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La pratica non è la poiesis né la praxis aristoteliche, prese in maniera separata. Secondo Aristotele, l'agire dell'uomo in quanto uomo deve essere considerato da due prospettive differenti: la prospettiva produttiva (poiesis), e la prospettiva pratica (praxis). Infatti, afferma: «Chiunque produce qualcosa la produce per un fine, e la produzione non è fine a se stessa (ma è relativa ad un oggetto, cioè è produzione di qualcosa), mentre, al contrario, l'azione morale è fine in se stessa, giacchè l'agire moralmente buono è un fine, e il desiderio è desiderio di questo fine». E ancora: «Il fine della produzione è altro dalla produzione stessa, mentre il fine dell'azione no: l'agire moralmente bene è un fine in se stesso». L'agire tecnico (poiesis), o produttivo, è quello proprio dell'artigiano: esso è guidato dall'idea (eidos) o modello dell'oggetto da produrre e trova la sua perfezione nell'abilità (techne) operativa posseduta. L'azione in questo contesto è solo il mezzo necessario al raggiungimento del fine, ma non è il fine stesso; in questo caso infatti il fine è il prodotto, diverso dall'azione, il quale prodotto comincia ad esistere solo al termine dell'azione. L'agire pratico (àpraxis) ha, invece, il fine immanente all'azione, è, cioè, rappresentato dall'azione stessa che viene compiuta; anch'esso è guidato da un ideale (il bene) e può realizzarsi tramite una disposizione interiore (la phronesis), capacità di decisione prudente e consapevole; l'azione, cioè, viene compiuta per se stessa e per la sua intrinseca bontà e il suo compiersi rappresenta il raggiungimento del fine. È vero, però, che i giudizi emessi guidati dalle phronêsis possono essere errati, ma ciò che rende oggettivamente valida la praxis è l'agire preoccupati del bene e del meglio. «Nel cercare di formulare giudizi ispirati alla phronêsis su casi particolari, posso commettere degli errori. I miei giudizi possono essere falsi o veri. Un giudizio falso sarà un giudizio che non identifica correttamente il bene o i beni che sono in gioco in questa particolare situazione, o perché ho frainteso la situazione, oppure perché la mia comprensione del bene o dei beni rilevanti, per esempio della giustizia, è inadeguata. Ne consegue che i giudizi veri saranno quelli che presentano o presuppongono una concezione corretta del bene o dei beni corrispondenti, della loro validità rispetto a questa particolare situazione, e della situazione stessa. Cosí, il passaggio da una minore a una maggiore capacità di formulare giudizi veri richiederà una concezione sempre più adeguata del bene e del meglio per gli esseri umani e di quella serie di beni, come la giustizia, che sono parti costitutive del bene e del meglio». In una società modellata sulla poiesis, l'agire è finalizzato al raggiungimento di risultati nel mondo, e, dunque, i soggetti sociali vengono ridotti ad oggetti di applicazione della manipolazione. Al contrario, in una società modellata sulla praxis, centrale non è la modificazione di stati di cose, ma l'orientamento dell'agire: il soggetto agente non è posto davanti ad un mondo di oggetti, ma al proprio agire, di cui è responsabile. La pratica di cui parla MacIntyre, invece, ingloba in sé sia la dimensione della poiesis (àl'agire tecnico e produttivo), sia la dimensione della praxis (l'agire pratico), ambedue attualizzate nella dimensione sociale, storica, culturale e comunitaria.
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