Alasdair MacIntyre: 

un filosofo americano di origine scozzese.


Ha senso parlare di dovere se obbliga l'uomo 

a conoscere e perseguire il bene 

e a conoscere ed evitare il male 

Bibliografia di MacIntyre

MacIntyre e il pluralismo

Per la modernità il pluralismo è il diritto di cittadinanza, riconosciuto o conquistato, ad ogni posizione, a prescindere da ogni giustificazione razionalmente valida, anche se si tratta di posizioni antitetiche reciprocamente escludentisi.
«A questo proposito la retorica superficiale della nostra cultura è incline a parlare compiaciuta di pluralismo morale, ma il concetto di pluralismo è troppo impreciso. Infatti esso può essere applicato in modo ugualmente corretto a un dialogo ordinato di prospettive che si intersecano e a un miscuglio senza armonia di frammenti male assortiti. Il sospetto (e per il momento può essere soltanto un sospetto) che sia con quest'ultimo che abbiamo a che fare, si accresce quando riconosciamo che tutte queste diverse concezioni che informano il nostro discorso morale avevano originariamente il loro luogo naturale in totalità più vaste di teoria e di prassi, dove giocavano un ruolo e una funzione determinati da contesti di cui oggi sono state private». (After Virtue, p. 22)

Se la società tradizionale era caratterizzata da modelli morali, culturali e sociali certi e ben identificati, ai quali l'individuo era portato ad adattarsi, la società modernizzata presenta  un'ampia gamma di orientamenti, tutti ritenuti ugualmente validi, plausibili e giustificati, fra i quali si sceglie poi autonomamente il più «giusto», il più conveniente, il più adatto, secondo la propria volontà, la preferenza, il piacere, la funzionalità, l'utilità.

Ogni riflessione, ogni riferimento etico e metafisico, sono ridotti al rango di fattori privati di ognuno, e non devono, perciò, disturbare l'armonia dell'accordo sociale, perché nella società non ci devono essere rapporti manipolativi, quali quelli di una ipotetica morale universalistica.
Quello che deve emergere come fattore discriminante è il
sapere tecnico, l'essere all'altezza del compito nelle situazioni che richiedono la perizia degli "attori", e solo questo garantisce l'accordo che ha, perciò, proprio in questo, si dice, la sua razionalità.
Però,
accade che la discussione vada oltre, imponendosi come ricerca a volte di una interpretazione giusta o di un giudizio di valore adeguato; altre volte emerge una «concezione del bene che comporta di rimodellare la vita del resto dell'umanità in un modo a essa conforme.
Ogni concezione del bene umano secondo cui, per esempio, è dovere del governo educare moralmente i membri della comunità, affinché essi possano vivere esprimendo questa concezione del bene, fino a un certo punto può essere considerata una teoria privata da parte di individui o gruppi, ma sarà proibito ogni serio tentativo di realizzarla nella vita pubblica»: allora, salta l'accordo, non ci si ritrova più!
Infatti, ci sono delle questioni di natura morale e teologica che sono ineludibili le quali «per loro natura non possono accettare l'impassibilità che la tolleranza presuppone, e che anzi invitano al rifiuto piuttosto che alla tolleranza stessa».

Come si è giunti a questo tipo di concezione?
Cosa ha provocato questo enorme fraintendimento?
«Questo fraintendimento è il risultato di una storia che dal tardo medioevo giunge al presente, una storia nel corso della quale sono cambiati gli elenchi delle virtù, è cambiata la concezione di singole virtú, lo stesso concetto di virtù è divenuto altro da quello che era.
Difficilmente le cose sarebbero potute andare in maniera diversa».
Il
pluralismo così concepito, però, inciampa in un paradosso: da una parte le premesse su cui si basano i giudizi antagonisti non possono vantare di per sé alcuna superiorità l'una sull'altra, poiché la scelta di valori diversi, cui ognuna di esse può fare riferimento, non è affatto giustificata da argomentazioni logicamente e razionalmente plausibili, ma, piuttosto, da preferenze personali, se non addirittura arbitrarie; dall'altra parte, i medesimi giudizi pretendono di possedere una forma e una validità universali, facendo appello a criteri di valutazione morale che si presumono oggettivi e superiori alla contingente volontà dei singoli individui.
Perciò, ci si trova di fronte ad emozioni, sentimenti e preferenze personali (di cui i giudizi morali sono espressione), mascherate da un argomentare
apparentemente oggettivo, universalmente valido, razionalmente fondato,
ma
realmente fragile e nullo.

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