Quale capitalismo
 
Quale capitalismo?

di Roberto A. Maria Bertacchini
Il fatto. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da eventi di grande portata. Della svolta istituzionale si è molto parlato, ma non è stata l' unica. Altri eventi segnano mutamenti rilevantissimi in politica economica: la liberalizzazione delle tariffe assicurative, dei canoni di affitto, del prezzo della benzina, e perfino del prezzo del pane. Sono fatti molto importanti, perché significano la volontà del Governo di arretrare: e cioè di lasciare che il mercato regoli se stesso. E' il famoso principio del liberismo.

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Il presupposto teorico dell' economia di mercato. Il regime di concorrenza suppone che le politiche di vendita esose saranno corrette dall' intervento di altri operatori che, accontentandosi di margini inferiori per unità di prodotto, finiranno coll' aumentare le proprie quote di mercato fino a ottenere profitti complessivi molto più elevati. In un tale contesto ideale, allora, l' utile aziendale diviene la misura del maggior servizio reso, e cioè un indicatore affidabile della maggiore economia complessiva realizzata. Per fare un esempio, questo è stato il capitalismo di Rizzoli il vecchio, ed è il capitalismo della Luxottica, ovvero di tutte quelle realtà economiche che conquistano il mercato partendo da quote iniziali prossime allo zero.
In effetti, però, un tale modello richiede cinque cose fondamentali: a) che il know-how sia diffuso o facilmente acquisibile; b) che il rapporto fra soglie di ingresso in un determinato settore e disponibilità finanziarie sia tale da rendere possibile ed economico l' investimento; c) che il mercato finanziario mostri disponibilità ad erogare crediti sulla base della economicità dei progetti di investimento, e non sulla base delle semplici garanzie offerte, o di condizionamenti irriferibili; d) che il mercato sia veramente libero, ossia tale per cui al compratore sia concesso di rinunciare all' acquisto che ritenesse non economico; infine e) che mille lire valgano sempre mille lire, indipendentemente dal fatto che siano spese da un barbone o da Agnelli.
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La situazione reale. E' del tutto solare che i presupposti di cui sopra tendono ad essere erosi in modo sempre più massiccio. Vediamo. 1. Il know-how è caro, ma pagando si può costruire anche la bomba atomica, o reinventarsi la produzione di Bugatti: dunque non è qui il problema. 2. Le soglie d' ingresso dei vari settori merceologici sono molto differenziate, ed in alcuni casi raggiungono il livello delle centinaia o delle migliaia di miliardi. Ciò significa che i grandi affari sono avocati nelle proprie mani dalla grande finanza. In Italia essa si avvia a controllare quasi tutto in questo campo. E' dunque illusorio pensare che a un Pincopallino qualsiasi vengano concessi crediti colossali sulla base della pura genialità del progetto di investimento. E non è tutto. Uno degli aspetti più inquietanti dello sbando Gemina-RCS è nel buco di 200 miliardi provocato da una speculazione valutaria contro il marco. Ora nei precedenti 18 mesi la quotazione della valuta tedesca ha indubbiamente oscillato, ma mantenendosi sempre su livelli molto alti; per cui la perdita non dovrebbe eccedere, nella peggiore delle ipotesi, il 10% del capitale mosso. Ciò vorrebbe dire che hanno ballato fra i 1500 e i 2500 miliardi. Disponeva la RCS di una tale liquidità? C’ è da dubitarne. E allora quei denari non potevano che essere presi a prestito dalle banche. Né si può pensare che la RCS sia l’ unica società che abbia ottenuto crediti colossali a puri fini speculativi. Per cui si pone il problema delle ingentissime masse di denaro (10.000 miliardi? 20.000?) avocate a sé dai grandi speculatori, e sottratte di fatto agli investimenti industriali o commerciali o artigiani o al piccolo credito. 3. In molti casi non è vero che l' acquirente sia libero di non comprare. Chi necessita di crediti deve rivolgersi per il meglio alle banche, e le banche attuano sostanzialmente politiche di cartello. Peggio ancora per le assicurazioni, dove si può essere obbligati a contrarre una polizza il cui costo è arbitrariamente deciso dalle Compagnie assicurative. 4. In un tale contesto, poi, si sviluppano fenomeni monopolistici e di concorrenza apparente. Casi tipici il settore telefonico e quello degli idrocarburi: quando il differenziale sul prezzo della benzina oscilla ormai al di sotto dello 0,5% mentre gli utili sono dell' ordine delle centinaia e delle migliaia di miliardi, è evidente che la concorrenza non tira a far male, e gli aggiustamenti delle quote di mercato si ottengono non attraverso il prezzo, ma con l' offerta di ombrelli, guide turistiche ecc.
