Libri in evidenza

Libri in evidenza.Presento alcuni libri...particolarmente interessanti.

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Tra i libri pubblicati nel 2009, felice coincidenza con il cinquecentesimo anniversario della nascita del cardinale Ippolito II d’Este è doveroso citare quello di Carmelo Occhipinti, Giardino delle Esperidi. Le tradizioni del mito e la storia della Villa d’Este a Tivoli, Carocci Editore, Roma, pp. 472, opera annunciata da tempo e finalmente andata in stampa. L’autore è docente di Museologia e storia del collezionismo nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Roma "Tor Vergata". Allievo del corso ordinario (dall’a.a. 1993/1994) e di perfezionamento (dal 1997/1998) nella Scuola Normale Superiore, ha conseguito il titolo di dottore di ricerca nel 1999/2000 discutendo la tesi Carteggio d’arte degli ambasciatori estensi in Francia (1536-1553) (relatrice Paola Barocchi), pubblicata nelle Edizioni della Normale (2001), quindi insignita del premio "Gilberto Bernardini" (2002). Vincitore di una borsa di studio presso l’Institut National d’Histoire de l’Art di Parigi (2001), è poi rientrato alla Scuola Normale come assegnista (2001/2002), contrattista (2003), borsista di post-dottorato (2003/2005) e ricercatore. In servizio dall’a.a. 2008/2009 presso l’Università degli Studi di Roma "Tor Vergata", ricercatore nel settore disciplinare L-Art/04. Tra le sue pubblicazioni, oltre al citato Carteggio degli ambasciatori estensi, i volumi Il disegno in Francia nella letteratura artistica del Cinquecento, Firenze-Parigi, SPES-INHA, 2003; Pirro Ligorio e la storia cristiana di Roma (da Costantino all’Umanesimo), Pisa, Edizioni della Normale, 2007. I suoi articoli, comparsi dal 1997 su riviste specializzate, riguardano l’esame dei rapporti artistici tra Francia e Italia nel XVI secolo, il mecenatismo estense, la fortuna letteraria delle opere d’arte, le fonti albertiane e quelle ligoriane. Ha curato un’archiviazione informatica degli scritti di Pirro Ligorio (disponibile nel sito internet della Normale: http://pico.sns.it/ligorio2/ligorio.php) e un’edizione elettronica di Materiali per la storia del collezionismo estense (dal XVI al XVIII secolo) (in elaborazione nel sito internet dell’Associazione Memofonte di Firenze: www.memofonte.it). Ha organizzato i convegni internazionali Pirro Ligorio e la storia (Pisa, Scuola Normale Superiore, 27-28 settembre 2007) e Primaticcio e le arti alla corte di Francia (Pisa, Scuola Normale Superiore, 10-11 ottobre 2008). Da notare che, su indicazione del sottoscritto, anche la rivista degli Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e Arte, nel vol. LXXXII, 2009, dedicato proprio ad Ippolito d’Este, ha ospitato un suo scritto dal titolo: "Roma. 1587. La dispersione della quadreria estense e gli acquisti del cardinale Ferdinando de’Medici". Nel raccomandare la lettura del volume, voglio solo accennare che, con i documenti inediti, conservati nell’Archivio di Stato di Modena – inventari, carteggi, registri di spesa – Occhipinti ricostruisce l’eccezionale collezione di Ippolito II, che, nel corso della sua carriera ecclesiastica di rilevo internazionale raccolse, spesso in maniera predatoria, opere d’arte che contribuirono a rendere famose in tutta Europa, fin da subito le residenze del Quirinale, di Monte Giordano e di Villa d’Este. Anche i manoscritti dell’architetto della villa, Pirro Ligorio, contribuiscono a spiegare la scelta delle opere d’arte presenti nella collezione, anzi giustificano la scelta di Tivoli e del sito della Valle Gaudente come sede della villa del cardinale. Proprio il programma decorativo del palazzo, suggerito dalle ricerche erudite di Pirro Ligorio (con la fondazione di Tivoli da parte di Catillo e Tiburto, i figli di Anfiarao, vissuti prima della guerra di Troia e le origini remote della devozione della Sibilla Tiburtina) dimostra la scelta consapevole della nostra città per fondare quello che sarebbe divenuto il più bel parco d’Europa e del mondo. Ecco allora – nel capitolo dedicato da Occhipinti all’ "Orrore: il territorio e il paesaggio" - la valle dell’Inferno, dove, come scrive Ligorio, la spuma dell’acqua "rompendosi da le cadute e balzi che fa diventa tutta bianca" e che aveva fatto dare alla Sibilla di Tivoli il soprannome di Albunea. Occhipinti esamina poi i riferimenti nella Tivoli cristiana, in particolare l’antica consacrazione alla Vergine Maria del Tempio rotondo sull’acropoli e la devozione mariana con la basilica dell’Aracoeli a Roma, fondata dove si pensava che la Sibilla Tiburtina avesse predetto all’imperatore Augusto la nascita di Gesù Cristo, indicandogli il cielo dove l’imperatore poté osservare Gesù Cristo in braccio alla madre.

