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Mistretta, 12/14 Marzo 2002
ORALITÀ E SCRITTURA NELLA PROSA DI ENZO ROMANO di Sebastiano LO IACONO
PREMESSA Carissimo Enzo, ho ricevuto i tuoi racconti. Ti ringrazio. Il giudizio rimane identico. Devo ribadirlo: sono ottimi. Li rileggerò. Li reciterò in qualche modo e ne inserirò qualcuno in un mio CD. Che sarebbe pronto. Ma il computer è andato in tilt e il prodotto finito non funziona bene. Mannaggia al mio PC! Ci sono diavolerie tecniche, che ti risparmio, che non mi consentono di realizzare almeno una copia semi-professionale. Non sarà un CD audio, bensì un CD-ROM multimediale con voci, suoni, testi, canzoni, video e poesie. Conservo registrazioni di Orazio Idolo, detto 'U quarararu, o di Vincenzo Lo Menzo, soprannominato 'U tracchiu, fatte negli anni Settanta, che sono documenti rarissimi e che ho digitalizzato per rendere il materiale più duraturo. Il mio archivio digitale della poesia popolare mistrettese non conserva ancora la tua voce. Ad ogni modo, in questa sede, voglio aggiungere ulteriori riflessioni sui tuoi racconti. Spero che mi dedicherai un poco della tua attenzione. Ti costringo a digerire e leggere questo polpettone che segue. LE STRUTTURE PROFONDE DELLA VOCE NARRANTE Leggendo i racconti parecchie volte, onde, in qualche modo, assimilarli e recitarli, ne ho scoperto la musicalità latente (quella nascosta) e quella manifesta. Ho avuto modo di rilevare, oltre alle forme appariscenti, che voce e scrittura si limitano a riferire, altre forme occulte e nascoste: quelle che gli strutturalisti chiamerebbero strutture profonde della prosa, della sintassi, del parlato figurato e del ritmo narrante. La cadenza dei narratori, quelli che aprono i tuoi racconti con nome, cognome e soprannome, risulta essere lo stampo autentico di una forma narrante che i mistrettesi hanno quando parlano nella vita quotidiana e il loro parlare si fa epico. Ci sono incipit del discorso narrante, che s'interrompono e successivamente riprendono con la ripetizione di frasi e parole precedenti. C'è poi la reiterazione di quelle forme di intercalare, come siannu ca, ri essiri, tannu, ssa ota, socchedderé, nnastrumentri e così via, che danno al narrare una sorta di cadenza nostrale di cui dicevo. Le determinazioni temporali collocano i fatti nel tempo favoloso del c'era una volta... Questa coazione a ripetere (è solo un esempio) ricalca l'autentico modo di parlare e raccontare dei nostri nonni. C'è, qui, una voluttà del dire e ridire che rende la tua prosa barocca. Uso, qui, il termine barocco in senso positivo. Adoro il barocco siciliano, nonché la prosa barocca di Consolo e quella dello scomparso scrittore comisano Bufalino. Riporto altri esempi: "L'ammazzamu? ...E ll'ammazzaru. L'ammazzaru e…" (pagina 2, M-pararisu n carrozza). "Quannu agghjichemmu suttô campusantu (…) nni firmemmu!… Cuòmu nni firmemmu (…) (pagg. 45-47, A casa paterna). "…arriniscemmu a mittillu pi-ttruppièddu ncapâ mula… Cuòmu u mittemmu ncapâ mula... (ibidem, pagg. 48-49)". C'è, qui, come la ripresa di un filo cronologico-narrativo, la cui sequenza è interrotta dalle pause e dal respiro-fiato del narrante. La successione degli eventi, difatti, è segmentata, quasi sincopata. Le pause sono anch'esse significanti pieni di senso: alludono, ammiccano, sorseggiano le parole, le gustano, le assaggiano, le cullano prima di diventare fonazione. Se non è teatro questo!... DELL'ESSERE E DEL LINGUAGGIO DELLA MORTE I tuoi racconti, dunque, sono e non sono parlato quotidiano. Se fossero solo parlato quotidiano sarebbero ancora poco. Sarebbero studio fonetico, glottologia e basta. Sono, invece, la rappresentazione di un parlato che si fa poesia. Che si fa anima di un parlare, dire, raccontare e affabulare, i quali affondano le loro radici nella profondità dell'essere che, a sua volta, si fa linguaggio, lingua-madre, riflesso di una sonorità materna che assimiliamo ancor prima di nascere. Essere e linguaggio sono la stessa cosa. Il linguaggio -diceva Heidegger- è la casa