Palmiro Togliatti sulla democrazia e sul "socialfascismo".


Apparso su lotta comunista n° 117 - Maggio, 1980
 

NOTA:
Commentiamo alcuni ampi estratti di scritti di Palmiro Togliatti che affrontano, nel 1929, 1930, 1932 e 1933, la «questione democratica».
Questi scritti sono dedicati alla «questione democratica» italiana, in quel periodo, che viene incentrata sulla Concentrazione antifascista, ossia sulla alleanza tra le correnti democratiche e la socialdemocrazia italiana. P. Togliatti applica verso questi movimenti la teoria staliniana sul cosiddetto «socialfascismo».
Non abbiamo mai accettato questa teoria perché la riteniamo fortemente divergente dalla teoria di Lenin sulla democrazia nella fase imperialistica; tuttavia riteniamo che debba essere conosciuta come termine di confronto nello studio, che andiamo compiendo, sulle forme politiche.
Alcuni resteranno sorpresi nel leggere certe affermazioni firmate da P. Togliatti, specie se confrontate con gli stucchevoli ed insipidi discorsi attuali del PCI sulla democrazia.
Per la verità c'è da dire che tali discorsi iniziò a farli Togliatti stesso, passato il periodo del «socialfascismo». Gli scritti citati sono quelli ufficialmente riconosciuti dalla redazione delle Opere per gli Editori Riuniti.
In altra occasione commenteremo altri scritti sulla «questione democratica» in Spagna nel 1931.
 



1929
[Rapporto tenuto al CC del PCI, il 4 settembre 1929, sulla situazione italiana e i compiti del partito. In tale riunione fu definita la politica della cosiddetta "svolta" (fine della stabilizzazione del capitalismo, crisi rivoluzionaria acuta, lotta classe contro classe).
La Concentrazione è un raggruppamento, costituito a Parigi nel 1927, a cui aderirono il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (unitari), il Partito Socialista Italiano (massimalisti), il Partito Repubblicano, la Confederazione Generale del Lavoro d'Italia, la Lega Italiana dei Diritti dell'Uomo e singole personalità antifasciste. ]

«...A questa crisi politica del fascismo e del regime è corrisposta una crisi dell'antifascismo. Crisi dell'antifascismo la quale ha avuto come suo carattere fondamentale non solo l'inizio, ma il compimento di un procedimento di integrazione nel fascismo, o come tale o nella organizzazione fascista dello Stato inteso nel senso vasto della parola, di una quantità di forze intermedie le quali in periodi precedenti avevano preso atteggiamenti non completamente di appoggio al regime fascista, o solo un atteggiamento filofascista mascherato di antifascismo quale era quello di buona parte dei gruppi bloccati nell'Aventino. La maggior parte di questi gruppi si sono integrati nel fascismo e nello Stato.
In pari tempo questo processo era duplice perchè dall'altra parte vi era un altro processo la cui espressione è stata costituita all'estero dalla Concentrazione; cioè un processo per cui una parte dell'antifascismo diveniva fascismo (per esprimere in modo più conciso qualcosa che invece è stato molto complicato); dall'altra si costituiva un blocco intermedio sedicente antifascista con una formula democratica-repubblicana, e si costituiva nell'emigrazione...
Questo processo trova le sue origini essenzialmente in fatti di natura economica, nel prevalere del capitale finanziario nel quadro delle forze economiche italiane. Ad esempio: se noi osserviamo come è avvenuta la liquidazione degli stati maggiori e, credo, di una parte assai importante anche degli elementi intermedi dell'antifascismo democratico meridionale, è certo che dobbiamo legare questo fatto ai provvedimenti che sono stati presi e realizzati dal fascismo sul terreno della organizzazione del credito nel Mezzogiorno... Alla soppressione della autonomia delle banche di emissione e di credito del Mezzogiorno, si può dire corrisponda la soppressione dei partiti politici della borghesia meridionale, la scomparsa dalla scena politica degli uomini come Vittorio Emanuele Orlando, Di Cesarò, De Nicola, ecc...»
[Palmiro Togliatti: "La lotta contro l'opportunismo"; da Archivio PCI, 1929, 736/1-65. Pubblicato in "Opere" a cura di E. Ragionieri, Editori Riuniti, Roma 1973; volume III, 1° tomo, pagg. 33-34.]

