QUADERNI CESTES: n. 1

Materiale di riflessione scientifica, economica, politico-culturale;

atti di seminari e convegni;

a cura del

Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali

Atti del Convegno- dibattito

"Una proposta contro la disoccupazione e il lavoro precario":

IL REDDITO SOCIALE MINIMO

6 Aprile 1998, ore 15.00

Sala della Sagrestia / Camera dei Deputati

P.zza in Campo Marzio, 42 - Roma

Questo numero è stato realizzato in collaborazione con l’UNIONE POPOLARE

Sommario

Perché la proposta del Reddito Sociale Minimo

di R. Martufi e L. Vasapollo

1. Ristrutturazione capitalistica e Stato-Impresa

2. Quale Welfare State?

3. Sindacalizzare il territorio per ridare voce agli strati deboli della società

 4. La dimensione sociale del salario

5. La proposta del Reddito Sociale Minimo contro la cultura del Profit State

6. Tobin Tax e Reddito Sociale Minimo

7. Atti del convegno

Perché la proposta del Reddito Sociale Minimo

di

Rita Martufi e Luciano Vasapollo

1. Ristrutturazione capitalistica e Stato-Impresa

L’attuale impostazione generale macroeconomica sta modificando, non solo nel nostro Paese, la stessa configurazione socio-economica dell’impresa; questa non è più da individuare come aggregato indistinto, ma piuttosto in funzione del grado di flessibilità imposta al lavoro. L’attività d’impresa è così finalizzata all’interazione con le altre imprese in modo da realizzare aggregazioni territoriali che caratterizzano il nuovo modello di sviluppo. A loro volta le dinamiche economico-territoriali suggeriscono un approfondimento a livello sociale più disaggregato, così da porre in particolare l’attenzione sulle nuove soggettualità sociali del lavoro e del lavoro negato, che hanno rappresentazioni tali da ridefinire gli assetti di ristrutturazione e ricomposizione sociale e, sul sociale, dei vari modelli di capitalismo.

Tali dinamiche di ristrutturazione capitalistica necessitano di analisi interpretative fortemente disaggregate della distribuzione localizzativa delle attività da poter confrontare con una lettura più squisitamente sociale e politico-economica anche dei nuovi fenomeni imprenditoriali. Le funzioni imprenditoriali che ne scaturiscono sempre più si configurano in forme occulte di lavoro subordinato, precarizzato, non garantito, di lavoro autonomo di seconda generazione, che maschera la cruda realtà dell’espulsione dal ciclo produttivo. Si tratta, cioè, dello sviluppo di nuova emarginazione sociale, altro che di forme realizzanti propensione ad una imprenditorialità diffusa nel territorio.

Il processo di sviluppo economico che attraversa il Paese ha bisogno conseguentemente di nuove logiche interpretative, di nuovi strumenti ignorati dalle analisi economiche di impostazione "industrialista". Le trasformazioni strutturali che stanno caratterizzando il sistema socio-economico sono anche, e forse soprattutto, trasformazioni nell’essere e nell’interagire delle modalità di sviluppo di un capitalismo che, abbandonando la centralità di fabbrica, propone un sistema produttivo e culturale sempre più spostato e incentrato nel territorio.

Si giunge così a meglio comprendere perché gli assetti attuali della nostra economia determinano il riposizionamento sociale di impresa, in una fase di profonda ristrutturazione, per effetto del quale si riduce e non aumenta, come da una lettura superficiale potrebbe sembrare, la misura del tessuto reale imprenditoriale. Nel contempo si selezionano i soggetti più deboli, meno funzionali e compatibili, e meno consolidati, si ridisegnano i modelli relazionali sociali tra le aziende e il territorio con un tendenziale rafforzamento delle logiche di darwinismo sociale. E’ in tale contesto che si realizza una prevalenza delle scelte tipiche del capitalismo selvaggio, per il quale vige la legge che il soggetto che non si integra è espulso, è schiacciato da un mercato sempre più selettivo.

Si sviluppa secondo tali presupposti una linea di evoluzione delle economie locali che preme sulla distruzione di qualsiasi forma di rigidità per l’impresa, anche di rigidità sociale. Il sistema imprenditoriale si ricentra perciò su alcune linee di tendenza che modificano il sistema economico nel suo insieme, ed i sistemi di sviluppo locale in particolare, passando da forme di partecipazione diffusa, in cui si salvaguardavano almeno alcune forme di garanzie sociali universali, ad un sistema di accessi selettivi.

La capacità di analisi scientifica, e la connessa iniziativa sociale politica, che come CESTES-PROTEO cerchiamo di realizzare, devono partire dal fissare regole di controtendenza rispetto alla società della cultura dell’impresa, delle privatizzazioni e del "fai da te". Per far ciò, tanto per iniziare, bisogna partire dal rafforzamento di un diverso modello di Welfare State che soddisfi nuovi bisogni, a partire da un nuovo e più moderno sistema della qualità dell’agire economico.

La società del terziario avanzato crea nuovi bisogni, ma con l’attuale modello di sviluppo crea nel contempo nuove esclusioni; diventa allora strategico porre al centro del dibattito una progettualità complessiva per un diverso modello di sviluppo in cui strategiche siano le compatibilità ambientali, la qualità della vita, il soddisfacimento dei nuovi bisogni, la centralità del lavoro e la valorizzazione del tempo liberato, la redistribuzione del reddito, del valore e la socializzazione della ricchezza complessivamente prodotta.

Il consumismo, l’assolutizzazione del profitto, la frenetica rincorsa all’aumento del PIL, non possono essere gli unici indicatori della qualità della vita e non misurano certo il grado di civiltà, di cultura e di solidarietà economico-sociale presente in un paese. Ecco perché va riproposta la funzione di uno Stato-occupatore e interventista che indirizzi gli investimenti alla creazione di nuovi e diversi posti di lavoro, orientando lo sviluppo verso nuove produzioni non mercantili che tengano conto di sbocchi socialmente utili per l’intera collettività. I nuovi servizi, il nuovo terziario delle risorse intangibili e del capitale umano vanno indirizzate verso nuove attività che puntino ad una visione collettiva del godimento dei beni, incentivando il controllo sociale degli investimenti da indirizzare in quei campi più specificamente di interesse collettivo, come i beni artistici e ambientali, le condizioni abitative, i beni educativi e relazionali, la socializzazione del tempo liberato, verso un terziario più orientato ai servizi sociali, sviluppando infrastrutture, formazione e ricerca.

Tale impostazione deve essere con forza contrapposta alla logica imperante del modello neoliberista che, pur essendo concepito secondo principi sempre meno egualitari, nel quale anzi sono l’aggressività, l’individualismo, il darwinismo economico a dominare, sta sempre più socialmente diffondendosi, colpendo duramente le classi sociali più svantaggiate.

In Italia sembra che vi sia in atto un tentativo di adeguamento del modello di sviluppo al capitalismo anglosassone più che al sistema renano. Le modalità di scelta si giocano sulla diversa interpretazione dello Stato sociale, del sistema del solidarismo, delle garanzie sociali. Sembra di più affacciarsi sul panorama economico-finanziario italiano un’ipotesi di liberismo selvaggio poco preoccupato delle compatibilità socio-politiche del modello di sviluppo economico, nel quale si vorrebbe far prendere sempre più spazio a processi di finanziarizzazione dell’economia che si fa sempre più virtuale e legata alle logiche dei grossi potentati finanziari internazionali.

Ecco lo Stato sociale che si trasforma in Stato-Impresa, che assume come centrale la logica di mercato, la salvaguardia e l’incremento del profitto, trasforma i diritti sociali in elargizioni di beneficenza, effettua comunicazione sociale che fa assumere il profitto, la flessibilità, la produttività come nuove forme di "divinità sociale", come la filosofia ispiratrice dell’unico modello di sviluppo possibile. Si realizza così il passaggio definitivo dallo Stato sociale dell’universalismo dei diritti al Profit State degli accessi selettivi.

2. Quale Welfare State?

L’impianto delle proposte politico-economiche si incentra, allora, con sfumature diverse, su politiche di tagli alla spesa pubblica, su incentivi e trasferimenti sempre più cospicui alle grandi imprese, su riforme istituzionali e costituzionali di stampo presidenzialista e sempre più autoritario, sul soffocamento delle diversità, incrementando così le esclusioni, le emarginazioni, le nuove povertà.

E’ in questo quadro di riferimento che deve essere letto il duro attacco che tale modello concertativo neo-liberista sta effettuando alle condizioni di vita dei lavoratori, degli anziani, dei disoccupati, degli emarginati, che trova, tramite la "riforma del Welfare State" l’esplicitazione della logica della performance imprenditoriale in uno Stato sociale che di fatto è ormai lo Stato-Impresa. Per raggiungere questo scopo si è impostata una politica di risparmi in settori fondamentali quali la previdenza e la sanità, utilizzando come obiettivi prioritari la mobilità, la flessibilità del lavoro, le privatizzazioni e i tagli indiscriminati alla spesa sociale.

Ciò che domina ormai per la scena economica è l’abbattimento di qualsiasi rigidità di costi e di normative, per favorire l’impresa. Anche la riforma del collocamento è indirizzata a sempre più intensi processi di privatizzazione con la nascita di agenzie specializzate nel nuovo "caporalato" attraverso il lavoro interinale.

Il nesso inscindibile tra lavoro e formazione diventa la formazione che si modella sugli interessi delle aziende. La ricerca, la formazione, la scuola, il rafforzamento della conoscenza collettiva sono ormai orientati alla determinazione di un sistema formativo subalterno agli interessi degli industriali, sempre più privatizzato; si veda in tal senso il finanziamento pubblico alle scuole private che ha unito le istituzioni e quasi tutti i partiti in un coro osannante di una superiore e omologata formazione privatistica.

Nascono così proposte di un selezionato nuovo assistenzialismo clientelare proponendo forme di accesso ad alcuni servizi sociali in base a processi individuali che favoriscono la connessione e la ricomposizione istituzionale e compatibile delle forme di dissenso sociale. E’ questo il vero significato di proposte quali la "carta sociale", l’introduzione di un "Fondo per i non autosufficienti", del "Minimo vitale", sollecitando lo sviluppo di un sistema fondato sulla "carità minima garantita" agli esclusi.

La riflessione sul Welfare-State e sulla necessità di rinnovarlo va di pari passo con l’analisi degli strumenti atti a porre le basi di un diverso sviluppo, diversificando ma intensificando le politiche sociali. È necessario, inoltre, determinare un nuovo modello di domanda che può trovare applicazione soprattutto nel campo dei servizi alla persona e nel campo dei beni sociali, vista la massa sterminata di bisogni insoddisfatti. L’attivazione di uno sviluppo determinato dalla realizzazione di nuovi servizi e dal rafforzamento di nuove e più incisive politiche sociali comporta una riduzione genralizzata dell’orario di lavoro a parità di salario, una redistribuzione dell’occupazione esistente, la creazione di mansioni aggiuntive (lavoro di cura e ad alta utilità socio-economica), operabile nell’ambito di una nuova concezione del lavoro e del suo valore che non è necessariamente quello che gli viene attribuito dalla logica di mercato; ma soprattutto seguendo tale impostazione globale, necessita di un nuovo Welfare basato sulla redistribuzione del reddito e sulla socializzazione della ricchezza accumulata. Solo così si può superare quella logica tutta incentrata sui criteri del profitto e dell’efficienza produttivistica, che ha portato ad un Welfare ormai basato su politiche del lavoro fortemente ispirate dalle logiche contributive ed assicurative che non fanno altro che produrre diminuzione delle tutele realizzando un lavoro e un salario flessibile, non normativo, a basse garanzie.

