(Estratto dalla pubblicazione Dedicazione della chiesa Cattedrale, Patti, 17 febbraio 1995).

     

LA DIOCESI DI PATTI NELLA STORIA

Fino al XVII e XVIII secolo gli storici, specie quelli siciliani, ritenevano che si potesse riportare all'era apostolica l'origine del cristianesimo in Sicilia e che alcuni vescovi di città siciliane erano stati consacrati e inviati nell'isola da s. Pietro o da s. Paolo. Per esempio, si riteneva cosa certa che l'apostolo Pietro avesse personalmente ordinato e inviato in Sicilia, come vescovi, s. Pancrazio a Taormina e s. Marciano a Siracusa, oltre che un s. Massimo ancora a Taormina e un s. Berillo (o Cirillo) a Catania [1].  In seguito però si capì che queste erano solo leggende molto tardive, create per esprimere la volontà di ortodossia di queste chiese.  In verità, la ricostruzione storica dell'origine e dello sviluppo del cristianesimo in Sicilia non è per nulla soddisfacente, per mancanza di documenti attendibili.  Meno agevole ancora è parlare dell'origine e della storia dei vescovadi e delle più antiche diocesi della Sicilia.  Per il tempo anteriore all'occupazione araba, ci sono elenchi di sedi vescovili siciliane, stilati in tempi e da mani differenti. Tra queste sedi vescovili, sono anche ricordate quelle di Tindari e di Lipari.

Poiché Tindari dista da Patti meno di dieci km e, dopo i Normanni, il suo territorio è stato interamente assorbito da questa nuova città, la diocesi di Patti potrebbe considerare come sua preistoria quella dell'antico vescovado di Tindari.  Di esso però, come di quasi tutti i vescovadi siciliani di quei tempi, si hanno solo notizie frammentarie.  Sono attestati in pubblici documenti solo i nomi di quattro vescovi di Tindari. Il primo nome è quello di un "Severinus", che sottoscrisse, come vescovo "Tyndaritanus", tre sinodi romani tenuti sotto il Papa Simmaco (498-514): il III, il IV e il VI [2]. Il secondo nome si trova in una lettera del Papa s. Gregorio Magno, il quale, nel 593, scrisse al vescovo  tindaritano Eutichio, per lodarlo, avendo saputo da un chierico di quella chiesa, certo Benenato, che egli aveva combattuto con zelo contro la setta degli "Angelici" o "Angeliani" [3].  Il terzo nome è quello di "Benenatus" (forse il chierico di cui si parla nella lettera precedente, succeduto a Eutichio), al quale, alla fine di luglio del 599, lo stesso Papa s. Gregorio Magno scrisse una lettera per autorizzarlo a consacrare un oratorio nella "massa furiana" (una località forse posta tra gli attuali Militello Rosmarino e S. Fratello) [4].  Il quarto nome, quello di "Theodorus episcopus sanctae Tyndaritanae ecclesiae", lo troviamo tra i firmatari di un "Concilium Lateranense Romanum ", tenutosi sotto il Papa Martino I nel 649 [5]

   Della sede vescovile di Tindari e dei suoi vescovi null'altro ci dicono i documenti scritti, da noi conosciuti. Neppure dagli scavi archeologici dell'antica Tindari e della "Villa Romana" di Patti sono emerse testimonianze  tali che ci consentano di ricostruire la storia della presenza cristiana in questo territorio, prima dei Normanni.

   Documenti sufficienti per tracciare la storia  della diocesi di Patti, di fondazione normanna, esistono nel suo archivio capitolare, detto "Arca Magna".

       

1.  LA FONDAZIONE

   Il vescovado di Lipari-Patti fu fondato per volontà  del re Ruggero, il figlio del Gran Conte, nel 1131, con una Bolla dell'antipapa Anacleto II: "ANACLETUS EPISCOPUS SERVUS SERVORUM DEI: DILECTIS IN DOMINO FILIIS IN LIPPARITANO CENOBIO REGULARITER DOMINO SERVIENTIBUS AC SERVITURIS ...Decernimus igitur, et fratrum nostrorum episcoporum et cardinalium consilio hoc presenti decreto statuimus, ut iam dictum Lipparitanum cenobium episcopalem optineat dignitatem, et proprium habere mereatur antistitem..." [6]. Alla Bolla di Anacleto fece séguito un "Privilegium" del vescovo di Messina Ugo, in pari data elevato al grado di arcivescovo:  "In nomine Dei aeterni et salvatoris nostri Ihesu Christi anno ab incarnatione eius M C XXX primo, indictione X, mense octobri.  Ego Hugo Dei gratia messanensis humilis archiepiscopus... Igitur, frater in Christo Karissime Iohannes, nunc eiusdem loci Abbas, te in liparitanum episcopum eligi concedimus... Statuimus quoque et presentis privilegii auctoritate firmamus tibi tuisque successoribus in parrochiam totam insulam liparitanam perpetuo iure habendam et possidendam et  p a c t a s  cum omnibus suis pertinentiis et utrisque locis ius universum episcopale..." [7].

