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QUADERNI CESTES: n. 1 Materiale
di riflessione scientifica, economica, politico-culturale; atti
di seminari e convegni; a
cura del Centro
Studi Trasformazioni Economico-Sociali Atti del Convegno- dibattito "Una proposta contro la disoccupazione e il lavoro
precario": IL REDDITO SOCIALE MINIMO 6 Aprile 1998, ore 15.00 Sala
della Sagrestia / Camera dei Deputati P.zza
in Campo Marzio, 42 - Roma Questo
numero è stato realizzato in collaborazione con l’UNIONE POPOLARE |
Perché
la proposta del Reddito Sociale Minimo di
R. Martufi e L. Vasapollo 1. Ristrutturazione capitalistica e Stato-Impresa 3. Sindacalizzare il territorio per ridare voce agli
strati deboli della società 4. La dimensione
sociale del salario 5. La proposta del Reddito Sociale Minimo contro la
cultura del Profit State
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Perché
la proposta del Reddito Sociale Minimo
di
Rita
Martufi e Luciano Vasapollo
1.
Ristrutturazione capitalistica e Stato-Impresa
L’attuale impostazione generale macroeconomica sta
modificando, non solo nel nostro Paese, la stessa configurazione
socio-economica dell’impresa; questa non è più da individuare come aggregato
indistinto, ma piuttosto in funzione del grado di flessibilità imposta al
lavoro. L’attività d’impresa è così finalizzata all’interazione con le altre
imprese in modo da realizzare aggregazioni territoriali che caratterizzano il
nuovo modello di sviluppo. A loro volta le dinamiche economico-territoriali
suggeriscono un approfondimento a livello sociale più disaggregato, così da
porre in particolare l’attenzione sulle nuove soggettualità sociali del lavoro
e del lavoro negato, che hanno rappresentazioni tali da ridefinire gli
assetti di ristrutturazione e ricomposizione sociale e, sul sociale, dei vari
modelli di capitalismo.
Tali dinamiche di ristrutturazione capitalistica
necessitano di analisi interpretative fortemente disaggregate della
distribuzione localizzativa delle attività da poter confrontare con una lettura
più squisitamente sociale e politico-economica anche dei nuovi fenomeni
imprenditoriali. Le funzioni imprenditoriali che ne scaturiscono sempre più si
configurano in forme occulte di lavoro subordinato, precarizzato, non
garantito, di lavoro autonomo di seconda generazione, che maschera la cruda
realtà dell’espulsione dal ciclo produttivo. Si tratta, cioè, dello sviluppo di
nuova emarginazione sociale, altro che di forme realizzanti propensione ad una
imprenditorialità diffusa nel territorio.
Il processo di sviluppo economico che attraversa
il Paese ha bisogno conseguentemente di nuove logiche interpretative, di nuovi
strumenti ignorati dalle analisi economiche di impostazione
"industrialista". Le trasformazioni strutturali che stanno
caratterizzando il sistema socio-economico sono anche, e forse soprattutto,
trasformazioni nell’essere e nell’interagire delle modalità di sviluppo di un
capitalismo che, abbandonando la centralità di fabbrica, propone un sistema
produttivo e culturale sempre più spostato e incentrato nel territorio.
Si giunge così a meglio comprendere perché gli
assetti attuali della nostra economia determinano il riposizionamento sociale
di impresa, in una fase di profonda ristrutturazione, per effetto del quale si
riduce e non aumenta, come da una lettura superficiale potrebbe sembrare, la
misura del tessuto reale imprenditoriale. Nel contempo si selezionano i
soggetti più deboli, meno funzionali e compatibili, e meno consolidati, si
ridisegnano i modelli relazionali sociali tra le aziende e il territorio con un
tendenziale rafforzamento delle logiche di darwinismo sociale. E’ in tale contesto
che si realizza una prevalenza delle scelte tipiche del capitalismo selvaggio,
per il quale vige la legge che il soggetto che non si integra è espulso, è
schiacciato da un mercato sempre più selettivo.
Si sviluppa secondo tali presupposti una linea di
evoluzione delle economie locali che preme sulla distruzione di qualsiasi forma
di rigidità per l’impresa, anche di rigidità sociale. Il sistema
imprenditoriale si ricentra perciò su alcune linee di tendenza che modificano
il sistema economico nel suo insieme, ed i sistemi di sviluppo locale in
particolare, passando da forme di partecipazione diffusa, in cui si
salvaguardavano almeno alcune forme di garanzie sociali universali, ad un
sistema di accessi selettivi.
La capacità di analisi scientifica, e la connessa
iniziativa sociale politica, che come CESTES-PROTEO cerchiamo di realizzare,
devono partire dal fissare regole di controtendenza rispetto alla
società della cultura dell’impresa, delle privatizzazioni e del "fai da
te". Per far ciò, tanto per iniziare, bisogna partire dal rafforzamento di
un diverso modello di Welfare State che soddisfi nuovi bisogni, a partire da un
nuovo e più moderno sistema della qualità dell’agire economico.
La società del terziario avanzato crea nuovi
bisogni, ma con l’attuale modello di sviluppo crea nel contempo nuove
esclusioni; diventa allora strategico porre al centro del dibattito una
progettualità complessiva per un diverso modello di sviluppo in cui strategiche
siano le compatibilità ambientali, la qualità della vita, il soddisfacimento
dei nuovi bisogni, la centralità del lavoro e la valorizzazione del tempo
liberato, la redistribuzione del reddito, del valore e la socializzazione della
ricchezza complessivamente prodotta.
Il consumismo, l’assolutizzazione del profitto, la
frenetica rincorsa all’aumento del PIL, non possono essere gli unici indicatori
della qualità della vita e non misurano certo il grado di civiltà, di cultura e
di solidarietà economico-sociale presente in un paese. Ecco perché va
riproposta la funzione di uno Stato-occupatore e interventista che indirizzi
gli investimenti alla creazione di nuovi e diversi posti di lavoro, orientando
lo sviluppo verso nuove produzioni non mercantili che tengano conto di sbocchi
socialmente utili per l’intera collettività. I nuovi servizi, il nuovo
terziario delle risorse intangibili e del capitale umano vanno indirizzate
verso nuove attività che puntino ad una visione collettiva del godimento dei
beni, incentivando il controllo sociale degli investimenti da
indirizzare in quei campi più specificamente di interesse collettivo, come i beni
artistici e ambientali, le condizioni abitative, i beni educativi e
relazionali, la socializzazione del tempo liberato, verso un terziario più
orientato ai servizi sociali, sviluppando infrastrutture, formazione e ricerca.
Tale impostazione deve essere con forza
contrapposta alla logica imperante del modello neoliberista che, pur essendo
concepito secondo principi sempre meno egualitari, nel quale anzi sono
l’aggressività, l’individualismo, il darwinismo economico a dominare, sta
sempre più socialmente diffondendosi, colpendo duramente le classi sociali più
svantaggiate.
In Italia sembra che vi sia in atto un tentativo
di adeguamento del modello di sviluppo al capitalismo anglosassone più che al
sistema renano. Le modalità di scelta si giocano sulla diversa interpretazione
dello Stato sociale, del sistema del solidarismo, delle garanzie sociali.
Sembra di più affacciarsi sul panorama economico-finanziario italiano
un’ipotesi di liberismo selvaggio poco preoccupato delle compatibilità
socio-politiche del modello di sviluppo economico, nel quale si vorrebbe far
prendere sempre più spazio a processi di finanziarizzazione dell’economia che
si fa sempre più virtuale e legata alle logiche dei grossi potentati finanziari
internazionali.
Ecco lo Stato sociale che si trasforma in Stato-Impresa,
che assume come centrale la logica di mercato, la salvaguardia e l’incremento
del profitto, trasforma i diritti sociali in elargizioni di beneficenza, effettua
comunicazione sociale che fa assumere il profitto, la flessibilità, la
produttività come nuove forme di "divinità sociale", come la
filosofia ispiratrice dell’unico modello di sviluppo possibile. Si realizza
così il passaggio definitivo dallo Stato sociale dell’universalismo dei diritti
al Profit State degli accessi selettivi.
2.
Quale Welfare State?
L’impianto delle proposte politico-economiche si
incentra, allora, con sfumature diverse, su politiche di tagli alla spesa
pubblica, su incentivi e trasferimenti sempre più cospicui alle grandi imprese,
su riforme istituzionali e costituzionali di stampo presidenzialista e sempre
più autoritario, sul soffocamento delle diversità, incrementando così le
esclusioni, le emarginazioni, le nuove povertà.
E’ in questo quadro di riferimento che deve essere
letto il duro attacco che tale modello concertativo neo-liberista sta
effettuando alle condizioni di vita dei lavoratori, degli anziani, dei
disoccupati, degli emarginati, che trova, tramite la "riforma del Welfare
State" l’esplicitazione della logica della performance imprenditoriale
in uno Stato sociale che di fatto è ormai lo Stato-Impresa. Per raggiungere
questo scopo si è impostata una politica di risparmi in settori fondamentali
quali la previdenza e la sanità, utilizzando come obiettivi prioritari la
mobilità, la flessibilità del lavoro, le privatizzazioni e i tagli
indiscriminati alla spesa sociale.
Ciò che domina ormai per la scena economica è
l’abbattimento di qualsiasi rigidità di costi e di normative, per favorire
l’impresa. Anche la riforma del collocamento è indirizzata a sempre più intensi
processi di privatizzazione con la nascita di agenzie specializzate nel nuovo
"caporalato" attraverso il lavoro interinale.
Il nesso inscindibile tra lavoro e formazione
diventa la formazione che si modella sugli interessi delle aziende. La ricerca,
la formazione, la scuola, il rafforzamento della conoscenza collettiva sono
ormai orientati alla determinazione di un sistema formativo subalterno agli
interessi degli industriali, sempre più privatizzato; si veda in tal senso il
finanziamento pubblico alle scuole private che ha unito le istituzioni e quasi
tutti i partiti in un coro osannante di una superiore e omologata formazione
privatistica.
Nascono così proposte di un selezionato nuovo
assistenzialismo clientelare proponendo forme di accesso ad alcuni servizi
sociali in base a processi individuali che favoriscono la connessione e
la ricomposizione istituzionale e compatibile delle forme di dissenso sociale.
E’ questo il vero significato di proposte quali la "carta sociale",
l’introduzione di un "Fondo per i non autosufficienti", del
"Minimo vitale", sollecitando lo sviluppo di un sistema fondato sulla
"carità minima garantita" agli esclusi.
La riflessione sul Welfare-State e sulla necessità
di rinnovarlo va di pari passo con l’analisi degli strumenti atti a porre le
basi di un diverso sviluppo, diversificando ma intensificando le politiche
sociali. È necessario, inoltre, determinare un nuovo modello di domanda che può
trovare applicazione soprattutto nel campo dei servizi alla persona e nel campo
dei beni sociali, vista la massa sterminata di bisogni insoddisfatti. L’attivazione
di uno sviluppo determinato dalla realizzazione di nuovi servizi e dal
rafforzamento di nuove e più incisive politiche sociali comporta una riduzione
genralizzata dell’orario di lavoro a parità di salario, una redistribuzione
dell’occupazione esistente, la creazione di mansioni aggiuntive (lavoro di cura
e ad alta utilità socio-economica), operabile nell’ambito di una nuova
concezione del lavoro e del suo valore che non è necessariamente quello che gli
viene attribuito dalla logica di mercato; ma soprattutto seguendo tale
impostazione globale, necessita di un nuovo Welfare basato sulla
redistribuzione del reddito e sulla socializzazione della ricchezza accumulata.