3. Sindacalizzare il territorio per ridare voce agli strati deboli della società

Tutte le varie ipotesi di riforma dell Welfare State sono finalizzate al controllo delle fasce più deboli della società, rendendole ricattabili e condizionate dal potere, innescando senza dubbio fattori che favoriscono la conflittualità orizzontale fra le varie componenti sociali, ostacolando la ricomposizione di classe, favorendo invece la nascita di veri e propri assistiti sociali, funzionali ad un regolamento al ribasso del conflitto sociale e politico.

E’ così che si istituzionalizza l’espulsione di manodopera, la disoccupazione si fa strutturale, si crea disoccupazione invisibile, lavoro sommerso, nero e sottopagato, precarizzazione e flessibilità, determinando nel contempo gli ammortizzatori del conflitto sociale attraverso trattamenti differenziati e di "favore" ad una aristocrazia sociale compatibile, la quale si fa compartecipe e soggetto cogestionale. Si vengono così a realizzare false forme di democrazia economica e industriale attraverso meccanismi controllati e funzionali di cogestione, creando in modo funzionale al nuovo assetto produttivo il mito del "fai da te", dell’autoimprenditorialità.

Ma dalla diffusione nel territorio del modello di produzione terziaria nascono e si sviluppano i nuovi soggetti dell’antagonismo che si sostituiscono all’operaio massa e all’operaio sociale, costruendosi invece come nuove figure deboli del meccanismo produttivo derivanti dalla parte di classe operaia resa più flessibile e meno garantita; dal ceto impiegatizio del terziario pubblico e privato, da alcune categorie più marginali di artigiani e commercianti, oltre che dagli strati di precari, di emarginati e di fasce sempre più consistenti di disoccupati. Una nuova soggettualità identificata nei nuovi strati deboli della società che si ritrovano come soggetti del territorio a sostituire quella che una volta era la classe operaia della fabbrica. I nuovi soggetti del lavoro e del non lavoro, del (e nel) territorio hanno quindi necessità di far sentire la loro voce; e ciò è possibile solo a partire dalla sindacalizzazione del territorio stesso.

E’ così che si individuano e si può dar voce alle nuove identità sociali, in modo da ricostruire un’unità di tutti i lavoratori, garantiti e non garantiti, per ritrovarsi nella capacità di proporre diverse forme di dissenso sociale, uscendo dalle battaglie difensive, riproponendo conflittualità offensive e verticalizzate fra capitale e lavoro.

Sindacalismo del territorio, allora capace di rappresentare quel centro di interessi sociali verso il quale converge una parte rilevante della collettività debole, della classe, delle nuove soggettualità che operano in una impresa nel sociale poichè nuova fabbrica del sistema territoriale, composta da soggetti che si ricompongono ad unità su un corpo organizzato, come una totalità di parti interagenti, che si danno una certa caratterizzazione sociale perché derivano da una certa caratterizzazione produttiva della riconversione neoliberista, del modo di produrre e di proporre socialmente la centralità dell’impresa, del profitto, del mercato. [back]

4. La dimensione sociale del salario

Se oggi ci si trova in un contesto economico in cui quote crescenti di ricchezza vengono prodotte con quantità sempre inferiori di lavoro, allora il sistema produttivo può non richiedere un’occupazione a tempo pieno per tutta la popolazione attiva e per tutto l’arco dell’anno. Di conseguenza deve crescere non la disoccupazione, ma aumentare enormemente il "tempo liberato" a disposizione degli individui da utilizzare per coltivare interessi esterni alla sfera prettamente economica, interessi, cioè, che assumono, un connotato sociale sempre più determinante. Come si è detto, ciò è possibile a partire da una redistribuzione tra tutti del lavoro necessario e una conseguente riduzione generalizzata dell’orario a salario invariato. In ultima istanza se è necessario meno lavoro per produrre uno stesso volume di ricchezza, sembra ragionevole sostenere che debba essere corrisposta la stessa quota di ricchezza prodotta anche in presenza di minori ore lavorate.

Lo sviluppo scientifico e tecnologico, in una economia incapace di reagire ai nuovi eventi, finisce con il produrre disoccupazione e crisi, laddove potrebbe portare ad una maggiore disponibilità di tempo libero e ad un benessere ben distribuito (reddito garantito). All’incremento della produttività corrisponde, infatti, una riduzione dei tempi di lavoro tale da rendere possibile una situazione che consentirebbe di garantire un reddito sufficiente con un minimo di ore di lavoro a tutti i cittadini.

Ma è noto che nell’economia capitalistica l’abbreviazione della giornata lavorativa corrisponde semplicemente alla riduzione del lavoro necessario per la produzione dei mezzi di sussistenza per l’intera classe dei lavoratori, mantenendo o aumentando la parte di pluslavoro non pagato. In tale contesto gli incrementi internazionali di produttività media corrispondono a decrementi della massa salariale sociale complessiva, mantenendo od aumentando così il tasso di sfruttamento.

Nell’economia capitalistica il salario ha una duplice funzione da adempiere: compensare "capitalisticamente" il lavoro svolto e assicurare al lavoratore il necessario per vivere.

Questo vuol dire che la congruità della busta paga va giudicata con riferimento a due distinti momenti: il momento in cui il salario viene percepito e quello in cui il salario viene impiegato. Nel primo momento apparentemente il salario è corrispettivo di una prestazione lavorativa e come tale deve essere misurato dalle caratteristiche di questa prestazione, è, sempre nell’apparenza dell’economia capitalista, un salario professionale diversificabile in relazione della quantità e della qualità del lavoro svolto.

Di conseguenza nel momento in cui viene impiegato il salario non ha più nulla a che fare con la prestazione; ed entra in rapporto con la necessità di vita del lavoratore divenendo reddito spendibile.

In base a queste premesse si può già ipotizzare un nuovo salario costituito dalla somma tra il salario professionale con una sorta di salario sociale, quest’ultimo costituito dal reddito spendibile indipendente dal tipo di lavoro.

In chiave di "lettura economica marxiana" il salario è, invece, determinato dal suo rapporto con il profitto, assumendo la forma di salario relativo, cioè prezzo del lavoro fornito ad un determinato istante, confrontato col prezzo del lavoro anticipato e accumulato che si trasforma in fattore produttivo capitale. Il salario relativo è indissolubilmente legato alla capacità del capitale di trarre vantaggio dagli incrementi di produttività.

Il salario è così una grandezza sociale perché riguarda i lavoratori come entità sociale, e pertanto essendo relazionato all’insieme dei mezzi di sussistenza ingloba anche le prestazioni sociali collettive a carattere assistenziale, previdenziale (tredicesima, liquidazione, pensione) e l’insieme dei consumi collettivi erogati gratuitamente o a prezzi controllati (sanità, trasporti, istruzione, assistenza, spesa sociale in genere, ecc.), comprendendo infine anche quella parte di valore sociale della forza lavoro corrispondente all’impiego di tempo di lavoro non retribuito (come ad esempio il lavoro delle casalinghe, ecc.). Il reddito sociale complessivo è quindi destinato all’acquisizione da parte dell’intera classe lavoratrice dei mezzi di sussistenza indispensabili alla sopravvivenza dignitosa anche dei disoccupati, dei precari, degli anziani, dei giovani, degli inabili al lavoro.

In base ad ambedue le precedenti impostazioni è evidente che la riduzione delle disuguaglianze nelle condizioni di vita si ottengono riducendo le differenze del reddito complessivamente spendibile procapite. Nel calcolo di tale reddito complessivo non si deve pertanto tenere conto solo del lavoratore che percepisce il salario, ma anche delle persone che pur non lavorando però consumano.

Oggi i problemi relativi alla politica di redistribuzione monetaria e del reddito complessivo assumono più importanza rispetto al passato. La limitatezza della quota di reddito disponibile per i consumi privati, conseguente alla recessione economica e alle politiche monetariste restrittive, è prioritaria all’utilizzazione delle risorse, accentuando l’esigenza di suddividerla equamente fra tutta la classe dei lavoratori (comprendente oltre agli occupati, anche i disoccupati, gli inoccupati, le casalinghe, i precari, i giovani, cioè il cosiddetto "esercito salariale di riserva" in senso largo).

Gli interventi strutturali legati al processo di accumulazione ed investimenti, non sono immediati come non lo è l’espansione quali/quantitativa dei servizi sociali e degli effetti della redistribuzione del lavoro esistenti (riduzione orario lavorativo). Questo evidenzia quanto il problema delle diseguaglianze sia grande, e quanto sia importante l’intervento ridistribuito monetario e strutturale, del reddito e della ricchezza.

Riaffermare la centralità del reddito sociale reale complessivo, attraverso il riconoscimento del ruolo sociale del salario e l’appartenenza del salario sociale all’intera classe del lavoro, imporre la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro sull’intero arco di vita e riconoscere un Reddito Sociale Minimo, significa rimettere le mani sul bilancio pubblico incrementando le entrate che derivano dalla tassazione del capitale e dell’accumulazione per affermare così il processo di redistribuzione e socializzazione della ricchezza derivante dagli incrementi di produttività.

Allora non si tratta di dare ulteriori incentivi fiscali, sgravi e agevolazioni contributive alle imprese che accettano la riduzione dell’orario di lavoro, ma va immediatamente capito che l’incremento di produttività è ricchezza sociale che può garantire il soddisfacimento di nuovi bisogni. Va, cioè, redistribuita socialmente l’accumulazione di capitale, ponendo un programma di iniziativa che entro pochi anni può portare alla giornata lavorativa, a parità di condizioni, di 15 ore; questa non è una proposta di "estremismo ideologico" ma è ciò che deriva semplicemente dal grado di sviluppo in atto dei fattori produttivi.

Il ricorso a soluzioni quali la riduzione del saggio di incremento degli investimenti finanziari, o comunque non direttamente produttivi, degli armamenti, dell’offerta e della domanda eccessiva di alcuni beni voluttuari, renderebbe più rapido il processo, che comunque è già in atto in tutta la sua consistenza. In una società sempre più automatizzata, all’interno della quale tecniche nuove sostituiscono l’uomo nelle attività terziarie, quaternarie, produttive, spostando sempre più il capitale umano in attività, diverrà inevitabile inserire progressivamente forme di Reddito Sociale Minimo che si integrino con l’attuale sistema di compensi al lavoro, sistema che è ormai caratterizzato da alcuni aspetti assolutamente antieconomici.

Si può, intanto, imporre immediatamente l’allargamento della base occupazionale a partire da politiche reali di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, senza intaccare la certezza dei diritti acquisiti e delle conquiste dei lavoratori in termini di organizzazione dei turni, dei ritmi, dei tempi e della qualità del lavoro. Bisogna allora considerare la riduzione dell’orario sull’intero arco di vita del lavoratore, collegando tale riduzione ad una prospettiva di iniziativa complessiva, una campagna di opinione, di lotta, un appello all’Europa sociale del lavoro per rivendicare il diritto al Reddito Sociale Minimo.