Questo vescovado aveva avuto la sua preistoria nei due monasteri benedettini di Lipari e di Patti, voluti dal Gran Conte Ruggero. Quello di Lipari era stato fondato forse tra il 1085 e il 1088, probabilmente per comune deliberazione del Duca Roberto e del Conte Ruggero.  Il papa Urbano II°, in un suo privilegio datato 3 giugno 1092, ne fa solenne riconoscimento, dicendosi ben consapevole che, nel passato, Lipari era stata sede episcopale, ma che oggi la "exiguitas loci" e la "accolarum raritas" non consentono il suo ripristino [8].

In un diploma del 1094, il Gran Conte Ruggero ci informa  sulla fondazione di un altro monastero, sorto in  pactas, soggetto allo stesso abate che governava quello di Lipari, Ambrogio.  Lo stesso diploma dà una sommaria descrizione della dote, in terreni e privilegi, assegnata a tale monastero [9].       

Dal tenore dei documenti che riguardano questi due monasteri, sembra di capire che le isole Eolie, all'arrivo dei Normanni, erano presso che del tutto spopolate.  Forse la presenza a Lipari di qualche eremita richiamò prima qualche gruppuscolo di monaci e suggerì poi a Roberto e a Ruggero l'idea della  fondazione di un monastero di  benedettini, da tutti riconosciuti esperti nell'arte  della colonizzazione.  Il territorio intorno a Patti, a partire dalla progressiva decadenza dell'antica Tindari, probabilmente era rimasto anch'esso assai scarsamente popolato e abbondantemente inselvatichito. Con la fondazione dei due monasteri, il Gran Conte probabilmente pensò, in primo luogo, di provvedere alla colonizzazione e alla rimessa a cultura dell'intero arcipelago eoliano e del retroterra di Patti.  Col ripopolamento, egli pensava forse di impedire che queste zone fossero in seguito utilizzate come rifugio dai pirati o da possibili assalitori della Sicilia.  L'affidamento di tutti questi territori ai Benedettini fu forse determinato soprattutto dal disegno generale  di agganciare la Sicilia saldamente al mondo latino, a cui i Normanni stessi appartenevano.

Nel corso di tre decenni, il disegno politico, socio-economico e religioso del Conte Ruggero sembrò ampiamente realizzato.  Dopo un periodo di reggenza di Adelasia, il governo dell'isola passò nelle mani del figlio di costei e del  Gran Conte, anch'egli Ruggero.  Questi concepì il disegno di riunire in un'unica compagine tutti i territori occupati dai vari Baroni normanni nell'Italia meridionale: Puglia, Campania e Calabria.

Si opponeva a questo disegno il Papa, che temeva una forte potenza politica ai confini meridionali dei suoi Stati.

In realtà, tra il Papa e i Normanni dell'Italia meridionale c'erano sempre stati rapporti guidati alternativamente dal calcolo e dalla forza.  Sullo sfondo di questi difficili rapporti, va studiata l'adesione del re Ruggero all'antipapa Anacleto II, quando questi fu opposto al legittimo Papa Innocenzo II, nel 1130.

Oggi la parola antipapa ci fa un po' rabbrividire.  Ma nel 12° secolo la successione di un Papa all'altro non avveniva quasi mai pacificamente e le spaccature nel collegio degli elettori erano frequenti.  Gli storici della Chiesa, dall'inizio al 1130, contano almeno 24 antipapi, da Ippolito a Clemente III, quest'ultimo eletto in opposizione al Papa Vittore III, dopo la morte di Gregorio VII.  Nel secolo 12° poi, che è quello della nostra storia, ci furono ben 10 antipapi.

Fino ad allora i Normanni avevano sempre osteggiato gli antipapi:  Clemente III (dal 1080 al 1100), che si era contrapposto a Gregorio VII e ai suoi successori; Teodorico (nel 1100); Alberto (nel 1102); Silvestro IV (dal 1105 al 1111), che si opponevano al Papa Pasquale II (1099-1118).  Avevano anche avversato l'antipapa Gregorio VIII (1118-19), che aveva tentato di prevalere sui Papi Gelasio II (1118-19) e Callisto II (1119-24) [10].

Per la verità , non fu immune da dubbi la legittimità di Innocenzo II (1130-1143), eletto frettolosamente col favore della fazione dei Frangipane, a cui la fazione dei Pierleoni contrappose uno dei loro, che si chiamò per l'appunto Anacleto II (1130-38).  I dubbi su quella legittimità si fondavano sul fatto che "nessuna delle due fazioni era conforme alla procedura decretata da Niccolò II nel 959" [11].  L'appoggio di s. Bernardo a Innocenzo II fu decisivo perché quasi tutti i sovrani di Europa e i loro popoli lo riconoscessero.  Furono invece favorevoli ad Anacleto II: Roma, quasi tutti i principati di Italia e Ruggero II con tutti i Baroni normanni.  Non c'è motivo di pensare che i Normanni avrebbero appoggiato Anacleto, se fossero stati convinti della sua illegittimità.