Descrivere tutto il volume è impresa ardua, per la miriade delle fonti consultate, accenno solo che un capitolo è dedicato alla "descrizione storico-topografica del palazzo di Tivoli", un altro alle "Note sulla quadreria del cardinale d’Este a Tivoli" e l’ultimo al "Giardino delle Esperidi. Cibele: il quattro, il quadrato, il cubo". 80 illustrazioni in bianco-nero accompagnano il volume, ma, proprio relativamente alla Sibilla Tiburtina vogliamo accompagnare l’articolo con una parte di una pala d’altare dipinta da Conrad Witz (1400-1446), pittore tedesco-svizzero. L’imperatore Augusto e la Sibilla Tiburtina, del 1435 circa, è conservata nel Musée des Beaux-Arts di Dijon (Digione) in Francia. Facente parte della Pala dello specchio della salvezza probabilmente commissionata per il coro della collegiata di San Leonardo a Basilea, che risiedevano un certo numero di vescovi intervenuti per il Concilio. I personaggi dell’interno della pala sono raggruppati per due in ogni pannello, immersi in uno sfondo d’oro. Gli abiti (velluti, sete, broccati), pellicce, gioielli sono realizzati con una precisione analitica, che comporta anche degli effetti di luce su questi oggetti. Il fondo d’oro, i materiali pregiati e la brillantezza di alcuni colori saturi utilizzati da Witz (rosso, blu, verde) contribuiscono alla sontuosità delle figure all’interno della pala. Nulla di meglio per accompagnare iconograficamente la lettura del libro di Occhipinti.

 

 

 

 

L'articolo che segue è stato pubblicato sul periodico quindicinale XL, n.22 del 15 dicembre 2005 a pag. 21 con la foto della Fontana di Nettuno a Villa d'Este  dopo il restauro degli anni '30.

Isabella Barisi, Marcello Fagiolo, Maria Luisa Madonna, Villa d’Este, De Luca Editori d’Arte, Roma, 2003, 142 p., ill., rilegato.

Il  volume conclude idealmente il lungo cammino di rinascita del monumento  tiburtino che, dopo la decadenza sotto gli Asburgo, passò allo stato italiano allo scoppio della prima guerra mondiale, iniziò la rinascita negli anni 1920-30 con i lavori eseguiti da Attilio Rossi, ebbe a subire gravi danni nel bombardamento di Tivoli del 1944 e da allora si è giovato di una progressiva sistemazione culminata con il recupero di buona parte del monumento, compresi gli effetti sonori delle Fontane dell’Organo e della Civetta. Fra gli autori Isabella Barisi è il Direttore della Villa dal 1995 e proprio qui si è impegnata per il restauro del palazzo e delle fontane; Marcello Fagiolo e Maria Luisa Madonna sono  professori ordinari di Storia dell’Architettura, vantando innumerevoli pubblicazioni. Colpisce nel volume come gli autori riescano a trasportarci nell’epoca della costruzione, farci respirare lo spirito rinascimentale, quasi osservatori del grandioso disegno del Cardinale Ippolito d’Este e dell’architetto Pirro Ligorio. Come si giustifica, come si spiega la scelta del sito, quali legami con il passato doveva avere la reggia del cardinale e come il giardino si inseriva nella tradizione romana, diventando un punto fermo per i giardini non solo rinascimentali? Ampio spazio viene dato alle stampe, a partire da quella del Duperac del 1573, con numerosi particolari ingranditi, per spiegare il significato delle varie fontane, non solo dal punto di vista mitologico, con disegni (anche a pagina doppia) delle sale del Palazzo, che, restaurate a regola d’arte qualche anno fa, offrono piacevoli sorprese, anche dal punto di vista figurativo, ai visitatori, se si ha la pazienza di non farsi travolgere immediatamente dalla bellezza del giardino. Ma in generale il volume è ricchissimo di illustrazioni e di piantine (vedere quella dei canali che portano l’acqua alle varie fontane) che spiegano ancora di più la villa anche dal punto di vista tecnico, considerando che tutte le fontane agiscono armonicamente con il solo principio dei vasi comunicanti e tutto questo ci fa apprezzare la maestria dell’epoca con le centinaia di fontane e fontanelle che sono presenti nella villa, con portata d’acqua, lunghezza, sviluppo scenografico differenti. I miti presenti nel giardino sono molti ed  il volume ha il grosso merito di fare il punto in base agli ultimi studi, compreso quello di Gérard Desnoyers del 2002. L’occasione di presentare questo fondamentale volume per le benemerite De Luca Edizioni d’Arte permette, come accennato all’inizio, di ricordare a molti concittadini proprio la figura del conservatore onorario della Villa d’Este Attilio Rossi: non mi risulta che a lui sia dedicata una via nella nostra città  (A questo proposito nemmeno all’ideatore del traforo del Monte Catillo, Clemente Folchi; saprà intervenire l’Amministrazione Comunale?). Infatti la sistemazione definitiva della Fontana di Nettuno a Villa d’Este è relativamente recente, anche se l’effetto scenografico dell’acqua che scende a cascata fu ideato da Bernini nel 1661. L’affresco nella Sala di Passaggio a Villa d’Este (ora ridenominata Sala della Fontana) e che rappresenta l’asse delle Peschiere con la Fontana di Nettuno fu ridipinto appunto  per far  vedere le “acquatiche canne d’organo”, derivanti dal restauro di A. Rossi a partire dal 1925, come ci descrive efficacemente lo stesso ideatore “A monte delle peschiere sotto la mostra architettonica dell’Organo idraulico, sta la nuova grande fontana di Nettuno. Diciamo “nuova” perché nel suo aspetto attuale, nelle parti e nei dispositivi che la compongono – salvo la cascatella centrale – nell’eccezionale volume d’acqua che l’alimenta, essa non esisteva in antico...Le forti differenze di quota ivi esistenti, le opere murarie già in  opera ed infine la considerazione dell’Organo idraulico, già in antico istallato in alto e la disponibilità di un volume d’acqua sufficiente per creare una nuova grandiosa fontana, furono gli elementi che ci permisero di ideare di questa il progetto e di eseguirlo. Salvo la cascatella che venne conservata, come il motivo centrale dell’insieme, tutto il resto è opera moderna; nella quale fummo ispirati, come era indispensabile, dai principi stilistici dominanti nelle fontane Estensi…”  Queste le scoperte che possiamo trovare nel volume Villa d’Este, divulgativo, ma nello stesso tempo dettagliato e pieno di fascino, come il monumento tiburtino.