Ma l' indicatore più emblematico del fatto che il capitalismo sta evolvendo verso la dissoluzione del mercato è dato dalla (rientrante) supersvalutazione della lira. Visto che ampi settori dell’ economia francese sono stati fortemente contrariati da una tale situazione monetaria, se fosse vero che il mercato è quello teorico, in realtà avrebbero invece dovuto rallegrarsi, dato che acquistando lire a migliaia di miliardi le banche francesi avrebbero ottenuto plusvalenze folli. Infatti gli acquisti fanno crescere la quotazione della lira, con il perseguimento da un lato del riequilibrio desiderato; e da un altro dell' utile derivante dal fatto di aver acquistato a poco e poter rivendere a molto. In realtà, però, per condurre in porto una simile manovra occorrerebbe disporre di una liquidità superiore a quella degli speculatori (leggi appunto grande finanza), che gestendo assicurazioni, grandi banche e i fondi di investimento accentrano nelle loro mani un potere tale da poter mettere in ginocchio interi Stati.
5. Anche il quinto presupposto tende ad assumere un valore relativo: è vero in molti casi, ma non sempre: e il non sempre connota questioni di notevole rilievo, al cui esame è necessario riservare un discorso più articolato.
Esaminiamo ancora il caso Gemina-RCS, che è meritevole di attenta riflessione. In primo luogo sarebbe del tutto erroneo pensare che si tratti di un fenomeno contingente: la verità, infatti, è che non è per nulla così. In pochi hanno seguito la crisi della Fidenza Vetraria, e poco rilievo ha avuto sui giornali: ma fu un caso del tutto analogo, dato che in pochi mesi le azioni si deprezzarono del 60%, più o meno come per Gemina. E anche in quella circostanza si trattava di un’ azienda teoricamente a prova di bomba, dato che quella del vetro è una produzione ad altissimo valore aggiunto, in un settore che non è soggetto a ciclicità: basti pensare che tutto il vetro che si rompe o si getta esige produzioni nuove.
Purtroppo di simili brutte storie ce ne sono state a non finire, un po’ in tutti i settori. Nel gennaio ‘96 la Daimler Benz ha annunciato perdite per 6.000 miliardi; e subito dopo l’ Olivetti un buco di 1.550 miliardi relativo al 1995. Ora è interessante notare che nel quadriennio precedente l’ Olivetti ha chiuso i bilanci con una perdita media di poco più di 550 miliardi annui, a fronte di un fatturato che ha sfiorato il minimo di 8.000 miliardi nel ‘92, ma che nel triennio successivo ha avuto un incremento medio annuo di 600 miliardi, raggiungendo i 9.830 miliardi nel ‘95. Dunque un’ azienda industrialmente in espansione, ma finanziariamente un colabrodo che ha macinato perdite per 3.800 miliardi nell’ ultimo quinquennio. Una cosa spudorata, se si considera che De Benedetti è universalmente riconosciuto come uno dei più abili maestri di finanza in circolazione. Ciò che stupisce è questo: uno come lui, che non ha esitato a vendere aziende come la Buitoni o la Latina Assicurazioni, perché si tiene stretto con i denti un disastro economico come l’ Olivetti?

Facciamo una piccola considerazione: le azioni sono di tre tipi fondamentali: ordinarie, privilegiate e di risparmio. Le privilegiate e le risparmio hanno meno diritti in sede assembleare, e ciò è compensato con un dividendo più cospicuo. Data la maggior redditività, dovrebbe seguire un maggior valore: invece non è così: sono sempre le ordinarie che hanno la quotazione più alta. Dov’ è il vantaggio?
Per capire questa stranezza può essere estremamente istruttivo approfondire l’ affaire Gemina. Succede che Agnelli si trovi fra le mani un’ azienda che non lo sconfinferla più di tanto: la Fabbri Editori. Allora che fa? La vende. E a chi? Semplice: alla Gemina, sua controllata, che sborsa un buon gruzzolo di miliardi. In realtà, però, la Fabbri è un uovo di pasqua: cioccolata fuori e dentro: - sorpresa! - un bel buco di decine di miliardi, che passa a costo zero sul groppone della controllata. E che ci siano state delle stranezze in questa cessione è comprovato dal fatto che poi la Gemina ottenne un indennizzo di 40 miliardi per tale acquisto. Fu un indennizzo equo?
