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ULTIME DALLO SPAZIO

 
 

 se fossimo soli nell'universo ci sarebbe troppo spazio per nulla
(Albert Eintstein)

 
 
 
  Il primo sentimento che provo nel guardare il cielo è che la nostra vita è in fondo poca cosa rispetto a tutto ciò che ci circonda.

E allora, se lo spazio è così grande, infinito, che senso avrebbe l'esistenza di tale immensità per tenere in vita un solo, piccolo, insignificante pianeta come la terra? Che senso avrebbe collocare la terra in un angolo della nostra galassia in uno sperduto spazio remoto dell'universo?

Possibile che tutto questo serva solo per l'esistenza di una sola razza intelligente?
E se così fosse, a cosa servirà tutto questo spazio, le galassie, le stelle per ancora chissà quanti miliardi di anni una volta che la vita sulla terra scomparirà? C'era bisogno di tutta questa complessità di astri, di tutta questa scenografia per un tempo praticamente infinito per una esistenza infinitesimale della vita sulla terra?

Probabilmente perché non siamo soli, né saremo gli unici.

 NOTIZIE DALLO SPAZIO

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Le informazioni e fotografie sono state prese da:

ASI - Agenzia Spaziale Italiana

CNR - Consiglio Nazionale delle Ricerche

ESA - European Space Agency

NASA - National Aeronautics and Space Administration

INFN - Istituto Nazionale di Fisica Nucelare

Osservatorio Astronomico di Padova

Quark - Focus : Riviste di informazione scientifica

Corriere della Sera - Panorama

Colin Ronan - L'Universo (Mondatori editori)

 

 
     
     
     


 

NELLO SPAZIO C'E' UN'ALTRA TERRA

 

Con tutti i pianeti extrasolari scoperti fino ad oggi, prima o poi si doveva scovare anche il pianeta giusto nel posto giusto.

Gliese 581 g, infatti, è un pianeta roccioso, la cui massa è fra le tre e le quattro volte quella della Terra. Già di per sé questo fatto lo rende interessante, ma ci sono altri aspetti a farne la scoperta che tutti aspettavano.

 

A renderlo speciale è la sua posizione rispetto alla propria stella: né troppo vicino, né troppo lontano e soprattutto  su Gliese 581g c’è l’acqua liquida, e c’è l’atmosfera che  grazie a una sufficiente forza di gravità del pianeta per trattenerla. A questo punto non ci sarebbe da stupirsi se Gliese 581g ospitasse qualche forma di vita, pur trattandosi probabilmente di una vita molto differente da quella che possiamo ipotizzare: la presenza di acqua e di atmosfera sono infatti considerati i due fattori più importanti, anche se non unici, per l’abitabilità.

 

Scoperto da un team di astronomi dell’Università di California a Santa Cruz e del Carnegie Institution di Washington in seguito a undici anni di osservazioni e rilevamenti al Keck Observatory (alle Hawaii), il pianeta Gliese, al di fuori del sistema solare, ha una particolarità: mostra sempre la stessa faccia alla sua stella, in modo tale che una parte è sempre calda e illuminata e l’altra è sempre buia e fredda. La linea che separa le due metà si chiama terminatore e in corrispondenza di questa linea la temperatura è tra i -12 e i -31°C.

 

Prima pianeta abitabile.

La scoperta, pubblicata sul Astrophysical Journal, ha fatto scalpore perché si tratta del pianeta più simile alla Terra mai individuato intorno a un’altra stella, tanto da essere celebrato come il primo luogo al di fuori del sistema solare che potrebbe per primo ospitare la vita. Goldilocks zone: così viene chiamata la famiglia planetaria a cui appartiene Gliese 581g, insieme ad altri cinque parenti-pianeti, tra i quali quattro già noti agli astronomi e il quinto scoperto insieme a Gliese.