Come avevano sempre fatto i Normanni con i Papi legittimi, Ruggero II cercò di piegare ai suoi disegni colui che egli riteneva il vero capo della Chiesa.  Nel 1128, egli aveva ottenuto dal Papa Onorio II l'investitura a "Duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia".  Nel 1130, la notte di Natale, Ruggero II, "alla presenza di molti vassalli giunti apposta dalla Puglia e dalla Calabria, riceveva, nella cattedrale ch'era già stata moschea, l'unzione col sacro olio da un cardinale inviato da Anacleto II e la corona regia dalle mani del principe di Capua" [12].

Nella cornice degli ottimi rapporti intercorrenti tra Ruggero e Anacleto, va posta la elevazione dell'Abazia di Lipari-Patti a Vescovado, nel 1131, con la connessa elevazione ad arcivescovo del vescovo di Messina.

Alla morte di Anacleto II (1138), la situazione si era già evoluta in senso favorevole a Innocenzo II, sicché lo stesso Vittore IV, che gli scismatici avevano eletto per succedere ad Anacleto, convinto da s. Bernardo, si sottomise al Papa legittimo, il giorno di Pentecoste del 1138.  Era finito lo scisma.

La pace tra il Re normanno e il Papa avvenne sul Garigliano, il 27 luglio del 1139, quando Ruggero, che aveva sconfitto in battaglia e fatto prigioniero lo stesso Innocenzo II, ottenne di essere da lui riconosciuto "Rex Siciliae, Ducatus Apuliae et Principatus Capuae". 

Come siano andate le cose col vescovado di Patti, si ricostruisce leggendo i documenti della nostra "Arca Magna". In almeno 11 documenti, sparsi tra il 1131 e il 1137, il capo religioso di Lipari-Patti è sempre chiamato "episcopus".  Nei 5 documenti che vanno dal 1142 al 1148, anno della morte dell'Abate Giovanni, questi è chiamato sempre Abate. Nel 1154 morì il Re Ruggero e gli successe il figlio Guglielmo I (detto poi il Malo), il quale pretese di ereditare il titolo di Re, senza riceverne l'investitura dal Papa.  Questi, che era Adriano IV (1154-1159), glielo contestò e arrivò a scomunicarlo.  Nel 1156, la pace tornò tra i due.

Si riferisce per l'appunto al 1156 un documento del nostro archivio, nel quale a un tale "Gilibertus" viene dato il titolo di "electus", cioè il titolo che spettava a chi era preconizzato come vescovo, in attesa della consacrazione e dell'immissione in possesso.  Egli figura ancora come "electus" in due documenti del 1157 e del 1164.  Si può pensare che, a partire dal 1156, il Re normanno abbia tentato invano di far riconoscere dal Papa il vescovado di Lipari-Patti.  Nel 1171, un documento del nostro archivio riconosce a un certo Pietro  il titolo di "episcopus".  Si può pensare che il vescovado di Lipari-Patti sia stato legittimamente ripristinato sotto il Papa Alessandro III, che governò dal 1159 al 1181.

Lo strano giuoco che si giocava tra un Re che voleva erigere un vescovado e i Papi che non lo volevano, si può capire solo se si pone mente al significato politico, oltre che religioso,che avevano i vescovadi in quel tempo, specialmente in Sicilia; se si capisce cioè come essi si integravano nel sistema politico dei Re normanni, specie in quello di Ruggero II.

 2. LA SEPARAZIONE

 Lo smembramento in due dell'originario vescovado di Lipari-Patti avvenne nel 1399, per decisione del Papa Bonifacio IX (1389-1404).

Per capire questa decisione, è necessario situarla nella cornice degli avvenimenti complicati e tormentati in cui si trovarono allora la Chiesa intera di Roma e il regno di Sicilia.  Qui possiamo solo accennare a queste due situazioni.

La Chiesa di Roma viveva l'angosciosa esperienza del grande scisma, che la afflisse dal 1378 fino al 1415, per ben 37 anni.  Lo scisma scoppiò dopo la morte del Papa Gregorio XI, che aveva accolto i ripetuti inviti di s. Caterina da Siena e da Avignone era rientrato a Roma.  Durante questo scisma, il Papa Urbano VI, per liberarsi della Regina Giovanna D'Angiò, che si era schierata a favore dell'antipapa, aveva portato sul trono di Napoli Carlo di Durazzo.  Il figlio di costui, Ladislao, nel 1385, riuscì a impadronirsi dell'arcipelago eoliano.  Si replicava così una situazione che si era verificata più volte dopo i Vespri Siciliani (1282), quando le isole Lipari erano cadute nelle mani degli Angioini di Napoli a varie riprese.  Il Papa Bonifacio IX aveva favorito l'impresa di Ladislao, perché mirava a estromettere la casa di Aragona dalla Sicilia intera, per punirla del sostegno da essa dato all'antipapa Clemente VII [13].

Da parte sua, il regno di Sicilia, dopo la morte di Federico IV di Aragona, era caduto in piena anarchia, con la spartizione dell'isola in quattro zone di influenza affidate a quattro Vicari.  Ciò aveva reso più facile la presa delle Eolie da parte dei Napoletani. Quando Martino il Giovane, nel 1392, avendo sposato Maria di Aragona, prese possesso della Sicilia, nulla poté fare per riavere le Eolie.