Solo così si può superare quella logica tutta incentrata sui criteri del
profitto e dell’efficienza produttivistica, che ha portato ad un Welfare ormai
basato su politiche del lavoro fortemente ispirate dalle logiche
contributive ed assicurative che non fanno altro che produrre diminuzione delle
tutele realizzando un lavoro e un salario flessibile, non normativo, a basse
garanzie.
3.
Sindacalizzare il territorio per ridare voce agli strati deboli della società
Tutte le varie ipotesi di riforma dell Welfare
State sono finalizzate al controllo delle fasce più deboli della società,
rendendole ricattabili e condizionate dal potere, innescando senza dubbio
fattori che favoriscono la conflittualità orizzontale fra le varie componenti
sociali, ostacolando la ricomposizione di classe, favorendo invece la nascita
di veri e propri assistiti sociali, funzionali ad un regolamento al ribasso del
conflitto sociale e politico.
E’ così che si istituzionalizza l’espulsione di
manodopera, la disoccupazione si fa strutturale, si crea disoccupazione
invisibile, lavoro sommerso, nero e sottopagato, precarizzazione e
flessibilità, determinando nel contempo gli ammortizzatori del conflitto
sociale attraverso trattamenti differenziati e di "favore" ad una aristocrazia
sociale compatibile, la quale si fa compartecipe e soggetto cogestionale.
Si vengono così a realizzare false forme di democrazia economica e industriale
attraverso meccanismi controllati e funzionali di cogestione, creando in modo
funzionale al nuovo assetto produttivo il mito del "fai da te",
dell’autoimprenditorialità.
Ma dalla diffusione nel territorio del modello
di produzione terziaria nascono e si sviluppano i nuovi soggetti
dell’antagonismo che si sostituiscono all’operaio massa e all’operaio sociale,
costruendosi invece come nuove figure deboli del meccanismo produttivo
derivanti dalla parte di classe operaia resa più flessibile e meno garantita;
dal ceto impiegatizio del terziario pubblico e privato, da alcune categorie più
marginali di artigiani e commercianti, oltre che dagli strati di precari, di
emarginati e di fasce sempre più consistenti di disoccupati. Una nuova
soggettualità identificata nei nuovi strati deboli della società che si
ritrovano come soggetti del territorio a sostituire quella che una volta
era la classe operaia della fabbrica. I nuovi soggetti del lavoro e del non
lavoro, del (e nel) territorio hanno quindi necessità di far sentire la loro
voce; e ciò è possibile solo a partire dalla sindacalizzazione del
territorio stesso.
E’ così che si individuano e si può dar voce alle
nuove identità sociali, in modo da ricostruire un’unità di tutti i
lavoratori, garantiti e non garantiti, per ritrovarsi nella capacità di
proporre diverse forme di dissenso sociale, uscendo dalle battaglie difensive,
riproponendo conflittualità offensive e verticalizzate fra capitale e lavoro.
Sindacalismo del territorio, allora capace di rappresentare quel centro di
interessi sociali verso il quale converge una parte rilevante della
collettività debole, della classe, delle nuove soggettualità che operano in una
impresa nel sociale poichè nuova fabbrica del sistema territoriale,
composta da soggetti che si ricompongono ad unità su un corpo organizzato, come
una totalità di parti interagenti, che si danno una certa caratterizzazione sociale
perché derivano da una certa caratterizzazione produttiva della riconversione
neoliberista, del modo di produrre e di proporre socialmente la centralità
dell’impresa, del profitto, del mercato. [back]
4. La
dimensione sociale del salario
Se oggi ci si trova in un contesto economico in
cui quote crescenti di ricchezza vengono prodotte con quantità sempre inferiori
di lavoro, allora il sistema produttivo può non richiedere un’occupazione a
tempo pieno per tutta la popolazione attiva e per tutto l’arco dell’anno. Di
conseguenza deve crescere non la disoccupazione, ma aumentare enormemente il
"tempo liberato" a disposizione degli individui da utilizzare per
coltivare interessi esterni alla sfera prettamente economica, interessi, cioè,
che assumono, un connotato sociale sempre più determinante. Come si è detto,
ciò è possibile a partire da una redistribuzione tra tutti del lavoro
necessario e una conseguente riduzione generalizzata dell’orario a salario
invariato. In ultima istanza se è necessario meno lavoro per produrre uno
stesso volume di ricchezza, sembra ragionevole sostenere che debba essere
corrisposta la stessa quota di ricchezza prodotta anche in presenza di minori
ore lavorate.
Lo sviluppo scientifico e tecnologico, in una
economia incapace di reagire ai nuovi eventi, finisce con il produrre
disoccupazione e crisi, laddove potrebbe portare ad una maggiore disponibilità
di tempo libero e ad un benessere ben distribuito (reddito garantito).
All’incremento della produttività corrisponde, infatti, una riduzione dei tempi
di lavoro tale da rendere possibile una situazione che consentirebbe di
garantire un reddito sufficiente con un minimo di ore di lavoro a tutti i
cittadini.
Ma è noto che nell’economia capitalistica
l’abbreviazione della giornata lavorativa corrisponde semplicemente alla
riduzione del lavoro necessario per la produzione dei mezzi di sussistenza per
l’intera classe dei lavoratori, mantenendo o aumentando la parte di pluslavoro
non pagato. In tale contesto gli incrementi internazionali di produttività
media corrispondono a decrementi della massa salariale sociale complessiva,
mantenendo od aumentando così il tasso di sfruttamento.
Nell’economia
capitalistica il salario ha una duplice funzione da adempiere: compensare
"capitalisticamente" il lavoro svolto e assicurare al lavoratore il
necessario per vivere.
Questo vuol dire che la congruità della busta paga
va giudicata con riferimento a due distinti momenti: il momento in cui il
salario viene percepito e quello in cui il salario viene impiegato. Nel primo
momento apparentemente il salario è corrispettivo di una prestazione lavorativa
e come tale deve essere misurato dalle caratteristiche di questa prestazione,
è, sempre nell’apparenza dell’economia capitalista, un salario professionale
diversificabile in relazione della quantità e della qualità del lavoro svolto.
Di conseguenza nel momento in cui viene impiegato
il salario non ha più nulla a che fare con la prestazione; ed entra in rapporto
con la necessità di vita del lavoratore divenendo reddito spendibile.
In base a queste premesse si può già ipotizzare un
nuovo salario costituito dalla somma tra il salario professionale con una
sorta di salario sociale, quest’ultimo costituito dal reddito spendibile
indipendente dal tipo di lavoro.
In chiave di "lettura economica
marxiana" il salario è, invece, determinato dal suo rapporto con il
profitto, assumendo la forma di salario relativo, cioè prezzo del lavoro
fornito ad un determinato istante, confrontato col prezzo del lavoro anticipato
e accumulato che si trasforma in fattore produttivo capitale. Il salario
relativo è indissolubilmente legato alla capacità del capitale di trarre
vantaggio dagli incrementi di produttività.
Il salario è così una grandezza sociale
perché riguarda i lavoratori come entità sociale, e pertanto essendo
relazionato all’insieme dei mezzi di sussistenza ingloba anche le prestazioni
sociali collettive a carattere assistenziale, previdenziale (tredicesima,
liquidazione, pensione) e l’insieme dei consumi collettivi erogati
gratuitamente o a prezzi controllati (sanità, trasporti, istruzione,
assistenza, spesa sociale in genere, ecc.), comprendendo infine anche quella
parte di valore sociale della forza lavoro corrispondente all’impiego di tempo
di lavoro non retribuito (come ad esempio il lavoro delle casalinghe, ecc.). Il
reddito sociale complessivo è quindi destinato all’acquisizione da parte dell’intera
classe lavoratrice dei mezzi di sussistenza indispensabili alla
sopravvivenza dignitosa anche dei disoccupati, dei precari, degli anziani, dei
giovani, degli inabili al lavoro.
In base ad ambedue le precedenti impostazioni è
evidente che la riduzione delle disuguaglianze nelle condizioni di vita si
ottengono riducendo le differenze del reddito complessivamente spendibile
procapite. Nel calcolo di tale reddito complessivo non si deve pertanto tenere
conto solo del lavoratore che percepisce il salario, ma anche delle persone che
pur non lavorando però consumano.
Oggi i problemi relativi alla politica di
redistribuzione monetaria e del reddito complessivo assumono più importanza
rispetto al passato. La limitatezza della quota di reddito disponibile per i
consumi privati, conseguente alla recessione economica e alle politiche
monetariste restrittive, è prioritaria all’utilizzazione delle risorse,
accentuando l’esigenza di suddividerla equamente fra tutta la classe dei
lavoratori (comprendente oltre agli occupati, anche i disoccupati, gli
inoccupati, le casalinghe, i precari, i giovani, cioè il cosiddetto
"esercito salariale di riserva" in senso largo).
Gli interventi strutturali legati al processo di
accumulazione ed investimenti, non sono immediati come non lo è l’espansione
quali/quantitativa dei servizi sociali e degli effetti della redistribuzione
del lavoro esistenti (riduzione orario lavorativo). Questo evidenzia quanto il
problema delle diseguaglianze sia grande, e quanto sia importante l’intervento
ridistribuito monetario e strutturale, del reddito e della ricchezza.
Riaffermare la centralità del reddito
sociale reale complessivo, attraverso il riconoscimento del ruolo
sociale del salario e l’appartenenza del salario sociale all’intera classe del
lavoro, imporre la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro sull’intero
arco di vita e riconoscere un Reddito Sociale Minimo, significa rimettere le
mani sul bilancio pubblico incrementando le entrate che derivano dalla tassazione
del capitale e dell’accumulazione per affermare così il processo di
redistribuzione e socializzazione della ricchezza derivante dagli incrementi di
produttività.
Allora non si tratta di dare ulteriori incentivi
fiscali, sgravi e agevolazioni contributive alle imprese che accettano la
riduzione dell’orario di lavoro, ma va immediatamente capito che l’incremento
di produttività è ricchezza sociale che può garantire il soddisfacimento di
nuovi bisogni. Va, cioè, redistribuita socialmente l’accumulazione di
capitale, ponendo un programma di iniziativa che entro pochi anni può portare
alla giornata lavorativa, a parità di condizioni, di 15 ore; questa non è
una proposta di "estremismo ideologico" ma è ciò che deriva
semplicemente dal grado di sviluppo in atto dei fattori produttivi.
Il ricorso a soluzioni quali la riduzione del saggio
di incremento degli investimenti finanziari, o comunque non direttamente
produttivi, degli armamenti, dell’offerta e della domanda eccessiva di alcuni
beni voluttuari, renderebbe più rapido il processo, che comunque è già in atto
in tutta la sua consistenza. In una società sempre più automatizzata,
all’interno della quale tecniche nuove sostituiscono l’uomo nelle attività
terziarie, quaternarie, produttive, spostando sempre più il capitale umano in
attività, diverrà inevitabile inserire progressivamente forme di Reddito
Sociale Minimo che si integrino con l’attuale sistema di compensi al
lavoro, sistema che è ormai caratterizzato da alcuni aspetti assolutamente
antieconomici.
Si può, intanto, imporre immediatamente l’allargamento
della base occupazionale a partire da politiche reali di riduzione
dell’orario di lavoro a parità di salario, senza intaccare la certezza dei
diritti acquisiti e delle conquiste dei lavoratori in termini di organizzazione
dei turni, dei ritmi, dei tempi e della qualità del lavoro. Bisogna allora
considerare la riduzione dell’orario sull’intero arco di vita del lavoratore,
collegando tale riduzione ad una prospettiva di iniziativa complessiva, una
campagna di opinione, di lotta, un appello all’Europa sociale del lavoro per
rivendicare il diritto al Reddito Sociale Minimo.