 Durante il mio soggiorno a giugno 2004 ad Anagni come presidente degli esami di maturità al Liceo Classico "Collegio Leoniano" in Piazza Dante, ho rivisto il prof. Gioacchino Giammaria, insegnante nel Liceo Classico Scientifico sempre di Anagni dove fui presidente nell'anno passato, che, conoscendo la mia passione per la storia locale, mi ha fatto dono di due interessantissime pubblicazioni (da parte mia gli ho portato gli Annali 2004 del nostro liceo) che segnalo:

Ecco Morolo, itinerari, a cura di Gioacchino Giammaria, con scritti di Marta Acierno, Alba Fiaschetti, Paolo Fusacchia, Maria Clelia Pietrandrea, a cura dell'Associazione Monti Lepini.

Ecco Supino, itinerari, a cura di Gioacchino Giammaria, con scritti di Marta Acierno, Franco Boni, Paolo Fusacchia, Irene Giammaria, Maria Clelia Pietrandrea, a cura dell'Associazione Monti Lepini.

Ho il piacere di presentare un interessantissimo testo, da poco pubblicato dal Poligrafico dello Stato, sul quale ho scritto questo breve articolo che è stato pubblicato anche nelle schede del "Museo virtuale della città di Tivoli" del periodico mensile "NOTIZIARIO TIBURTINO".

 

Questo sottoriportato è l'articolo che è stato pubblicato sul "Notiziario Tiburtino", n. 5, maggio 2005, pag.36

(Sito del Poligrafico dello Stato: www.ipzs.it, Sito dell’Accademia Americana a Roma: www.aarome.org/ )

 

 

Questo invece è l'articolo che ho pubblicato sugli "Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e Arte", vol. LXXVIII, 2005, pag.244 sg.

VINCENZO CAZZATO, Ville e giardini italiani. I disegni di architetti e paesaggisti dell’American Academy in Rome, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 2004, pp. 688. 