 

Caratteristiche

Dista da noi circa 20 anni luce, ovvero un’enormità, ma in termini astronomici è relativamente vicino. La sua massa è all’incirca da 3,1 e 4,3 quella della Terra e il suo raggio è stimato essere tra 1,2 e 1,4 volte il raggio terrestre. E’ roccioso e il suo periodo orbitale è pari a meno di 37 giorni. Il fatto che si tratti del primo pianeta a essere considerato abitabile non significa assolutamente che sia l’unico: i pianeti cosiddetti Earth-like (simili alla Terra) sono molto ricercati dagli astronomi e il fatto che siano riusciti a individuarne uno in relativamente poco tempo fa supporre che il numero di sistemi con pianeti potenzialmente abitabili si aggiri intorno al 10-20 per cento.

 

Gliese 581 ha le misure e la distanza giusta dalla stella madre per essere abitabile e ha tutte le carte in regola per guidare la rivoluzione dei pianeti extra-solari.

 

Settembre 2010

 

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LA LUNA SI ALLONTANA DALLA TERRA

Nata circa 5 miliardi di anni fa dallo scontro fra la Terra e un corpo planetario di taglia marziana (questo è, almeno per ora, il modello più verosimile della formazione lunare), la Luna si è aggregata a partire dai frammenti di quella catastrofe.

 

All'inizio era estremamente calda e, come tutti i corpi del Sistema Solare primordiale, intensamente bombardata. E si contraeva, finché nel giro di alcune centinaia di milioni di anni raggiunse le dimensioni attuali. Da lì in poi, la quiete. Insomma, quiete si fa per dire, ché il bombardamento meteorico proseguì ancora parecchio.

 

Per molto tempo si è pensato che fosse morta, fredda, immutabile. Poi i sismometri lasciati dalle missioni Apollo hanno dimostrato che qualcosa accade: leggeri tremolii, a stento definibili come veri e propri lunamoti. Tant'è che sembravano causati dall'impatto di grossi meteoriti, dalle variazioni termiche, dall'influsso mareale terrestre. Certo non da una trasformazione interna della Luna. Oggi però questo quadretto così tranquillo è tutto da ripensare. Perché il nostro satellite si contrae ancora. E parecchio. E forse proprio in questo momento.

In un articolo infatti pubblicato da "Science" e firmato da ricercatori statunitensi e tedeschi riferisce di una scoperta stupefacente: la Luna si contrae ancora. Di certo sembra essersi contratta di almeno 200 metri durante l'ultimo miliardo di anni (su 3.500 chilometri) del proprio diametro.  Se così fosse, la contrazione lunare potrebbe essere non solo tuttora in corso, ma ben più veloce di quanto possiamo immaginare.

 

Che significa tutto questo? Sinceramente non lo so.

Se il suo diametro diminuisce è  ipotizzabile un suo progressivo allontanamento dalla Terra fino al definitivo distacco. Infatti essa si allontana di 3,5 cm l'anno, fra un milione di anni si sarà allontanata di 35.000 km. Almeno questo ci tranquillizza, sappiamo che non ci cadrà addosso.

Ma non ci saranno più le maree come saranno sconvolti tutti i cicli vitali degli animali e delle piante basati sui cicli lunari. Si ipotizza che l'asse terreste subirà una instabilizzazione e le stagioni saranno profondamente stravolte ed interi continenti vedranno mutato profondamente il proprio clima.

 

Settembre 2010

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LA TERRA NON E' SOLA

Secondo la sonda spaziale Kepler lanciata dalla Nasa il numero dei mondi simili per dimensioni alla nostra Terra è superiore a quanto si aspettavano gli astronomi.

"I pianeti come la Terra ci sono, la nostra galassia ne è piena"

Dei circa 265 pianeti esaminati da "Kepler", circa 140 dei quali erano etichettati come "simili alla Terra". Infatti avrebbero le caratteristiche per dimensioni e presenza di elementi geofisici tanto da poter parlare di "similitudine con la Terra" e senz’altro di "stesse dimensioni della Terra".  