Sta di fatto che un passaggio simile è quasi normale, perché la tecnica diffusa di gestione delle società quotate è questa: l’ azienda va bene, ha buoni bilanci e il mercato finanziario risponde acquistando azioni. Allora i grandi finanzieri che le controllano vendono. Poi, siccome la società è florida, ottengono crediti dalle banche. Con questi crediti comprano da se stessi a cifre d’ amatore beni precedentemente acquisiti a prezzi stracciati. A questo punto le società si trovano un po’ ingolfate, le quotazioni crollano e chi ha venduto a 100 ricompra a trenta. Si procede quindi ad un aumento di capitale, e il giochino ricomincia.

Più precisamente il controllo societario che si ottiene con le ordinarie remunera molto più di quanto non dica il dividendo per tre motivi:
a) perché chi controlla può acquistare dalla Società beni di ingente valore a prezzi ridicoli. E’ ciò che avvenne alla Standa, all’ epoca di Gardini: la Società non andava bene, perché vi era chi si approfittava un po’ troppo. Allora il genio finanziario del Gruppo, Giuseppe Garofano, che se ne era accorto, poté imporre un’ operazione abbastanza complessa che al proprio nucleo aveva questa idea: scorporare a prezzo di bilancio gli stabili della Standa dalla Standa. Ora nel bilancio gli stabili erano registrati a prezzo di costo, e se erano stati fabbricati o acquistati mediamente 15 anni prima, si può capire il colpo. Morale: plusvalenze per 200 miliardi che confluirono in META. Quindi alla fine gli azionisti di Standa furono defraudati di 200 miliardi a vantaggio degli azionisti di META (e la Consob è stata a guardare…).
Diciamo ancora una parola sui bilanci. I beni sociali sono di due tipi fondamentali: a vita breve e a vita lunga o illimitata. Nel primo caso i tempi di ammortamento corrispondono ai tempi reali di deperimento, per cui l’ ammortamento non porta variazioni significative nel patrimonio. Nel secondo caso, invece, il bene sopravvive all’ ammortamento, oppure è soggetto a plusvalenze: caso tipico quello degli immobili o delle aree urbane. Se la Società registrasse a bilancio le plusvalenze che via via emergono, dovrebbe pagare al fisco le tasse relative. Non facendolo il risparmio è evidente. D’ altra parte l’ incremento patrimoniale è reale, e ciò si riflette sulla quotazione azionaria, che diverge in modi anche clamorosi dal valore nominale: per esempio la quotazione delle Generali arrivò a 90.000 lire contro un nominale di 500. Da qui il vantaggio degli azionisti, che però suppone amministrazioni oneste o moderatamente profittatrici. Infatti il rovescio della medaglia è che se uno di questi beni già ammortizzati o soggetti a plusvalenze viene alienato a valore di bilancio, formalmente non si evidenzia nessuna irregolarità: e siccome a bilancio compaiono dati sintetici, è impossibile riconoscere se a 100 milioni è stato venduto un appartamento di periferia, o un palazzo in via del Corso a Roma. Ecco perché è importante la presenza nei Consigli di Amministrazione: perché è solo dall’ interno che si può vedere come stanno realmente le cose.
b) Perché chi controlla vende alla Società a peso d’ oro dei veri bidoni o, nell’ ipotesi migliore, beni che hanno realmente un valore, ma la cui acquisizione ha richiesto un indebitamento che ha eroso impropriamente l’ utile di esercizio per un buon numero di anni.
c) Perché chi controlla può imporre costi impropri. Esempio: il Presidente ha bisogno di un elicottero con relativo pilota, e la Società compra l’ uno e assume l’ altro; il Presidente deve compensare una gentile fanciulla di alcuni favori, e la fa assumere come consulente per qualche cento milioni; il Presidente ha bisogno di una sede di rappresentanza alle Maldive, e la Società sborsa i miliardi necessari per l’ acquisto dell’ immobile, la ristrutturazione e l’ arredamento, quadri d’ autore inclusi. Questo giochino ha una variante notevole nel caso di società quotate che controllano altre società quotate: può infatti succedere che le consulenze per la capofila siano addebitate in toto o in parte sul bilancio delle controllate, con danno evidente per gli azionisti terzi di queste ultime, e con frode al fisco, perché in questo modo si occultano flussi reddituali.