In tal modo si può abbandonare la logica del salario individuale che deriva dalla contrattazione aziendale e comunque basata sui rapporti di forza tra capitale e lavoro, riportando la contraddizione ad un livello più alto fra Stato e capitale, facendo pesare la realizzazione di tali obiettivi su una fiscalità che colpisca maggiormente il capitale, in modo da restituire alla classe lavoratrice ciò che nel tempo ha dato in termini di incremento di produttività e di contributo forzoso all’accumulazione.

Si consideri, inoltre che le plusvalenze, realizzate dalla differenza fra quanto ricavato al momento della vendita di un titolo azionario e quanto pagato per il suo acquisto (capital gain), nel nostro Paese non è attualmente gravato da alcuna imposta. D’altro canto non esiste in generale una seria tassazione dei redditi da capitale, vanno quindi riviste e incrementate le aliquote delle ritenute almeno a partire da una determinata soglia minima di possesso dei titoli (si dovrebbe per lo meno giungere, sia per i titoli privati sia per i titoli pubblici, ad un passaggio dall’attuale aliquota del 12,5% ad una del 30%) facendo si che gli interessi maturati sui titoli debbano essere indicati nella dichiarazione dei redditi. E’ inoltre assente una qualsiasi forma di tassazione sulle transazioni speculative riguardanti prodotti finanziari denominati in valuta estera, senza che siano colpiti in alcun modo i trasferimenti internazionali di capitale, soprattutto quelli a finalità speculativa.

Tassare finalmente nei modi diversi suddetti il capitale, fino a giungere anche alla tassazione dell’innovazione tecnologica, effettuare degli appropriati controlli attraverso un’anagrafe patrimoniale ed una efficiente anagrafe tributaria, significa far riappropriare i ceti meno abbienti della popolazione, i lavoratori, composti da occupati e non occupati, di quella ricchezza sociale da loro stessi prodotta e realizzata e che si è sostanziata nel tempo in quegli incrementi di produttività che sono andati fino ad oggi ad esclusivo vantaggio del capitale.

Inoltre il sistema fiscale deve allargare l’area delle tutele, permettendo maggiori deducibilità fiscali delle spese a carattere sociale sostenute dalle famiglie, in modo, tra l’altro, da contribuire così a colpire vasti fenomeni di evasione ed elusione fiscale. Si fa ovviamente riferimento ad una serie di spese, che in uno Stato dei diritti e delle garanzie universali, dovrebbero essere tutte a carico della fiscalità generale ( spese per lo studio, spese per l’assistenza, spese per le manutenzioni della casa, spese per l’affitto di abitazioni principali, riparazioni di autoveicoli, ecc.).

Si può così contribuire ad invertire la tendenza di una politica di fiscalità che si esprime a favore di un "nuovo patto sociale", attraverso le elargizioni dirette e indirette di favore al "nuovo blocco sociale" che ruota intorno alle centralità delle imprese, realizzando un sistema fiscale nel quale più si è ricchi, più si è detentori del fattore capitale e meno si partecipa alla spesa collettiva, con la rendita e il profitto che non sono intaccati, e con un’evasione fiscale che è di fatto legalizzata. Di contro sono sempre i redditi delle famiglie ad essere direttamente e indirettamente spremuti, restringendo ulteriormente le forme di redistribuzione del reddito; trasformando le forme di redistribuzione egualitaria del reddito in forme al ribasso di uguaglianza che puntano a ripartire tra i poveri solo la miseria; contrapponendo i giovani agli anziani, gli occupati ai disoccupati, il diritto al lavoro ai diritti del lavoro, gli aumenti occupazionali a salari ridotti, alla flessibilità, alla grande precarietà, al continuo abbassamento della qualità del lavoro e della qualità della vita.

Le soluzioni sono a portata di mano e realizzabili in maniera tale da diminuire il carico fiscale su pensioni, su lavoro dipendente, su artigiani e piccoli commercianti, sulle microimprese, e trovando invece il bilanciamento con forme diverse di tassazione che si trasferiscano dai salari alle rendite, ai patrimoni, all’accumulazione di capitale, migliorando così lo Stato sociale attraverso diversificazione e incrementi della spesa sociale.

Invertire la tendenza abbassando il carico fiscale sul lavoro dipendente e sul lavoro autonomo più marginale, colpendo maggiormente le società di capitale, le rendite finanziarie, i profitti, i capital gain, i grandi patrimoni significa semplicemente assolvere ai dettami costituzionali secondo i quali il carico fiscale deve servire per redistribuire i redditi dall’alto verso il basso. [back]

5. La proposta del Reddito Sociale Minimo contro la cultura del Profit State

La redistribuzione del reddito ha assunto e assume un carattere limitativo perché basata sulla concessione del salario individuale, mentre il conflitto sociale ha possibilità di volgere dalla parte dei lavoratori solo se le lotte per il salario assumono quella portata globale che rivendica il salario sociale reale complessivo, ponendo da subito la questione della socializzazione di quella ricchezza realizzata grazie ad incrementi di produttività mai trasferiti al lavoro, ma concretizzati in esclusivo incremento di remunerazione al fattore capitale.

E’ la dimensione sociale di classe del salario che fa sì che esso costituisca il prezzo dei costi di esistenza e di riproduzione dell’intera classe lavoratrice. Di conseguenza la categoria economica del salario minimo non può essere riferita al singolo individuo, poiché un grandissimo numero dei singoli soggetti appartenenti alla classe lavoratrice non ricevono quel minimo vitale necessario per esistere e riprodursi. E’ solo il salario complessivamente appartenente all’intera classe lavoratrice (compresi i disoccupati, i precari, gli inoccupati e sottoccupati) che assume la forma di salario minimo per permettere la vita e la riproduzione dell’intera classe.

Bisogna allora indirizzare nel giusto verso, con una lettura di classe e non semplicemente di diritto di cittadinanza,le varie battaglie culturali che nel corso dell’ultimo decennio hanno riproposto l’idea di un reddito universale, distaccandosi dal piano astratto della riflessione sulla "società giusta". Bisogna allora partire direttamente dai processi sociali, dalla ricognizione di quei mutamenti che, sconvolgendo gli equilibri e le architetture compensative del Welfare State keynesiano, ormai non consentono più di considerare la crescita e lo sviluppo accompagnati dalla piena occupazione. Inoltre, bisogna osservare che la riduzione della giornata lavorativa sociale fa del lavoro un bene scarso, indisponibile per tutti; e ciò si accompagna alla politica di flessibilizzazione dei rapporti lavorativi che rende, il lavoro per i privilegiati che ancora ne godono, anche precario e instabile, sottopagato, non a pieni diritti.

Di conseguenza si sono venute a creare un insieme di strategie alternative più o meno definite, che enfatizzano il valore sia della sicurezza che dell’autonomia, e ravvisano la possibilità di conciliare l’antagonismo tra questi due valori affidandosi al concetto di cittadinanza e ad una sorta di universalismo dei diritti positivi, come il diritto al BASIC INCOME, che ad esso si connettono.

Il basic income è fondato sulla concezione di una democrazia dei diritti universali di cittadinanza. Infatti non la classe, non la condizione lavorativa, l’occupazione, il reddito individuale e familiare spendibile, ma la cittadinanza è il fondamento del diritto a trasferimenti di base e servizi essenziali. Quindi non il lavoro salariato, ma le attività utili, comprese quelle al di fuori del formale mercato del lavoro, costituiscono la giustificazione "morale" del diritto a benefici che vengono goduti indipendentemente dalle condizioni comportamentali di classe e del’interpretazione del conflitto fra capitale e lavoro. In tale ottica non la protezione dello status sociale, ma la garanzia dei bisogni fondamentali al di là della classe di appartenenza, è il criterio di una giustizia legata esclusivamente ad un livello sostenibile di rischio e alla difesa dell’autonomia delle scelte del cittadino.

L’elemento che comunque unisce tutte le teorie sul reddito minimo e sul reddito di cittadinanza, è che l’individuo come persona o come cittadino, comunque come persona appartenente ad una società, indistintamente dal colore, dal sesso, dall’età dalla professione, dall’istruzione ecc. deve percepire dallo Stato, un reddito tale da consentigli una vita dignitosa ed permettergli di scegliere se integrare o meno il proprio reddito garantito con un lavoro che sceglierà in piena libertà in base alle proprie esigenze, o di migliorare la sua formazione, o di dedicarsi ad altre attività.

Parallelamente a tali impostazioni culturali, si sono avute, nei vari paesi europei, realizzazioni di forme di sussidio, di reddito (monetario e non) che in qualche modo tentano di affrontare le problematiche connesse alla disoccupazione forzata, alla precarietà del lavoro, alle condizioni comunque di emarginaizone sociale.

Se in Italia tali tentativi non sono giunti a compimento,ad esempio in Olanda e in Francia abbiamo due esempi diversi di reddito garantito. In Olanda la legge generale sul sussidio ha come finalità quella di contrastare il disagio economico sia permanente che transitorio. L’elemento più importante di questa legge consiste nel considerare come unità di riferimento sia il singolo individuo che la famiglia; è inoltre previsto un articolato complesso di norme che stabiliscono sia l’ammontare del sussidio in relazione alle diverse caratteristiche dei destinatari sia i vincoli che devono essere rispettati per continuare a godere di tale beneficio. La gestione di tutte le procedure previste dalla legge è demandata al sindaco il quale, insieme ai consiglieri comunali, detiene una ampia gamma di poteri tra cui la possibilità di concedere di sua iniziativa il sussidio in casi particolari non previsti dalla legge. La legge francese sul Reddito Minimo d’Inserimento unisce al trasferimento di reddito un intervento di preparazione alla collocazione al lavoro costituito dalla definizione di un progetto individuale che prevede attività di formazione o di lavoro. Assumono in questo contesto un ruolo fondamentale gli organismi e gli operatori coinvolti nella fase di progettazione e in quella successiva di svolgimento del progetto formativo concordato. L’efficacia delle azioni del Welfare francese dimostrano come sia necessario e utile un intervento diretto dello Stato che può continuare ad esercitare il suo ruolo sociale se punta a colmare i vuoti generati dalle politiche del profitto.

