estratto. Adoperiamo queste stime come punto di riferimento delle cifre politiche di uno dei centri più accreditati della corrente petro-ottimista. Su questi dati dell'USGS, IEA fonda la sua tesi, indicando in 70 anni la durata delle restanti risorse petrolifere convenzionali e collocando dopo il 2030 il probabile picco mondiale della produzione petrolifera. Tuttavia precisa che, tenendo conto solo delle risorse ad alata probabilità (90%), il petrolio recuperabile restante si riduce a 1.700 Mb, e allora il picco va spostato indietro, tra il 2013 e il 2017. Colin Campbell, nel suo libro del 1997 "The Coming Oil Crisis", valutava le risorse petrolifere rimanenti note ed ignote a 1.016 Mb, meno della metà della stima dell'USGS. L'ASPO (Association for the Study of Peak Oil&Gas), fondata da Campbell, valuta che nel 2030 la produzione petrolifera mondiale sarà in pieno declino, attorno ai 20 Mb annui, contro i 44 previsti per quell'anno dall'IEA e i quasi 30 di adesso.

L'EIA stima per ultime le risorse di "petrolio non convenzionale", ad esempio quello estraibile dalle sabbie bituminose del Canada o dagli scisti bituminosi americani o dal petrolio extrapesante dall'Orinoco in Venezuela: sarebbero sui 7.000 Mb, ma sottolinea che la quantità effettivamente ricavabile da queste fondi è «molto incerta». Il gruppo di consulenza petrolifera internazionale IHS Energy-CERA reputa recuperabili solo 330 Mb di riserve bituminose., pari a 11 anni di produzione corrente.

 

PETRO-OTTIMISTI E PETRO-PESSIMISTI

 

E' evidente che il confronto tra le due correnti tocca il conto dei tempi strategici della contesa imperialistica in uno dei comparti fondamentali. E' da notare che la distanza temporale che separa le due visioni non è secolare o plurisecolare come potrebbe suggerire la componente geologica della disputa, ma si misura sulla lunghezza di una generazione e si sovrappone ai tempi del processo della compiuta maturazione imperialistica della Cina. Alla fine del 2004, in un saggio scritto per la rivista italiana dell'Aspen Institute, Campbell ha annunciato «la fine della prima metà dell'era del petrolio»: «una discontinuità di proporzioni storiche», con il rischio di una «gravissima recessione» e un periodo di «grande tensione internazionale»in cui «i grandi consumatori, con in testa la Cina e gli Stati Uniti, si troveranno a competere per assicurarsi gli approvvigionamenti».

Una tendenza non descrive il processo intero. Il petrolio entra in una molteplicità di relazioni economiche e politiche, ma sebbene abbia un valore elevato, sia come premio, sia come carta politica, è ingannevole attribuirgli il ruolo determinante nelle relazioni internazionali. Arrigo Cervetto ritenne condivisibile la tesi dell'«inizio della fine dell'era del petrolio» all'indomani dell'aggressione dell'Iraq contro il Kuwait, mentre Washington avviava la costruzione della coalizione anti-Saddam e montava il coro della "guerra del petrolio". Nella riduzione relativa del peso del petrolio nei consumi internazionali e nell'ascesa del gas naturale, Cervetto vedeva una prova del fatto che «la dipendenza dal petrolio è solo una delle ragioni dello scontro nel Golfo». Il corso dell'imperialismo in quella contingenza era piuttosto dettato dall'esigenza di una «Washington diminuita» a ristabilire la propria leadership di fronte all'imminente unificazione tedesca ("Carta asiatica nel bellicoso Golfo", agosto-settembre 1990). Oggi è la prepotente avanzata della Cina a segnare il tempo strategico; è l'irruzione cinese la «discontinuità di proporzioni storiche», per usare l'espressione di Campbell. La lotta per il petrolio potrà delineare varianti di percorso o creare occasioni e test di accordi e scontri.

