Da: L’invenzione collettiva
Li chiamavano i camminanti. Erano vagabondi dalla lunga falcata e dalla tortuosa fantasia, che solcavano come vecchi battelli le vie e i sentieri che partivano dalle pendici dei monti e scendevano sino al mare. O viceversa, in un susseguirsi instancabile di precarietà quotidiane. Non conoscevano il calore o la tenera nostalgia di una casa, né una precisa meta in cui concludere la faticosa ricerca del nulla di cui si erano fatti carico partendo da un chissà dove ormai dimenticato. Erano senza età e senza storia apparente, se non quella che si cucivano addosso ogni giorno con vicende fantastiche da vendere alla gente come realtà. Avevano solo nomi o soprannomi e quella insistita misteriosa precarietà aveva creato loro intorno un alone di proibita saggezza, di occulta conoscenza delle leggi naturali più nascoste e innominabili. Erano temuti anche, in special modo dai contadini che scoprivano con disappunto la mancanza di una gallina nel pollaio o un albero spogliato dai frutti o una nicchia a forma di dormiente nel fieno della cascina.
Intorno ai camminanti quindi aleggiava la fine nebbia della paura, della attrazione e del mistero; e loro di tutto ciò si ricoprivano come di un guscio protettivo, così indifesi com’erano di fronte alle monotone, inflessibili leggi sociali che regolavano la vita dei normali.
Come e perché avessero iniziato quel loro peregrinare non aveva risposte univoche, né le fonti cui attingere potevano dirsi attendibili. I camminanti stessi tendevano a distorcere la realtà sino a ridurla a strumento difensivo, a corazza di superstizioni e timori. Con ogni probabilità erano semplici vagabondi, disadattati sociali con alle spalle amori dolorosamente troncati, famiglie abbandonate per tedio o irrequietudine, ininterrotte confidenze con l’alcool o nulla di tutto ciò. A volte alcuni di questi erranti dimostravano intelligenza e capacità non comuni nel concretizzare, con l’esempio quotidiano del vivere, teorie filosofiche tanto complesse linguisticamente quanto semplici nella loro reale applicazione. Erano questi i meglio accolti nelle stalle, durante le sere d’inverno, dove intere famiglie di contadini si riunivano per scaldarsi e per iniziare quelle lunghe conversazioni, ricche di racconti di campi e superstizioni, che iniziavano in autunno e terminavano all’ultimo sciogliersi della neve protettiva.
Fu in una di quelle sere che Felice conobbe Sileno.