Il nitido disegno “Villa d’Este. Tivoli. Elevational Section dell’architetto Michael Rapuano (1904-1975) colpisce nella sopracopertina del corposo e illustratissimo volume, che si avvale altresì dei contributi di Antonella Bucci, Claudia Conforti, Marcello Fagiolo, Claudia Lazzaro, Laurie Olin ed Alessandra Vinciguerra. I saggi, oltre  a trattare delle vicende dell’Accademia Americana a Roma nel periodo compreso fra le due guerre (1915-1940), analizzano e contestualizzano l’apporto fornito dai borsisti che hanno soggiornato nella penisola, partecipando al  vivace dibattito sul giardino italiano. Occorre rilevare che alcuni dati concernenti i vincoli sui giardini vengono riportati a metà degli anni Venti proprio su una pubblicazione dell’ “American Academy”: l’Annual Report del 1924-25, infatti ci informa  che a quella data sono vincolate 400 ville con i relativi giardini. Un dato interessante, oltre che sul piano numerico, anche per l’attenzione che un’istituzione straniera con finalità di studio riservava all’aspetto della tutela. Da un’altra relazione sull’attività dell’Accademia apprendiamo dell’incarico affidato negli anni Venti all’architetto paesaggista, il già citato Rapuano, per i restauri del giardino segreto di Villa d’Este; a testimonianza di una collaborazione che, particolarmente consolidata nel settore archeologico, si estende anche a quello dei giardini storici, al di là di ogni considerazione politica.

 Il volume contiene, nel primo capitolo, contributi su questioni di carattere generale relative al giardino italiano del Novecento ed in particolare sulle differenti ottiche con le quali viene letto oltreoceano.  Apre Claudia Lazzaro, studiosa attenta alla quale si devono importanti pubblicazioni sui giardini del Rinascimento. Altri interventi vertono sulla storiografia di quegli anni (con un’ampia antologia di autori italiani e stranieri), sul restauro di alcuni giardini, sulla Mostra fiorentina del 1931 alla quale l’ “American Academy” partecipa con oltre sessanta disegni. Il secondo capitolo affronta il tema del rapporto fra cultura americana e cultura italiana: il viaggio in Italia degli studiosi americani, il modo di leggere oltreoceano il giardino italiano (con conseguente trasferimento di modelli), la riscoperta di episodi particolari come i teatri di verzura. Il terzo capitolo è più specificamente dedicato all’ “Accademia Americana”: all’importanza  assegnata da questa Istituzione all’architettura del paesaggio (l’autore, Laurie Olin, è uno dei paesaggisti americani più autorevoli), ai concorsi per il “Roma Prize”, ai profili biografici degli architetti e paesaggisti più rappresentativi, alle sedi dell’Accademia e ai suoi giardini sul Gianicolo. Nella quarta parte sono analizzati i metodi di rappresentazione, oscillanti fra rilievo scientifico e ipotesi ricostruttive, focalizzando l’attenzione  sulle due aree nelle quali maggiormente si concentrano le campagne di rilevamento: la Toscana e il Lazio. Il “Corpus dei disegni”, che occupa la parte finale, viene ripartito per ambiti territoriali – Roma, il Lazio, la Toscana, le altre zone d’Italia – con una prima sezione sulle ville di età romana (Villa Adriana in primo luogo) e una finale sui progetti di nuovi giardini. Un’appendice è infine dedicata alle fontane di Roma. E’evidente, da questi brevi cenni, l’importanza che rivestì la nostra città con le due ville, abbondantemente citate e riprodotte: l’unico rammarico – giustamente sottolineato dal curatore – che le riproduzioni siano in bianco e nero: questo perché i disegni – che pure erano per la maggior parte acquarellati – hanno fatto ritorno in America insieme ai loro Autori e lì sono andati dispersi, o sono rimasti di proprietà degli eredi o sono stati acquisiti dalle Università o da altre Istituzioni. In Italia sono rimaste le lastre (talvolta i negativi) dell’epoca e addirittura, per alcuni, solo le riproduzioni fotografiche.

 

 

        Questo invece l'articolo che è stato pubblicato sul n. 9, pag. 11 del periodico quindicinale XL.   VAI AL SITO DI XL

All'articolo è allegata la riproduzione di  “Section through Large Baths, Hadrian’s Villa” dell’architetto Henry D. Mirick, 1933. L'architetto Henry D. Mirick, nato nel 1905, è scomparso, recentemente, nel 2002.

 

 

 

 

 

Sono lieto di presentare un altro testo fondamentale su Villa d'Este. Ho parlato il 22 aprile 2005 con l'Autore, il quale gentilmente mi ha concesso la possibilità di ospitare i testi presenti sul sito www.villadestetivoli.com.  Il libro purtroppo risulta esaurito, ho invitato quindi G. Desnoyers a fare in modo che innanzitutto il testo, veramente importante, sia non solo pubblicato in Italia con una buona traduzione, ma anche in lingua inglese e sia inoltre ripubblicato in Francia. Il valore di questo studio  non può che essere compreso a fondo da tutti! Mi permetto dapprima di inserire la mia breve recensione che  pubblicata sugli "Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e Arte", vol. LXXVIII, 2005, pp.227-230.

GERARD DESNOYERS, La Villa d’Este à Tivoli ou Le songe d’Hippolyte. Un rêve d’immortalité héliaque, Paris, Myrobolan éditions, 2002, pp.378.