Il vescovado di Lipari-Patti si trovò dunque spartito ancora una volta tra due governanti.  Ciò rendeva certamente difficile una qualunque cura pastorale da parte di un unico vescovo.  Nel 1372, era stato eletto vescovo di Lipari-Patti un frate minore, Ubertino da Corleone e il Re Federico IV lo aveva inviato a Napoli, come membro di una delegazione, per propiziare buoni rapporti tra i due regni. Ubertino era stato trattenuto a Napoli,al servizio di quella corte.  Nel 1392, dopo l'arrivo in Sicilia del Re Martino, i rapporti con gli Angioini di Napoli si tesero ulteriormente, sicché alla corte papale si ventilò l'idea che Ubertino restasse vescovo di Lipari e decadesse dalla sede di Patti.  Il Re Martino si affrettò a nominare amministratore  per la mensa vescovile di Patti il diciottenne Giovanni d'Aragona, figlio di Vinciguerra, già canonico a Palermo.  Ma il Papa Bonifacio IX si rifiutò di nominare vescovo di Patti Giovanni d'Aragona .  Tuttavia, nel 1399, accettò di separare le Chiese di Lipari e Patti, preponendo ad esse due vescovi diversi.  Nella Bolla di separazione, presente nell'archivio di Patti, non si fa alcun cenno alla complicata situazione politica da noi ricordata, ma si dice che la divisione è apparsa necessaria perché "benedicente Domino crevit populi multitudo", sicché "unus pastor singulorum vultus etiam propter locorum distantiam nequibat inspicere, aliasque partes boni pastoris implere; eratque difficile in locis tam populosis, et distantibus inter se, ad unum tantum a tot personis ecclesiasticis, et mundanis haberi recursum" [14].  Lo smembramento in due del vescovado fu dunque così motivato:  per il forte aumento della popolazione; per il fatto che, a causa della distanza dei luoghi, un unico pastore non era in grado neppure di vedere in faccia una volta i singoli fedeli; per le difficoltà che ecclesiastici e laici avevano di ricorrere al vescovo, quando ciò era necessario.

Si può forse attribuire ad abilità diplomatica il mancato accenno alla situazione politica dei due territori, perché il Papa non apparisse favorevole all'uno o all'altro dei due contendenti (il Re di Napoli e quello di Trinacria).  È però da sottolineare il fatto che le ragioni addotte per la spartizione sono tutte di natura pastorale: si dà per ammesso che il vescovo, come pastore, deve conoscere personalmente i suoi fedeli e deve essere accessibile a loro.  In queste parole, si avverte molto forte un sentimento nuovo di ciò che deve essere un vescovo. Finora, nella figura del vescovo, prevaleva soprattutto il Dominus, cioè il padrone  di un territorio, che doveva rispondere ad altri suoi padroni, il Papa e i governanti civili.  Adesso si comincia a parlare di compiti che il vescovo deve svolgere verso i fedeli, di responsabilità che ha verso di loro.  Si comincia a parlare meno di vescovadi  e più di diocesi .  Nella fraseologia della cancelleria romana è dunque già penetrata una sensibilità spirituale nuova.  Anche da questo è testimoniata l'urgenza di quella riforma  della Chiesa medievale che troppo a lungo si fece desiderare, dando spazio alla rivolta protestante. 

3. L'AMPLIAMENTO [15]

 Nella Bolla di Bonifacio IX, lo smembramento di Lipari e Patti era stato anche motivato, lo abbiamo ricordato, dalla accresciuta "populi multitudo". Ma non si può fare a meno di osservare che la diocesi di Patti, staccata da Lipari, era davvero molto piccola, sia per estensione territoriale che per numero di fedeli.  Essa doveva dirsi addirittura esigua, se si confrontava con la estensione delle altre diocesi siciliane del tempo: Palermo, Catania, Messina, Agrigento...  Comprendeva infatti: la piccola città  di Patti, le terre  di Giusa Guardia e Librizzi, metà della terra  di s. Salvatore di Fitalia e i casali di Montagnareale e Sorrentini. La piccolezza della diocesi di Patti si rivelò chiaramente quando, dopo il Concilio di Trento, impiegò quasi un secolo, prima di riuscire ad obbedire alle ripetute ingiunzioni fatte ai vescovi di istituire il "Seminarium clericorum".

La proposta di un ampliamento della piccolissima diocesi non partì però né dal vescovo di Patti, né dalla Curia di Roma.  Essa si ventilò per la prima volta nel Parlamento di Sicilia.