Tabella 1 - Caratteristiche principali dei redditi minimi nei paesi della CEE

 

Gran Bretagna

Germania(RFT)

Paesi Bassi

Denominazione

Income Support + Family card

Aiuto al sostentamento

Sost.Assist. reddito

Data di avvio

1948

1961

1963

Istituzione responsabile

Min. sicurezza sociale

 

Ministero Servizio Sociale

Parametri

Paniere

Paniere

Salario minimo

% finanziamento

dello Stato

100%

0%: Trasferimento alle Lande

90%

Età minima

18

 

23

Condizioni

Residente da più di 10 anni

Cittadinanza

Residenza legale

Beneficiari

Persona

Persona

Persona

Durata

Illimitata

Illimitata

 

Diritti associati

Riscaldamento, Assicurazione. malattia

Riscaldamento

Riscaldamento, Assicurazione malattia

Contropartita

 

Lavoro

 

 

Belgio

Lussemburgo

Francia

Denominazione

Minimo assistenziale

Reddito minimo garantito

Reddito minimo di ingresso

Data di avvio

1974

1986

1988

Istituzione responsabile

CPAS

Serv. naz. Per RMG

Delegaz. Intermin. RMI

Parametri

prezzi

Minimi sociali

 

% finanziamento

dello Stato

50%

100%

83%

Età minima

21

30

25

Condizioni

Residente CEE da più di 5 anni

Residente da più di

10 anni

 

Beneficiari

Persona

Persona

Persona

Durata

 

 

3 mesi rinnovabile

Diritti associati

Assicurazione malattia

 

Riscaldamento, Assicurazione malattia

Contropartita

Disponibilità di lavoro

Contratto

Contratto d’inserimento

Fonte: Elaborazione su dati F. Euvrad, Iminimum Income Support cheems, Eec, European Conference on Basic; Incomes, Londra, 15-17 novembre 1989

Nonostante i vari interventi governativi a favore di un reddito minimo, interventi comunque inesistenti in Italia, spesso la filosofia che li guida è legata all’idea di un futuro visto come una costellazione di società senza lavoro, da cui scaturisce di fatto l’ipotesi del reddito di cittadinanza, ben vista anche dai governi conservatori. Tale proposta, e quelle similari del reddito minimo, a prescindere dall’imponenza dei costi, finirebbe con l’avvalorare l’immagine di uno Stato sociale minimo, simile a quello residuale proposto dalla destra liberista, ma universalisticamente garantito. I vantaggi che secondo alcuni deriverebbero da una simile proposta, - riduzione dei costi amministrativi, automatismo, assenza di discrezionalità - potrebbero trovare spazio anche in modelli di Welfare alternativi; quali il ricorso a forme più limitate di spesa sociale garantita, in modo da unificare, attraverso un reddito di cittadinanza minimo nel suo importo, i vari trasferimenti per l’assistenza, favorendo così una redistribuzione del reddito secondo "reali" condizioni di bisogno, cioè le condizioni di vera miseria (si veda la proposta di "minimo vitale" formulata ultimamente dal Governo dell’Ulivo).

È, allora, ormai una necessità storica, politico-economica, oltre che una battaglia di civiltà contrapporre a tali ipotesi una reale proposta di socializzazione dell’accumulazione, in modo da riconoscere il Reddito Sociale Minimo per i disoccupati, i sottoccupati, i precari, i lavoratori atipici; Reddito Sociale Minimo che assume sia forme di natura diretta, cioè di un vero e proprio assegno mensile, sia forme di reddito indirette derivanti dalle tariffazioni sociali e dalla gratuità dei servizi fondamentali.

Un Reddito Sociale Minimo nell’ambito di una concezione che non deve rappresentare una sorta di "carità minima garantita", voluta dai vari governi apparentemente progressisti presenti in Europa. Proposte tutte basate su una sorta di concezione di "minimo vitale di sopravvivenza", che seppur finalizzate a sottrarre le fasce più deboli della società da una condizione di povertà, le renderebbe ricattabili e condizionate dal potere, innescando senza dubbio fattori disincentivanti e che ostacolano la ricomposizione di classe, favorendo invece la nascita di veri e propri assistiti sociali, disponibili alle politiche clientelari. Il problema non è assicurare un’assistenza caritatevole minima , ma piuttosto creare condizioni di sviluppo basate su un diverso modello della produzione, sempre riaffermando la centralità del lavoro come momento di valorizzazione economica complessiva e di organizzazione del dissenso sociale.

Il Reddito Sociale Minimo deve essere concepito in maniera tale che si opponga a quel "nuovo patto sociale" nel quale i ricchi e le imprese non partecipano alla spesa collettiva, la rendita e il profitto non devono essere intaccati, l’evasione fiscale deve essere legalizzata; gli industriali continuano a chiedere flessibilità del salario, delle condizioni di lavoro, della sicurezza del lavoro, degradando e precarizzando sempre più l’occupazione. Il Reddito Sociale Minimo non è una forma di assistenzialismo ma è una proposta direttamente connessa alla centralità del lavoro, lavoro che deve ripartire anche dalla funzione di uno Stato occupatore, che cioè crea condizioni strutturali e distribuisce occupazione, non delegando tutto al mercato, non privatizzando come se il profitto fosse il regolatore dell’interesse generale.

Il Reddito Sociale Minimo diventa così anche uno strumento di iniziativa politica che si contrappone alle forme al ribasso di uguaglianza che puntano a ripartire tra i poveri solo la miseria, contrapponendo i giovani agli anziani, gli occupati ai disoccupati, il diritto al lavoro ai diritti del lavoro, gli aumenti occupazionali a salari ridotti, alla flessibilità, alla grande precarietà, al continuo abbassamento della qualità del lavoro e della qualità della vita.

Con la proposta del Reddito Sociale Minimo si può iniziare una seria lotta contro l’evasione e l’elusione fiscale, aggiungendo una serie di altre iniziative a connotato di giustizia fiscale e distributiva, con forti contenuti e finalità di redistribuzione della ricchezza sociale prodotta dal lavoro.

Le risorse finanziarie ci sono e sono disponibili per il rafforzamento di un Welfare State non più e non solo della cittadinanza, ma di uno Stato Sociale che oltre a redistribuire reddito socializzi l’accumulazione del capitale, distribuisca cioè ricchezza derivante da incrementi di produttività che sono andati ad esclusivo vantaggio del capitale e non del lavoro. Allora tali risorse finanziarie devono essere prelevate attraverso una seria e decisa tassazione dei capitali nelle sue diverse forme (tassazione dei capitali finanziari e speculativi, tassazione dell’innovazione tecnologica, tassazione del capital gain), lanciando in tal senso, inoltre, una campagna di iniziativa politico-economica internazionale e di civiltà che realizzi la cosiddetta Tobin Tax, cioè la tassazione dei trasferimenti di valuta all’estero, tassazione da utilizzare esclusivamente a fini sociali, ambientali, occupazionali e per finanziare il Reddito Sociale Minimo per disoccupati, precari e non garantiti.

6. Tobin Tax e Reddito Sociale Minimo

James Tobin, premio nobel per l’economia nel 1981, è considerato un forte sostenitore del pensiero keynesiano. La tassa di cui parliamo prende il suo nome proprio perchè fu il primo economista ad evidenziare la diversificazione del rischio come motivo inerente la razionalità degli investitori. La Tobin Tax nella sua formulazione originaria prevede una regolamentazione dei cambi e una tassazione di tutte le transazioni di capitale finanziario a carattere speculativo, che però è possibile realizzare soltanto attraverso una mondializzazione delle intese fiscali per non sminuire la sua portata attraverso la fuga dei capitali verso i cosiddetti paradisi fiscali.

Come CESTES-PROTEO ci diciamo disponibili e abbiamo aderito all’organizzazione non governativa ATTAC (Azione per una Tobin Tax di aiuto ai cittadini) che si è costituita da pochi giorni per imporre ai governi e alle organizzazioni economiche internazionali l’applicazione appunto della Tobin Tax.

Nonostante l’idea iniziale di James Tobin fosse di venticinque anni fa, e che si sono detti nel tempo disponibili alla sua attuazione anche personaggi politici, economisti ed istituzioni che spesso hanno avuto seria responsabilità sull’imposizione a livello planetario della globalizzazione finanziaria neoliberista, noi pensiamo che la tassazione delle transazioni speculative (si pensi che quotidianamente circa 1.500 miliardi di dollari vengono trasferiti con tali modalità e circa il 90% di tali transazioni hanno durata che non supera i quattro, cinque giorni) se avvenisse anche con aliquote differenziate in funzione della durata dell’operazione, disincentivando fortemente gli investimenti di breve periodo, realizzerebbe diverse centinaia di miliardi di dollari l’anno che la comunità internazionale potrebbe gestire a fini sociali, sanitari, ambientali, di lotta alla povertà e di forte incremento occupazionale.

Dal nostro punto di vista però, i proventi derivanti dalla Tobin Tax dovranno essere utilizzati esclusivamente a fini socio-ambientali, per creare occupazione e da destinare al Reddito Sociale Minimo per disoccupati e precari. Inoltre la gestione di tali fondi derivanti dall’applicazione della Tobin Tax non può essere effettuata da quegli organismi internazionali (come il Fondo Monetario Internazionale) che sono invece proprio i veicolatori di quel modello neoliberista a forti connotati di economia finanziaria che, oltre a rendere sempre più marcato il divario Nord-Sud sta ulteriormente peggiorando le condizioni di vita delle stesse popolazioni ad industrialismo avanzato.

La Tobin Tax, insieme alle altre modalità di tassazione dei capitali (capital gain, innovazione tecnologica, ecc.), diventa così risorsa fondamentale per finanziare un progetto di Reddito Sociale Minimo, e non solo, che oltrepassando le frontiere italiane, rappresenti una proposta forte di politica economica che interessa non l’Europa di Maastrich ma un’Europa sociale e del lavoro, assumendo anche caratteristiche internazionali.

Tale battaglia può contribuire ad opporsi ai processi di finanziarizzazione dell’economia, agli accordi multilaterali sugli investimenti (tipo l’AMI) e a combattere le forme di privatizzazione del welfare (che ad esempio attraverso i fondi pensione e assistenziali contribuiscono alla speculazione finanziaria e all’abbattimento dello Stato Sociale); essa può inoltre essere indirizzata verso principi di giustizia fiscale e distributiva che possano colpire gli enormi profitti accumulati, gli enormi incrementi di produttività, sottraendoli all’ingordigia dell’accumulazione di capitale, per rilanciare investimenti produttivi capaci di creare occupazione.

Si tratta di lanciare un’offensiva di quel mondo culturale, politico, sindacale, dell’associazionismo di base, di tutte quelle forze che non accettano le compatibilità e l’omologazione dei principi politico-economici neoliberisti basati sulla cultura delle privatizzazioni del patrimonio pubblico, del welfare,del sociale,un’offensiva politica,sociale ed economica che sappia legare la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, la creazione di nuova occupazione di produzioni non necessariamente a carattere mercantile, la tassazione dei capitali per socializzare la ricchezza complessiva, il riconoscimento del Reddito Sociale Minimo per disoccupati e precari, il rafforzamento dello Stato Sociale della distribuzione dell’accumulazione, in un nuovo modello di sviluppo a forti connotati di eco-socio-compatibilità fuori-mercato. [back]

Atti del Convegno-dibattito

"Una proposta contro la disoccupazione e il lavoro precario".

IL REDDITO SOCIALE MINIMO

6 Aprile 1998, ore 15.00

Sala della Sagrestia / Camera dei Deputati

P.zza in Campo Marzio, 42 - Roma

 

- Comunicazioni

Assenti: a causa di seri problemi di salute il Prof. L. Vasapollo che ringraziamo vivamente poiché si è prodigato molto per la riuscita del Convegno; assente anche l’On. Nerio Nesi che invia un messaggio di saluto e augura buon lavoro scusandosi per l’improvviso impegno istituzionale che lo tiene assente, e l’On. Livia Turco, Ministro della Solidarietà Sociale che ha inviato il seguente messaggio:

"Sono lusingata del vostro invito ed ho molto apprezzato la relazione svolta in premessa alla proposta di legge d’iniziativa popolare per l’istituzione del reddito sociale minimo. La povertà non deve essere considerata un fenomeno naturale, né una condizione irrimediabile perché non è causata solo da carenze economiche, ma anche dall’indebolimento dei legami di appartenenza sociale. Purtroppo inderogabili impegni istituzionali non mi consentono di aderire al vostro graditissimo invito, ma desidero ugualmente rinnovarvi i miei ringraziamenti auspicando nuove occasioni di incontro.