L’Autore esamina in maniera approfondita la simbologia nascosta nel palazzo e nel giardino di Villa d’Este, premettendo che gli studi finora dedicati non hanno tenuto conto che in modo frammentario delle ricchezze allegoriche e simboliche ivi presenti.

La Villa viene allora considerata come un tutto, comprendendo le allegorie nella miriade di immagini che sfoggia il palazzo e gli spazi del giardino, non solo le allegorie presenti nelle fontane universalmente conosciute.

In tal modo la Villa d’Este viene restituita nella cornice della cultura del platonismo cristiano, formulato da Marsilio Ficino (1433-1499) alla fine del XV secolo. Imbevuto di ermetismo (proprio il Ficino aveva tradotto in latino il Corpus ermetico, che ci è giunto col nome di Ermete Trismegisto, diventando uno dei testi chiave nel Rinascimento), questo platonismo cristiano pone al centro la filosofia dell’amore, che segnò profondamente le corti europee fino all’autunno del Rinascimento, evidenziando nella sua speculazione filosofica, come fa Baldesar Castiglione (1478-1529) alla fine del suo Cortegiano, il cammino dell’anima tra terra e cielo. […E però, come il foco materiale affina l’oro, così questo foco santissimo nelle anime distrugge e consuma ciò che v’è di mortale, e vivifica e fa bella quella parte celeste che in esse prima dal senso mortificata e sepolta. Questo è il Rogo, nel quale scrivono i poeti esse arso Ercule nella sommità del monte Oeta e per tal incendio dopo morte sembra esser restato divino e immortale; questo è lo ardente Rubo di Mosè, le Lingue disppartite di foco, l’infiammato Carro di Elia, il quale raddoppia la grazia e la felicità nelle anime di coloro che son degni di vederlo, quando da questa terrestre bassezza partendo se ne vola verso il cielo. LIX,16-17].

Logicamente l’Autore cerca di ricostruire l’unità della Villa come si presentava al momento della sua creazione (il giardino ideale come risulta da incisioni e descrizioni dell’epoca) con una paziente peregrinazione condotta passo passo, stanza dopo stanza, fontana dopo fontana. Così la villa d’Este diviene "Le songe d’Hippolyte. Un rêve d’immortalité héliaque", perché, per l’uomo di cultura della metà del XVI secolo, concepire l’universo come in un sogno, è il modo di affermare l’esistenza al di là del reale. Poiché per quest’uomo, che abbiamo visto imbevuto di neoplatonismo, sognare, chiudere le palpebre come chi dorme, apre gli occhi dell’anima e libera lo spirito, invitandolo a proiettarsi verso i confini eterei. Ma tutto ciò può essere anche difficilmente decifrabile. Preso nella rete di questa spirale, nella quale il principio di identità svanisce, ogni immagine cela un segreto, che rimanda ad un altro segreto ed ad un altro ancora ed allora non è soltanto l’intenzione del committente, Ippolito II d’Este, che interessi più semplicemente, ma l’intenzione insita nell’opera. Ritorna proprio la ricerca del tutto, perché molte volte alcune immagini, alcune figure si raddoppiano e si corre il rischio di non riuscire nella lettura, oppure di riuscire troppo perfettamente cancellando la complessità del disegno originario. Sogno, Sole e luce: questi sono i concetti chiave che l’Autore ritrova in questo paziente cammino nella villa e sono questi i concetti che fanno parte della cultura neoplatonica fin dall’antichità, sotto forma di innumerevoli allegorie luminose e solari che ricompaiono nel Rinascimento e fanno del Sole la pupilla del mondo nella quale l’universo si riflette e verso la quale si deve rifluire necessariamente in un movimento d’ascensione, che trasporta l’anima umana in un percorso che si concluderà con la sua deificazione "héliaque". Così si spiega anche la ricchezza delle fontane o meglio quel che rappresenta la loro bellezza effimera, per la loro efflorescenza diafana che scolpisce la luce nel cristallo liquido: queste immagini, prodotte dagli artifici d’acqua, ci riportano al linguaggio dei misteri con una luminologia che associa l’Acqua e il Fuoco in veli poetici che cantano l’"Acqua ignea", quella penetrata dal Sole o dalla luce, sede eletta per lo spirito, simbolo di trasfigurazione dei corpi e del mondo. Non potendo rendere conto di tutta la simbologia esaminata, vogliamo invece, in questa sede, accennare alcuni temi fondamentali presenti nella villa. Innanzitutto il blasone del cardinale Ippolito II, effigiato nella Sala di Ercole, raffigurante un’aquila bianca che afferra un ramo con pomi d’oro, con il cartiglio: ab insomni non custodita dracone, dalle Metamorfosi di Ovidio [vestra virtute relatus / Thermodontiaco caelatus balteus auro, /pomaque ab insomni non custodita dracone? IX, vv.188-190]. I pomi d’oro d’immortalità del giardino delle Esperidi non sono più custoditi dal drago, sempre sveglio. Allegoria dell’anima immortale di Ippolito - di nuovo scintillante e pura come questi frutti d’oro- perla finalmente redenta, liberata dalle passioni del corpo sottomesso al dragone della natura, trasportata dall’aquila bianca che conosce il cammino di ritorno verso il Sole.