In tal modo si può abbandonare la logica del
salario individuale che deriva dalla contrattazione aziendale e comunque basata
sui rapporti di forza tra capitale e lavoro, riportando la contraddizione ad un
livello più alto fra Stato e capitale, facendo pesare la realizzazione di tali
obiettivi su una fiscalità che colpisca maggiormente il capitale, in
modo da restituire alla classe lavoratrice ciò che nel tempo ha dato in termini
di incremento di produttività e di contributo forzoso all’accumulazione.
Si consideri, inoltre che le plusvalenze,
realizzate dalla differenza fra quanto ricavato al momento della vendita di un
titolo azionario e quanto pagato per il suo acquisto (capital gain), nel nostro
Paese non è attualmente gravato da alcuna imposta. D’altro canto non esiste in
generale una seria tassazione dei redditi da capitale, vanno
quindi riviste e incrementate le aliquote delle ritenute almeno a partire da
una determinata soglia minima di possesso dei titoli (si dovrebbe per lo meno
giungere, sia per i titoli privati sia per i titoli pubblici, ad un passaggio
dall’attuale aliquota del 12,5% ad una del 30%) facendo si che gli interessi
maturati sui titoli debbano essere indicati nella dichiarazione dei redditi. E’
inoltre assente una qualsiasi forma di tassazione sulle transazioni
speculative riguardanti prodotti finanziari denominati in valuta estera,
senza che siano colpiti in alcun modo i trasferimenti internazionali di
capitale, soprattutto quelli a finalità speculativa.
Tassare finalmente nei modi diversi suddetti il
capitale, fino a giungere anche alla tassazione dell’innovazione tecnologica,
effettuare degli appropriati controlli attraverso un’anagrafe patrimoniale ed
una efficiente anagrafe tributaria, significa far riappropriare i ceti meno
abbienti della popolazione, i lavoratori, composti da occupati e non occupati,
di quella ricchezza sociale da loro stessi prodotta e realizzata e che si è
sostanziata nel tempo in quegli incrementi di produttività che sono andati fino
ad oggi ad esclusivo vantaggio del capitale.
Inoltre il sistema fiscale deve allargare
l’area delle tutele, permettendo maggiori deducibilità fiscali delle spese
a carattere sociale sostenute dalle famiglie, in modo, tra l’altro, da contribuire
così a colpire vasti fenomeni di evasione ed elusione fiscale. Si fa ovviamente
riferimento ad una serie di spese, che in uno Stato dei diritti e delle
garanzie universali, dovrebbero essere tutte a carico della fiscalità generale
( spese per lo studio, spese per l’assistenza, spese per le manutenzioni della
casa, spese per l’affitto di abitazioni principali, riparazioni di autoveicoli,
ecc.).
Si può così contribuire ad invertire la tendenza
di una politica di fiscalità che si esprime a favore di un "nuovo patto
sociale", attraverso le elargizioni dirette e indirette di favore al
"nuovo blocco sociale" che ruota intorno alle centralità delle
imprese, realizzando un sistema fiscale nel quale più si è ricchi, più si è
detentori del fattore capitale e meno si partecipa alla spesa collettiva, con
la rendita e il profitto che non sono intaccati, e con un’evasione fiscale che
è di fatto legalizzata. Di contro sono sempre i redditi delle famiglie ad
essere direttamente e indirettamente spremuti, restringendo ulteriormente le
forme di redistribuzione del reddito; trasformando le forme di redistribuzione
egualitaria del reddito in forme al ribasso di uguaglianza che puntano a
ripartire tra i poveri solo la miseria; contrapponendo i giovani agli
anziani, gli occupati ai disoccupati, il diritto al lavoro ai diritti del
lavoro, gli aumenti occupazionali a salari ridotti, alla flessibilità, alla
grande precarietà, al continuo abbassamento della qualità del lavoro e della
qualità della vita.
Le soluzioni sono a portata di mano e realizzabili
in maniera tale da diminuire il carico fiscale su pensioni, su lavoro
dipendente, su artigiani e piccoli commercianti, sulle microimprese, e
trovando invece il bilanciamento con forme diverse di tassazione che si
trasferiscano dai salari alle rendite, ai patrimoni, all’accumulazione di
capitale, migliorando così lo Stato sociale attraverso diversificazione e
incrementi della spesa sociale.
Invertire la tendenza abbassando il carico fiscale
sul lavoro dipendente e sul lavoro autonomo più marginale, colpendo
maggiormente le società di capitale, le rendite finanziarie, i profitti, i
capital gain, i grandi patrimoni significa semplicemente assolvere ai
dettami costituzionali secondo i quali il carico fiscale deve servire per
redistribuire i redditi dall’alto verso il basso. [back]
5. La
proposta del Reddito Sociale Minimo contro la cultura del Profit State
La redistribuzione del reddito ha assunto e assume
un carattere limitativo perché basata sulla concessione del salario
individuale, mentre il conflitto sociale ha possibilità di volgere dalla parte
dei lavoratori solo se le lotte per il salario assumono quella portata globale
che rivendica il salario sociale reale complessivo, ponendo da
subito la questione della socializzazione di quella ricchezza realizzata grazie
ad incrementi di produttività mai trasferiti al lavoro, ma concretizzati in
esclusivo incremento di remunerazione al fattore capitale.
E’ la dimensione sociale di classe del salario che
fa sì che esso costituisca il prezzo dei costi di esistenza e di riproduzione
dell’intera classe lavoratrice. Di conseguenza la categoria economica del salario
minimo non può essere riferita al singolo individuo, poiché un grandissimo
numero dei singoli soggetti appartenenti alla classe lavoratrice non ricevono
quel minimo vitale necessario per esistere e riprodursi. E’ solo il
salario complessivamente appartenente all’intera classe lavoratrice (compresi i
disoccupati, i precari, gli inoccupati e sottoccupati) che assume la forma di
salario minimo per permettere la vita e la riproduzione dell’intera classe.
Bisogna allora indirizzare nel giusto verso, con
una lettura di classe e non semplicemente di diritto di cittadinanza,le varie
battaglie culturali che nel corso dell’ultimo decennio hanno riproposto l’idea
di un reddito universale, distaccandosi dal piano astratto della riflessione
sulla "società giusta". Bisogna allora partire direttamente dai
processi sociali, dalla ricognizione di quei mutamenti che, sconvolgendo gli
equilibri e le architetture compensative del Welfare State keynesiano, ormai
non consentono più di considerare la crescita e lo sviluppo accompagnati dalla
piena occupazione. Inoltre, bisogna osservare che la riduzione della giornata
lavorativa sociale fa del lavoro un bene scarso, indisponibile per tutti; e ciò
si accompagna alla politica di flessibilizzazione dei rapporti lavorativi che
rende, il lavoro per i privilegiati che ancora ne godono, anche precario e
instabile, sottopagato, non a pieni diritti.
Di conseguenza si sono venute a creare un insieme
di strategie alternative più o meno definite, che enfatizzano il valore sia
della sicurezza che dell’autonomia, e ravvisano la possibilità di conciliare
l’antagonismo tra questi due valori affidandosi al concetto di cittadinanza e
ad una sorta di universalismo dei diritti positivi, come il diritto al BASIC
INCOME, che ad esso si connettono.
Il basic income è fondato sulla concezione
di una democrazia dei diritti universali di cittadinanza. Infatti non la
classe, non la condizione lavorativa, l’occupazione, il reddito individuale e
familiare spendibile, ma la cittadinanza è il fondamento del diritto a
trasferimenti di base e servizi essenziali. Quindi non il lavoro salariato, ma
le attività utili, comprese quelle al di fuori del formale mercato del lavoro,
costituiscono la giustificazione "morale" del diritto a benefici che
vengono goduti indipendentemente dalle condizioni comportamentali di classe e del’interpretazione
del conflitto fra capitale e lavoro. In tale ottica non la protezione dello
status sociale, ma la garanzia dei bisogni fondamentali al di là della classe
di appartenenza, è il criterio di una giustizia legata esclusivamente ad un
livello sostenibile di rischio e alla difesa dell’autonomia delle scelte del
cittadino.
L’elemento che comunque unisce tutte le teorie sul
reddito minimo e sul reddito di cittadinanza, è che l’individuo come persona o
come cittadino, comunque come persona appartenente ad una società,
indistintamente dal colore, dal sesso, dall’età dalla professione,
dall’istruzione ecc. deve percepire dallo Stato, un reddito tale da consentigli
una vita dignitosa ed permettergli di scegliere se integrare o meno il proprio
reddito garantito con un lavoro che sceglierà in piena libertà in base alle
proprie esigenze, o di migliorare la sua formazione, o di dedicarsi ad altre
attività.
Parallelamente a tali impostazioni culturali, si
sono avute, nei vari paesi europei, realizzazioni di forme di sussidio, di
reddito (monetario e non) che in qualche modo tentano di affrontare le
problematiche connesse alla disoccupazione forzata, alla precarietà del lavoro,
alle condizioni comunque di emarginaizone sociale.
Se in Italia tali tentativi non sono giunti a
compimento,ad esempio in Olanda e in Francia abbiamo due esempi diversi di
reddito garantito. In Olanda la legge generale sul sussidio ha come finalità
quella di contrastare il disagio economico sia permanente che transitorio.
L’elemento più importante di questa legge consiste nel considerare come unità
di riferimento sia il singolo individuo che la famiglia; è inoltre previsto un
articolato complesso di norme che stabiliscono sia l’ammontare del sussidio in
relazione alle diverse caratteristiche dei destinatari sia i vincoli che devono
essere rispettati per continuare a godere di tale beneficio. La gestione di
tutte le procedure previste dalla legge è demandata al sindaco il quale,
insieme ai consiglieri comunali, detiene una ampia gamma di poteri tra cui la
possibilità di concedere di sua iniziativa il sussidio in casi particolari non
previsti dalla legge. La legge francese sul Reddito Minimo d’Inserimento
unisce al trasferimento di reddito un intervento di preparazione alla
collocazione al lavoro costituito dalla definizione di un progetto individuale
che prevede attività di formazione o di lavoro. Assumono in questo contesto un
ruolo fondamentale gli organismi e gli operatori coinvolti nella fase di
progettazione e in quella successiva di svolgimento del progetto formativo
concordato. L’efficacia delle azioni del Welfare francese dimostrano come sia
necessario e utile un intervento diretto dello Stato che può continuare ad
esercitare il suo ruolo sociale se punta a colmare i vuoti generati dalle
politiche del profitto.
Tabella 1 - Caratteristiche
principali dei redditi minimi nei paesi della CEE
|
|
Gran Bretagna |
Germania(RFT) |
Paesi Bassi |
|
Denominazione |
Income Support +
Family card |
Aiuto al
sostentamento |
Sost.Assist.
reddito |
|
Data di avvio |
1948 |
1961 |
1963 |
|
Istituzione responsabile |
Min. sicurezza sociale |
|
Ministero Servizio Sociale |
|
Parametri |
Paniere |
Paniere |
Salario minimo |
|
% finanziamento dello Stato |
100% |
0%: Trasferimento
alle Lande |
90% |
|
Età minima |
18 |
|
23 |
|
Condizioni |
Residente da più di 10 anni |
Cittadinanza |
Residenza legale |
|
Beneficiari |
Persona |
Persona |
Persona |
|
Durata |
Illimitata |
Illimitata |
|
|
Diritti associati |
Riscaldamento,
Assicurazione. malattia |
Riscaldamento |
Riscaldamento,
Assicurazione malattia |
|
Contropartita |
|
Lavoro |
|
|
|
Belgio |
Lussemburgo |
Francia |
|
Denominazione |
Minimo
assistenziale |
Reddito minimo
garantito |
Reddito minimo di
ingresso |
|
Data di avvio |
1974 |
1986 |
1988 |
|
Istituzione
responsabile |
CPAS |
Serv. naz. Per RMG |
Delegaz. Intermin.