Allora: in teoria la Costituzione tutela l’ uguaglianza dei cittadini, e le mille lire di un carpigiano o di un pescarese dovrebbero valere quanto quelle di un torinese o di un milanese; invece questo non è sempre vero: mille lire investite in azioni Fiat da Agnelli rendono enormemente di più delle stesse mille lire investite in identiche azioni da un piccolo risparmiatore. Noi pensavamo che le caste e i paria ci fossero solo in India: errore! Mutatis mutandis, purtroppo, certi fenomeni ci sono ancora anche nella II Repubblica. E’ un’ affermazione forte, che trova un’ ulteriore e decisiva conferma nell’ esistenza di un doppio mercato azionario. Oltre alla borsa al dettaglio, infatti, esiste una borsa all’ ingrosso: è il cosiddetto mercato dei blocchi, dove passano di mano i pacchetti di controllo, o comunque quote socetarie generalmente superiori al centesimo del capitale. Ebbene in questi casi le quotazioni sono del tutto diverse da quelle del listino ufficiale, e in modo eclatante. Facciamo un esempio: il 15 dicembre ‘95 passa di mano al mercato dei blocchi il 19% dell’ Ambroveneto per un controvalore di 675 miliardi, pari a 7.000 lire per azione. Ma lo stesso giorno la quotazione del titolo al listino è stata di 4135 lire: dunque il valore forte dell’ ordinaria è stato stimato pari al 170% del suo valore debole. Come dire che le stesse mille lire se sono in mano ad un grande finanziere improvvisamente hanno un valore di 1700 lire.
Questi fatti pongono grosse questioni giuridiche e politiche oltre che etiche. Ciò che fa testo, infatti è sempre e solo la quotazione del listino. Ma a questo punto sorge la domanda: qual è il suo valore giuridico reale? Facciamo un esempio: la cattiva amministrazione della Ferfin porta all’ abbattimento del capitale sociale per coprire il disavanzo patrimoniale. Formalmente vengono bruciati 1000 miliardi, ma in effetti sono poco meno di 3000 miliardi di risparmio che spariscono, dato che all’ epoca del collocamento la quotazione sfiorava il triplo del valore nominale. Ora Ferfin, essendo una finanziaria, aveva in portafoglio molte società quotate e di notevole rilievo. Il suo patrimonio era perciò calcolato sulla base della capitalizzazione di borsa dei titoli: ed ecco il punto: se a listino il titolo Montedison oscillava intorno alle mille lire, che valore avrebbe spuntato sul mercato dei blocchi? Assumendo un differenziale del 170% la differenza di patrimonio delle azioni in portafoglio Ferfin sarebbe stata attorno ai mille miliardi limitandosi a considerare quel solo titolo. Viene perciò il dubbio di essere in presenza di una possibile frode la cui fattispecie non è lontana da quella del fallimento doloso.
Ancora: dopo molti contrasti è passato anche in Italia il principio dell’ equità di un’ OPA nel caso di passaggio di pacchi azionari importanti o che comunque siano decisivi per il controllo societario. E qui abbiamo di nuovo due grossissime questioni. La prima è che l’ OPA non scatta se le transizioni avvengono sul mercato dei blocchi. La seconda è che anche nel caso in cui l’ OPA sia imposta dalla Consob, il prezzo di riferimento è sempre quello di listino: ma è un prezzo equo? Crederlo è come minimo difficile. Ne segue la necessità e l’ urgenza di un dibattito politico più approfondito che sfoci in un’ azione legislativa stringente: i piccoli azionisti sono stati scippati già abbastanza.

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Il commento. 1. Tutto questo dice sostanzialmente una cosa: che il mercato mobiliare azionario è del tutto inaffidabile: è il famoso gioco del cerino, che però è stato integrato con la mosca cieca in questo modo: i risparmiatori giocano ad occhi bendati, mentre i grandi finanzieri giocano ad occhi aperti, avendo accesso ad informazione pregiata gelosamente custodita e protetta. Risultato: chi si scotta non possono che essere sempre i soliti… com’ è che li chiamano? Il parco buoi? Sì, proprio così: l’ espressione è offensiva, ma rende il concetto.