dell'essere. Se poi questo linguaggio è musica, la casa dell'essere è anche musica. L'essere abita nella parola musicale. Qui, il termine casa va inteso come i tedeschi usano la parola heimat, cioè patria dell'anima. La tua heimat sta nel linguaggio dei tuoi racconti, dove c'è meno dialetto e più lingua e su cui voglio impegnare le tue meningi. Sto scherzando. Pare che sia così: il feto sente la mamma che canta; rischia di diventare stonato se nel grembo sente la mamma stonare; sarà intonatissimo, già da piccolo, se la mamma segue concerti di musica classica o trasmette questi messaggi sonori in qualche modo. È stato così con i miei figli: sono intonatissimi perché Mariella, mia moglie, li ha allevati con le sonorità del coro, quelle del suo cantare e del suo sentire la musica. Anche quella di chiesa. Nei tuoi racconti c'è la musicalità della parola, ovvero la musica della lingua materna. La lingua madre è materoma. La madre-mamma-mammona-matrona ci parla dentro. Non siamo noi a parlare. È la lingua materna che ci parla. Siamo parola. Siamo linguaggio. Siamo parlati. Il linguaggio ci parla. Il linguaggio forse viene prima del pensiero. O viceversa. Oppure sono contemporanei? Ti spiego. Mi spiego meglio. Ho fatto queste riflessioni, prima che mi illuminassero in tal senso i filosofi che vado leggiucchiando, durante la lunga e feroce agonia di mia madre. Scusa se ti racconto questo fattaccio. Non voglio angustiarti con una mia tragedia: mia madre si è fatta niente… Il riferimento è necessario. Durante il lento finire di mia madre, quando lei non poté più articolare suono e fonema alcuno, il suo linguaggio muto, quasi precedendo il pensiero e il pensare, continuò a trasmetterci segni, segnali, significati e significanti. Parlava ancora. Non era linguaggio di gesti. Era linguaggio di stati di coscienza. Comunicava con lo stesso suo inconfondibile modo di donna siciliana, femminuzza sempre a lutto, madre dolorosa e soggetto parlante un linguaggio che ci ospita. Parlava senza ormai più linguaggio. Dunque: pensava anche senza linguaggio. Era il linguaggio della morte. Quello stesso linguaggio morto e/o morente, che anticipa il pensiero, che il pensiero può trasmettere anche senza articolazione fonetica, lo ritrovo nei tuoi racconti, i quali sono, difatti e di contro, una miniera di sonorità, dittonghi, accentazioni e segni diacritici che il suono riproducono con esattezza fonologica e glottologica. I tuoi racconti, per assurdo, si potrebbero anche mimare o recitare in silenzio. Non a caso il flusso narrativo è infarcito di tantissime pause. L'uso dei tre punti di sospensione, difatti, è frequentissimo. Voglio dire che quei racconti mi parlano e ci parlano ancora prima che essi siano letti, parlati o recitati. I tuoi racconti li si può ri-leggere, difatti, sulle facce e faccere dei mistrettesi anziani, sulle rughe profonde delle nostre donne e dei nostri padri e nonni con cui tu hai un ottimo rapporto. Non si spiega altrimenti il fatto che quando ti incontrano per strada, ti dicono "chistu è chiddu chi scriviu Muddicati". Se avessi scritto un libro con un linguaggio a loro alieno, non ti riconoscerebbero. Tu parli e scrivi il loro stesso linguaggio. Non possono dire la stessa cosa di me o di Filippo Giordano. Perché il mio linguaggio e quello di Giordano hanno subìto una metamorfosi di snaturamento naturale, determinato dall'acculturazione. Anche tu, ti sei evoluto e acculturato, ma il tuo linguaggio è rimasto simile a quello della nostra gente. Tuttavia, penso che anche il mio linguaggio di Materoma abbia lo stesso codice genetico. È, comunque, un linguaggio altro e diverso da quello degli anziani della Società Operaia. Il mio non lo capiscono e lo rigettano. È difficile. È illeggibile. È troppo letterario. Il tuo lo conoscono perché tu trasmetti loro significati e significanti che sono sulla loro stessa frequenza semantica. Io e Filippo, tanto per insistere sulla metafora, siamo, per così dire, su un'altra frequenza d'onda.
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