Altre allegorie fondamentali si ritrovano nella Sala di Noè: verso il carro del Sole converge una miriade di perle translucide prese nella rete di una grande tenda conica, immagine del cielo. Queste perle simili alle "bulles étincelantes" del cristallo liquido dei giochi d’acqua rappresentano un’allegoria delle anime purificate. Ancora la Fontana della Ninfa dormiente addossata alla navata della chiesa di S. Maria Maggiore: ritorna qui il sogno neoplatonico, che libera l’anima dal suo contatto terrestre. Naturalmente per i neoplatonici del Rinascimento ampio spazio ed importanza fu dedicato all’Asino d’oro o Le Metamorfosi di Apuleio, con la favola di Lucio, che vuol rappresentare il ritorno dell’anima alla divinità, mistero per soli iniziati e nella Sala della Gloria un’incisione, raffigurata sulla pagina di un libro, rappresenta proprio Lucio.

Se il palazzo della Villa resta decifrabile pur nella formidabile varietà degli affreschi, la lettura del giardino comporta più problemi all’Autore perché si rivela molto più aleatoria, in quanto le molteplici allegorie della vasta coreografia acquatica creano delle figure mobili, che, proprio per la natura mutevole dell’acqua, si trasformano ad ogni istante. Sono note poi le modifiche prospettiche che ha subito il parco della Villa per l’avanzare rigoglioso della vegetazione, anche se i lavori continuarono alla morte del cardinale avvenuta nel 1572; sotto il nipote, cardinale Luigi d’Este (1538-1586), infatti furono terminate la fontana dei Draghi, della Rometta e dell’Organo. Per alcune fontane, però, non furono mai iniziati i lavori, figurando semplicemente allo stato di progetto. Non solo il giardino non fu completato, ma un gruppo abbastanza numeroso di statue non trovò mai degna collocazione. In tali condizioni è difficile – scrive l’Autore – descrivere il giardino come appare soltanto dagli affreschi del Palazzo. Per fortuna vi sono due riferimenti fondamentali: innanzitutto l’incisione del francese Etienne Du Pérac (circa 1525-1604), datata 1573. Il maestro francese fu ospite a Tivoli dei cardinali Ippolito II e di Luigi d’Este. Infatti, in un libro spese di quest’ultimo, il 3 luglio 1571, risulta che l’architetto ritrasse in tela la prospettiva della villa: "scudi 23 a M. Stefano Duperac pittore francese per fattura d’una prospettiva del giardino di Tivoli fatta in pittura sopra un quadro sopra la tela". Inciso in rame il disegno fu dedicato nel 1573 dal Du Pérac a Caterina de’Medici, madre di Carlo IX, re di Francia. L’autore dichiarò in maniera leggendaria, che l’incisione era una riduzione del più grande disegno da lui eseguito per ordine del cardinale d’Este, al quale lo aveva richiesto l’imperatore Massimiliano II d’Austria (V. PACIFICI, Ippolito II. Cardinale di Ferrara, Tivoli, 1920, pag 395 seg). Di questa incisione si "tirarono" altre serie con leggere modifiche e si continuò a stamparla per tutto il XVII secolo. Altro elemento fondamentale, esaminato dettagliatamente dall’Autore, si dimostra il Manoscritto parigino, datato intorno al 1571, conservato a Parigi nella Biblioteca Nazionale di Francia, che descrive il giardino al momento della sua creazione. Si tratta di un documento prolisso, che fornisce molti dati interessanti. Esso corredava certamente delle illustrazioni del giardino, poiché nella sua formulazione sembra, a più riprese, puntellare dei documenti grafici, che purtroppo non ci sono pervenuti. Per buona parte il Manoscritto descrive degli elementi del giardino già realizzati, pur presentandone alcuni come portati a termine, mentre sappiamo che non furono mai eseguiti, come la fontana di Nettuno od i "viviers à compartiments"; questi due elementi sono presenti anche nella famosa incisione del Du Pérac. L’Autore conclude perciò che questi due documenti si sono ispirati ad uno stesso progetto che, a causa della morte del cardinale, non poté essere condotto a termine e del quale i documenti stessi rendono conto, in larga parte, nonostante le contraddizioni che il loro confronto mette in evidenza. La fontana di Nettuno, ad esempio, le cui parti incompiute testimoniano ancora nel piano dei "vasconi" il primitivo progetto confortano i due documenti, ma per altri aspetti alcune fontane compaiono nell’incisione del Du Pérac (Teti, Aretusa, Pomona, Flora,…) con le referenze scritte, ma non sono menzionate nel Manoscritto. Altri elementi (statua di Achille ed Ercole, Ercole con Telefo) benché rappresentate, non sono citate nel cartiglio dell’incisione. Altre statue sono descritte invece nel manoscritto, ma non nel testo nell’incisione del Du Pérac (il gruppo di Socrate, Solone e Licurgo, L’Eternità e Cibele). Altro elemento importante per Desnoyes è il tripode: citato nel Manoscritto, figura anche nell’incisione senza essere nominato nel cartiglio. Rendendo perciò i due documenti complementari, il Desnoyers individua quarantadue elementi, trentaquattro presenti nell’incisione del Du Pérac più otto elementi presenti nel Manoscritto, ma non nel cartiglio dell’incisione, ricostruendo finalmente il giardino ideale con la conclusione è che proprio l’incisione dell’architetto francese ad offrire probabilmente la rappresentazione più vicina al desiderio del committente. L’Autore esamina anche altre fonti disponibili fino al 1611, quando vengono intrapresi importanti lavori dal cardinale Alessandro d’Este (1568-1624), alla cui morte poi la villa cade in un profondo degrado, subendo numerose manipolazioni soprattutto negli elementi statuari (Già dal 1587 al 1599 la Villa, passata al decano del Sacro Collegio, aveva subito un primo, notevole degrado).