RMI |
|
Parametri |
prezzi |
Minimi sociali |
|
|
% finanziamento dello Stato |
50% |
100% |
83% |
|
Età minima |
21 |
30 |
25 |
|
Condizioni |
Residente CEE da
più di 5 anni |
Residente da più
di 10 anni |
|
|
Beneficiari |
Persona |
Persona |
Persona |
|
Durata |
|
|
3 mesi rinnovabile |
|
Diritti associati |
Assicurazione
malattia |
|
Riscaldamento,
Assicurazione malattia |
|
Contropartita |
Disponibilità di
lavoro |
Contratto |
Contratto
d’inserimento |
Fonte: Elaborazione su dati F. Euvrad, Iminimum
Income Support cheems, Eec, European Conference on Basic; Incomes, Londra,
15-17 novembre 1989
Nonostante i vari interventi governativi a favore
di un reddito minimo, interventi comunque inesistenti in Italia, spesso la
filosofia che li guida è legata all’idea di un futuro visto come una
costellazione di società senza lavoro, da cui scaturisce di fatto l’ipotesi del
reddito di cittadinanza, ben vista anche dai governi conservatori. Tale
proposta, e quelle similari del reddito minimo, a prescindere dall’imponenza dei
costi, finirebbe con l’avvalorare l’immagine di uno Stato sociale minimo,
simile a quello residuale proposto dalla destra liberista, ma
universalisticamente garantito. I vantaggi che secondo alcuni deriverebbero da
una simile proposta, - riduzione dei costi amministrativi, automatismo, assenza
di discrezionalità - potrebbero trovare spazio anche in modelli di Welfare
alternativi; quali il ricorso a forme più limitate di spesa sociale garantita,
in modo da unificare, attraverso un reddito di cittadinanza minimo nel suo
importo, i vari trasferimenti per l’assistenza, favorendo così una
redistribuzione del reddito secondo "reali" condizioni di bisogno,
cioè le condizioni di vera miseria (si veda la proposta di "minimo
vitale" formulata ultimamente dal Governo dell’Ulivo).
È, allora, ormai una necessità storica,
politico-economica, oltre che una battaglia di civiltà contrapporre a tali
ipotesi una reale proposta di socializzazione dell’accumulazione, in modo da
riconoscere il Reddito Sociale Minimo per i disoccupati, i sottoccupati,
i precari, i lavoratori atipici; Reddito Sociale Minimo che assume sia forme di
natura diretta, cioè di un vero e proprio assegno mensile, sia forme di reddito
indirette derivanti dalle tariffazioni sociali e dalla gratuità dei servizi
fondamentali.
Un Reddito Sociale Minimo nell’ambito di una
concezione che non deve rappresentare una sorta di "carità minima
garantita", voluta dai vari governi apparentemente progressisti presenti
in Europa. Proposte tutte basate su una sorta di concezione di "minimo
vitale di sopravvivenza", che seppur finalizzate a sottrarre le fasce più
deboli della società da una condizione di povertà, le renderebbe ricattabili e
condizionate dal potere, innescando senza dubbio fattori disincentivanti e che
ostacolano la ricomposizione di classe, favorendo invece la nascita di veri e
propri assistiti sociali, disponibili alle politiche clientelari. Il problema
non è assicurare un’assistenza caritatevole minima , ma piuttosto creare
condizioni di sviluppo basate su un diverso modello della produzione, sempre
riaffermando la centralità del lavoro come momento di valorizzazione economica
complessiva e di organizzazione del dissenso sociale.
Il Reddito Sociale Minimo deve essere
concepito in maniera tale che si opponga a quel "nuovo patto sociale"
nel quale i ricchi e le imprese non partecipano alla spesa collettiva, la
rendita e il profitto non devono essere intaccati, l’evasione fiscale deve
essere legalizzata; gli industriali continuano a chiedere flessibilità del salario,
delle condizioni di lavoro, della sicurezza del lavoro, degradando e
precarizzando sempre più l’occupazione. Il Reddito Sociale Minimo non è una
forma di assistenzialismo ma è una proposta direttamente connessa alla
centralità del lavoro, lavoro che deve ripartire anche dalla funzione di uno
Stato occupatore, che cioè crea condizioni strutturali e distribuisce
occupazione, non delegando tutto al mercato, non privatizzando come se il
profitto fosse il regolatore dell’interesse generale.
Il Reddito Sociale Minimo diventa così anche
uno strumento di iniziativa politica che si contrappone alle forme al ribasso
di uguaglianza che puntano a ripartire tra i poveri solo la miseria,
contrapponendo i giovani agli anziani, gli occupati ai disoccupati, il diritto
al lavoro ai diritti del lavoro, gli aumenti occupazionali a salari ridotti,
alla flessibilità, alla grande precarietà, al continuo abbassamento della
qualità del lavoro e della qualità della vita.
Con la proposta del Reddito Sociale Minimo si può
iniziare una seria lotta contro l’evasione e l’elusione fiscale, aggiungendo
una serie di altre iniziative a connotato di giustizia fiscale e distributiva,
con forti contenuti e finalità di redistribuzione della ricchezza sociale
prodotta dal lavoro.
Le risorse finanziarie ci sono e sono disponibili
per il rafforzamento di un Welfare State non più e non solo della cittadinanza,
ma di uno Stato Sociale che oltre a redistribuire reddito socializzi
l’accumulazione del capitale, distribuisca cioè ricchezza derivante da
incrementi di produttività che sono andati ad esclusivo vantaggio del capitale
e non del lavoro. Allora tali risorse finanziarie devono essere prelevate
attraverso una seria e decisa tassazione dei capitali nelle sue diverse forme (tassazione dei capitali
finanziari e speculativi, tassazione dell’innovazione tecnologica, tassazione
del capital gain), lanciando in tal senso, inoltre, una campagna di iniziativa
politico-economica internazionale e di civiltà che realizzi la cosiddetta Tobin
Tax, cioè la tassazione dei trasferimenti di valuta all’estero, tassazione da
utilizzare esclusivamente a fini sociali, ambientali, occupazionali e
per finanziare il Reddito Sociale Minimo per disoccupati, precari e non
garantiti.
6. Tobin
Tax e Reddito Sociale Minimo
James Tobin, premio nobel per l’economia nel 1981,
è considerato un forte sostenitore del pensiero keynesiano. La tassa di cui parliamo
prende il suo nome proprio perchè fu il primo economista ad evidenziare la
diversificazione del rischio come motivo inerente la razionalità degli
investitori. La Tobin Tax nella sua formulazione originaria prevede una
regolamentazione dei cambi e una tassazione di tutte le transazioni di capitale
finanziario a carattere speculativo, che però è possibile realizzare soltanto
attraverso una mondializzazione delle intese fiscali per non sminuire la sua
portata attraverso la fuga dei capitali verso i cosiddetti paradisi fiscali.
Come CESTES-PROTEO ci diciamo disponibili e
abbiamo aderito all’organizzazione non governativa ATTAC (Azione per una Tobin
Tax di aiuto ai cittadini) che si è costituita da pochi giorni per imporre ai
governi e alle organizzazioni economiche internazionali l’applicazione appunto
della Tobin Tax.
Nonostante l’idea iniziale di James Tobin fosse di
venticinque anni fa, e che si sono detti nel tempo disponibili alla sua
attuazione anche personaggi politici, economisti ed istituzioni che spesso
hanno avuto seria responsabilità sull’imposizione a livello planetario della
globalizzazione finanziaria neoliberista, noi pensiamo che la tassazione delle
transazioni speculative (si pensi che quotidianamente circa 1.500 miliardi di
dollari vengono trasferiti con tali modalità e circa il 90% di tali transazioni
hanno durata che non supera i quattro, cinque giorni) se avvenisse anche con
aliquote differenziate in funzione della durata dell’operazione,
disincentivando fortemente gli investimenti di breve periodo, realizzerebbe
diverse centinaia di miliardi di dollari l’anno che la comunità internazionale
potrebbe gestire a fini sociali, sanitari, ambientali, di lotta alla povertà e
di forte incremento occupazionale.
Dal nostro punto di vista però, i proventi
derivanti dalla Tobin Tax dovranno essere utilizzati esclusivamente a fini
socio-ambientali, per creare occupazione e da destinare al Reddito Sociale
Minimo per disoccupati e precari. Inoltre la gestione di tali fondi derivanti
dall’applicazione della Tobin Tax non può essere effettuata da quegli organismi
internazionali (come il Fondo Monetario Internazionale) che sono invece proprio
i veicolatori di quel modello neoliberista a forti connotati di economia
finanziaria che, oltre a rendere sempre più marcato il divario Nord-Sud sta
ulteriormente peggiorando le condizioni di vita delle stesse popolazioni ad
industrialismo avanzato.
La Tobin Tax, insieme alle altre modalità di
tassazione dei capitali (capital gain, innovazione tecnologica, ecc.), diventa
così risorsa fondamentale per finanziare un progetto di Reddito Sociale Minimo,
e non solo, che oltrepassando le frontiere italiane, rappresenti una proposta
forte di politica economica che interessa non l’Europa di Maastrich ma
un’Europa sociale e del lavoro, assumendo anche caratteristiche internazionali.
Tale battaglia può contribuire ad opporsi ai
processi di finanziarizzazione dell’economia, agli accordi multilaterali sugli
investimenti (tipo l’AMI) e a combattere le forme di privatizzazione del welfare
(che ad esempio attraverso i fondi pensione e assistenziali contribuiscono alla
speculazione finanziaria e all’abbattimento dello Stato Sociale); essa può
inoltre essere indirizzata verso principi di giustizia fiscale e distributiva
che possano colpire gli enormi profitti accumulati, gli enormi incrementi di
produttività, sottraendoli all’ingordigia dell’accumulazione di capitale, per
rilanciare investimenti produttivi capaci di creare occupazione.
Si tratta di lanciare un’offensiva di quel mondo
culturale, politico, sindacale, dell’associazionismo di base, di tutte quelle
forze che non accettano le compatibilità e l’omologazione dei principi
politico-economici neoliberisti basati sulla cultura delle privatizzazioni del
patrimonio pubblico, del welfare,del sociale,un’offensiva politica,sociale ed
economica che sappia legare la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro,
la creazione di nuova occupazione di produzioni non necessariamente a carattere
mercantile, la tassazione dei
capitali per socializzare la ricchezza complessiva, il riconoscimento del
Reddito Sociale Minimo per disoccupati e precari, il rafforzamento dello Stato
Sociale della distribuzione dell’accumulazione, in un nuovo modello di sviluppo
a forti connotati di eco-socio-compatibilità fuori-mercato. [back]
"Una
proposta contro la disoccupazione e il lavoro precario".
IL
REDDITO SOCIALE MINIMO
6
Aprile 1998, ore 15.00
Sala
della Sagrestia / Camera dei Deputati
P.zza
in Campo Marzio, 42 - Roma
Assenti:
a causa di seri problemi di salute il Prof. L. Vasapollo che ringraziamo
vivamente poiché si è prodigato molto per la riuscita del Convegno; assente
anche l’On. Nerio Nesi che invia un messaggio di saluto e augura buon lavoro
scusandosi per l’improvviso impegno istituzionale che lo tiene assente, e l’On.
Livia Turco, Ministro della Solidarietà Sociale che ha inviato il seguente
messaggio:
"Sono lusingata del vostro invito ed ho molto
apprezzato la relazione svolta in premessa alla proposta di legge d’iniziativa
popolare per l’istituzione del reddito sociale minimo. La povertà non deve
essere considerata un fenomeno naturale, né una condizione irrimediabile perché
non è causata solo da carenze economiche, ma anche dall’indebolimento dei
legami di appartenenza sociale. Purtroppo inderogabili impegni istituzionali
non mi consentono di aderire al vostro graditissimo invito, ma desidero
ugualmente rinnovarvi i miei ringraziamenti auspicando nuove occasioni di
incontro.