Allora che fare? Vendere le azioni e comperare BOT? Da un certo punto di vista per i piccoli azionisti ciò sarebbe indubbiamente meno rischioso, salvo follie dei governanti. Ma ciò sarebbe un disastro per l’ economia nazionale. Non è pensabile azzerare il mercato mobiliare azionario. Però non è nemmeno pensabile che si possa continuare in questo modo. I risparmiatori non sono dei buoi da macellare a piacere, e hanno il diritto alla par condicio pure loro. Da qui l’ opportunità di associarsi - cosa che in parte già avviene - e di ottenere per legge di avere rappresentanti nei Consigli di Ammministrazione, tanto nella società quotata che nelle controllate non quotate. Indubbiamente è solo un piccolo passo: ma, come si dice, da cosa nasce cosa… Però mi viene un dubbio: le leggi non le fa il Parlamento? E in Parlamento non sarà per caso che ci sono le persone giuste sì, ma per i grandi finanzieri?
Sono domande per nulla oziose. Ecco i fatti: attualmente la legge prevede che nessun delegato possa rappresentare più di duecento soci in sede di assemblea ordinaria, per cui i piccoli azionisti per poter essere rappresentati dovrebbero mandare un esercito di delegati. La cosa era così indegna che se ne sono accorti anche a Montecitorio, e stanno preparando una nuova legge organizzata su due punti cardine: a) le Associazioni dei piccoli azionisti sono riconosciute, ma per poter contare realmente in sede assembleare devono rappresentare almeno il 9,5% del capitale azionario, col vincolo d’ esclusione per i soci che in proprio rappresentino almeno lo 0,1% (roba da ridere: provate a raccogliere il 9,5% del capitale Fiat o Generali…); b) nessun altro soggetto che non possieda almeno lo 0,5% del capitale (cioè miliardi investiti a decine) può raccogliere deleghe di piccoli azionisti, e chi lo fa deve farlo servendosi di intermediatori finanziari terzi (e così la raccolta di deleghe diventa onerosa). Morale: le azioni dei multimiliardari sono protette, in modo da pesare comunque di più; ovvero: le azioni dei piccoli Brambilla sono destinate a non contare mai, tranne il caso che i piccoli Brambilla decidano di dare la loro delega a qualche multimiliardario che ne promuova la raccolta.
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2. Il fatto che una Società possa ottenere crediti per migliaia di miliardi e che li utilizzi per speculazioni valutarie pone una serie non piccola di problemi.
A. E’ assolutamente impensabile che operazioni di tal genere siano state concepite e realizzate senza l’ approvazione, almeno implicita, dei vertici societari. Se non fosse così dovremmo pensare che gli azionisti di Gemina sono degli sprovveduti, ma fra essi vi sono anche Mediobanca e Generali.
B. Tuttavia se è assolutamente verosimile che i grandi azionisti sapessero, è certo che i piccoli azionisti hanno saputo solo quando ormai era tardi. Da qui una situazione obiettivamente iniqua, perché certamente molti non avrebbero acquistato Gemina se avessero saputo che erano in corso simili operazioni; e molti che avevano acquistato precedentemente avrebbero venduto. Né si può escludere che vi siano state vendite tempestive di chi sapeva, quando il titolo era ancora alto, ma era già chiaro l’ errore.
C. E’ dunque evidente che i controlli sono insufficenti. La Consob di fatto non tutela che in modo molto inadeguato i piccoli azionisti; e Bankitalia non riesce ad impedire che crediti colossali vengano sottratti agli investimenti sociali e produttivi per essere riservati alla speculazione. Occorrerebbero perciò interventi molto radicali e urgenti tanto nel settore del controllo della trasparenza del mercato mobiliare, che in quello del controllo della raccolta e dell’ erogazione del credito. Se si consente alle grandi banche di raccogliere a decine di migliaia di miliardi il risparmio del Sud, non per finanziare attività produttive nel meridione, bensì la grande speculazione del Nord, è evidente che ben difficilmente si potrà uscire dal sottosviluppo. Se invece si imponesse che il risparmio raccolto nelle zone sottosviluppate fosse interamente o quasi interamente investito ancora in aree depresse, i meccanismi stessi di erogazione del credito selezionerebbero i progetti più economici e affidabili - e non certo le cattedrali nel deserto! - con beneficio evidente per l’ economia del territorio, e con un parallelo minor onere per lo Stato.