1930.
[Nell'estate 1930 si ebbe, al Congresso di Parigi, l'unificazione dei resti dei due partiti socialisti, con l'approvazione delle tesi sull'unità di Pietro Nenni.
Nel novembre 1929 era apparso il primo manifesto del movimento «Giustizia e Libertà» (fratelli Rosselli ed Emilio Lussu) il quale sosteneva la insurrezione e l'azione diretta in Italia.
«Giustizia e Libertà» aderì alla Concentrazione.]

«...L'attività della socialdemocrazia aumenta, ma ciò non fa che rendere più chiaro che lo scopo che essa si propone è di salvare il capitalismo dalla minaccia della rivoluzione.
Il documento di Parigi è stato scritto per fissare nel modo più chiaro quei princìpi che debbono dare ai borghesi italiani la sicurezza che essi hanno nei socialdemocratici e nei democratici dei servi migliori dei fascisti stessi.
Le formule fondamentali di questo documento - le formule che riguardano i rapporti tra le classi, lo svolgimento della lotta di classe e le rivendicazioni operaie - sono formule fasciste, riprese dalla Carta del lavoro. E persino scomparsa, dalla parola finale della Concentrazione (Repubblica democratica) quella appendice (...dei lavoratori) che sino a ieri ci stava solamente per giustificare le interpretazioni estremiste che amavano darne, per ingannare i loro seguaci operai, gli scrittori massimalisti. Si comprende quindi quale valore politico può avere l'attività che i concentrazionisti cercano di svolgere in Italia e si comprende anche perchè questa attività non sia troppo ostacolata dai fascisti stessi.
I più attivi in Italia, gli uomini di Giustizia e Libertà, sono, tra i socialdemocratici, i più lontani dalle classi lavoratrici, i più decisamente avversi a ogni agitazione classista. E, tra i propugnatori dell'azione in Italia, il dirigente riformista più in vista è Pietro Nenni, che è, di tutti, il più vicino ai gruppi dirigenti del fascismo. In questo modo, sotto la spinta della situazione, la socialdemocrazia italiana sta percorrendo rapidamente le tappe della sua fascistizzazione...»
[Palmiro Togliatti: "A che punto siamo"; da "Lo Stato Operaio", anno IV, n. 8, agosto 1930. Pubblicato in "Opere"; ibidem, pagg. 289-290.]

1932.
[Le nubi di guerra, che appaiono sullo sfondo, sono l'occupazione da parte del Giappone della Manciuria in Cina e la creazione dello stato del Manciukuò. L'anno prima il Giappone aveva respinto l'offerta dell'URSS di un patto di non aggressione.
In Europa l'URSS fece con la Francia un patto di non aggressione, sintomo dei mutamenti dei rapporti di forza e del gioco delle alleanze, uscite dalla prima guerra mondiale imperialista. ]

«Come i fascisti, i socialdemocratici negano che la borghesia italiana sia imperialista. Imperialista, secondo il loro modo di vedere, è solo il fascismo. L'impero è una invenzione dei nazionalisti e di Mussolini. La borghesia italiana, se non ci fossero Mussolini e i fascisti, che le fanno fare quello che essa non vuole, non solo sarebbe democratica, ma sarebbe anche pacifica e pacifista... come la borghesia francese! Chi turba la pace e fomenta la guerra non sono già i borghesi e i capitalisti di tutto il mondo, a cominciare da quelli che si dicono i più democratici, ma sono le dittature - quella fascista, e, si intende, la dittatura sovietista della classe operaia - di cui occorre liberare il mondo, se si vuole conservare la pace. In questo modo, fingendo di concentrare il fuoco contro il fascismo, i socialdemocratici servono la causa della borghesia e dell'imperialismo, la causa della guerra e del fascismo e concentrano il fuoco contro l'Unione dei soviet, contro la rivoluzione, contro le conquiste rivoluzionarie della classe operaia. Sul terreno concreto della politica internazionale i socialdemocratici e i democratici non solo non hanno posizioni diverse da quelle del fascismo, ma volta a volta si lamentano o perchè il fascismo ruba loro questa o quella parte del loro programma di rapporti internazionali, o perchè fa male ciò che essi saprebbero fare meglio difendendo con maggiore abilità, serietà ed energia gli interessi dell'Italia, gli interessi della borghesia imperialista italiana. E questa è una prova che essi stessi ci forniscono del fatto che la borghesia italiana è imperialistica al di sopra di ogni differenza di partito e di tendenza politica, imperialistica come sono le borghesie di tutti i paesi in cui il capitalismo è arrivato alla fase più alta del suo sviluppo...»
[Palmiro Togliatti: "La nostra lotta contro la guerra imperialista"; da "Lo Stato Operaio", anno IV, n. 3, marzo 1932. Pubblicato in "Opere"; volume III, 2° tomo pagg. 45-46.]