Un’opera colta, quella del Desnoyers, un’opera razionale, ma nello stesso tempo poetica, che, siamo certi, diventerà fondamentale per comprendere ed amare ancora di più questo insigne monumento tiburtino: è auspicabile una buona traduzione italiana, o almeno una ristampa, considerato che il libro risulta esaurito anche presso l’editore.

                                                                                                                                                                                                                                                                            ROBERTO BORGIA

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  Bienvenue Songe Sommaire Introduction Jardin: chapitres 14 et 15 Index        



 

 

IMAGINAIRE DU JARDIN

 

Gérard Desnoyers

 

La Villa d'Este à Tivoli

ou
Le songe d'Hippolyte
Un rêve d'immortalité héliaque

 

Pour plus de détails sur la gravure de Dupérac se reporter à la page "Jardin"

Essai de lecture du programme iconologique
à l'œuvre dans la Villa et le jardin

 

myrobolan
éditions


 

 

          L A VILLA D'ESTE et son jardin, parmi les plus célèbres de la Renaissance italienne, restent à ce jour des lieux énigmatique. Les études qui leur ont été consacrées, depuis le début des années mille neuf cents soixante, ne rendent compte que de façon fragmentaire de leur richesse allégorique et symbolique.
          En appréhendant la Villa comme un tout (incluant à la fois les allégories des fresques, des fontaines et des espaces du jardin), en se donnant les moyens d'une recherche qui vise l'exhaustivité dans la lecture de la myriade d'images qu'elle affiche, cet essai tente de fournir de nouvelles clés de lecture en resituant cette œuvre dans le cadre de la culture du platonisme chrétien, formulé par Marsile Ficin à la fin du XVe siècle.
          Imbu d'hermétisme, ce néoplatonisme est au cœur de la philosophie de l'amour - qui a profondément marqué les élites courtisanes européennes jusqu'à l'automne de la Renaissance -, et médite, à la façon de Baldassare Castiglione à la fin de son Livre du courtisan, le devenir de l'âme dans son voyage entre ciel et terre.
          Dans la tradition des jardins de Babylone, le jardin de la Villa d'Este - figuré emblématiquement par la gravure de Dupérac (voir ci-dessus) -, est un jardin suspendu. Tel une échelle céleste, il force le regard à se dresser vers le ciel et illustre les métamorphoses de l'âme dans son devenir cosmique.
          Ainsi placé entre terre et ciel, le jardin se transforme en un modèle de vision, en un rêve, un songe qui met en scène les voyages de l'âme à l'aide de la symbolique complexe et de la dynamique exubérante des artifices d'eau.
          Cette symbolique est au foyer de la méditation du néoplatonisme qui s'interroge sur les rapports entre la matière et l'esprit représentés allégoriquement, dans le jardin, par ceux de l'eau avec la lumière et le feu, dans leurs relations au soleil.
          Songe, eau et lumière, soleil, trois thèmes centraux qui irriguent les énigmes et les artifices de la Villa d'Este ainsi que l'imaginaire platonicien de la Renaissance que nous tentons de déchiffrer dans le but de restituer la richesse de l'iconographie symbolique à l'œuvre dans la Villa et le jardin, en les replaçant dans leur contexte culturel - celui des deux premiers tiers du XVIe siècle, profondément marqués par l'œuvre de Marsile Ficin et le néoplatonisme.
 