Nell'agosto del 1778, il Parlamento siciliano fece richiesta al Re Ferdinando di Borbone, perché nel regno di Sicilia si accrescesse il numero dei vescovi, dividendo le diocesi troppo vaste. Il Re, rispondendo alla richiesta, si dichiara "non lontano dall'accordar questa grazia".  Vuole però che una deputazione del Parlamento "formi un piano dettagliato di come dividersi le diocesi, quali vescovadi accrescersi e come assegnarsi ai medesimi la corrispondente azienda, e da quali vescovi e arcivescovi scemarsi"; vuole poi che "il Viceré comunichi tal piano alla Giunta dei Presidenti e Consultori..."; suggerisce inoltre che si cominci a considerare il caso della troppo vasta diocesi di Messina, visto che in quel periodo (agosto 1778) la sede arcivescovile di Messina era vacante.  La deputazione si mise subito al lavoro e il 30 settembre di quello stesso anno presentò una relazione sull'arcidiocesi di Messina.  Risultò che essa era la più estesa di tutta la Sicilia, comprendendo quasi tutto il Val Demone, con oltre 230.000 anime, in cui una vera cura pastorale era impossibile all'arcivescovo, viste anche la scarsità e la difficoltà del tracciato viario.  Si suggeriva pertanto di dividere detta diocesi in tre parti uguali, con tre diocesi, aggiungendone a quelle di Messina e Patti una nuova, la cui sede avrebbe potuto esser posta a Troina o a Nicosia.  La diocesi di Patti avrebbe dovuto estendersi dai confini della diocesi di Cefalù sino al fiume di Furnari e avrebbe dovuto comprendere: tre città reali  (Patti, Tortorici e Randazzo) più le terre  di Gioiosa, Librizzi, Sorrentini, Montagnareale, S. Angelo, S. Pietro sopra Patti, Raccuglia, S. Fratello, Caronia, SS. Salvatore, Longi, Alcara, Sinagra, Martini, Ucria, Ficarra, Brolo, Naso, S. Agata, Militello, Piraino, Castania, Mirto, Capri, Frazzanò, S. Marco, Galati, Montalbano, Castiglione e Francavilla.  In totale, la diocesi di Patti avrebbe raggruppato circa 60.000 anime. Cesarò e Capizzi sarebbero entrati nella nuova diocesi di Troina o Nicosia, che avrebbe raggruppato circa 80.000 anime.  A Messina sarebbero rimaste circa 90.000 anime.

A ben guardare, questo piano sembra anche oggi straordinariamente giudizioso.   È evidente però che, affinché un piano sia accettato e realizzato, non basta che esso sia giudizioso.  La Messina clericale e civica reagì concordemente e furiosamente alla proposta, con quattro diversi ricorsi.  Il 24 gennaio del 1779, la deputazione del Parlamento confutò punto per punto le obiezioni dei ricorsi. Essi, oltre che a Napoli, erano stati inoltrati anche a Roma.  Ciò fu sufficiente perché la pratica si bloccasse.  Tra l'altro, il Papa Pio VI (1775-1789) era occupato in progetti che tendevano a far rivivere i fasti dei Pontefici rinascimentali (bonifica delle paludi pontine) e, tanto per lui quanto per il Re Ferdinando, dalla Francia si preparavano tempi burrascosi.

Nel 1802, trovandosi il Re Ferdinando rifugiato a Palermo (Napoli era occupata dai Francesi), il Parlamento ritornò sul problema.  Il Re chiese un nuovo piano di riordinamento delle diocesi della Sicilia.  La nuova deputazione, il 10 giugno 1802, presentò il nuovo piano, che prevedeva di assegnare a Patti il territorio che va dal fiume di "Rosa Marina" a quello di Furnari, e, per le parti interne, salendo per "le colmi" di Caronia e comprendendo S. Marco, SS. Salvatore, Alcara, Longi, Galati, Tortorici, Raccuia, S. Pietro di Patti, Furnari ed altri paesi contenuti entro questi confini.  Ma anche questa proposta scatenò una massa di ricorsi, tra cui quelli delle comunità di Cesarò, S. Teodoro, S. Fratello e altre, che si dichiaravano contente dello zelo del loro arcivescovo.  La deputazione ribatté a questi ricorsi il 20 maggio del 1803, sottolineando, tra l'altro, che nel territorio della diocesi di Messina "non era amministrato per lunghissimi intervalli di tempo il sacramento della conferma e in tutto sono quasi selvaggi i costumi di quei popoli tra i quali ve ne è che per ventine di anni hanno avuto la disgrazia di non vedere il loro Pastore il quale, per le leggi della Chiesa, dovrebbe visitarla (la diocesi) almeno in ogni biennio". 

Nel 1805, il Re Ferdinando inviò a Roma la richiesta delle bolle costitutive di tre nuove diocesi siciliane: Nicosia, Caltagirone e Piazza Armerina.  Le bolle furono emesse il 29 gennaio 1806, ma, a causa delle torbide condizioni politiche, giunsero a Palermo, in duplicato, solo nel 1808.  Le tre diocesi furono canonicamente erette nel 1816 (Nicosia), nel 1817 (Piazza Armerina), nel 1818 (Caltagirone).

Inutilmente il vescovo di Patti, Mons. Moncada (1782-1813) aveva chiesto alla deputazione di riproporre il vecchio piano dell'ampliamento di Patti.