1933.
[Il movimento «Giustizia e Libertà» cercò di prendere la direzione teorica e politica della Concentrazione. A tale processo di revisione teorica del riformismo italiano si oppose, soprattutto, Giuseppe Saragat, mentre, dall'altro lato, si formò, nel PSI, una corrente (Eugenio Bianco) che sostenne la rottura con «Giustizia e Libertà» e con la Concentrazione e, nello stesso tempo, la formazione di un fronte unico col PCI.
I mutamenti delle alleanze fra le potenze imperialistiche si stavano, prepotentemente, riflettendo sui partiti e sulle correnti politiche italiane. ]

«Ma quando si accetta quest'ultima concezione, che è quella di Marx e di Engels [si tratta della concezione della storia come sviluppo della lotta delle classi], allora non esiste più la "libertà" hegeliana, la libertà senza aggettivi, ma esiste questa o quella libertà, la libertà di questa classe o di quest'altra, la libertà dello sfruttato e quella dello sfruttatore, le quali sono due cose profondamente diverse, perchè lo sfruttatore ha nelle mani i mezzi di produzione e il potere, e lo sfruttato non sarà libero sino a che non si sarà impadronito, con la violenza, degli uni e dell'altro, sino a che non avrà privato degli uni e dell'altro, con la violenza e con la dittatura, la classe avversaria. Il signor Saragat, in una parola, fa dei pasticci pseudo-filosofici con questo scopo: di idealizzare un particolare regime politico e sociale, la democrazia borghese e i suoi istituti come un aspetto dell'"assoluto", di presentare la "libertà", che secondo lui è il governo dei capitalisti sui proletari, come il bene e l'obiettivo supremo, per conservare il quale dovrebbe lottare la classe operaia...»
«Ma, nei fatti, quali sono le basi della dittatura secondo Eugenio Bianco? Eccole: 1) la elezione di tutte le rappresentanze politiche col suffragio universale; 2) la più ampia libertà di riunione, di associazione, di propaganda e... ci pare che basti! "suffragio universale": dunque, eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, dunque, eguaglianza dello sfruttato e dello sfruttatore, dunque, repubblica democratica, dunque, niente dittatura del proletariato, niente dittatura di una classe su tutta la società. "La più ampia libertà, ecc. ecc.": dunque, libertà anche ai capitalisti, anche agli agrari, anche agli industriali, anche ai fascisti, eguale libertà ai padroni e ai salariati, e, ancora una volta, niente dittatura... La "opposizione rivoluzionaria" di Eugenio Bianco è lontana, terribilmente lontana, dalla linea di un'azione conseguente di classe. Essa si muove sullo stesso piano di tutto il partito, essa giunge allo stesso risultato, che è questo: integrare le forze della classe operaia in un fronte di conservazione, di difesa estrema del regime capitalistico. Poco importa se la bandiera dietro alla quale si cerca di organizzare questo fronte è quella della "democrazia pura", della "più ampia libertà", dell'unione li tutti "gli uomini liberi". Non l'ha già previsto Friedrich Engels, che la trincea della "democrazia pura" sarà l'ultima trincea della reazione?»
[Palmiro Togliatti: "Una discussione tra i riformisti"; da "Lo Stato Operaio", anno VII, n.1-2, gennaio-febbraio 1933. Pubblicato in "Opere"; volume III, 2° tomo, pag. 170 e 175.]

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