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3. Nello scenario complessivo che stiamo delineando, accade poi che i prezzi d’ offerta nei settori merceologici forti derivano unicamente dalle scelte susseguenti all' analisi simulata del mercato stesso, che si ottiene con l' uso di sosfisticatissimi accorgimenti di informatica. E' come se sul calcolatore si potessero rappresentare tutte le situazioni derivanti da una data scelta di politica dei prezzi: non resta che valutare quella che offre la maggiore redditività e attuarla.
Il principio su cui si basa la simulazione è molto semplice: supponiamo di avere una torta: se voglio aumentare la mia porzione ho due possibilità: la prima è quella di ottenere una fetta più grossa (concorrenza classica); la seconda è quella di ingigantire la torta (concorrenza impropria): e questo è appunto ciò che si ottiene con le politiche di cartello in settori merceologici strategici. Mattei, che si era ben accorto di quanto fossero gonfiati i prezzi dei prodotti petroliferi, aveva deciso di ridurre le proporzioni della torta del suo settore: è stato ucciso brutalmente. Se l'ENI avesse potuto abbassare del 10 o 20 o 30% il prezzo della benzina, l' economia italiana avrebbe beneficiato di una maggior ricchezza tale da consentire di ipotizzare che forse lo stesso debito pubblico oggi sarebbe sensibilmente più ridotto. Posta invece l' ingordigia capitalista, nella migliore delle ipotesi i prezzi tendono a stabilizzarsi sulla frontiera delle curve di catastrofe. Nessuno vuole che la corda si spezzi, ma tutti tirano come dannati confidando che sia sempre qualche altro sottosistema a mollare un po'. E questo ammesso che gli errori dei modelli matematici non portino a conseguenze devastanti.
In altri termini il problema della concorrenza oggi non è più fra Agip e Esso, ma fra l' intero comparto petrolchimico e gli altri settori merceologici. Per essere più chiari: Moratti si guarderà bene dall' alzare il prezzo della benzina al punto da indurre un crollo del mercato automobilistico, perché l' effetto indotto di un tale crollo sarebbe una contrazione del proprio settore. Invece Moratti resterà del tutto indifferente al fatto che l' elevato prezzo della benzina possa ridurre i consumi nel settore dell' abbigliamento, mettendo magari in crisi un gigante come Benetton: e se non si cura delle possibili reazioni di un colosso, immaginiamoci quanto potrà valutare la vita delle pulci.
Ne segue che il mercato come feed-back è saltato, e che in realtà l' economia, per larghe fasce, è paradossalmente, grazie all' informatica (che in URSS era sottosviluppata), in un regime di pianificazione capitalistica. Da qui la necessità di interventi dello Stato non contingenti, ma strutturali, tesi a riequilibrare, nell' ottica del bene collettivo, le distorsioni interne dei sottosistemi non più autoregolantesi sul servizio sociale reso, e ciò per aver dissociato l' utile dal servizio stesso, sicchè il profitto non è più un indicatore della maggior ricchezza comune.
Per essere più chiari ciò rientra nei fenomeni studiati a suo tempo al M.I.T. da Forrester, e che potremmo descrivere mediante questa legge: ogni sistema è composto di sottosistemi, tuttavia è falso che l' ottimizzazione esasperata dei singoli sottosistemi conduca al sistema ottimo. E questo perché l' ottimo non è dato dalla competizione, ma dalla collaborazione, che è cosa molto diversa. Da qui la portata di un problema in primo luogo culturale: siamo dei competitori accaniti tanto in quanto siamo analfabeti in collaborazione. E che poi troppe cose educhino alla competizione, a partire dai giochi, la dice lunga sullo stato dell' arte, così come il fatto che la competitività fine a se stessa da vizio esecrabile sia stata ricompresa in virtù sociale. Asserire che la vita economica sia caratterizzata dalla sola competizione sarebbe eccessivo. Ma dire che è fortissimamente inquinata di competitività, è vero. Per essere più chiari: migliorare è un valore cui non si può rinunciare. In economia migliorare significa essere competitivi. Tuttavia vi è una competitività collaborativa e ve ne è una più miope: e la prima è migliore.
