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"Noi siamo riusciti a realizzare un sogno: far diventare il reggae il nostro lavoro."
©2004 RasWalter -Intervista apparsa per la prima volta sul settimanale 'Controsenso' diretto da Antonio Savino ed edito dalla PubbliVenere
Sicuramente molto. Adesso la nostra musica è conosciuta in giro. Africa Unite è una garanzia di credibilità e sapere che il pubblico ti apprezza e ti segue è sicuramente un grosso stimolo in più rispetto agli inizi. Ciò che non è cambiata è la passione con la quale suoniamo. Noi siamo riusciti a realizzare il nostro sogno, cioè far sì che suonare reggae diventasse il nostro lavoro. Ma per noi ancora oggi fare un concerto non significa 'andare al lavoro', in senso negativo.
Certamente i gusti di chi viene oggi ai nostri concerti sono più vari rispetti al passato. Mi spiego. Vent’anni fa chi andava ai concerti reggae ascoltava solo questa musica. Oggi invece chi ci segue ascolta anche altro, come i Subsonica e cose del genere.
Certo. I soliti discorsi sull'uso delle droghe leggere e simili sono cose che non ci sono mai appartenute. Se tu noti, neanche la grafica delle copertine dei nostri dischi si rifà ai cliché che spesso si associano al reggae. Infatti ci discostiamo dall'uso dei soliti colori rosso-giallo-verde e dal resto delle immagini che solitamente vengono abbinate a questa musica.
Fortunatamente no. O meglio, sono state le regole che ci siamo imposti noi che ci hanno risparmiato questo tipo di proposte. Il discorso è sempre stato del tipo "Questa è la nostra musica. Se ti interessa facciamo il disco, altrimenti arrivederci'.
Guarda che devi essere anche capace di fare le cose 'commerciali' e orecchiabili. Noi ci abbiamo provato e non ci siamo riusciti. Evidentemente il nostro modo di intendere un brano 'radiofonico' è diverso da quello del grosso pubblico. In fin dei conti questo accade perché questo tipo di "forma mentis' non ci appartiene.
Sì, i1 disco vuol evidenziare quanto sono cambiati gli Africa dall'ultimo live, 'In Diretta dal Sole', uscito diversi anni fa. Per quanto riguarda i bilanci posso dire che siamo soddisfatti. Sono stati venti anni di duri sacrifici ma ne è valsa la pena. Abbiamo lavorato sodo, e tu sai che suonare reggae rende le cose ancora più difficili. Vedi, adesso la gavetta non va più di moda. I gruppi giovani passano direttamente dalla cantina ad MTV. Ma è un fuoco di paglia. Con la stessa facilità con cui si accendono, poi si spengono. In tutti questi anni noi invece abbiamo suonato e suonato, con la differenza, pero', che adesso godiamo della credibilità a cui facevo riferimento prima. Questo ci consente di avere più voce in capitolo anche quando si tratta di stabilire il nostro cachè.
Probabilmente hai ragione. Quel suono si doveva al nostro chitarrista di allora, Max Casacci. Come sai, adesso Casacci è il leader dei Subsonica ma all'epoca aveva quel modo di suonare la chitarra tipico del 'levare' africano.
E' vero, nel corso degli anni mi è stato chiesto più volte di cantare sulle basi di questo o quel sound system. Il problema è che io per queste cose non ci sono portato: per il Raggamuffìn e il Rap ci vuole improvvisazione, invece io ho bisogno di tempo per preparare le mie canzoni.
Assolutamente fantastica. E' successo nel 1991. All'inizio la gente ci guardava stupita e con diffidenza; 'Ma che diavolo vogliono questi bianchi che si fanno chiamare “Africa United” e che vengono fin qui dall'Italia per suonare il reggae ?!'. Poi pero' il pubblico ci ha chiesto il bis. Questa è la magia del reggae. Le vibrazioni. Un suono e un linguaggio universale.
Assolutamente per caso. Un giorno di più di vent'anni fa stavo ascoltando la radio e passarono 'Lively Up Yourself di Bob Marley. Io del reggae non sapevo un tubo, ma capii immediatamente che quel brano aveva qualcosa di speciale. Rimasi letteralmente folgorato. Non capivo cosa ma quella musica aveva in sé qualcosa di diverso.
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