 

La Villa d'Este à Tivoli

ou
Le songe d'Hippolyte

Art de la Renaissance, XVIe siècle, Italie, Latium.
(Classification Décimale Dewey : 704. 589)
Format 17x 24 cm, 424 pages, 56 illustrations Hors texte

Essai de lecture du programme iconologique

Villa
Fresques : grotesques, allégories énigmatiques.
(23 illustrations couleur, un tiré à part : salon)

Jardin
Artifices d'eau : fontaines, automates hydrauliques, grottes.
(31 illustrations noir et blanc, un tiré à part : gravure de Dupérac)

Iconographie symbolique
Imaginaire néoplatonicien de la Renaissance
Symbolique des rapports de l'eau avec la lumière

© Gérard Desnoyers, myrobolan éditions, 2002.

Imprimé en France
ISBN 2-9517850-0-3

Prix : 35 euros

 
Sommaire du livre

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myrobolan
éditions

De là paraventure quelqu'un penseroit que le bois de vie
qui estoit au paradis terrestre fut le myrobalan.

Marsile Ficin

Collection
IMAGINAIRE DU JARDIN
des histoires merveilleuses, mirobolantes ?

On aime à imaginer […] la nature bienfaisante et belle.
Et ce mythe de la Nature est peut-être l'un des plus féconds et des plus nécessaires
parmi ceux que se forgent les hommes.
Mais fécond précisément parce qu'il est un mythe, une histoire merveilleuse que l'on se raconte,
et qui " donne bon espoir " […], que l'on sait bien, au fond, n'être pas tout à fait vraie.
Pour oublier la nature inhumaine […], le seul recours pour sauver le mythe,
ce serait de fausser la confrontation, - ce serait de créer une nature à soi, telle qu'on l'aime -
ce serait de se faire un jardin.

Pierre Grimal
 

 

 

Au fil des arcanes de la Villa d’Este,

à la découverte de l’imaginaire néoplatonicien

de la Renaissance

 

Proposant une interprétation détaillée de la myriade d’images qu’affiche la Villa dans les grotesques de ses fresques et les allégories de ses artifices d’eau, cet essai conduit à une nouvelle lecture du programme iconologique de la Villa d’Este, particulièrement de son jardin, reconnu, unanimement, comme une étape majeure, à l’automne de la Renaissance italienne, de l’évolution de l’art des jardins en Europe.

Entendant faire revivre le jardin tel qu’il se présentait lors de sa création (jardin idéal que nous permet d’imaginer un ensemble de gravures et de descriptions de l’époque), cette lecture opère tout d’abord une longue pérégrination, menée pas à pas,  pièce après pièce, au fil des fresques de la Villa, en guise d’introduction à l’imaginaire néoplatonicien qui l’habite. Ses codes, en vogue parmi les premières générations de lettrés du xvie siècle, vont nous permettre une analyse fine, quasiment exhaustive, du foisonnement d’allégories présent sous la forme d’une multiplicité d’images, nourrie, dans le jardin, par la symbolique complexe et la dynamique exubérante et lumineuse de l’eau, première protagoniste des « fallacieux » détours de cette maison de Dédale qu’est la Villa.

 

Imbue d’héliolâtrie égyptienne depuis son origine, la pensée néoplatonicienne – des héritiers de Plotin à Ficin et Giulio Camillo –, questionne les rapports entre la matière et l’esprit, symbolisés par ceux de l’eau avec la lumière et le feu dans leurs relations au soleil.

Ces rapports sont exaltés par le symbole universel de l’ « eau ignée » – union du Feu et de l’Eau, de l’esprit et de la matière, spiritus mundi  chanté par Ficin –, figuré emblématiquement dans le jardin sous l’aspect du cristal liquide des eaux d’artifice, myriades de perles d’eau translucides et brillantes recevant du soleil leurs semences de vie. 

Source de la vie du monde et promesse de sa transfiguration à venir, le spiritus mundi anime les prodiges des artifices d’eau du jardin. Il représente, pour les néoplatoniciens de la Renaissance influencés par l’hermétisme égyptien, la puissance magique capable d’assurer – à ceux qui en ont la maîtrise – la rédemption de l’âme. Selon leurs espérances, il la reconduira vers l’icône du Souverain Bien en ce monde, le soleil, origine et fin de toutes choses. Car, au XVIe siècle, pour les héritiers de Ficin, « la connaissance magique est aussi salut ».


 

                     
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