Questo significa che il loro raggio è inferiore al doppio di quello terrestre. Fino ad oggi, la stragrande maggioranza dei pianeti extrasolari individuati dagli astronomi era del tipo "giganti gassosi", come Giove, e non mondi rocciosi come la Terra o Marte.
Il fatto che i pianeti in questione siano "simili alla Terra", o comunque candidati ad essere tali, non significa che sulla loro superficie vi siano condizioni adatte alla vita, ma la scoperta di pianeti simili alla Terra ci induce e pensare della esitenza nello spazio di una qualche forma di vita.

30/07/2010

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I BUCHI NERI SI SONO FORMATI PRIMA DELLE GALASSIE.

Di questi oggetti spaziali sappiamo come si formano. Quando una grandissima quantità di materia collassa su se stessa, oppure quando una stella di grande massa al termine della sua evoluzione esplode come supernova.
Sembra che ogni galassia ha il suo buco al suo centro e dagli studi emerge un rapporto costante fra le dimensioni del buco nero e quelle della galassia.
Questo rapporto di masse non si ritrova, pero', nelle galassie formate nel primo miliardo di anni dopo il Big Bang che ha dato origine all'universo. Al centro di queste galassie primitive esistevano infatti buchi neri molto piu' massivi rispetto a quelli presenti nelle galassie recenti. Di qui la conclusione che i buchi neri devono essersi formati prima delle galassie.

Sarebbe una scoperta rivoluzionaria.

Il prossimo passo, dicono i ricercatori, sara' capire come buchi neri e galassie si sono condizionati a vicenda e come hanno raggiunto l'equilibrio che si osserva oggi.

09/01/2009

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UNO STRANO OGGETTO SU MARTE

Attenzione Attenzione ! La Rete e i blog americani sono da qualche ora letteralmente impazziti per questa incredibile foto diffusa dalla NASA: l'immagine risale in realtà ad agosto scorso, ma soltanto in questi giorni la NASA ha reso disponibili le alte risoluzioni della stessa.  Nella foto si nota, al centro a sinistra dell'immagine, uno strano oggetto a forma di parallelepipedo orizzontale, poggiato sul suolo marziano, di colore più scuro rispetto alla superficie del pianeta.

Lo strano oggetto è stato fotografato dalla sonda Opportunity sul suolo marziano.
Per gli appassionati dei misteri su Marte cliccate
qui.

29/11/08

(Fonte: Misterium)

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Tamponamento stellare tra quattro galassie

A cinque miliardi di anni luce dalla Terra l'urto genererà la galassia più grande dell'universo

 

WASHINGTON (Usa) - A cinque miliardi di anni luce dalla Terra quattro galassie, ognuna costituita da miliardi di stelle, si stanno scontrando nella più grande collisione cosmica mai osservata. Le immagini di questo colossale «tamponamento spaziale» sono state catturate casualmente dal telescopio spaziale a infrarosso «Spitzer» della Nasa (in orbita dal 2003) puntato su un ammasso di galassie (CL0958+4702) e dal telescopio di terra «Chandra». La scoperta è pubblicata dall'Astrophysical Journal Letters e le prime immagini sono già disponibili sul sito della Nasa. Le collisioni tra le galassie sono abbastanza comuni, causate dalla forza di gravità che spinge i corpi celesti l'uno contro l'altro su una scala però di milioni di anni.

Finora, però, gli unici fenomeni ben documentati riguardano oggetti molto grandi che attirano quelli più piccoli, come nel caso della «Galassia Ragno» che ne sta attirando a dozzine nella sua «tela» di gravità. In questo caso, invece, tre delle galassie hanno le stesse dimensioni della nostra, mentre una quarta è tre volte più grande. Non è la prima volta che un telescopio mette in evidenza un urto spaziale, ma mai di questa portata. Insomma, «il più grande incidente stradale dell'universo» sta per generare una nuova galassia di enormi dimensioni e senza precedenti, almeno per ciò che sappiamo noi. «Quando il mescolamento sarà completo - spiega Kenneth Rhines del Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, che ha condotto lo studio - sarà una delle più grandi dell'universo. Questi dati sono la prova che gli oggetti maggiori che osserviamo si formano proprio con queste collisioni».