Passata la tempesta napoleonica, nel periodo che è detto della restaurazione, il 23 luglio 1818, essendo Papa Pio VII (1800-1823), la congregazione concistoriale diede incarico al cardinale Gravina, arcivescovo di Palermo, di istruire il processo canonico per l'ampliamento della diocesi di Patti, entro il quadro disegnato dal concordato che Pio VII aveva firmato con Ferdinando, Re delle due Sicilie, il 16 febbraio di quello stesso 1818.  Il cardinale arcivescovo Gravina propose che fossero scorporate dalla diocesi di Messina 24 terre  e suggeriva che si compensasse in qualche modo il danno economico che sarebbe derivato alla mensa arcivescovile di Messina a motivo dei paesi passati a Nicosia e a Patti.  Dopo lunga incrociata corrispondenza tra Patti, Messina, Napoli e Roma, il 21 marzo 1822,il Papa Pio VII firmò le Bolle di dismembramento di 24 terre  dalla diocesi di Messina, per aggregarle a quella di Patti. La mensa vescovile di Patti (che tradizionalmente era considerata assai ricca) si impegnava a versare a quella di Messina la somma annuale di 400 onze siciliane, da versarsi semestralmente. Le terre  interessate, elencate alfabeticamente, erano: Alcara, Brolo, Capri (oggi Caprileone), Caronia, Castania (oggi Castell'Umberto), Ficarra, Floresta seu  Foresta, Fraganò (cioè Frazzanò), Galati (s'intende Galati Mamertino), Longi, Martini, Militello (col casale detto di S. Agata), Mirto, Naso, Oliveri, Piraijno (sic), Raccuja, S. Fratello, S. Marco, S. Pier di Patti, Sinagra, S. Salvatore, Sinagra, Tortorici, Ucria.  Nella Bolla c'era anche questa importante prescrizione: "Ad consulendum preterea Christifidelium bono et commoditati prescribimus ut omnia et singula documenta respicientia Parecias seu Loca Messanensi dioecesi dismembrata et dioecesi Pactensi applicata  ab Archiepiscopali Cancellaria Messanensi extrahantur atque opportuna forma tradantur Pactensi Episcopali Cancellariae in qua perpetuo erunt osservanda".  Purtroppo, pare che non se ne sia fatto nulla!

La Bolla pontificia divenne esecutiva nel 1824, alla morte dell'arcivescovo di Messina.  Vescovo di Patti era allora Mons. Nicolò Gatto, pattese (1823-1831).

Per effetto di questo primo ampliamento della diocesi di Patti, una certa tensione si verificò nel comune di S. Salvatore di Fitalia.  Questo comune era sempre appartenuto per metà al vescovado e alla diocesi di Patti e per metà alla diocesi di Messina.  La Bolla pontificia del 1822 aveva chiaramente aggregato alla diocesi di Patti anche quella parte del paese che prima apparteneva a Messina.  Nacque il problema della fusione in una delle due piccole comunità parrocchiali, quella del SS. Salvatore e quella di S. Maria, comprendenti complessivamente 1020 anime.  Nel 1823, morì don Antonino Parrinelli, l'arciprete della parrocchia di S. Maria (già appartenente a Messina).  Il vescovo Nicolò Gatto scrisse al Ministro di Stato per gli Affari di Sicilia, perché si sospendesse la nomina del nuovo arciprete, essendo in corso la pratica per la riunificazione ecclesiastica del paese. Ma il Vicario Capitolare di Messina, in sede vacante, si affrettò a bandire il concorso per la detta arcipretura.  Si presentò al concorso il Sac. don Francesco Franco.  Nonostante che la pratica fosse stata sospesa, per intervento del vescovo di Patti, il Franco ebbe la presunzione di insediarsi arciprete.  Il vescovo Gatto lo rimosse e nominò per la chiesa di S. Maria un vicario economo.  Per metter fine ai malumori della popolazione e del clero, Mons. Gatto stabilì: che durante la vita dell'arciprete della chiesa del SS. Salvatore, la chiesa di S. Maria sarebbe stata retta da un vicario economo; che alla morte dell'arciprete del SS. Salvatore, si sarebbe bandito un concorso fra tutti i sacerdoti del comune e il vincitore sarebbe stato l'unico arciprete delle due chiese, ciascuna delle quali, a tempi alterni, avrebbe goduto dei privilegi di Matrice stabiliti dal diritto canonico.  Il 20 dicembre del 1828 morì l'arciprete del SS. Salvatore e le due chiese formarono un'unica arcipretura.  A partire dal 1° gennaio del 1829, cominciò a esercitare la preminenza arcipretale la chiesa del SS. Salvatore.