Con cordialità vivissime"

LIVIA TURCO [back]

- Ordine degli interventi:

Ci saranno due interventi introduttivi, il primo di Luigi DI CESARE (Unione Popolare), per l’illustrazione della legge presentata in Cassazione dal Comitato Promotore e per la quale nelle prossime settimane verrà avviata la raccolta delle firme; seguirà l’intervento dell’Avvocato Arturo SALERNI (Associazione Progetto Diritti e CESTES-PROTEO). Seguiranno con i loro interventi:

L’On. Paolo CENTO, (Gruppo parlamentare Verdi-Ulivo);

Prof. Alessandro GARILLI, (Sottosegretario di Stato del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale);

Dott. Nino GALLONI, (Direttore Generale e Consigliere del Ministero del Lavoro per le politiche dell’occupazione);

On. Marcella LUCIDI, (Democratici di Sinistra; gruppo parlamentare Cristiano Sociali);

On. Giorgio GARDIOL, (Commissione Lavoro della Camera dei Deputati; gruppo parlamentare Verdi-Ulivo);

Presentazione:

Luigi DI CESARE (Unione Popolare)

L’oggetto del dibattito è evidente; abbiamo voluto sollevare una questione: il Reddito Sociale Minimo, ovvero un problema di reddito per i disoccupati e per i lavoratori precari, per coloro che fanno lavoro nero, percependo un reddito infimo. Poniamo, inoltre, anche un problema di redditi per i lavoratori occupati, un adeguamento di tale reddito affinché ci sia anche una equa e giusta proporzione tra reddito per i disoccupati e per i precari e reddito per gli occupati, perché questo problema va contemplato complessivamente nel mondo del lavoro.

Si è voluto sollevare tale problema perché abbiamo colto dentro la situazione un problema di fondo: la disparità tra ciò che avviene attorno agli affari borsistici, ai profitti dì impresa, ai redditi da capitale finanziario e quanto avviene, invece, a livello sociale dove si riscontrano aumenti della disoccupazione, diminuisce l’occupazione a pieni diritti ed aumenta in maniera inquietante la fascia di povertà nel nostro Paese. La polarizzazione di questi estremi, contrapposti tra loro, ci pongono un problema di equità sociale, ma anche un problema di distribuzione della ricchezza in quanto il nostro è un Paese ricco che fa registrare grossi giri d’affari quasi tutti i giorni presso Piazza Affari a Milano. Voglio evidenziare alcuni dati: Walter Veltroni, il Vice Capo del Governo in un’intervista di qualche giorno fa su "Il Corriere della Sera" - 30 marzo:

"Chiediamoci per esempio, se oggi le imprese vivono in condizioni più o meno favorevoli rispetto ad un anno e mezzo fa. L’inflazione si è ridotta, il tasso di sconto è calato, il tasso d’interesse si è ridotto, siamo rientrati nello SME, la Borsa è cresciuta del 100%, il Sud italiano offre oggi condizioni di appetibilità per le imprese superiore a quelle tanto celebrate dell’Irlanda e del Galles".

Ciò è confermato anche dagli indicatori economici e sociali. Noi in tale contesto avanziamo una precisa proposta: in questo contesto sociale, politico, solleviamo la questione del Reddito Sociale Minimo.

Noi non poniamo una questione rivendicativa, perché non chiediamo solo un quantum economico, ma poniamo un problema di ordine politico, sociale che si contestualizza rispetto alla fase, al momento che attraversiamo dal punto di vista economico, sociale e storico.

Non è una proposta massimalistica, né minimalistica, perché riteniamo che si debba aprire un confronto, sollevare una questione di civiltà all’interno del nostro Paese, oltre che una questione di emergenza sociale. Poniamo un problema di equità sociale che non sia assenzialistico, infatti non parliamo di sussidio ai disoccupati che graverebbe comunque sul mondo dei lavoratori, soprattutto dei dipendenti. Indichiamo una possibilità di reperimento dei fondi per finanziare il Reddito Sociale Minimo, nella fattispecie lo indichiamo in questo quantum enorme di ricchezza che si è registrato in questi ultimi anni, non tanto nei depositi bancari o al limite nei depositi azionari delle Borse, quanto nel volume di interessi, di speculazioni finanziarie ed economico-patrimoniali che si registrano attraverso i depositi bancari e finanziari; questa è la questione che poniamo: cioè un problema di distribuzione di tale ricchezza all’interno del Paese.

Illustrazione della Legge

Avv. Arturo SALERNI (Ass. Progetto Diritti; CESTES-PROTEO)

Il primo elemento dal quale siamo partiti che non può essere scavalcato o superato, è quello della trasformazione del mondo del lavoro che significa, cioè, figure di precari, lavoro flessibile. Si tratta di 20 - 25 anni di legislazione dell’emergenza che sono andate sempre nel senso riassunto nel seguente ragionamento: per favorire gli incrementi occupazionali bisogna andare incontro alle richieste delle imprese che vogliono manodopera che sia subito scartabile; in alcuni momenti in relazione delle caratteristiche oggettive e soggettive (capacità di mobilitazione dei giovani lavoratori) si ha una filosofia del lavoro per cui solo seguendo la logica delle imprese e solo inseguendo le imprese è possibile creare occupazione. E quindi, è nato il tempo determinato nella sua capacità di superare i limiti posti dalla Legge del ’62, ora con la Legge 56 dell’87 è possibile superare e sfondare i limiti rigidi posti dalla Legge del ’62; e aumentato il lavoro nero, sono aumentate le ipotesi di tempo determinato camuffato spesso dai contratti di formazione lavoro, con la Legge del 1984. Abbiamo il passaggio dalla chiamata numerica alla chiamata nominativa dell’Ufficio di Collocamento, sostanzialmente un passaggio per cui abbiano una forza lavoro sempre più divisa (perché ognuno è contrapposto all’altro) e più ricattabile sul profilo dell’estensione del rapporto di lavoro.

Dentro tale sistema, oggi nel 1998, possiamo dire quale è il grande bluff: l’occupazione non è aumentata, i livelli di disoccupazione sono aumentati. Inseguire la logica dell’impresa con riferimento alla politica del lavoro non ha determinato incrementi occupazionali, anzi una manodopera a livello generale sempre più flessibile e perciò ricattabile, significa una manodopera tendenzialmente con condizioni salariali e normative che vanno verso il peggioramento.

Oggi, con riferimento a questa nuova legge sul Reddito Sociale Minimo (RSM) diciamo di invertire la tendenza.

Rifacendomi al discorso di Di Cesare in apertura sulla distribuzione della ricchezza prodotta, voglio citare, indegnamente, qualche passaggio del Prof. Vasapollo, che oggi per motivi di salute non c’è, per chiarire alcune delle premesse di ragionamento che stanno dietro alla nostra proposta: in particolare si tratta di quell’elemento economico-sociale e di un diritto che si va affermando in una società avanzata, il problema che davanti a una disoccupazione strutturale crescente non è possibile pensare ad una massa di diseredati che non hanno la possibilità di sbarcare il lunario personalmente e con le loro famiglie (es. Sud Italia). C’è la necessità di ricostruire un terreno unitario tra chi lavora, tra chi lavora in maniera precaria, e tra chi non lavora. Oggi avere un reddito con il quale affacciarsi sul mercato del lavoro significa anche contrattare la vendita della propria forza lavoro, la propria disponibilità a lavorare in condizioni assolutamente migliori. Riteniamo che sia una battaglia che ha portata europea, non solo perché oggi tale scenario non appartiene al nostro Paese, ma è uno scenario che caratterizza questa nuova Europa; ma anche perché, se entriamo in Europa, oltre a prendere come riferimento i rapporti tra il deficit ed il PIL, il tasso d’inflazione consentito, dobbiamo prendere anche in riferimento istituti di sicurezza sociale presenti all’interno di altri paesi europei.

Nella nostra proposta di legge prevediamo la corresponsione di un Reddito Sociale Minimo in forma di trasferimento monetario e di tariffazioni sociali per i servizi essenziali. Tale proposta nasce con alcuni elementi che necessitano di una maggiore articolazione e maggiore specificazione su alcuni passaggi, sia sul termine delle prospettive della formazione di un istituto e sul cosa va a rappresentare nelle politiche del lavoro e sul piano fiscale, delle coperture finanziarie di quelle spese previste di 50.000 miliardi che noi identifichiamo con un primo calcolo.

Nella proposta si stabilisce la presenza di due requisiti: la residenza nel nostro Paese da almeno due anni (la nostra è una proposta unitaria che non vuole divisioni in termini di nazionalità di appartenenza) e l’iscrizione alle liste di collocamento da almeno un anno. Si prevede che il reddito venga corrisposto dagli Uffici periferici del Ministero del Lavoro, e la necessità di costituire, presso la sede centrale del Ministero del Lavoro, un ufficio centrale per il rilevamento dello stato di disoccupazione e per l’erogazione del Reddito Sociale Minimo. Vi è, in una Legge di questo tipo, una grande esigenza di controllo.

Diceva Di Cesare: questa è una proposta non con carattere assistenziale, con una logica che mira ad una politica del lavoro. L’entità monetaria che noi individuiamo (nell’art. 2) di corrispondere annualmente, per i soggetti in possesso dei precedenti requisiti, è di 12 milioni di lire, non sottoposti ad alcuna forma di tassazione; prevediamo che il periodo in cui si riceve il RSM sia valutato ai fini del calcolo dei periodi pensionistici, rinviando a i criteri e modalità che verranno indicate nel Decreto legislativo che il Governo dovrà adottare nel termine dei 90 giorni dall’approvazione della presente legge. L’importo sopra indicato va annualmente rivalutato sulla base degli indici ISTAT. Questo è un passaggio importante, poichè riteniamo che sia necessario collocare questa battaglia in una posizione dialettica e positiva rispetto alla reintroduzione dei meccanismi di indicizzazione di scala mobile nel nostro Paese.

Nell’ipotesi in cui il soggetto trovi attività lavorativa cui consegua un reddito inferiore all’ammontare del RSM, vi sarà un dimezzamento del trasferimento monetario. Prevediamo una lunga serie di sanzioni amministrative nell’ipotesi in cui il datore di lavoro taccia il fatto che sia assunto un lavoratore presso di lui (secondo la legge 688 del ’81) in quelle condizioni che porterebbero alla perdita o alla riduzione del RSM. Tale sanzione sarà pari all’ammontare del salario che il soggetto avrebbe dovuto percepire quale corrispettivo del lavoro svolto, con riferimento ai minimi previsti dal Contratto Collettivo Nazionale di lavoro della categoria. Vi è la riflessione dell’inutilità del penale, ma bisogna introdurre a livello di sanzioni amministrative quell’elemento risarcitorio ed equitativo che soltanto la commisurazione della retribuzione dovuta può produrre.

Nella proposta si individua la possibilità di decadenza del Reddito Sociale Minimo nel caso in cui il lavoratore ottenga un lavoro a tempo pieno e nel caso in cui lo abbia rifiutato senza motivo.