Con cordialità vivissime"
LIVIA
TURCO [back]
- Ordine degli interventi:
Ci saranno due interventi
introduttivi, il primo di Luigi DI CESARE (Unione Popolare), per l’illustrazione della legge
presentata in Cassazione dal Comitato Promotore e per la quale nelle prossime
settimane verrà avviata la raccolta delle firme; seguirà l’intervento
dell’Avvocato Arturo SALERNI (Associazione Progetto Diritti e CESTES-PROTEO). Seguiranno con i
loro interventi:
L’On. Paolo CENTO, (Gruppo parlamentare
Verdi-Ulivo);
Prof. Alessandro
GARILLI,
(Sottosegretario di Stato del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale);
Dott. Nino GALLONI, (Direttore Generale e
Consigliere del Ministero del Lavoro per le politiche dell’occupazione);
On. Marcella
LUCIDI,
(Democratici di Sinistra; gruppo parlamentare Cristiano Sociali);
On. Giorgio
GARDIOL,
(Commissione Lavoro della Camera dei Deputati; gruppo parlamentare
Verdi-Ulivo);
Presentazione:
Luigi DI
CESARE (Unione Popolare)
L’oggetto del dibattito è evidente; abbiamo voluto
sollevare una questione: il Reddito Sociale Minimo, ovvero un problema di
reddito per i disoccupati e per i lavoratori precari, per coloro che fanno
lavoro nero, percependo un reddito infimo. Poniamo, inoltre, anche un problema
di redditi per i lavoratori occupati, un adeguamento di tale reddito affinché
ci sia anche una equa e giusta proporzione tra reddito per i disoccupati e per
i precari e reddito per gli occupati, perché questo problema va contemplato
complessivamente nel mondo del lavoro.
Si è voluto sollevare tale problema perché abbiamo
colto dentro la situazione un problema di fondo: la disparità tra ciò che
avviene attorno agli affari borsistici, ai profitti dì impresa, ai redditi da
capitale finanziario e quanto avviene, invece, a livello sociale dove si
riscontrano aumenti della disoccupazione, diminuisce l’occupazione a pieni
diritti ed aumenta in maniera inquietante la fascia di povertà nel nostro
Paese. La polarizzazione di questi estremi, contrapposti tra loro, ci pongono
un problema di equità sociale, ma anche un problema di distribuzione della
ricchezza in quanto il nostro è un Paese ricco che fa registrare grossi giri
d’affari quasi tutti i giorni presso Piazza Affari a Milano. Voglio evidenziare
alcuni dati: Walter Veltroni, il Vice Capo del Governo in un’intervista di
qualche giorno fa su "Il Corriere della Sera" - 30 marzo:
"Chiediamoci per esempio, se oggi le imprese
vivono in condizioni più o meno favorevoli rispetto ad un anno e mezzo fa.
L’inflazione si è ridotta, il tasso di sconto è calato, il tasso d’interesse si
è ridotto, siamo rientrati nello SME, la Borsa è cresciuta del 100%, il Sud
italiano offre oggi condizioni di appetibilità per le imprese superiore a
quelle tanto celebrate dell’Irlanda e del Galles".
Ciò è confermato anche dagli indicatori economici
e sociali. Noi in tale contesto avanziamo una precisa proposta: in questo
contesto sociale, politico, solleviamo la questione del Reddito Sociale Minimo.
Noi non poniamo una questione rivendicativa,
perché non chiediamo solo un quantum economico, ma poniamo un problema di
ordine politico, sociale che si contestualizza rispetto alla fase, al momento
che attraversiamo dal punto di vista economico, sociale e storico.
Non è una proposta massimalistica, né
minimalistica, perché riteniamo che si debba aprire un confronto, sollevare una
questione di civiltà all’interno del nostro Paese, oltre che una questione di
emergenza sociale. Poniamo un problema di equità sociale che non sia
assenzialistico, infatti non parliamo di sussidio ai disoccupati che graverebbe
comunque sul mondo dei lavoratori, soprattutto dei dipendenti. Indichiamo una
possibilità di reperimento dei fondi per finanziare il Reddito Sociale Minimo,
nella fattispecie lo indichiamo in questo quantum enorme di ricchezza che si è
registrato in questi ultimi anni, non tanto nei depositi bancari o al limite
nei depositi azionari delle Borse, quanto nel volume di interessi, di
speculazioni finanziarie ed economico-patrimoniali che si registrano attraverso
i depositi bancari e finanziari; questa è la questione che poniamo: cioè un
problema di distribuzione di tale ricchezza all’interno del Paese.
Illustrazione della Legge
Avv. Arturo SALERNI (Ass.
Progetto Diritti; CESTES-PROTEO)
Il primo elemento dal quale siamo partiti che non
può essere scavalcato o superato, è quello della trasformazione del mondo del
lavoro che significa, cioè, figure di precari, lavoro flessibile. Si tratta di
20 - 25 anni di legislazione dell’emergenza che sono andate sempre nel senso
riassunto nel seguente ragionamento: per favorire gli incrementi occupazionali
bisogna andare incontro alle richieste delle imprese che vogliono manodopera che
sia subito scartabile; in alcuni momenti in relazione delle caratteristiche
oggettive e soggettive (capacità di mobilitazione dei giovani lavoratori) si ha
una filosofia del lavoro per cui solo seguendo la logica delle imprese e solo
inseguendo le imprese è possibile creare occupazione. E quindi, è nato il tempo
determinato nella sua capacità di superare i limiti posti dalla Legge del ’62,
ora con la Legge 56 dell’87 è possibile superare e sfondare i limiti rigidi
posti dalla Legge del ’62; e aumentato il lavoro nero, sono aumentate le
ipotesi di tempo determinato camuffato spesso dai contratti di formazione
lavoro, con la Legge del 1984. Abbiamo il passaggio dalla chiamata numerica
alla chiamata nominativa dell’Ufficio di Collocamento, sostanzialmente un
passaggio per cui abbiano una forza lavoro sempre più divisa (perché ognuno è
contrapposto all’altro) e più ricattabile sul profilo dell’estensione del
rapporto di lavoro.
Dentro tale sistema, oggi nel 1998, possiamo dire
quale è il grande bluff: l’occupazione non è aumentata, i livelli di
disoccupazione sono aumentati. Inseguire la logica dell’impresa con riferimento
alla politica del lavoro non ha determinato incrementi occupazionali, anzi una
manodopera a livello generale sempre più flessibile e perciò ricattabile,
significa una manodopera tendenzialmente con condizioni salariali e normative
che vanno verso il peggioramento.
Oggi, con riferimento a questa nuova legge sul
Reddito Sociale Minimo (RSM) diciamo di invertire la tendenza.
Rifacendomi al discorso di Di Cesare in apertura
sulla distribuzione della ricchezza prodotta, voglio citare, indegnamente,
qualche passaggio del Prof. Vasapollo, che oggi per motivi di salute non c’è,
per chiarire alcune delle premesse di ragionamento che stanno dietro alla nostra
proposta: in particolare si tratta di quell’elemento economico-sociale e di un
diritto che si va affermando in una società avanzata, il problema che davanti a
una disoccupazione strutturale crescente non è possibile pensare ad una massa
di diseredati che non hanno la possibilità di sbarcare il lunario personalmente
e con le loro famiglie (es. Sud Italia). C’è la necessità di ricostruire un
terreno unitario tra chi lavora, tra chi lavora in maniera precaria, e tra chi
non lavora. Oggi avere un reddito con il quale affacciarsi sul mercato del
lavoro significa anche contrattare la vendita della propria forza lavoro, la
propria disponibilità a lavorare in condizioni assolutamente migliori.
Riteniamo che sia una battaglia che ha portata europea, non solo perché oggi
tale scenario non appartiene al nostro Paese, ma è uno scenario che
caratterizza questa nuova Europa; ma anche perché, se entriamo in Europa, oltre
a prendere come riferimento i rapporti tra il deficit ed il PIL, il tasso
d’inflazione consentito, dobbiamo prendere anche in riferimento istituti di
sicurezza sociale presenti all’interno di altri paesi europei.
Nella nostra proposta di legge prevediamo la
corresponsione di un Reddito Sociale Minimo in forma di trasferimento monetario
e di tariffazioni sociali per i servizi essenziali. Tale proposta nasce con
alcuni elementi che necessitano di una maggiore articolazione e maggiore
specificazione su alcuni passaggi, sia sul termine delle prospettive della
formazione di un istituto e sul cosa va a rappresentare nelle politiche del
lavoro e sul piano fiscale, delle coperture finanziarie di quelle spese
previste di 50.000 miliardi che noi identifichiamo con un primo calcolo.
Nella proposta si stabilisce la presenza di due
requisiti: la residenza nel nostro Paese da almeno due anni (la nostra è una
proposta unitaria che non vuole divisioni in termini di nazionalità di
appartenenza) e l’iscrizione alle liste di collocamento da almeno un anno. Si
prevede che il reddito venga corrisposto dagli Uffici periferici del Ministero
del Lavoro, e la necessità di costituire, presso la sede centrale del Ministero
del Lavoro, un ufficio centrale per il rilevamento dello stato di
disoccupazione e per l’erogazione del Reddito Sociale Minimo. Vi è, in una
Legge di questo tipo, una grande esigenza di controllo.
Diceva Di Cesare: questa è una proposta non con
carattere assistenziale, con una logica che mira ad una politica del lavoro.
L’entità monetaria che noi individuiamo (nell’art. 2) di corrispondere
annualmente, per i soggetti in possesso dei precedenti requisiti, è di 12
milioni di lire, non sottoposti ad alcuna forma di tassazione; prevediamo che
il periodo in cui si riceve il RSM sia valutato ai fini del calcolo dei periodi
pensionistici, rinviando a i criteri e modalità che verranno indicate nel
Decreto legislativo che il Governo dovrà adottare nel termine dei 90 giorni
dall’approvazione della presente legge. L’importo sopra indicato va annualmente
rivalutato sulla base degli indici ISTAT. Questo è un passaggio importante,
poichè riteniamo che sia necessario collocare questa battaglia in una posizione
dialettica e positiva rispetto alla reintroduzione dei meccanismi di
indicizzazione di scala mobile nel nostro Paese.
Nell’ipotesi in cui il soggetto trovi attività
lavorativa cui consegua un reddito inferiore all’ammontare del RSM, vi sarà un
dimezzamento del trasferimento monetario. Prevediamo una lunga serie di
sanzioni amministrative nell’ipotesi in cui il datore di lavoro taccia il fatto
che sia assunto un lavoratore presso di lui (secondo la legge 688 del ’81) in
quelle condizioni che porterebbero alla perdita o alla riduzione del RSM. Tale
sanzione sarà pari all’ammontare del salario che il soggetto avrebbe dovuto
percepire quale corrispettivo del lavoro svolto, con riferimento ai minimi
previsti dal Contratto Collettivo Nazionale di lavoro della categoria. Vi è la
riflessione dell’inutilità del penale, ma bisogna introdurre a livello di
sanzioni amministrative quell’elemento risarcitorio ed equitativo che soltanto
la commisurazione della retribuzione dovuta può produrre.
Nella proposta si individua la possibilità di
decadenza del Reddito Sociale Minimo nel caso in cui il lavoratore ottenga un
lavoro a tempo pieno e nel caso in cui lo abbia rifiutato senza motivo.