 

L'«AFFARE PETROLIO» E IL PESO DELLA RENDITA

 

Nella prospettiva strategica è necessario tenere in conto le proporzioni delle forze. Il fatturato mondiale del greggio nel 2004, stimato sulla base del prezzo medio annuo del brent (38,27 dollari per barile) si è aggirato sui 1.100 miliardi di dollari. Il suo peso sul prodotto mondiale è stato del 2,7% a prezzi di mercato e del 2% a parità di potere d'acquisto: un'annata particolarmente buona per la rendita petrolifera, grazie a prezzi quasi doppi rispetto alla media degli ultimi 15 anni.

Il giro d'affari petrolifero complessivo è naturalmente più vasto. Ne presenta una stima Jean-Marie Chevalier, capo del Centre de géopolique de l'énergie et des matières premièrs di Parigi e direttore dell'ufficio parigino del CERA (Cambridge Energy Research Associates): la vendita dei prodotti raffinati del petrolio, tasse incluse, rappresenta ogni anno - a prezzi costanti - un totale di 2.000 miliardi di euro; i costi di produzione, trasformazione, raffinazione e distribuzione incidono per 500 miliardi, le imposte petrolifere dei paesi consumatori per 1.000, le rendite petrolifere di ogni genere per 500 ("Les grandes batailles de l'énergie", 2004). Chevalier paragona - per eccesso - il surplus petrolifero mondiale (rendite, profitti e imposte) alla dimensione del prodotto della Francia. Considerando la volatilità dei prezzi del settore, possiamo stabilire che l'«affare petrolio», imposte incluse, occupa nel PIL mondiale una quota di 4,5 punti; la quota della rendita petrolifera in senso stretto oscilla su 1-2 punti, mentre dopo il secondo shock petrolifero di fine degli anni '70 oltrepassò i 4 punti.

Per la sua natura di materia prima strategica, per l'elevata interdipendenza con il settore dei trasporti che assorbe più della metà dei consumi petroliferi, per la sua concentrazione geografica e soprattutto per l'alta capacità di penetrazione politica della rendita petrolifera, affinata lungo un secolo di azione in ogni latitudine, il peso politico dell'oro nero fa spesso aggio sul suo peso economico.

 

MERCATI APERTI CONTRO RENDITA DIFFERENZIALE

 

Ma in quel 4,5% di PIL mondiale sono contenuti interessi estremamente contraddittori, dal 10% delle entrate dello Stato francese alle rendite dei petrolieri texani, dalle grandi multinazionali eredi delle "sette sorelle" ai monopoli nazionali che le hanno espropriate. Sarò più sensibile alle urgenze poste dal petro pessimismo una parte dei gruppi multinazionali, i quali posseggono - nel loro insieme il 6% delle riserve provate ma producono il 16% del petrolio totale e stentano ogni anno a trovare i rimpiazzi al greggio estratto; lo saranno maggiormente la Cina e l'India, che gli alti ritmi di accumulazione spingono rapidamente verso il ciclo della motorizzazione; lo saranno di meno i paesi dell'OPEC, che controllano il 74% delle riserve ma producono solo il 41% del petrolio totale.

La pressione anglosassone a favore di mercati petroliferi aperti mirano soprattutto a colmare quest'ultima disparità, specie in Medio Oriente dov'è ancora più accentuata: 62% delle riserve e 31% della produzione. Le borghesie petrolifere arabe detengono il petrolio estraibile al costo minore, da tre a cinque volte inferiore rispetto alle altre aree. Il vero successo dell'OPEC è stato di rallentare i tempi di esaurimento delle sue riserve e di ottenere il premio di una rendita differenziale senza paragoni, grazie all'estensione dell'esplorazione nei territori più costosi. Se il Medio Oriente contribuisse alla produzione petrolifera mondiale secondo la quota delle sue riserve, ne dimezzerebbe la durata agli attuali 80 anni a 40, da quasi tre generazioni a poco più di una, e nello stesso tempo farebbe precipitare il livello della sua rendita differenziale.  La posta è importante e chi la controlla la difenderà con le unghie e con i denti.

N.C.

Apparso su lotta comunista nn. 419-420 - luglio-agosto 2005

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