L’art.8 si dilunga sulle tariffe sociali nei servizi essenziali: si dispone l’accesso ad alcuni servizi in termini di gratuità o di facilitazione, sia per i titolari del diritto al RSM sia per coloro che si trovino in ipotesi di fruizione ridotta dello stesso trasferimento monetario.

Con il IV comma art. 8, rientrano nei benefici anche i componenti il nucleo familiare con reddito imponibile annuo non superiore a 35 milioni di lire ed i soggetti titolari di pensioni sociali minime. Ciò per far fronte a tutte le situazioni di disagio sociale.

Copertura finanziaria, qui si apre un aspetto importante.

Nel primo anno di attuazione della Legge si è pensato ad un’imposta straordinaria, detta Labor Tax, che consiste nell’addizionale una tantum sulla tassazione dei redditi d’impresa. Per la copertura in via definitiva degli oneri derivanti dall’erogazione di 50 mila miliardi, prevediamo: l’incremento dell’aliquota d’imposizione sugli interessi derivanti da titoli pubblici al 30% o di optare per la loro indicazione nella dichiarazione annuale dei redditi. Si prevede la tassazione dell’incremento di valore dei titoli azionari (aliquota d’imposta del 30%). Si dovrà, inoltre, provvedere all’inserimento nella dichiarazione annuale dei redditi di ogni reddito da capitale. Si determina, poi, una tassazione dei trasferimenti di valuta all’estero; infine, un’addizionale sull’IVA per tassare l’innovazione tecnologica che produce decremento occupazionale.

Voglio richiamare ciò che il Prof. Vasapollo avrebbe sicuramente detto: date le condizioni internazionali di sviluppo dell’innovazione tecnologica, si può ipotizzare che la quota di lavoro socialmente necessaria alla sussistenza media dell’intera classe dei lavoratori sia pari a circa il 20% dell’attuale giornata lavorativa sociale a livello internazionale, ed è questa la parte di lavoro retribuita, mentre il resto è plusvalore destinato ad accumulazione. In ambito europeo in questi ultimi tre anni si sono avuti incrementi medi annui di produttività del 2% a fronte di incrementi medi annui di salari reali dello 0,5%.

Allora la nostra è una proposta in controtendenza rispetto alle politiche del lavoro e della flessibilità e della precarietà, in controtendenza rispetto allo smantellamento dello Stato sociale, rispetto ad una visione dell’Europa essenzialmente monetaristica e subordinata alla logica e alle esigenze di potentati finanziari ed economici.

On. Paolo CENTO (Gruppo parlamentare Verdi - Ulivo) che ha presentato alla Camera dei Deputati una proposta di legge gemella a quella presentata in Cassazione.

Si deve riflettere su tre questioni: la prima è che il Reddito Sociale Minimo è già una realtà in tutta l’Europa. Tutta l’Europa, in forme articolate, ha forme anche diverse di Reddito Sociale Minimo, ha forme di gratuità di alcuni strumenti e mezzi che garantiscono servizi sociali. L’Italia e la Grecia sono gli unici due paesi che non prevedono alcuna forma sul territorio nazionale di interventi in questa direzione, in un’Europa fatta su misura della grande finanza e non sulle esigenze sociali.

Il Governo si è posto il problema in maniera parziale ed insoddisfacente. Prodi ha istituito la Commissione Onofri che ha tentato di affrontare in termini analitici, statistici, scientifici, il problema delle nuove povertà. I giornali hanno anticipato una proposta del Min. Livia Del Turco in questa direzione; si tratta di una proposta insufficiente perché prevede la sperimentazione in quattro aree geografiche (a rischio) di un assegno di povertà, per le famiglie a rischio sociale, di 500.000 lire come base di partenza.

L’Europa e le iniziative del Governo sono due aspetti che dimostrano che tale battaglia è una battaglia non velleitaria, non estremista, ma di grande ragionevolezza che sta nel dibattito politico giornaliero di una Paese che si affaccia in Europa. Bassolino pochi giorni fa ha posto come fondamentale per la realtà napoletana l’istituzione del Reddito Minimo Vitale.

La seconda questione è come questa battaglia si collega anche ad un nuovo federalismo municipale. Finora nella sinistra sono state assenti politiche di sostegno al reddito attraverso un intervento sui servizi sociali e culturali poste in atto dalle Regioni, Province, Comuni, utilizzando le proprie risorse. Il terreno del Welfare municipale deve essere ormai all’ordine del giorno.

La terza questione è il reperimento dei fondi. I 50.000 miliardi possono apparire come una cifra incompatibile con le leggi finanziarie, con le compatibilità del bilancio pubblico. La proposta deve avere discriminanti sociali, infatti la questione finanziaria va posta in termini di riflessione sugli incrementi di produttività, che hanno significato solo maggiori profitti e diminuzione dell’occupazione. Le politiche di spesa sociale che già ci sono non producono né occupazione e né redistribuzione equa del reddito. Infatti Scalfaro, e non gli Invisibili o il Centro Sociale Intifada, alcuni giorni fa, denunciava che in questo Paese, negli ultimi 15 anni, si è fatta una politica di incentivi alle imprese al Sud che hanno significato: dare soldi alle imprese che aprivano cattedrali nel deserto, prendevano i soldi e tornavano al Nord per investire nel terzo e quarto mondo.

Altro problema che va posto è lo spostamento delle priorità della spesa corrente senza continuare nella logica degli incentivi alle imprese e l’assistenzialismo per il Sud, senza ripetere gli errori fatti, intervenendo invece sui corsi di formazione professionale spesso inutili e non finalizzati ad una reale creazione di occupazione.

Il reperimento dei fondi, oltre che dalla tassazione dei capitali, si potrebbe ottenere attraverso una spesa più attenta ed oculata di ciò che viene sprecato in attività che non produrranno lavoro e reddito per alcuno.

Non si deve guardare solo ai disoccupati ma anche ai precari. Altra categoria sociale è quella di coloro che hanno partita IVA, che nelle pubblicazioni ISTAT sono classificati come lavoratori autonomi, ma nella realtà sono dipendenti senza alcuna tutela sindacale.

Lanciamo, quindi, anche una sfida al sindacato che si deve occupare di queste nuove figure lavorative, e tra le forme di tutela vi è quella del Reddito Sociale Minimo.

La battaglia va fatta a diversi livelli sia istituzionali che sociali, fatta con più strumenti (la legge di iniziativa popolare, l’azione diretta dei soggetti sociali), partendo anche dalle lotte positive di questi ultimi mesi che rivendicavano la gratuità dei servizi essenziali per i disoccupati.

Prof. Alessandro GARILLI (Sottosegretario di Stato)

Già nel II comma art, 3 della Costituzione si scriveva che era compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono di fatto la piena realizzazione dei diritti sociali, civili e politici dei cittadini. Ma le disuguaglianze non sono state eliminate, o attenuate, anzi alcune si sono accentuate, altre se ne sono aggiunte a causa del fenomeno della globalizzazione dell’economia e dei mercati e dell’innovazione tecnologica che ha diminuito la popolazione dei lavoratori, in particolare quelli subordinati.

Si è accentuato il divario Nord/Sud, è aumentata la disoccupazione nel Mezzogiorno (disoccupazione non da industrializzazione ma da sottosviluppo); sono aumentati i disoccupati ed i poveri, che saranno più di un terzo della popolazione attiva. C’è un’esigenza fondamentale di fronte a tale scenario che ha comportato l’aumento della ricchezza, infatti nel nostro Paese si produce di più, cioè vi è più ricchezza, ma con maggiore disoccupazione.

Si deve quindi ridisegnare lo Stato sociale, perché il nostro è uno Stato sociale che è fonte di disuguaglianze, il nostro è un sistema di sicurezza sociale che crea esso stesso disparità di trattamento tra soggetti indigenti e tra gli stessi lavoratori, differenze che fanno scandalo.

Differenze nei trattamenti di disoccupazione e nei sistemi di integrazione delle pensioni al minimo, nelle pensioni sociali, negli assegni per l’invalidità. Si deve riordinare tutto ciò, riordinare il welfare e parlare di Reddito Sociale Minimo o idea di un’entità salariale minima garantita che è frutto del pensiero liberaldemocratico soprattutto nelle grandi democrazie del Nord Europa.

Il Reddito minimo garantito si ricollega al contratto sociale che ci lega allo Stato e per cui lo Stato pretende da noi determinati impegni, ma ci garantisce dei bisogni fondamentali attraverso la corresponsione di un Reddito salariale minimo, diritto di cittadinanza che va visto in prospettiva proprio delle nuove cittadinanze, cioè di tutti coloro che sono presenti nel Paese, degli stranieri che meritano accoglienza.

Il Reddito Minimo Garantito rappresenta una concezione universalistica indipendentemente dalle proprie condizioni economiche, quindi un’idea di redistribuzione che serve per "spalmare" la ricchezza acquisita dai soggetti che detengono il potere economico a tutta la collettività; coloro che non ne hanno bisogno vedranno sottrarselo attraverso il meccanismo impositivo fiscale generale, ma l’idea è che tale reddito sia previsto per tutti i cittadini. Tale concezione è in parte presente nel progetto oggi dibattuto qui, ma con una differenza: cioè la diversità di denominazione non è causale, qui si parla di Reddito Sociale Minimo perché è collegato più allo stato di disoccupazione dei soggetti, non solo allo stato di indigenza in assoluto.

I progetti oggi dibattuti contengono proposte ancora aperte perché hanno ancora bisogno di messe a punto più specifiche. Mi limito a qualche osservazione: questi progetti si avvicinano molto all’idea del Reddito minimo garantito, mentre la posizione minimale dell’altro lato è quella che è contenuta nell’art.59 della Legge 449 del 1997, cioè la legge collegata alla finanziaria di quest’anno. In quest’articolo si introduce, su una valutazione della Commissione Onofri, l’idea di un Reddito Minimo d’Inserimento, che è diverso, perché è il "reddito di povertà" che esiste in Francia cioè è previsto un reddito per i soggetti che hanno maggiori difficoltà sociali e personali ad inserirsi nella società. Questo è un sistema di reddito di tipo francese che anche noi stiamo cercando di introdurre, ma con un limitato finanziamento, ma è comunque un passo importante.

Si deve quindi cominciare da un riordino del sistema della sicurezza sociale. Esistono anche altri progetti: per esempio il movimento della rete a livello regionale (Sicilia) ha presentato un progetto di Reddito Minimo Garantito simile a questo del Reddito Sociale Minimo.

Vorrei sollevare alcune osservazioni: la prima è il problema del collegamento con le liste di collocamento che andrebbero riformate completamente sia nei criteri di iscrizione che di avviamento al lavoro. Poi la questione del collegamento più preciso tra le politiche del lavoro e della formazione professionale e dell’orientamento; si deve, cioè, distinguere tra i giovani che escono dagli studi e che devono essere in formazione e che devono essere aiutati per trovare occupazione e i soggetti adulti; le due categorie meriterebbero attenzioni diverse pur nell’ambito di un unico disegno. Altro problema è la lotta contro il lavoro illegale dove è ancora difficile operare perché il lavoro nero è molto articolato e con molti interessi in gioco. Ultimamente con una "sana repressione" i Carabinieri, a differenza degli ispettori del lavoro, hanno potuto colpire molte aree di evasione fiscale.