L’art.8 si dilunga sulle tariffe sociali nei
servizi essenziali: si dispone l’accesso ad alcuni servizi in termini di
gratuità o di facilitazione, sia per i titolari del diritto al RSM sia per
coloro che si trovino in ipotesi di fruizione ridotta dello stesso trasferimento
monetario.
Con il IV comma art. 8, rientrano nei benefici
anche i componenti il nucleo familiare con reddito imponibile annuo non
superiore a 35 milioni di lire ed i soggetti titolari di pensioni sociali
minime. Ciò per far fronte a tutte le situazioni di disagio sociale.
Copertura finanziaria, qui si apre un aspetto
importante.
Nel primo anno di attuazione della Legge si è
pensato ad un’imposta straordinaria, detta Labor Tax, che consiste
nell’addizionale una tantum sulla tassazione dei redditi d’impresa. Per la
copertura in via definitiva degli oneri derivanti dall’erogazione di 50 mila
miliardi, prevediamo: l’incremento dell’aliquota d’imposizione sugli interessi
derivanti da titoli pubblici al 30% o di optare per la loro indicazione nella
dichiarazione annuale dei redditi. Si prevede la tassazione dell’incremento di
valore dei titoli azionari (aliquota d’imposta del 30%). Si dovrà, inoltre,
provvedere all’inserimento nella dichiarazione annuale dei redditi di ogni
reddito da capitale. Si determina, poi, una tassazione dei trasferimenti di
valuta all’estero; infine, un’addizionale sull’IVA per tassare l’innovazione
tecnologica che produce decremento occupazionale.
Voglio richiamare ciò che il Prof. Vasapollo
avrebbe sicuramente detto: date le condizioni internazionali di sviluppo
dell’innovazione tecnologica, si può ipotizzare che la quota di lavoro
socialmente necessaria alla sussistenza media dell’intera classe dei lavoratori
sia pari a circa il 20% dell’attuale giornata lavorativa sociale a livello
internazionale, ed è questa la parte di lavoro retribuita, mentre il resto è
plusvalore destinato ad accumulazione. In ambito europeo in questi ultimi tre
anni si sono avuti incrementi medi annui di produttività del 2% a fronte di
incrementi medi annui di salari reali dello 0,5%.
Allora la nostra è una proposta in controtendenza
rispetto alle politiche del lavoro e della flessibilità e della precarietà, in
controtendenza rispetto allo smantellamento dello Stato sociale, rispetto ad
una visione dell’Europa essenzialmente monetaristica e subordinata alla logica
e alle esigenze di potentati finanziari ed economici.
On.
Paolo CENTO (Gruppo parlamentare Verdi -
Ulivo) che ha presentato alla Camera dei Deputati una proposta di legge gemella
a quella presentata in Cassazione.
Si deve riflettere su tre questioni: la prima è
che il Reddito Sociale Minimo è già una realtà in tutta l’Europa. Tutta
l’Europa, in forme articolate, ha forme anche diverse di Reddito Sociale
Minimo, ha forme di gratuità di alcuni strumenti e mezzi che garantiscono
servizi sociali. L’Italia e la Grecia sono gli unici due paesi che non
prevedono alcuna forma sul territorio nazionale di interventi in questa direzione,
in un’Europa fatta su misura della grande finanza e non sulle esigenze sociali.
Il Governo si è posto il problema in maniera
parziale ed insoddisfacente. Prodi ha istituito la Commissione Onofri che ha
tentato di affrontare in termini analitici, statistici, scientifici, il
problema delle nuove povertà. I giornali hanno anticipato una proposta del Min.
Livia Del Turco in questa direzione; si tratta di una proposta insufficiente
perché prevede la sperimentazione in quattro aree geografiche (a rischio) di un
assegno di povertà, per le famiglie a rischio sociale, di 500.000 lire come
base di partenza.
L’Europa e le iniziative del Governo sono due
aspetti che dimostrano che tale battaglia è una battaglia non velleitaria, non
estremista, ma di grande ragionevolezza che sta nel dibattito politico
giornaliero di una Paese che si affaccia in Europa. Bassolino pochi giorni fa
ha posto come fondamentale per la realtà napoletana l’istituzione del Reddito
Minimo Vitale.
La seconda questione è come questa battaglia si
collega anche ad un nuovo federalismo municipale. Finora nella sinistra sono
state assenti politiche di sostegno al reddito attraverso un intervento sui
servizi sociali e culturali poste in atto dalle Regioni, Province, Comuni, utilizzando
le proprie risorse. Il terreno del Welfare municipale deve essere ormai
all’ordine del giorno.
La terza questione è il reperimento dei fondi. I
50.000 miliardi possono apparire come una cifra incompatibile con le leggi
finanziarie, con le compatibilità del bilancio pubblico. La proposta deve avere
discriminanti sociali, infatti la questione finanziaria va posta in termini di
riflessione sugli incrementi di produttività, che hanno significato solo
maggiori profitti e diminuzione dell’occupazione. Le politiche di spesa sociale
che già ci sono non producono né occupazione e né redistribuzione equa del
reddito. Infatti Scalfaro, e non gli Invisibili o il Centro Sociale Intifada,
alcuni giorni fa, denunciava che in questo Paese, negli ultimi 15 anni, si è fatta
una politica di incentivi alle imprese al Sud che hanno significato: dare soldi
alle imprese che aprivano cattedrali nel deserto, prendevano i soldi e
tornavano al Nord per investire nel terzo e quarto mondo.
Altro problema che va posto è lo spostamento delle
priorità della spesa corrente senza continuare nella logica degli incentivi
alle imprese e l’assistenzialismo per il Sud, senza ripetere gli errori fatti,
intervenendo invece sui corsi di formazione professionale spesso inutili e non
finalizzati ad una reale creazione di occupazione.
Il reperimento dei fondi, oltre che dalla
tassazione dei capitali, si potrebbe ottenere attraverso una spesa più attenta
ed oculata di ciò che viene sprecato in attività che non produrranno lavoro e
reddito per alcuno.
Non si deve guardare solo ai disoccupati ma anche
ai precari. Altra categoria sociale è quella di coloro che hanno partita IVA,
che nelle pubblicazioni ISTAT sono classificati come lavoratori autonomi, ma
nella realtà sono dipendenti senza alcuna tutela sindacale.
Lanciamo, quindi, anche una sfida al sindacato che
si deve occupare di queste nuove figure lavorative, e tra le forme di tutela vi
è quella del Reddito Sociale Minimo.
La battaglia va fatta a diversi livelli sia
istituzionali che sociali, fatta con più strumenti (la legge di iniziativa
popolare, l’azione diretta dei soggetti sociali), partendo anche dalle lotte
positive di questi ultimi mesi che rivendicavano la gratuità dei servizi
essenziali per i disoccupati.
Prof.
Alessandro GARILLI (Sottosegretario di Stato)
Già nel II comma art, 3 della Costituzione si
scriveva che era compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che
impediscono di fatto la piena realizzazione dei diritti sociali, civili e
politici dei cittadini. Ma le disuguaglianze non sono state eliminate, o
attenuate, anzi alcune si sono accentuate, altre se ne sono aggiunte a causa
del fenomeno della globalizzazione dell’economia e dei mercati e dell’innovazione
tecnologica che ha diminuito la popolazione dei lavoratori, in particolare
quelli subordinati.
Si è accentuato il divario Nord/Sud, è aumentata
la disoccupazione nel Mezzogiorno (disoccupazione non da industrializzazione ma
da sottosviluppo); sono aumentati i disoccupati ed i poveri, che saranno più di
un terzo della popolazione attiva. C’è un’esigenza fondamentale di fronte a
tale scenario che ha comportato l’aumento della ricchezza, infatti nel nostro
Paese si produce di più, cioè vi è più ricchezza, ma con maggiore
disoccupazione.
Si deve quindi ridisegnare lo Stato sociale,
perché il nostro è uno Stato sociale che è fonte di disuguaglianze, il nostro è
un sistema di sicurezza sociale che crea esso stesso disparità di trattamento
tra soggetti indigenti e tra gli stessi lavoratori, differenze che fanno
scandalo.
Differenze nei trattamenti di disoccupazione e nei
sistemi di integrazione delle pensioni al minimo, nelle pensioni sociali, negli
assegni per l’invalidità. Si deve riordinare tutto ciò, riordinare il welfare e
parlare di Reddito Sociale Minimo o idea di un’entità salariale minima
garantita che è frutto del pensiero liberaldemocratico soprattutto nelle grandi
democrazie del Nord Europa.
Il Reddito minimo garantito si ricollega al
contratto sociale che ci lega allo Stato e per cui lo Stato pretende da noi
determinati impegni, ma ci garantisce dei bisogni fondamentali attraverso la
corresponsione di un Reddito salariale minimo, diritto di cittadinanza che va
visto in prospettiva proprio delle nuove cittadinanze, cioè di tutti coloro che
sono presenti nel Paese, degli stranieri che meritano accoglienza.
Il Reddito Minimo Garantito rappresenta una
concezione universalistica indipendentemente dalle proprie condizioni
economiche, quindi un’idea di redistribuzione che serve per
"spalmare" la ricchezza acquisita dai soggetti che detengono il
potere economico a tutta la collettività; coloro che non ne hanno bisogno
vedranno sottrarselo attraverso il meccanismo impositivo fiscale generale, ma
l’idea è che tale reddito sia previsto per tutti i cittadini. Tale concezione è
in parte presente nel progetto oggi dibattuto qui, ma con una differenza: cioè
la diversità di denominazione non è causale, qui si parla di Reddito Sociale
Minimo perché è collegato più allo stato di disoccupazione dei soggetti, non
solo allo stato di indigenza in assoluto.
I progetti oggi dibattuti contengono proposte
ancora aperte perché hanno ancora bisogno di messe a punto più specifiche. Mi
limito a qualche osservazione: questi progetti si avvicinano molto all’idea del
Reddito minimo garantito, mentre la posizione minimale dell’altro lato è quella
che è contenuta nell’art.59 della Legge 449 del 1997, cioè la legge collegata
alla finanziaria di quest’anno. In quest’articolo si introduce, su una
valutazione della Commissione Onofri, l’idea di un Reddito Minimo
d’Inserimento, che è diverso, perché è il "reddito di povertà" che
esiste in Francia cioè è previsto un reddito per i soggetti che hanno maggiori
difficoltà sociali e personali ad inserirsi nella società. Questo è un sistema
di reddito di tipo francese che anche noi stiamo cercando di introdurre, ma con
un limitato finanziamento, ma è comunque un passo importante.
Si deve quindi cominciare da un riordino del
sistema della sicurezza sociale. Esistono anche altri progetti: per esempio il
movimento della rete a livello regionale (Sicilia) ha presentato un progetto di
Reddito Minimo Garantito simile a questo del Reddito Sociale Minimo.
Vorrei sollevare alcune osservazioni: la prima è
il problema del collegamento con le liste di collocamento che andrebbero
riformate completamente sia nei criteri di iscrizione che di avviamento al
lavoro. Poi la questione del collegamento più preciso tra le politiche del
lavoro e della formazione professionale e dell’orientamento; si deve, cioè,
distinguere tra i giovani che escono dagli studi e che devono essere in
formazione e che devono essere aiutati per trovare occupazione e i soggetti
adulti; le due categorie meriterebbero attenzioni diverse pur nell’ambito di un
unico disegno. Altro problema è la lotta contro il lavoro illegale dove è
ancora difficile operare perché il lavoro nero è molto articolato e con molti
interessi in gioco. Ultimamente con una "sana repressione" i
Carabinieri, a differenza degli ispettori del lavoro, hanno potuto colpire
molte aree di evasione fiscale.