 Un ulteriore ampliamento della diocesi di Patti avvenne nel 1844. Pare che l'esigenza di dare un nuovo assetto alle diocesi siciliane sia stata avvertita dall'ambiente che circondava il Re delle due Sicilie Ferdinando II (1830-1859).  Il piano di riassetto, da lui presentato alla Santa Sede, comprendeva i seguenti punti:  elevazione della diocesi di Siracusa ad archidiocesi; creazione delle nuove diocesi di Trapani, Noto, Caltanissetta e Acireale; revisione dei confini delle diocesi, per impedire, possibilmente, che il territorio di un distretto  appartenesse a più di una diocesi.  La proposta del Re fu bene accolta dal Papa Gregorio XVI (1831-1846).  Il 20 maggio 1844, con la Bolla intitolata In suprema militantis Ecclesiae, resa esecutiva con regio Decreto del 18 giugno 1844, il Papa, ricollegandosi al Concordato stipulato da Ferdinando I con Pio VII (1818), provvide, tra l'altro, all'ulteriore ampliamento della diocesi di Patti. Le principali motivazioni del provvedimento erano così espresse: "... adeo per Siciliam auctum esse constat populorum numerum, ut ubi in praesens decies atque octingenta centena fere incolarum millia (=1.800.000) recenseantur, ac licet ea in insula tredecim dioeceses numerentur, adeo  tamen vasta sunt illarum territoria ut gregis copiae pastorum numerus impar omnino videatur.  Sane ex iis populis plerique longis atque asperrimis itineribus ab episcopali sede distant; ex quo fit ut raro admodum pastoris praesentia ac voce recreari ac moneri opportune possint, raro etiam in iis regionibus ipsum confirmationis sacramentum ministretur, denique ut remissius ibi electum Christi frumentum succrescat".  Furono così aggregate a Patti dieci nuove comunità, che erano chiamate oppida  ovvero paroeciae  oppure loca : Mistretta, Tusa, S. Stefano di Camastra, Motta d'Affermo, Castelluccio (cioè Castel di Lucio), Pettineo, Reitano, provenienti dalla diocesi di Cefalù;  Capizzi, Cesarò, S. Teodoro, provenienti dalla diocesi di Nicosia.  Quando avvenne questo accrescimento della diocesi di Patti, nessun vescovo poté attribuirsene il merito.  La sede vescovile era infatti rimasta vacante dal 1838, con la morte di Mons. Giuseppe Saitta.  Mons. Martino Ursino fu nominato vescovo di Patti il 23 agosto del 1844 e resse la diocesi fino al 1860. 

 Un codicillo a questa vicenda lo aggiunge la aggregazione alla diocesi di Patti del comune di S. Angelo di Brolo.

Le origini di questa comunità cristiana pare che si debbano collegare a una vittoria militare che i Normanni riportarono su alcuni gruppi di Saraceni, che occupavano tre casali: Anzan, Lisicon  e Tondenconon.. In memoria di questa vittoria, il Gran Conte pare abbia voluto edificare una chiesa in onore di S. Michele Arcangelo.  Alla chiesa volle aggiungere la riedificazione di un monastero basiliano, che qui esisteva già prima della venuta degli Arabi e che forse non era del tutto scomparso quando arrivarono i Normanni.  Attorno alla chiesa e al monastero ricostruito si stabilì una comunità cristiana.  Nel 1131, il Re Ruggero, che aveva quasi ultimato la costruzione del monastero del SS. Salvatore in Messina, pose sotto il governo dell'archimandrita  di Messina anche il monastero di S. Michele Arcangelo di Lisico (o di Brolo) [16]. Col volgere degli anni, sorsero contestazioni tra l'arcivescovo di Messina e l'archimandrita, circa i rapporti con le comunità guidate dai monaci basiliani.  Il Papa Urbano VIII, nel 1635, per metter fine a tali controversie, assegnò all'archimandrita del SS. Salvatore vere e proprie mansioni di ordinario diocesano.  La comunità di S. Angelo di Brolo si trovò così sotto la giurisdizione dell'archimandrita.  Nel 1866, a causa della soppressione delle congregazioni religiose, i conventi basiliani si svuotarono e le comunità finora rette dall'archimandritato rimasero orfane.  Il Papa Leone XIII, il 31 agosto del 1883, emanò un Breve apostolico, col quale autorizzò l'arcivescovo di Messina ad assumere anche il titolo di archimandrita e gli addossò anche la cura pastorale dell'archimandritado.  Precisò però che il municipium  di S. Angelo di Brolo doveva essere aggregato alla diocesi di Patti.

Dopo il 1883 i confini della diocesi sono rimasti immutati.

                                                                                                   Don Alfonso Sidoti

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[1]  Nella Storia ecclesiastica di Sicilia  del Di Giovanni leggiamo: "Grande perciò fu la gloria della siciliana chiesa per il cui vantaggio impegnarono tutti due i principi degli apostoli le loro cure ed i loro sudori, e non contenti d'averla stabilmente fondata con la spedizione di due predicatori evangelici Pancrazio e Marciano...  altri due vescovi, Massimo e Cirillo, vi ordinarono per la difesa custodia ed estensione della medesima chiesa".  (In "Storia ecclesiastica di Sicilia" di Mons. DI GIOVANNI continuata sino al sec. XIX dal padre SALVATORE LANZA, Palermo, 1846, pag. 48).

 [2] Vedi MANSI J. D., Sacrorum Conciliorum nova, et amplissima collectio...Florentiae 1759-98, voll. 31.  I Sinodi Romani III, IV e VI in vol. VIII, pp. 247-253; 261-272; 309-316.

 [3]  In MIGNE, P.L. 77, 659.

 [4]  Ivi, 1015.

 [5]  Vedi MANSI, cit., vol. X, 836-1187.