Altra questione è la tariffa sociale su servizi che condivido pienamente e quella sul salario minimo garantito. In Italia manca una sistema in cui si determina un salario minimo garantito a tutti lavoratori che lavorano. Esistono zone in Italia in cui le tariffe sindacali non sono applicate ed il sistema legale consente la disobbligazione delle tariffe sindacali. È opportuno collegare all’idea del Reddito Minimo Garantito nelle forme diverse, anche con l’esigenza di stabilire, come accade in altri paesi europei, il salario minimo legale interprofessionale.

Dott. Nino GALLONI, Direttore Generale, Consigliere del Ministero del Lavoro per le politiche dell’occupazione.

Colgo l’occasione, in un incontro di natura seminariale, partendo da due avvertenze: mi sembra che occorra riflettere con più attenzione sul contesto politico nel quale ci muoviamo, ma ci sono enormi problemi. Quando, ad esempio, l’Avv. Salerni dice che con il Reddito Sociale Minimo si rafforza la condizione contrattuale dei lavoratori dipendenti, ciò è giusto, ma tutta la politica economica dalla fine degli anni ‘ 70 ad oggi è stata impostata per ridurre la forza contrattuale.

Consentitemi due o tre riflessioni.

Per primo: che cosa è cambiato nel mercato del lavoro rispetto a 20 anni fa? Al di là della trasformazione della domanda, delle tecnologie, c’è una tendenza di fondo che ha invertito quella che era la tendenza di prima di venti anni orsono. Noi abbiamo tre categorie, o meglio tre classi, perché di classi si tratta: i legittimati dal punto di vista dell’inserimento del lavoro, cioè quelli che per ragioni di potere, soldi, proprietà, hanno la legittimazione ad inserirsi nel mondo del lavoro a prescindere dall’utilità che possono offrire alla società; poi ci sono le persone che hanno meriti, titoli di studio, qualità, capacità professionali; poi altra categoria, che a prescindere dal loro livello hanno difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro, un esempio banale per capirci: una persona che soffre di claustrofobia deve prendere la metro per recarsi sul posto di lavoro senza alternativa e oggi rischia di non essere mai inserito nel mercato del lavoro.

Contemporaneamente a queste tre categorie, avviene che mentre nel passato c’era modo di sistemare tutti, oggi la politica (non mi riferisco ai governi) non prende le grandi decisioni, queste vengono prese da tecnici senza responsabilità politica. Oggi nel mercato del lavoro la prima categoria non ha problemi, la seconda riesce ad arrangiarsi in qualche modo, ma con molte eccezioni al sud, per la terza non è previsto niente. Chi non è in ordine del punto di vista delle compatibilità di chi fa impresa ed è portatore di un costo superiore viene tendenzialmente messo fuori dal mercato.

A ciò corrispondono due situazioni diverse: un conto è che non ci siano i posti di lavoro, un altro è che non ci sia lavoro. Finora il sistema si è basato sul fatto che poi alla fine i disoccupati qualche cosa facevano e in qualche modo accedevano ad un qualche reddito; ciò non continua, per esempio, nelle attività del terzo settore dove non c’è un’azione specifica, tranne alcuni episodi eccellenti ma casuali.

Ora abbiamo milioni di persone che hanno dei bisogni senza avere risposta dal mercato, si pone quindi il problema del reddito in modo impellente.

La scelta di andare solo verso l’impresa, di fare solo gli interessi di questa, non ha creato posti di lavoro; ciò è vero nell’economia ufficiale, ma attenzione, come ci ricordava qualche settimana fa Augusto Graziani, noi Keynesiani abbiamo sempre ritenuto che la riduzione dei salari ed il peggioramento della condizione di vita dei lavoratori non determinano posti di lavoro, anzi li distruggono. Ciò è vero ed è dimostrato, ma in un’economia chiusa, non in un’economia aperta. Per esempio: dopo il 1992, dopo la svalutazione della lira, nel Sud Italia si è creata occupazione, ma nel sommerso, nel precario; oggi il sud è molto più produttivo di dieci anni fa e con potenzialità di sviluppo. Si sono sviluppate molte imprese nel sommerso che producono materie prime, semilavorati, prodotti finiti che poi vengono etichettati da imprese del Nord che si prendono tutto il Valore Aggiunto e al Sud rimangono situazioni di supersfruttamento.

C’è l’immagine che crescono i profitti e non l’occupazione, ma invece cresce solo l’occupazione precaria, sottopagata, nera, ecc. Ciò si riscontra nelle liste dei disoccupati, dove ho notato che in testa alle suddette c’erano gli iscritti da 10-15 anni che in qualche modo si sono arrangiati ed in fondo c’erano quelli che sono formalmente disoccupati, ma che contemporaneamente fanno altre cose, ad esempio studiano. Ma contemporaneamente si avevano i veri disoccupati, e ciò va relazionato al fatto che è cresciuta ultimamente la povertà, sia dentro che fuori dal mercato del lavoro, o meglio tra gli occupati; questo è un problema grave che un’iniziativa come quella del riconoscimento del Reddito Sociale Minimo tende ad affrontare.

La soluzione radicale è fornire tutti di un reddito, in modo che poi tutti diano un contributo alla società.

Quindi sottolineo che non viene affrontato il problema della discrasia tra la domanda, i bisogni della gente e le condizioni dell’organizzazione dell’offerta da parte delle imprese. Se è vero che certe decisioni si devono prendere a livello di politica internazionale allora è un rischio abbandonare la politica economica a dei poteri che non fanno gli interessi della gente.

Altra considerazione è il fatto che in Italia, secondo dati ISTAT, la popolazione in età da lavoro è di 42,7 milioni di persone, gli occupati ufficiali sono circa 20 milioni, i disoccupati ufficiali 2,8 milioni. Rimangono fuori dal mercato del lavoro quasi 20 milioni di persone, una metà sono casalinghe, dell’altra parte sono comunque in prevalenza donne; ma di tutti questi quanti si iscrivono alle liste di collocamento per ottenere il Reddito Sociale Minimo?

Condivido l’affermazione di far leva e far riferimento all’economia sommersa; si devono far emergere le imprese, ma non tutto il sommerso merita la repressione, perché non è tutto uguale. Sono convinto che ci siano settori del sommerso dove vada esercitata l’azione repressiva perché si tratta di situazioni di caporalato, di lavoro nero, ma ci sono altre situazioni dove il vecchio buon ispettore con le mani libere e non legate potrebbe intervenire.

Negli anni ’50 e ’60 c’era un efficiente sistema ispettivo del mercato del lavoro, ma se avesse mantenuto la sua efficienza avrebbe messo in ginocchio tutto il sistema produttivo industriale italiano; allora gli furono tagliate le mani ed i piedi, così i controlli sono finiti.

Occorre a monte un’analisi più puntuale della situazione complessiva del mercato del lavoro, ed è a partire proprio dalla sua nuova composizione che condivido che serva una spesa per il Reddito Sociale Minimo intorno a 50.000 miliardi, come condivido il contenuto della proposta della legge di iniziativa popolare.

Le fonti, le risorse finanziarie, devono anche e soprattutto derivare dall’abbattimento dell’evasione fiscale, e dal reinvestimento e distribuzione dei profitti. Si devono far emergere le imprese del sommerso. La soluzione è quella di avere un corpo ispettivo che sappia discernere tra le imprese che vanno regolarizzate e quelle che vanno colpite perché legate esclusivamente al lavoro nero.

On. Marcella LUCIDI, Democratici di Sinistra, Gruppo parlamentare Cristiano Sociali

Vorrei limitarmi a riportare un modesto contributo sulla proposta del Reddito Sociale Minimo. Il taglio che il mio movimento politico (Cristiano-Sociali) ha rispetto a questi temi e la nostra attenzione principale, come sapete, sono la riduzione dell’orario, la redistribuzione della ricchezza e, in particolare, la proposta di un reddito minimo.

Per la redistribuzione della ricchezza ci sono due ambiti d’intervento da prendere in considerazione: uno è quello della povertà in quanto tale, il secondo una possibile redistribuzione della ricchezza come quella che è già in atto diretta verso categorie che non sono povere, ma che comunque hanno bisogno di un intervento di sostegno, come per le famiglie, in particolare quelle più numerose. Ho molto a cuore la situazione dei bambini e aumentano sempre di più quelli poveri, senza la possibilità di una equilibrata crescita.

Il mondo della povertà ha molte dimensioni, e allora oltre agli strumenti fiscali redistributivi non si deve trascurare il fatto di intervenire in favore di chi non ha assolutamente nulla.

In un momento in cui, la socialdemocrazia nel mondo e anche in Italia, si parla di pari opportunità di partenza, si deve assicurare uno zoccolo minimo di benessere a ciascuno.

Quando penso alla povertà e ad un reddito minimo, non penso solo ai disoccupati, ma ad una platea di riferimento più ampia. La povertà è un fatto individuale che si modifica anche in riferimento alla consistenza del nucleo nel quale il soggetto è inserito. Cioè una cosa è essere povero senza figli, ma anche avere uno stipendio minimo con quattro figli a carico significa vivere in condizioni di povertà, si deve quindi ragionare nei termini della proposta in scale di equivalenza.

Il modello di Reddito Minimo è un modello che punta al reinserimento sociale della persona, sia nella vostra proposta, sia nella concezione che sta venendo fuori dai Ministeri competenti; tanto che lì si parla di reddito minimo di inserimento. È, quindi, una forma di sostegno data alla persona nel momento in cui questa non è in condizione, ma quando le sue condizioni cambiano, cessa anche la ragione.

Come ha suggerito la Commissione per la povertà, sarebbe importante considerare un eventuale abbattimento dei redditi netti da lavoro nel calcolo per l’accesso al reddito minimo, per incoraggiare le persone a cercare veramente un lavoro e a non vedere lo strumento del reddito minimo come uno strumento diviso dall’attività lavorativa vera e propria.

Per le prospettive di lavoro ci sono due piani: il primo è quello di dare un contributo alla redazione del decreto legislativo del Governo, ma i fondi previsti per le politiche sociali sono 28 miliardi per quest’anno, 115 per il 1999 e 143 miliardi per il 2000. Quindi la proposta del Reddito Minimo di Inserimento deve fare i conti con tali cifre e allora l’unica strada è fare un periodo di sperimentazione a causa delle limitate risorse. Il secondo punto è quello di unificare al Reddito Minimo una serie di vantaggi nella fruizione dei servizi; questa è un’ipotesi molto interessante su cui lavorare. Serve allora fin da ora dare un contributo alla definizione del documento di programmazione economica e finanziaria, cercando di lavorare per un aumento del fondo per le politiche sociali.

Avremo una finanziaria magra in realtà, così sarà insufficiente il fondo. Cerchiamo, quindi, di lavorare, riunire le forze affinché questo fondo possa essere rivisto attraverso avanzi di spesa e con misure innovative, in modo da poter istituire un Reddito Minimo non come strumento di assistenza ma come forma di rimozione delle condizioni che impediscono lo sviluppo della persona.

On. Giorgio GARDIOL, Commissione Lavoro Camera dei Deputati, Gruppo Parlamentare Verdi-Ulivo

Vorrei partire da alcune considerazioni. La prima è che se è vero che il 20% della ricchezza serve per mantenere la riproduzione e l’80% va in profitti, ritengo che per arrivare alla redistribuzione del reddito prodotto sia necessario fare riforme radicali. In particolare, quella di una riduzione secca dell’orario di lavoro non a 35 ore, ma a 30 ore, sempre a livello europeo, sviluppando un grande movimento reale di lotta, combattendo anche le forme di delocalizzazione che spostano la produzione verso paesi a basso costo di manodopera.