Altra questione è la tariffa sociale su servizi
che condivido pienamente e quella sul salario minimo garantito. In Italia manca
una sistema in cui si determina un salario minimo garantito a tutti lavoratori
che lavorano. Esistono zone in Italia in cui le tariffe sindacali non sono
applicate ed il sistema legale consente la disobbligazione delle tariffe
sindacali. È opportuno collegare all’idea del Reddito Minimo Garantito nelle forme
diverse, anche con l’esigenza di stabilire, come accade in altri paesi europei,
il salario minimo legale interprofessionale.
Dott.
Nino GALLONI, Direttore
Generale, Consigliere del Ministero del Lavoro per le politiche
dell’occupazione.
Colgo l’occasione, in un incontro di natura
seminariale, partendo da due avvertenze: mi sembra che occorra riflettere con
più attenzione sul contesto politico nel quale ci muoviamo, ma ci sono enormi
problemi. Quando, ad esempio, l’Avv. Salerni dice che con il Reddito Sociale
Minimo si rafforza la condizione contrattuale dei lavoratori dipendenti, ciò è
giusto, ma tutta la politica economica dalla fine degli anni ‘ 70 ad oggi è
stata impostata per ridurre la forza contrattuale.
Consentitemi due o tre riflessioni.
Per primo: che cosa è cambiato nel mercato del
lavoro rispetto a 20 anni fa? Al di là della trasformazione della domanda,
delle tecnologie, c’è una tendenza di fondo che ha invertito quella che era la
tendenza di prima di venti anni orsono. Noi abbiamo tre categorie, o meglio tre
classi, perché di classi si tratta: i legittimati dal punto di vista
dell’inserimento del lavoro, cioè quelli che per ragioni di potere, soldi,
proprietà, hanno la legittimazione ad inserirsi nel mondo del lavoro a
prescindere dall’utilità che possono offrire alla società; poi ci sono le
persone che hanno meriti, titoli di studio, qualità, capacità professionali;
poi altra categoria, che a prescindere dal loro livello hanno difficoltà ad
inserirsi nel mercato del lavoro, un esempio banale per capirci: una persona
che soffre di claustrofobia deve prendere la metro per recarsi sul posto di
lavoro senza alternativa e oggi rischia di non essere mai inserito nel mercato
del lavoro.
Contemporaneamente a queste tre categorie, avviene
che mentre nel passato c’era modo di sistemare tutti, oggi la politica (non mi
riferisco ai governi) non prende le grandi decisioni, queste vengono prese da
tecnici senza responsabilità politica. Oggi nel mercato del lavoro la prima
categoria non ha problemi, la seconda riesce ad arrangiarsi in qualche modo, ma
con molte eccezioni al sud, per la terza non è previsto niente. Chi non è in
ordine del punto di vista delle compatibilità di chi fa impresa ed è portatore
di un costo superiore viene tendenzialmente messo fuori dal mercato.
A ciò corrispondono due situazioni diverse: un
conto è che non ci siano i posti di lavoro, un altro è che non ci sia lavoro.
Finora il sistema si è basato sul fatto che poi alla fine i disoccupati qualche
cosa facevano e in qualche modo accedevano ad un qualche reddito; ciò non
continua, per esempio, nelle attività del terzo settore dove non c’è un’azione
specifica, tranne alcuni episodi eccellenti ma casuali.
Ora abbiamo milioni di persone che hanno dei
bisogni senza avere risposta dal mercato, si pone quindi il problema del
reddito in modo impellente.
La scelta di andare solo verso l’impresa, di fare
solo gli interessi di questa, non ha creato posti di lavoro; ciò è vero
nell’economia ufficiale, ma attenzione, come ci ricordava qualche settimana fa
Augusto Graziani, noi Keynesiani abbiamo sempre ritenuto che la riduzione dei
salari ed il peggioramento della condizione di vita dei lavoratori non
determinano posti di lavoro, anzi li distruggono. Ciò è vero ed è dimostrato,
ma in un’economia chiusa, non in un’economia aperta. Per esempio: dopo il 1992,
dopo la svalutazione della lira, nel Sud Italia si è creata occupazione, ma nel
sommerso, nel precario; oggi il sud è molto più produttivo di dieci anni fa e
con potenzialità di sviluppo. Si sono sviluppate molte imprese nel sommerso che
producono materie prime, semilavorati, prodotti finiti che poi vengono
etichettati da imprese del Nord che si prendono tutto il Valore Aggiunto e al
Sud rimangono situazioni di supersfruttamento.
C’è l’immagine che crescono i profitti e non
l’occupazione, ma invece cresce solo l’occupazione precaria, sottopagata, nera,
ecc. Ciò si riscontra nelle liste dei disoccupati, dove ho notato che in testa
alle suddette c’erano gli iscritti da 10-15 anni che in qualche modo si sono
arrangiati ed in fondo c’erano quelli che sono formalmente disoccupati, ma che
contemporaneamente fanno altre cose, ad esempio studiano. Ma contemporaneamente
si avevano i veri disoccupati, e ciò va relazionato al fatto che è cresciuta
ultimamente la povertà, sia dentro che fuori dal mercato del lavoro, o meglio
tra gli occupati; questo è un problema grave che un’iniziativa come quella del
riconoscimento del Reddito Sociale Minimo tende ad affrontare.
La soluzione radicale è fornire tutti di un
reddito, in modo che poi tutti diano un contributo alla società.
Quindi sottolineo che non viene affrontato il
problema della discrasia tra la domanda, i bisogni della gente e le condizioni
dell’organizzazione dell’offerta da parte delle imprese. Se è vero che certe
decisioni si devono prendere a livello di politica internazionale allora è un
rischio abbandonare la politica economica a dei poteri che non fanno gli
interessi della gente.
Altra considerazione è il fatto che in Italia,
secondo dati ISTAT, la popolazione in età da lavoro è di 42,7 milioni di
persone, gli occupati ufficiali sono circa 20 milioni, i disoccupati ufficiali
2,8 milioni. Rimangono fuori dal mercato del lavoro quasi 20 milioni di
persone, una metà sono casalinghe, dell’altra parte sono comunque in prevalenza
donne; ma di tutti questi quanti si iscrivono alle liste di collocamento per
ottenere il Reddito Sociale Minimo?
Condivido l’affermazione di far leva e far
riferimento all’economia sommersa; si devono far emergere le imprese, ma non
tutto il sommerso merita la repressione, perché non è tutto uguale. Sono
convinto che ci siano settori del sommerso dove vada esercitata l’azione
repressiva perché si tratta di situazioni di caporalato, di lavoro nero, ma ci
sono altre situazioni dove il vecchio buon ispettore con le mani libere e non
legate potrebbe intervenire.
Negli anni ’50 e ’60 c’era un efficiente sistema
ispettivo del mercato del lavoro, ma se avesse mantenuto la sua efficienza
avrebbe messo in ginocchio tutto il sistema produttivo industriale italiano;
allora gli furono tagliate le mani ed i piedi, così i controlli sono finiti.
Occorre a monte un’analisi più puntuale della
situazione complessiva del mercato del lavoro, ed è a partire proprio dalla sua
nuova composizione che condivido che serva una spesa per il Reddito Sociale
Minimo intorno a 50.000 miliardi, come condivido il contenuto della proposta della
legge di iniziativa popolare.
Le fonti, le risorse finanziarie, devono anche e
soprattutto derivare dall’abbattimento dell’evasione fiscale, e dal
reinvestimento e distribuzione dei profitti. Si devono far emergere le imprese
del sommerso. La soluzione è quella di avere un corpo ispettivo che sappia
discernere tra le imprese che vanno regolarizzate e quelle che vanno colpite
perché legate esclusivamente al lavoro nero.
On. Marcella
LUCIDI, Democratici di Sinistra, Gruppo
parlamentare Cristiano Sociali
Vorrei limitarmi a riportare un modesto contributo
sulla proposta del Reddito Sociale Minimo. Il taglio che il mio movimento
politico (Cristiano-Sociali) ha rispetto a questi temi e la nostra attenzione
principale, come sapete, sono la riduzione dell’orario, la redistribuzione
della ricchezza e, in particolare, la proposta di un reddito minimo.
Per la redistribuzione della ricchezza ci sono due
ambiti d’intervento da prendere in considerazione: uno è quello della povertà
in quanto tale, il secondo una possibile redistribuzione della ricchezza come
quella che è già in atto diretta verso categorie che non sono povere, ma che
comunque hanno bisogno di un intervento di sostegno, come per le famiglie, in
particolare quelle più numerose. Ho molto a cuore la situazione dei bambini e
aumentano sempre di più quelli poveri, senza la possibilità di una equilibrata
crescita.
Il mondo della povertà ha molte dimensioni, e
allora oltre agli strumenti fiscali redistributivi non si deve trascurare il
fatto di intervenire in favore di chi non ha assolutamente nulla.
In un momento in cui, la socialdemocrazia nel
mondo e anche in Italia, si parla di pari opportunità di partenza, si deve
assicurare uno zoccolo minimo di benessere a ciascuno.
Quando penso alla povertà e ad un reddito minimo,
non penso solo ai disoccupati, ma ad una platea di riferimento più ampia. La
povertà è un fatto individuale che si modifica anche in riferimento alla
consistenza del nucleo nel quale il soggetto è inserito. Cioè una cosa è essere
povero senza figli, ma anche avere uno stipendio minimo con quattro figli a
carico significa vivere in condizioni di povertà, si deve quindi ragionare nei
termini della proposta in scale di equivalenza.
Il modello di Reddito Minimo è un modello che
punta al reinserimento sociale della persona, sia nella vostra proposta, sia
nella concezione che sta venendo fuori dai Ministeri competenti; tanto che lì
si parla di reddito minimo di inserimento. È, quindi, una forma di sostegno
data alla persona nel momento in cui questa non è in condizione, ma quando le
sue condizioni cambiano, cessa anche la ragione.
Come ha suggerito la Commissione per la povertà,
sarebbe importante considerare un eventuale abbattimento dei redditi netti da
lavoro nel calcolo per l’accesso al reddito minimo, per incoraggiare le persone
a cercare veramente un lavoro e a non vedere lo strumento del reddito minimo
come uno strumento diviso dall’attività lavorativa vera e propria.
Per le prospettive di lavoro ci sono due piani: il
primo è quello di dare un contributo alla redazione del decreto legislativo del
Governo, ma i fondi previsti per le politiche sociali sono 28 miliardi per
quest’anno, 115 per il 1999 e 143 miliardi per il 2000. Quindi la proposta del
Reddito Minimo di Inserimento deve fare i conti con tali cifre e allora l’unica
strada è fare un periodo di sperimentazione a causa delle limitate risorse. Il
secondo punto è quello di unificare al Reddito Minimo una serie di vantaggi
nella fruizione dei servizi; questa è un’ipotesi molto interessante su cui
lavorare. Serve allora fin da ora dare un contributo alla definizione del
documento di programmazione economica e finanziaria, cercando di lavorare per
un aumento del fondo per le politiche sociali.
Avremo una finanziaria magra in realtà, così sarà
insufficiente il fondo. Cerchiamo, quindi, di lavorare, riunire le forze
affinché questo fondo possa essere rivisto attraverso avanzi di spesa e con
misure innovative, in modo da poter istituire un Reddito Minimo non come
strumento di assistenza ma come forma di rimozione delle condizioni che
impediscono lo sviluppo della persona.
On. Giorgio
GARDIOL, Commissione Lavoro Camera dei
Deputati, Gruppo Parlamentare Verdi-Ulivo
Vorrei partire da alcune considerazioni. La prima
è che se è vero che il 20% della ricchezza serve per mantenere la riproduzione
e l’80% va in profitti, ritengo che per arrivare alla redistribuzione del
reddito prodotto sia necessario fare riforme radicali. In particolare, quella
di una riduzione secca dell’orario di lavoro non a 35 ore, ma a 30 ore, sempre
a livello europeo, sviluppando un grande movimento reale di lotta, combattendo
anche le forme di delocalizzazione che spostano la produzione verso paesi a
basso costo di manodopera.