Per spiegare cosa succede si può pensare a «quattro camion pieni di sabbia, che si urtano e versano sabbia dappertutto», afferma Rhines. Una volta esaurita l'energia della collisione si avrà la più grande galassia mai formata. Per avere un'idea delle sue dimensioni: il nuovo sistema sarà dieci volte più voluminoso della nostra «Via Lattea».

07 agosto 2007

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Scoperta la galassia più lontana dalla Terra



Nella parte di immagine cerchiata a sinistra, ecco la galassia più lontana dalla Terra: è a 13 miliardi di anni luce (Jean-Paul Kneib and Richard Ellis/ Ap photo/Nasa-Esa)

LOS ANGELES - Una squadra di astrofisici rivela di avere individuato una piccola galassia che è l'oggetto conosciuto più lontano dalla Terra: dista circa 13 miliardi di anni luce dal nostro pianeta.
Questa distanza enorme fa in modo che la luce che ci perviene sia stata emessa quando l'universo era nato da poco, cioè da circa 750 milioni di anni, secondo quanto racconta l'astronomo Richard Ellis del California Institute of Technology.

UN SUCCESSO DI HUBBLE - La squadra di astrofisici ha scoperto la lontana galassia grazie a due potenti telescopi, uno nello spazio, lo Hubble, e l'altro alle Hawaii, il Keck.
Gli astrofisici auspicano che l'ennesima dimostrazione dell'utilità di Hubble contribuisca a indurre la Nasa a rivedere la condanna a morte del telescopio spaziale recentemente decretata.

L'osservazione della galassia, piccola e lontanissima, è stata resa possibile da un effetto naturale di amplificazione della luce provocato da un ammasso di galassie chiamato Abell 2218, che devia e moltiplica l'intensità della luce emessa dalla galassia lontanissima. I risultati della ricerca dell'equipe internazionale sono stati resi pubblici durante l'annuale riunione dell'American Association per il progresso della scienza, che si sta svolgendo a Seattle.
10 Aprile 2002


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Il frammento di cosmo è lontano da noi 13 miliardi di anni luce

Fotografato il cielo più lontano e più antico


      

BALTIMORA (Maryland) - Un mese fa toccò a una galassia: la più lontana dalla terra, si disse, a ben 13 miliardi di anni luce da noi. Adesso, a quella stessa distanza, è stata invece scoperto uno spicchio di cielo, tanto grande da contenere diecimila galassie. Il più lontano e nel frattempo il più antico che occhio umano abbia mai potuto osservare.
La sua nitidissima immagine fotografica ha attraversato tempo e spazio e la forma di quel frammento di cosmo è potuta arrivare fino ai nostri occhi grazie al telescopio spaziale Hubble che dalla sua orbita fuori dell'atmosfera terrestre ha potuto scrutare nello spazio profondo.


IL TELESCOPIO - L'occhio dell'universo, che gli americani hanno condannato a morte senza troppa convinzione, ha fotografato una spazio lontano 13 miliardi di anni luce, che quindi a noi appare così come era 13 miliardi di anni fa, cioè poco più di mezzo miliardo di anni dopo la nascita del nostro universo dal «Big Bang», l'immane esplosione primordiale. L'immagine - presentata ieri sera a una conferenza stampa allo Space Telescope Science Institute a Baltimora - riprende la regione del cosmo che gli astrofisici chiamano Ultra Deep Field, il Campo Ultra-Profondo. Appare, nella fotografia rielaborata dai frammenti di immagine trasmessi dal telescopio Hubble, come una manciata di gioielli sparpagliata su velluto nero. Quei gioielli sono circa 10.000 galassie, ammucchiate in uno spicchio del nostro cielo visibile grande appena un decimo del campo visivo occupato dalla Luna piena.