Formalmente: l' indicatore dello stato di salute dell' economia nazionale è il P.I.L., dato dalla somma del prodotto lordo di tutti i singoli settori produttivi. Potrebbe sembrare, perciò, che qualunque aumento di prodotto lordo settoriale si rifletta in aumento di P.I.L., mentre ciò è falso. Se la benzina schizzasse a 10.000 lire al litro il prodotto lordo degli idrocarburi potrebbe anche aumentare considerevolmente, ma è sicuro che ciò darebbe origine a forti rincari generalizzati con due possibili conseguenze: l' inflazione galoppante, e allora le 10.000 lire si ridurrebbero in termini reali a 5.000 o 2.500; oppure una crisi recessiva in tutti quei settori fortemente dipendenti dal mercato interno. Ecco perché non è compatibile una politica di blocco programmato dei salari in un contesto di liberismo sfrenato. Se il depauperamento dei lavoratori li costringe a comprarsi una maglia in meno ciascuno, è ben vero che questa ricchezza finirà nelle mani di Agnelli e soci; ma è falso che essi con essa acquisteranno quei venti milioni di maglie non più acquistate dalle fasce più deboli.
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4. Se consideriamo che la ripresa economica italiana è fortemente debitrice della situazione monetaria anomala, che rientrerà non appena gli onesti speculatori di cui sopra avranno acquistato a prezzi di fallimento, con i capitali precedentemente esportati, i gioielli del patrimonio pubblico, allora appare con estrema chiarezza l' avvicinarsi di una crisi incipiente dovuta al fatto che la riduzione delle esportazioni non potrà essere compensata dall' aumento del mercato interno. E perché questo? Perché se la benzina costa 1.900 lire al litro invece di 1600, ciò significa che in un anno un lavoratore disporrà mediamente di 400.000 lire in meno per consumi meno necessari. Supponendo che i lavoratori fossero solo 10.000.000 avremmo 4.000 miliardi in meno per spese voluttuarie, che non è poco, ma è molto meno delle cifre realmente in gioco: basti pensare a tutti i fattori di erosione del reddito da lavoro non considerati: rincari di affitti, delle imposte indirette, delle assicurazioni, del telefono ecc. ecc.
Ecco perché è strategica la presenza dello Stato nei settori economici forti: perché la collettività non può rinunciare a gestire leve di così grande rilevanza. Solo che ai vertici dell’ Eni o della Stet devono essere messe persone con idee sociali molto chiare: se l’ Agip guadagna 1.000 miliardi all’ anno per il Popolo non è un beneficio, ma un danno colossale. Invece se guadagnasse 50 miliardi, ma vendendo la benzina a 1600 lire al litro, la collettività avrebbe un beneficio di 4.000 miliardi disponibili per il sostegno della domanda interna, e lo sviluppo maggiore di altri settori dell’ economia.
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5. Ne segue che il problema del lavoratore che oggi si deve accontentare di una camicia in meno rispetto a qualche anno fa, o che invece della camicia di seta si deve limitare a quella di cotone, diventa un problema anche di chi fabbrica le camicie. E se la gente va di meno al ristorante, prima o poi ciò si rifletterà anche sul mercato delle grandi cucine. Insomma gli industriali dei settori più deboli debbono cominciare a preoccuparsi del benessere collettivo, perché solo il benessere collettivo è garanzia di economia in espansione o comunque non recessiva.
Ciò vuol dire che la politica dei prezzi dei settori merceologici più forti è un problema politico che va rivendicato come tale. Lo Stato non può abdicare al controllo di tutto ciò che ha rilevanza per il bene comune, ma deve dotarsi di strumenti tecnici adeguati di conoscenza - e questo significa che al Ministero del Bilancio o alla Presidenza del Consiglio dovrebbero disporre di sistemi di simulazione se possibile più perfetti di quelli dei grandi finanzieri; e gli scenari possibili dovrebbero essere resi noti al Popolo, e non rimanere informazione pregiata accessibile solo alle classi altissime - e di strumenti legislativi di intervento, tanto in ordine al controllo dei prezzi che ai criteri e alle strategie di erogazione del credito e di amministrazione delle grandi masse finanziarie.