[6]   La pergamena originale si trova nell'ARCA MAGNA di Patti, Fondatione I, n. 72 nero = 112 blu.

 [7]  In ARCA MAGNA, l. cit., N. 79 nero = 119 blu.

 [8]  Il documento papale è riportato in un attestato notarile del 1368/69, in ARCA MAGNA, l. cit., n. 1 nero = 40 blu.

 [9]  Il documento è in ARCA MAGNA, l. cit., n. 9 nero = 50 blu.

[10] Vedi: "Storia della Chiesa Cattolica", a cura di J. Lenzenweger..., EP, Cinisello Balsamo (MI), 1989.

 [11]  Vedi: "Storia della Chiesa" curata da FLICHE - FOREVILLE -ROUSSET DE PINA, ediz. ital. SAIE, Torino, 1977, vol. IX, p. 69.

[12] Vedi: SALVATORE TRAMONTANA, La Sicilia dall'insediamento Normanno al Vespro, in "Storia della Sicilia", III, p. 209.  Soc. Ed. Storia di Napoli e della Sicilia, 1980.

[13] Su queste vicende e su quelle che seguono vedi ROCCO PIRRI, Sicilia Sacra, I, Notitia octava (sulla Diocesi di Lipari), ediz. di A. MONGITORE, Panormi 1733, pp. 248ss.

[14]  La Bolla si può leggere in R. PIRRI, cit., II, p. 782s.

[15] Molte delle notizie riportate nel presente paragrafo  sono state raccolte, con impegno e diligenza, da Riccardo Magistri.  Egli le ha rinvenute: alcune nell'Archivio storico della Curia vescovile di Patti, al cui ordinamento attualmente egli lavora; altre le ha rintracciate in altri luoghi e ne ha ottenuto la copia.  Tutti i testi qui riferiti tra virgolette si trovano dunque, oggi, almeno in copia, presso il suddetto archivio storico della Curia.  A Riccardo Magistri va il mio grazie.

[16]  Sull'origine di S. Angelo di Brolo, vedi R. PIRRI, cit., II, pp. 1020ss.

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1. Giurisdizione del Vescovo di Patti

Il vescovo di Patti, fino all'abolizione della feudalità in Sicilia (1813), aveva la facoltà di trattare le cause civili e criminali dei sacerdoti (cosiddetto "foro ecclesiastico") e, per speciale privilegio reale, quelle dei suoi commensali, dei familiari, dei servitori e di tutti coloro che a lui erano soggetti per la sua carica di castellano, nonostante che il castello fosse regio e da lui tenuto in nome del Re; inoltre, aveva anche competenza nelle cause riguardanti trasgressioni ai sacri canoni (usura, decime, matrimoni ecc.; cosiddette "cause miste"). Nelle terre in cui aveva giurisdizione temporale (Giusa Guardia, Librizzi, S. Salvatore) creava ogni anno gli ufficiali: capitano, giudice, secreto, mastro notaro ed uno dei giurati e giudicava tutte le cause in prima e in seconda istanza. Per questo motivo, veniva chiamato e si fregiava sui documenti dei titoli di Gran Castellano della Rocca di Patti, Barone di Gioiosa Guardia, Principe del SS. Salvatore, Conte di Librizzi, titoli che cessarono di esistere nel 1946, con la fine della Monarchia.

2. Superficie e popolazione della Diocesi

La diocesi di Patti si estende su una superficie di 1.647,56 kmq, ha una popolazione di 164.337 abitanti (alla data del 31 maggio 2001) e comprende 84 parrocchie costituite nei seguenti 42 Comuni della provincia di Messina:

1) Acquedolci; 2) Alcara Li Fusi; 3) Brolo; 4) Capizzi; 5) Capo d'Orlando; 6) Capri Leone; 7) Caronia; 8) Castel di Lucio; 9) Castell'Umberto; 10) Cesarò; 11) Ficarra; 12) Floresta; 13) Frazzanò; 14) Galati Mamertino; 15) Gioiosa Marea; 16) Librizzi; 17) Longi; 18) Militello Rosmarino; 19) Mirto; 20) Mistretta; 21) Montagnareale; 22) Motta d'Affermo; 23) Naso; 24) Oliveri; 25) Patti; 26) Pettineo; 27) Piraino; 28) Raccuja; 29) Reitano; 30) San Fratello; 31) San Marco d'Alunzio; 32) San Piero Patti; 33) San Salvatore di Fitalia; 34) Sant'Agata Militello; 35) Sant'Angelo di Brolo; 36) San Teodoro; 37) Santo Stefano di Camastra; 38) Sinagra; 39) Torrenova; 40) Tortorici; 41) Tusa; 42) Ucria.

Secondo i dati riportati dall'Annuario Cattolico d'Italia, alla data del 31 maggio 2001 c'erano, nella diocesi di Patti, 132 sacerdoti diocesani, 10 sacerdoti Regolari, 9 membri di Istituti religiosi maschili, 926 membri di Istituti religiosi femminili.

                                                                                                                                                                                                                      Riccardo Magistri

 

riccardo.magistri@tin.it

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