LO SPAZIO PRIMORDIALE - Erano, all'epoca dalla quale ci arriva la loro luce, le prime galassie neonate, ancora in fase di formazione: è un'epoca cosmica di grande interesse per gli astrofisici, perchè segna la transizione da un universo torbido e oscuro ad un universo limpido e caratterizzato da corpi la cui luce era finalmente visibile

«Questo è lo sguardo più profondo del visibile che sia mai stato catturato», ha commentato Rodger Thompson, membro del gruppo di astrofisici che hanno ricomposto il mosaico dell'immagine, fotografata in frammenti da due complicati strumenti di Hubble. E un altro degli astrofisici del gruppo, Mario Livio, ha sottolineato l'importanza scientifica di disporre dell'immagine di un'epoca così cruciale di cambiamento cosmico, un'immagine che potrebbe aiutarci a ricostruire l'età dell'universo.

NITIDEZZA - La qualità dell'immagine è talmente precisa che consente la visione di dettagli quali fino ad ora era possibile individuare solo in galassie nei paraggi della nostra, la Via Lattea. Quelle antichissime galassie si rivelano più caotiche, più interconnesse tra loro, e meno nitidamente formate rispetto alla Via Lattea. Per riprendere quelle immagini il telescopio Hubble ha impiegato quattro mesi di orbite terrestri, dal 1 settembre in poi, puntando a ogni orbita quella regione del cielo per un totale di un milione di secondi complessivi (pari a 11,3 giorni frammentati nelle orbite). La produzione dell'immagine da ricomporre è stata tenuta gelosamente segreta dagli scienziati. Il direttore dell'Istituto del telescopio, Steven Beckwith ha colto questa occasione per esprimere una volta di più la speranza che a Hubble possa essere consentito di lavorare ancora e di produrre altre meraviglie.


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Scienziati americani: «Abbiamo la foto di quando era "bambino"»

L'Universo è nato 13,7 miliardi di anni fa

Utilizzato un satellite progettato dalla Nasa. Le prime stelle hanno brillato 200 milioni di anni dopo il Big Bang

WASHINGTON - L'universo ora ha una data di nascita. Scienziati americani, usando un satellite progettato dalla Nasa, hanno stabilito in 13,7 miliardi di anni l'età dell'universo.

PRECISIONE - Il satellite ha catturato la migliore immagine possibile di quando l'universo era «bambino». «Abbiamo catturato l'immagine dell'Universo bambino - ha annunciato Charles L. Bennet del Goddard Space Flight Center e responsabile del team di scienziati dellla Nasa/Wmap - e grazie a questa straordinaria foto ora potremo descriverlo con una precisione senza precedenti»,.

ETA' - Una delle più sorprendenti informazioni che gli scienziati hanno ricevuto dall'immagine è che la prima generazione di stelle che si è illuminata nell'universo ha brillato per la prima volta soltanto 200 milioni di anni dopo il Big Bang, molto prima di quanto credevano gli scienziati. L'immagine, inoltre, consente di fissare l'etá dell'Universo a 13,7 miliardi di anni, con un margine di errore di appena l'uno per cento.

12 febbraio 2003


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Generate dal Big Bang con lunghezza d'onda di 300 mila anni luce

Scoperte onde sonore nell'universo primordiale

ROMA - Scoperte le onde sonore generate dal Big Bang, a un anno dall'immagine di com'era l'universo poche centinaia di migliaia di anni dopo la grande esplosione grazie all'esperimento BOOMERanG.

LE ONDE SONORE NELL'UNIVERSO - Lo stesso gruppo internazionale di ricercatori - guidato da Paolo de Bernardis dell'Università di Roma La Sapienza e da Andrew Lange del California Institute of Technology - ha stavolta scoperto il «suono» del Big Bang. La scoperta - presentata domenica a Washington al congresso della American Physical Society - ha dimostrato la presenza di onde sonore nell'universo primordiale e ne ha analizzato il timbro.