Seconda considerazione: si deve fare una riflessione a fondo sulla riduzione dell’orario di lavoro, sia se si deve fare con la contrattazione, sia per legge, sia mettendo in piedi un movimento come c’è già in Europa per le 32 ore; preferisco di più un movimento di lotta che poi viene sanzionato da una legge.

L’arretratezza dell’Italia è proprio questa: rispetto al tempo di lavoro ed alla redistribuzione del lavoro che c’è, noi stentiamo a mettere in piedi un movimento reale. Ora manca una chiara definizione della battaglia come qualche anno fa; una serie di questioni che riguardano la vita personale della gente pesano sulla battaglia, cosicché questa non diventa movimento reale tra la gente. Si devono anche unificare i diritti dei lavoratori in modo che anche gli apprendisti, i lavoratori a tempo determinato, quelli della partita IVA, siano riconosciuti e possano partecipare al movimento sulla riduzione e redistribuzione del lavoro.

Terza osservazione: il lavoro produttivo classico, quello del fordismo, oramai è solo una parte limitatissima del lavoro che esiste. Dobbiamo cominciare a pensare in termini di attività di lavoro, di lavori di attività, di nuovi lavori che entrano nella nostra società. Alcuni lavori devono oggi trovare la propria possibilità di espressione (lavoro di cultura, di cura dell’ambiente), diventando lavori possibili fra la gente.

Quindi il Reddito Sociale Minimo serve per far emergere, a mio avviso, questi tipi di lavoro nuovo; se riusciamo a legare il Reddito Sociale Minimo ad un’attività lavorativa allora riusciamo a costruire una redistribuzione del reddito, del lavoro e non solo del lavoro che c’è.

Si devono fare dei conti: quanto spende lo Stato italiano per finanziare nelle diverse forme il sostegno al reddito? E di quanto questo fondo sociale si può incrementare con criteri di tassazione che redistribuiscono anche i profitti in questa direzione? Questa è la prima considerazione da fare anche prima della prossima finanziaria.

Si devono anche analizzare la redifinizione e il mantenimento di forme di sussidi (esempio salario di reinserimento) per coloro che sono espulsi dal processo produttivo poiché questi soggetti non possono rientrare subito nel Reddito Sociale Minimo.

Poi saranno i sindacati che devono porre la questione salariale, perché oggi con certi salari non si può vivere; per esempio si veda il contratto delle pulizie. Si pone così il problema di un salario minimo generalizzato da coniugare al Reddito Sociale.

Ho firmato la vostra proposta di legge, ma non sono d’accordo sulla tassa della tecnologia ed altre; ma a partire dalla vostra proposta di legge si può cominciare un ragionamento, e bisogna rafforzare la campagna per la raccolta di firme per costruire una battaglia culturale e di organizzazione politica. Su questo il confronto tra noi Verdi e voi c’è e continuerà.

Ora la parola passa alle realtà impegnate in prima persona, ai protagonisti del problema della disoccupazione, sono i Centri Sociali e i movimenti che si sono resi protagonisti di battaglie importanti dal punto di vista politico come le Tute bianche.

Fabio Romani (Centro Sociale Intifada, Roma)

Sono una persona che opera con soddisfazione all’interno di un Centro sociale, impegnato in varie battaglie, affrontando i mille problemi della periferia romana.

Il problema della disoccupazione noi lo viviamo in prima persona perché, vivendo nella realtà dei quartieri in cui operiamo, ci troviamo tutti i giorni a confrontarci e a cercare di dare risposte ai giovani che hanno il problema del lavoro.

Per questo abbiamo partecipato con entusiasmo al Comitato Promotore per questa proposta di legge, perché potremmo dare delle risposte più convincenti e qualche prospettiva per i giovani che sono diventati, senza loro colpe, maestri purtroppo dell’"arte di arrangiarsi".

Sono d’accordo con quanto detto finora; certamente anche noi pensiamo che la redistribuzione dei profitti sia basilare rispetto alla battaglia che stiamo portando avanti, perché è ora che ci sia ridato il "maltolto", perché noi giovani stiamo pagando questa situazione che vede gli industriali sempre più arricchirsi sulle spalle dei lavoratori e della povera gente. Siamo meravigliati ed avviliti nell’assistere ogni giorno a grossi giri d’affari, di miliardi movimentati in Borsa, mentre dai giornali si legge contemporaneamente che c’è un calo dell’occupazione di 400 mila unità. Tutto questo fa molta rabbia, non possiamo accettare passivamente che accadano certe cose, poiché non pensiamo che in un paese si viva bene se c’è ricchezza finanziaria, ma non c’è lavoro e ricchezza reale.

Per questo siamo orgogliosi di essere fra i promotori di questa legge e porteremo avanti la battaglia contro la disoccupazione. Nel nostro piccolo siamo riusciti a dare un posto di lavoro a circa 30 giovani nel Centro Sociale con una serie di iniziative, ma ciò non basta; si deve allargare, estendere tale situazione e formare un movimento dei disoccupati che faccia sentire la propria voce.

Poiché la voce dei disoccupati non viene sempre raccolta in modo giusto, si devono fare cose eclatanti (come è successo nei giorni scorsi a Napoli o a Palermo) per far conoscere certe realtà, e ciò non è giusto perché questo malessere c’è, esiste e non si può nascondere sotto il tappeto.

Quindi, noi come Centro Sociale Intifada continueremo a portare avanti questa battaglia, sperando di poter dare delle risposte più concrete a tutti quei giovani che vengono a chiederci aiuto per un posto di lavoro.

Clementina Villani, (Movimento degli Invisibili, delle Tute bianche)

Noi siamo nati su una questione che nella nostra città, nel nostro Paese, è diventata esplosiva; la questione non è soltanto quella della disoccupazione in senso stretto, ma è il problema dell’esclusione sociale.

Siamo in un Paese nel quale sono aumentate le fasce sociali escluse (immigrati, sottoccupati, disoccupati) che non trovano una rappresentanza nel mondo politico, ma anche nella società, cioè non riescono a rendersi visibili. Quello che cerchiamo di fare è di dare una visibilità a questo fenomeno, di non essere più considerati dei numeri, ma far capire che siamo esseri umani che hanno questi problemi e che vivono tutti i giorni queste difficoltà. Così anche noi abbiamo posto la nostra attenzione alla questione del reddito, perché è evidente che nel nostro Paese, accanto alla tanto decantata o meglio "famigerata" riforma del Welfare State, si sta proponendo un sistema che è sempre meno legato ai meccanismi reali del mercato del lavoro, composto sempre più da persone sottoccupate.

La forza di una proposta di un Reddito Sociale Minimo garantito ai disoccupati, ma anche a chi ha un reddito non sufficiente (lavoro part-time, lavoro a tempo determinato) è la garanzia per tutelare sul mercato questi nuovi lavoratori, perché non si deve pensare solo alle leggi contro il lavoro nero o sottopagato, contro lo sfruttamento dei lavoratori, in quanto da alcuni dati emerge che il 20% del PIL del nostro Paese è dovuto al lavoro sommerso (quota più alta degli altri paesi europei).

Voglio sottolineare a proposito della proposta del Ministro Livia Turco, che questa è una proposta deludente, poco coraggiosa che non affronta realmente i problemi del nostro Paese che è l’unico in Europa dove non esiste neanche un sussidio di disoccupazione decente. In Nord Europa questo esiste da anni, in Italia non è mai esistito un reddito per chi perde un lavoro o non ha mai lavorato. La proposta di Livia Turco delude perché non ha una visione che guarda ai problemi reali di una generazione nuova che fino a 30, 35 anni è costretta a rimanere in famiglia, perché non c’è la possibilità di sopravvivere.

La situazione va capovolta affrontando la questione centrale che è quella non solo delle famiglie che si trovano in uno stato di indigenza, ma quella di centinaia di migliaia di persone che rischiano di cadere in questo stato e che non hanno alcuna possibilità di essere garantiti.

Quindi affermo che la proposta del Reddito Sociale di cui parliamo oggi è una proposta positiva che noi accettiamo, perché non coinvolge solo i disoccupati, ma anche quella fascia della popolazione che comprende settori più ampi, settori marginali della società.

Ritengo importante che la questione del reddito garantito deve essere affiancata alla questione dell’orario di lavoro; l’unione di queste battaglie, la definizione di un quadro di tutele per i nuovi lavori, per le nuove attività, deve avere un suo nesso che esiste e che permette a settori sociali diversi di riconnettersi all’interno di questa battaglia per un Reddito Sociale Minimo garantito nel nostro Paese.

Per le battute conclusive: Arturo SALERNI

Ringrazio, tra gli altri, Roberto Lucchetti che con la sua attività ha reso possibile questo Convegno.

Permettetemi alcuni richiami: siamo d’accordo sul fatto che oggi la battaglia per una riduzione generalizzata, a parità di salario, dell’orario di lavoro e la battaglia per un Reddito Sociale Minimo sono componenti essenziali di una battaglia unitaria per il lavoro.

Vediamo come positivo il fatto che rispetto ad alcuni mesi fa si cominci a parlare della proposta del Reddito Sociale Minimo. Di fronte alla proposta governativa ci si pone la domanda: "Ma è un passo avanti o la definitiva fine di una prospettiva rispetto ad una battaglia per il Reddito Sociale Minimo?". Davanti alle scarse risorse messe a disposizione e alla filosofia della proposta del Ministro Livia Turco, vogliamo sottolineare la distanza rispetto alla nostra proposta e la pericolosità politico-sociale della proposta governativa.

Richiamo alcuni punti: emersione del lavoro sommerso e Reddito Sociale Minimo sono due battaglie collegate; oggi il fruire del Reddito Sociale Minimo significa rapportarsi in certe condizioni al mercato del lavoro e che questo è un elemento conflittuale che inciderà fortemente sulla piaga del lavoro nero e del sommerso.

Un altro passaggio è quello del salario minimo garantito che riteniamo faccia parte della nostra battaglia, sappiamo anche che questo discorso è legato all’attuazione dell’art. 39.

L’ultimo punto è questo: è vero che oggi il Governo non sempre comanda tutte le scelte, ma è vero anche che un Governo comanda in relazione a delle scelte politiche che fa. Se la scelta è quella di dire alt a questa allocazione delle risorse, a questo incremento di povertà, allora si deve dire che la nostra proposta sul RSM non è una proposta universalmente valida, ma è una proposta che vive all’interno di un conflitto, sulle risorse che la devono finanziare, sulla politica fiscale che si deve attuare. Si tratta di una proposta dentro la quale si devono evidenziare, sul piano sociale, quali siano gli schieramenti e le scelte legate a particolari interessi e collocazioni all’interno di questa società. Anche perché nell’attuale situazione qualcuno è diventato più ricco e grandi masse si trovano in condizioni di povertà o stanno precipitando nella povertà.

Quando si sceglie di portare, come nell’ultimo decreto Bassanini, il lavoro interinale o la flessibilità e questa è una scelta del Governo, occorre aprire una lotta, uno scontro che cerchiamo di aprire con questa proposta di legge sul Reddito Sociale Minimo.

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