Seconda considerazione: si deve fare una
riflessione a fondo sulla riduzione dell’orario di lavoro, sia se si deve fare
con la contrattazione, sia per legge, sia mettendo in piedi un movimento come
c’è già in Europa per le 32 ore; preferisco di più un movimento di lotta che
poi viene sanzionato da una legge.
L’arretratezza dell’Italia è proprio questa:
rispetto al tempo di lavoro ed alla redistribuzione del lavoro che c’è, noi
stentiamo a mettere in piedi un movimento reale. Ora manca una chiara
definizione della battaglia come qualche anno fa; una serie di questioni che
riguardano la vita personale della gente pesano sulla battaglia, cosicché
questa non diventa movimento reale tra la gente. Si devono anche unificare i
diritti dei lavoratori in modo che anche gli apprendisti, i lavoratori a tempo
determinato, quelli della partita IVA, siano riconosciuti e possano partecipare
al movimento sulla riduzione e redistribuzione del lavoro.
Terza osservazione: il lavoro produttivo classico,
quello del fordismo, oramai è solo una parte limitatissima del lavoro che
esiste. Dobbiamo cominciare a pensare in termini di attività di lavoro, di
lavori di attività, di nuovi lavori che entrano nella nostra società. Alcuni
lavori devono oggi trovare la propria possibilità di espressione (lavoro di
cultura, di cura dell’ambiente), diventando lavori possibili fra la gente.
Quindi il Reddito Sociale Minimo serve per far
emergere, a mio avviso, questi tipi di lavoro nuovo; se riusciamo a legare il
Reddito Sociale Minimo ad un’attività lavorativa allora riusciamo a costruire
una redistribuzione del reddito, del lavoro e non solo del lavoro che c’è.
Si devono fare dei conti: quanto spende lo Stato
italiano per finanziare nelle diverse forme il sostegno al reddito? E di quanto
questo fondo sociale si può incrementare con criteri di tassazione che
redistribuiscono anche i profitti in questa direzione? Questa è la prima
considerazione da fare anche prima della prossima finanziaria.
Si devono anche analizzare la redifinizione e il
mantenimento di forme di sussidi (esempio salario di reinserimento) per coloro
che sono espulsi dal processo produttivo poiché questi soggetti non possono
rientrare subito nel Reddito Sociale Minimo.
Poi saranno i sindacati che devono porre la
questione salariale, perché oggi con certi salari non si può vivere; per
esempio si veda il contratto delle pulizie. Si pone così il problema di un
salario minimo generalizzato da coniugare al Reddito Sociale.
Ho firmato la vostra proposta di legge, ma non
sono d’accordo sulla tassa della tecnologia ed altre; ma a partire dalla vostra
proposta di legge si può cominciare un ragionamento, e bisogna rafforzare la
campagna per la raccolta di firme per costruire una battaglia culturale e di
organizzazione politica. Su questo il confronto tra noi Verdi e voi c’è e
continuerà.
Ora la parola passa alle realtà impegnate in prima
persona, ai protagonisti del problema della disoccupazione, sono i Centri
Sociali e i movimenti che si sono resi protagonisti di battaglie importanti dal
punto di vista politico come le Tute bianche.
Fabio
Romani (Centro
Sociale Intifada, Roma)
Sono una persona che opera con soddisfazione
all’interno di un Centro sociale, impegnato in varie battaglie, affrontando i
mille problemi della periferia romana.
Il problema della disoccupazione noi lo viviamo in
prima persona perché, vivendo nella realtà dei quartieri in cui operiamo, ci
troviamo tutti i giorni a confrontarci e a cercare di dare risposte ai giovani
che hanno il problema del lavoro.
Per questo abbiamo partecipato con entusiasmo al
Comitato Promotore per questa proposta di legge, perché potremmo dare delle
risposte più convincenti e qualche prospettiva per i giovani che sono
diventati, senza loro colpe, maestri purtroppo dell’"arte di
arrangiarsi".
Sono d’accordo con quanto detto finora; certamente
anche noi pensiamo che la redistribuzione dei profitti sia basilare rispetto
alla battaglia che stiamo portando avanti, perché è ora che ci sia ridato il
"maltolto", perché noi giovani stiamo pagando questa situazione che
vede gli industriali sempre più arricchirsi sulle spalle dei lavoratori e della
povera gente. Siamo meravigliati ed avviliti nell’assistere ogni giorno a
grossi giri d’affari, di miliardi movimentati in Borsa, mentre dai giornali si
legge contemporaneamente che c’è un calo dell’occupazione di 400 mila unità.
Tutto questo fa molta rabbia, non possiamo accettare passivamente che accadano
certe cose, poiché non pensiamo che in un paese si viva bene se c’è ricchezza
finanziaria, ma non c’è lavoro e ricchezza reale.
Per questo siamo orgogliosi di essere fra i
promotori di questa legge e porteremo avanti la battaglia contro la
disoccupazione. Nel nostro piccolo siamo riusciti a dare un posto di lavoro a
circa 30 giovani nel Centro Sociale con una serie di iniziative, ma ciò non
basta; si deve allargare, estendere tale situazione e formare un movimento dei
disoccupati che faccia sentire la propria voce.
Poiché la voce dei disoccupati non viene sempre
raccolta in modo giusto, si devono fare cose eclatanti (come è successo nei
giorni scorsi a Napoli o a Palermo) per far conoscere certe realtà, e ciò non è
giusto perché questo malessere c’è, esiste e non si può nascondere sotto il
tappeto.
Quindi, noi come Centro Sociale Intifada
continueremo a portare avanti questa battaglia, sperando di poter dare delle
risposte più concrete a tutti quei giovani che vengono a chiederci aiuto per un
posto di lavoro.
Clementina Villani, (Movimento degli Invisibili, delle Tute bianche)
Noi siamo nati su una questione che nella nostra
città, nel nostro Paese, è diventata esplosiva; la questione non è soltanto
quella della disoccupazione in senso stretto, ma è il problema dell’esclusione
sociale.
Siamo in un Paese nel quale sono aumentate le
fasce sociali escluse (immigrati, sottoccupati, disoccupati) che non trovano
una rappresentanza nel mondo politico, ma anche nella società, cioè non
riescono a rendersi visibili. Quello che cerchiamo di fare è di dare una
visibilità a questo fenomeno, di non essere più considerati dei numeri, ma far
capire che siamo esseri umani che hanno questi problemi e che vivono tutti i
giorni queste difficoltà. Così anche noi abbiamo posto la nostra attenzione
alla questione del reddito, perché è evidente che nel nostro Paese, accanto
alla tanto decantata o meglio "famigerata" riforma del Welfare State,
si sta proponendo un sistema che è sempre meno legato ai meccanismi reali del
mercato del lavoro, composto sempre più da persone sottoccupate.
La forza di una proposta di un Reddito Sociale
Minimo garantito ai disoccupati, ma anche a chi ha un reddito non sufficiente
(lavoro part-time, lavoro a tempo determinato) è la garanzia per tutelare sul
mercato questi nuovi lavoratori, perché non si deve pensare solo alle leggi
contro il lavoro nero o sottopagato, contro lo sfruttamento dei lavoratori, in
quanto da alcuni dati emerge che il 20% del PIL del nostro Paese è dovuto al
lavoro sommerso (quota più alta degli altri paesi europei).
Voglio sottolineare a proposito della proposta del
Ministro Livia Turco, che questa è una proposta deludente, poco coraggiosa che
non affronta realmente i problemi del nostro Paese che è l’unico in Europa dove
non esiste neanche un sussidio di disoccupazione decente. In Nord Europa questo
esiste da anni, in Italia non è mai esistito un reddito per chi perde un lavoro
o non ha mai lavorato. La proposta di Livia Turco delude perché non ha una
visione che guarda ai problemi reali di una generazione nuova che fino a 30, 35
anni è costretta a rimanere in famiglia, perché non c’è la possibilità di
sopravvivere.
La situazione va capovolta affrontando la
questione centrale che è quella non solo delle famiglie che si trovano in uno
stato di indigenza, ma quella di centinaia di migliaia di persone che rischiano
di cadere in questo stato e che non hanno alcuna possibilità di essere
garantiti.
Quindi affermo che la proposta del Reddito Sociale
di cui parliamo oggi è una proposta positiva che noi accettiamo, perché non
coinvolge solo i disoccupati, ma anche quella fascia della popolazione che
comprende settori più ampi, settori marginali della società.
Ritengo importante che la questione del reddito
garantito deve essere affiancata alla questione dell’orario di lavoro; l’unione
di queste battaglie, la definizione di un quadro di tutele per i nuovi lavori,
per le nuove attività, deve avere un suo nesso che esiste e che permette a
settori sociali diversi di riconnettersi all’interno di questa battaglia per un
Reddito Sociale Minimo garantito nel nostro Paese.
Per le battute conclusive: Arturo
SALERNI
Ringrazio, tra gli altri, Roberto Lucchetti che
con la sua attività ha reso possibile questo Convegno.
Permettetemi alcuni richiami: siamo d’accordo sul
fatto che oggi la battaglia per una riduzione generalizzata, a parità di
salario, dell’orario di lavoro e la battaglia per un Reddito Sociale Minimo
sono componenti essenziali di una battaglia unitaria per il lavoro.
Vediamo come positivo il fatto che rispetto ad
alcuni mesi fa si cominci a parlare della proposta del Reddito Sociale Minimo.
Di fronte alla proposta governativa ci si pone la domanda: "Ma è un passo
avanti o la definitiva fine di una prospettiva rispetto ad una battaglia per il
Reddito Sociale Minimo?". Davanti alle scarse risorse messe a disposizione
e alla filosofia della proposta del Ministro Livia Turco, vogliamo sottolineare
la distanza rispetto alla nostra proposta e la pericolosità politico-sociale
della proposta governativa.
Richiamo alcuni punti: emersione del lavoro
sommerso e Reddito Sociale Minimo sono due battaglie collegate; oggi il fruire
del Reddito Sociale Minimo significa rapportarsi in certe condizioni al mercato
del lavoro e che questo è un elemento conflittuale che inciderà fortemente
sulla piaga del lavoro nero e del sommerso.
Un altro passaggio è quello del salario minimo
garantito che riteniamo faccia parte della nostra battaglia, sappiamo anche che
questo discorso è legato all’attuazione dell’art. 39.
L’ultimo punto è questo: è vero che oggi il
Governo non sempre comanda tutte le scelte, ma è vero anche che un Governo
comanda in relazione a delle scelte politiche che fa. Se la scelta è quella di
dire alt a questa allocazione delle risorse, a questo incremento di povertà,
allora si deve dire che la nostra proposta sul RSM non è una proposta
universalmente valida, ma è una proposta che vive all’interno di un conflitto,
sulle risorse che la devono finanziare, sulla politica fiscale che si deve
attuare. Si tratta di una proposta dentro la quale si devono evidenziare, sul
piano sociale, quali siano gli schieramenti e le scelte legate a particolari
interessi e collocazioni all’interno di questa società. Anche perché
nell’attuale situazione qualcuno è diventato più ricco e grandi masse si
trovano in condizioni di povertà o stanno precipitando nella povertà.
Quando si sceglie di portare, come nell’ultimo
decreto Bassanini, il lavoro interinale o la flessibilità e questa è una scelta
del Governo, occorre aprire una lotta, uno scontro che cerchiamo di aprire con
questa proposta di legge sul Reddito Sociale Minimo.