RAFFORZATA «TEORIA DELL'INFLAZIONE» - Queste onde comprimono e rarefanno il gas incandescente che costituiva l'universo circa 15 miliardi di anni fa. La scoperta rafforza la cosiddetta «teoria dell'inflazione», secondo la quale l'universo oggi osservabile proviene da una minuscola regione subatomica, che venne gonfiata vertiginosamente un attimo dopo il Big Bang.

LUNGHEZZA D'ONDA DI 300 MILA ANNI LUCE - L'esperimento sul pallone stratosferico BOOMERanG (Balloon Observations Of Extragalactic Radiation and Geophysics) ha fotografato le prime deboli strutture presenti 15 miliardi di anni fa, quando l'universo era un gas incandescente, mille volte più caldo e un miliardo di volte più denso. Secondo la teoria, nel gas incandescente hanno risuonato solo le onde con una lunghezza particolare (circa 300 mila anni luce), quelle con lunghezza metà, un terzo, e così via, come avviene in un flauto.

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Il sensazionale ritrovamento realizzato dal telescopio Hubble

Scoperto dalla Nasa il pianeta più antico

Il gigante gassoso di 13 miliardi di anni pone nuovi dubbi: il cosmo potrebbe essere molto più vecchio di quanto si pensa.

WASHINGTON (USA) - Una scoperta che potrebbe far rivedere l'età del'universo. O far riscrivere le teorie sulla sua formazione. E' stato infatti scoperto il più antico pianeta dell'universo fino ad ora conosciuto. Il pianeta descrive una complicatissima orbita tortuosa attorno a due stelle spente (una pulsar ed una nana bianca), ha una massa pari a due volte e mezza quella di Giove, ha un passato molto turbolento, nei suoi quasi 13 miliardi di anni di vita, e dista da noi 5.600 anni luce, nella zona del cielo corrispondente alla costellazione dello Scorpione.

Gli astronomi della NASA hanno rilevato la sua presenza grazie al Telescopio Spaziale Hubble, che orbita attorno al nostro pianeta fuori del «vetro sporco» costituito dall'atmosfera terrestre: il pianeta è troppo lontano per poter essere avvistato direttamente, ma la sua presenza è stata rilevata a causa della deformazione che la sua forza di attrazione gravitazionale imprime alla traiettoria delle due stelle del suo intricato sistema solare.

PRIMA GENERAZIONE DI PIANETI - «Quello che riteniamo di avere scoperto - ha commentato, in una conferenza stampa convocata dalla NASA, uno degli autori dello studio, Stein Sigurdsson, dell'Università dello Stato della Pennsylvania - è un esemplare della prima generazione di pianeti nati nell'Univereso. Pensiamo che questo pianeta si sia formato insieme alla sua stella, 12 miliardi e 713 milioni di anni fa, quando la nostra galassia era giovanissima, era ancora in via di allestimento». Per fare un paragone, basti pensare che la nostra Terra, insieme agli altri pianeti del sistema solare, orbita attorno alla stella Sole che è nata «solo» meno di 5 miliardi di anni fa. Fino ad oggi gli astronomi hanno trovato 107 pianeti al di fuori del Sistema Solare, ma sono tutti antichi al massimo 4,5 miliardi di anni. Sempre fino ad oggi, si pensava che non potessero esistere pianeti di antichità maggiore, perché per formarsi essi hanno bisogno di elementi "pesanti", prodotti da una generazione di stelle successiva alle prime formatesi dopo il Big Bang. Il Sole è una stella di "terza generazione", mentre gli astri dell’ammasso M4 sono di "prima generazione". La scoperta, secondo l’astronomo Harvey Riche, porterà a rivedere la nostra "scala dei tempi" per la formazione dei pianeti e dello stesso universo. Si pensa infatti attualmente che l'universo abbia circa 15 miliardi di anni, ma forse potrebbe essere molto più vecchio.

