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La classe operaia va in paradiso? |
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( N.B:: le parti sottolineate ed in neretto rimandano a testi e a note a margine raggiungibili con un click...) |
Non possiamo non partire dalla classe. Se nei paesi a capitalismo avanzato rischia di scomparire la sinistra non è (solo) perché è divisa o litigiosa, ma perché proprio la sconfitta storica del Novecento sta mettendo in discussione l'esistenza stessa del movimento operaio (nell'accezione ampia che il termine ha assunto in questa epoca storica)
Partire
dalla classe significa innanzitutto - dentro il dibattito e nella
proposta di azione politica e sociale – criticare la
tesi della “fine del lavoro”.
Una critica
rispettosa che,
naturalmente, non può non tener conto della rivoluzione
neo-capitalista che
ha rilanciato la vitalità del sistema, sfidando la caduta
tendenziale del saggio di profitto,
e che, però, nell'ampliare sempre più la
condizione proletaria
estende
anche lo stato
di crisi, di guerra, di barbarie
allo
scopo di mantenere il regime di scambio
diseguale a
livello internazionale tra paesi “ricchi” e paesi “poveri”
(neo-imperialismo)
e in ogni ambito economico, tra aree forti e aree deboli (la
questione
meridionale,
la questione
delle aree interne).
L'unità della sinistra è un processo urgente, ma insufficiente se confinato esclusivamente nel cielo della politica ed in un ambito meno che internazionale. In Italia è necessario andare subito verso una confederazione “accogliente”, dove ci sia spazio anche per chi non ha tessera, dove gli organismi di base siano eletti su scheda bianca e riconosciuti da tutti gli iscritti, a prescindere dalle appartenenze, dove si rispetti la pluralità e si decida democraticamente, con il metodo della massima condivisione possibile e senza l'assillo della dialettica maggioranza-minoranza.
E bisogna lavorare con forza per costruire, con la stessa impostazione “plurale ed unitaria”, collegamenti sempre più organici tra le sinistre che nel mondo – dall'america all'africa, dall'europa all'asia e all'australia - operano per il superamento del capitalismo. In questo senso l'esperienza della sinistra europea va proseguita e rafforzata.
Ma
il problema di fondo resta l'organizzazione della lotta di classe, il
come (con quale organizzazione sociale) ed il perché (con
quali obiettivi). In questo senso c'è
bisogno di un “nuovo movimento operaio”
che
restituisca la dimensione di “paese nel paese” alla comunità
dei lavoratori, oggi più “frammentati” dal punto di vista
contrattuale e tecnologico, e attraversati dal processo di
“globalizzazione” del lavoro, che come nella prima fase, dopo la
grande guerra, anche adesso spinge i flussi migratori dalle aree
deboli del capitalismo internazionali verso le aree forti.
Frammentazione contrattuale e sociale, migranti,
proletarizzazione della società: situazioni nuove che
richiamano esperienze già vissute all'inizio della fase della
totalizzazione (e dell'imperialismo) in altre aree del mondo (negli
USA innanzitutto) e che impongono la necessità di rivisitare
il complesso delle esperienze organizzative del movimento operaio,
senza pregiudizi e con l'obiettivo del superamento in positivo delle
forme finora assunte. Il perché
della lotta operaia si
intreccia con il perché
della lotta generale
per
un “altro mondo possibile” che non sia l'adlilà ateo da
spacciare ai “fedeli” (in verità – e per fortuna -
sempre meno “credenti”), ma una nuova
cultura ed un nuovo programma generale
che
esca dalle gabbie della “emancipazione del lavoro” e parli della
“liberazione dal lavoro”: un nuovo “manifesto”
che
metta al centro i contenuti di una rivoluzione antropologica per
offrire alla storia delle donne e degli uomini quei rapporti umani
indispensabili (quanto le condizioni materiali di produzione)
affinché i tentativi di “far saltare la società
divisa in classi” non siano “donchisciotteschi” o, peggio,
tragici, come purtroppo è avvenuto nel Novecento.
A questi improcrastinabili processi politici e sociali è indispensabile la rifondazione comunista come partito – in cui mettere a tema il ruolo della coscienza organizzata nel ciclo lungo e nel ciclo breve e la questione di quale forma della politica nella fase attuale, l'importanza di una organizzazione a rete “decentrata” e “arricchita” dalle esperienze locali e dai pensieri critici, a partire dal femminismo e dall'ambientalismo, e, last but not least, con la quale affrontare il rapporto contraddittorio tra conflitto e governo. Ma è indispensabile anche una rifondazione comunista dentro la sinistra come sguardo oltre e contro l'orizzonte capitalistico, perché, in verità, tutto, della realtà odierna ci parla dell'alternativa tra il socialismo (del XXI secolo) e la barbarie, e dell'attualità e dell'urgenza del comunismo.