In un contesto di concorrenza impropria il ruolo dei settori economici più deboli è decisivo. Proprio perché essi offrono beni o servizi di terza o quarta necessità, il loro stato più o meno prospero indica il livello di benessere raggiunto dalle aree di consumo della loro offerta. In questo senso si viene a configurare una convergenza oggettiva di interessi fra classi sociali che la dottrina marxista supponeva radicalmente e strutturalmente antagoniste. La lotta non è più e non può più essere fra lavoratori e detentori dei mezzi di produzione. Al contrario siamo entrati in un periodo storico in cui la lotta vedrà schierati da un lato lavoratori, intellettuali e imprenditori dei settori economicamente più deboli; e dall' altro grande finanza, multinazionali, imprenditoria dei settori forti. Naturalmente la coalizione delle fasce più deboli deve avere un senso tattico e non strategico: la lotta è lotta di difesa, provocata da un' aggressione oggettiva in atto, ma l' ideale verso cui tendere deve sempre essere quello della collaborazione di tutti con tutti e fra tutti. Tuttavia l' aggressione c' è, e deve essere contrastata, per il bene e la sopravvivenza stessa di coloro che oggi aggrediscono. Per questo, se mi si consente di parafrasare Marx, ecco l' appello che urge: lavoratori, intellettuali e imprenditori dei settori deboli unitevi, perché solo voi potete essere le sentinelle efficaci del benessere collettivo!

6. Se il quadro non è bello, decisivo è l’ aspetto propositivo: come uscire da questa situazione insoddisfacente? Recentemente si è introdotta una variazione normativa importante: acquisti e vendite di azioni avvengono ormai in pratica per contanti, e non più a termine. Questo in effetti tende a penalizzare la speculazione, dato che chi compera per vendere non può più farlo prescindendo dai costi finanziari di immobilizzazione dei capitali, come invece poteva accadere in precedenza. Sarà un caso, ma in concomitanza con l’ introduzione della nuova norma sono anche diminuiti gli scambi: e ciò significa che è diminuita la speculazione selvaggia. Dunque bene a ciò che è stato fatto, ma guai a fermarsi. Deve passare il principio che il valore di un’ azione non può aumentare o diminuire in forza del nome di chi la possiede. Per questo il doppio mercato va abolito o regolamentato diversamente, in modo che i bilanci delle finanziarie siano legati ai valori reali delle aziende quotate, e che i piccoli azionisti possano beneficiare anche dei buoni investimenti fatti, e non solo dei rischi.
Deve poi essere riconosciuto ai piccoli azionisti il diritto di associarsi senza introdurre norme capestro, ma anzi stabilendo per legge che nei Consigli di Amministrazione (anche delle controllate) siedano stabilmente anche loro rappresentanti: è infatti in queste sedi che si prendono tutte le decisioni più rilevanti, e soprattutto che si ha accesso a quell’informazione riservata che consente realmente di vedere l’azienda. Vedremo quali saranno, e se vi saranno, forze politiche capaci di farsi carico di questi problemi. Ma se nella corrente legislatura non succederà nulla di importante, sarà bene non dimenticarsene, e porsi qualche “perché? ”.
Last, but not least, occorre riconfigurare le strategie di presenza dello Stato nei settori del credito, della finanza, della chimica, delle comunicazioni. A livello legislativo occorrono variazioni normative che garantiscano alla collettività una presenza qualificata ai vertici delle società più importanti: e ciò si può ottenere in modo poco oneroso con l’ obbligo di emissione di golden share, di cui possano essere titolari solo enti come Ministeri, Banca d’ Italia, Regioni. Ma poi occorre mettere nei Consigli di Amministrazione persone capaci e politicamente illuminate. Se l’INA perseguisse una politica tariffaria più umile, le altre compagnie assicurative sarebbero costrette ad adeguarsi: e allora la presenza dello Stato con una sola sua azienda - ma di dimensioni appropriate - in ciascuno dei settori forti sarebbe la leva migliore per calmierare i prezzi senza interventi legislativi.

7. E veniamo finalmente al titolo dell’ articolo. Vi è una diffusa identificazione ingenua di capitalismo ed economia di mercato che confidiamo aver smascherato nella sua falsità. Il mercato come feed-back è necessario. Tuttavia il capitalismo storico ha imboccato strade assai pericolose, perché il profitto esige come condizione di moralità l’innalzamento del benessere collettivo. Quando invece esso si ottiene a scapito del bene comune la collettività deve intervenire, e con decisione. Mammona non è un amico: non dimentichiamo!
     
Roberto Bertacchini --- robertacchini@yahoo.it