SISTEMA STELLARE STRAORDINARIO - Le due stelle attorno alle quali orbita il pianeta gigantesco sono una nana bianca ed una pulsar, che orbitano l'una attorno all'altra da molto tempo prima che il grande pianeta nascesse. Sono entrambe stelle spente: la nana bianca è una stella morente, costituita dal residuo di un'esplosione relativamente recente di una stella che aveva esaurito il proprio combustibile naturale, l'idrogeno. La stella di neutroni è invece una stella ormai morta, gira vorticosamente su se stessa ed ha una massa di materia superdensa, concentrata in uno spazio estremamente ristretto: risucchia costantemente materiale gassoso dalla stella nana sua compagna. Insieme al pianeta gassoso, le due stelle girano in una danza a tre, di scarsissimo interesse per le prospettive di colonizzazione dello spazio.

11 luglio 2003


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«Fantastico show di luci nello spazio» grazie al telescopio Nasa

Esplode una stella, Hubble la fotografa

Lontana 20 mila anni luce dalla Terra, nel gennaio 2002 è diventata all'improvviso 600mila volte più luminosa del Sole.

WASHINGTON - Nel gennaio 2002, una stella fioca in una costellazione lontana è diventata improvvisamente 600 mila volte più luminosa del nostro Sole, trasformandosi temporeamente nella stella più luminosa della via lattea. Poi la stella si è pian piano spenta svanendo nell'oscurità, ma le osservazioni del telescopio spaziale Hubble hanno permesso di registrare un fenomeno detto «light echo» (eco di luce), che mostra la nube di polvere che circonda la stella. Immagini che permetteranno di fare passi in avanti nello studio delle stelle anziane.

SPETTACOLO - «Come alcune vecchie celebrità, questa stella ha avuto il suoi 15 minuti di fama», ha detto Anne Kinney, direttore del programma di astronomia e fisica della Nasa. «Ma la sua eredità rimane e rivela un fantastico show di luci nello spazio. Fortunatamente, Hubble ha un posto in prima fila per questo spettacolo unico nel nostro universo». La stella ripresa da Hubble si chiama V838 Monocerotis ed è a circa 20 mila anni luce dalla Terra.

VISIONE NITIDA - Emissioni di luce dovute all'esplosione di una stella circondata da polveri era stata vista per l'ultma volta nel 1936, molto prima che la moderna tecnologia di Hubble fosse a dispozione. «Mentre la luce dell'esplosione continua a scuotere la nube che circonda la stella, vediamo continui mutamenti dei margini della nube. Il fenomeno visto con Hubble è così nitido che possiamo fare una "tac" dello spazio intorno alla stella», ha detto Howard Bond dell'osservatorio di Baltimora.

30 marzo 2003

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Hubble scopre la galassia curva delle nuove stelle

   ESO 510-G13 è un disco nebuloso dal profilo insolito e che mostra gli astri in formazione come all'origine del mondo.

NEW YORK - Il telescopio spaziale Hubble ha catturato l'immagine di una galassia dal profilo insolito.

INSOLITA GALASSIA - I bracci a spirale di solito appaiono piani, come nella nostra Via Lattea, ma in questo caso si presentano con una particolare struttura intrecciata.
La fotografia, che rivela interessanti dettagli del disco nebuloso, mostra come la collisione delle galassie generi la formazione di nuove generazioni di stelle, come all'alba del mondo. Tali particolari sono visibili perchè la polvere interstellare che ne segna il bordo è posta in evidenza dalla luce emessa dal centro della galassia.


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"Ecco una stella inghiottita da un buco nero"

Un evento di 700 milioni di anni fa arriva fino a noi soltanto ora: la massa dell'astro è stata attratta,  frantumata.

 NEW YORK - La prova è arrivata dallo spazio, anzi, dal tempo, da ben 700 milioni di anni fa. E soltanto ora è giunta sulla Terra, agli scienziati che scrutano l'universo con mezzi elettronici. Una stella è stata attratta, frantumata e in parte inghiottita da un buco nero che potrebbe avere una massa di un milione di volte superiore a quella del sole.

Un fenomeno che potrebbe essere la prova definitiva della capacità dei "buchi neri" dell'universo di far "sparire" stelle e pianeti.


CAMPO DI GRAVITA' - Una squadra di astrofisici americani ha rivelato il fenomeno della stella "mangiata" dal black hole attraverso con due telescopi. Anche la Nasa afferma di avere osservato il fenomeno, e un'altra conferma arriva dall'Agenzia spaziale europea. Per questo da oggi, dice la Nasa, si può affermare di avere visto e verificato che i buchi neri divorano o quanto meno smembrano e distruggono le stelle che capitano loro a tiro.
Fa impressione sapere che l'evento osservato oggi è in realtà accaduto 700 milioni di anni fa ed è giunto al nostro "presente" dove è stato visto, appunto, da vari esperti dell'osservatorio Chandra americano e dell'Xmm Newton dell'Esa. Secondo gli astronomi la stella della galassia Rxj1242-11, si è avvicinata troppo al buco nero presumibilmente dopo essere stata deviata nel suo cammino da un'altra stella.

Il campo gravitazionale enorme del buco nero ha allora cominciato ad attirare materia stellare. Le stelle sono in grado di sopportare perdite di materia e anche stiramenti e deformazioni, ma in questo caso si è raggiunto il punto di rottura e la stella si è praticamente frantumata, mentre una sua parte veniva totalmente assorbita dal buco nero.

20 febbraio 2004

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L'universo sarebbe costituito per il 65% da una radiazione invisibile

Usa: gli astrofisici ipotizzano l'«energia oscura»

Lo studio compiuto da due squadre di scienziati su una supernova porterebbe a conclusioni sconcertanti

WASHINGTON (USA) - Un tipo di energia sconosciuta. Che costituirebbe il 65% dell'universo tanto da essere la causa della sua espansione oltre al «big bang». E che alcuni astrofisici cominciano a chiamare «energia oscura». Questa l'affascinante ipotesi proposta da due squadre di scienziati Usa che hanno analizzato l'esplosione della stella supernova più lontana (e quindi anche la più antica) mai osservata fino ad ora: la sua luce, sprigionata quando il cosmo era ancora relativamente molto giovane, ha impiegato 11 miliardi di anni per arrivare fino a noi.
Questo antichissimo «mostro» del cielo potrebbe fornirci la chiave per svelare il mistero dell'espansione dello spazio-tempo, al di là della ricerca della fantomatica «materia oscura», un tipo di elemento che era stato ipotizzato per spiegare l'apparente rallentamento dell'universo.

UNA STELLA SEMPRE PIU' LUMINOSA - La supernova, denominata 1997ff, appariva decisamente più luminosa quando fu avvistata la prima volta, quattro anni fa, rispetto alle osservazioni più recenti: questo fenomeno costituisce una dimostrazione del fatto che l'universo continua ad espandersi a velocità crescente, giacchè l'attenuazione della luminosità apparente è indizio della maggiore lontananza dell'astro.
Da settant'anni, in realtà, gli astrofisici avevano elaborato una teoria cosmologica secondo la quale l'universo attualmente sarebbe in fase di rallentamento della sua espansione, giacchè quest'ultima è frenata dalla forza di attrazione gravitazionale reciproca esercitata da tutta la materia che l'universo stesso contiene. Ma in un universo in espansione decelerata, la luminosità degli oggetti lontani non dovrebbe ridursi così tanto.

ENIGMA COSMICO - Quando per la prima volta 1997ff fu avvistata, grazie al telescopio spaziale Hubble, la sua luce apparve più viva e brillante di quella di altre supernove più giovani, e apparse più vicine a noi.
Le due squadre di scienziati che la studiarono, una dello Space Telescope Science Institute di Baltimora ed un'altra del Lawrence National Laboratory di Berkeley (California), concordano nel constatare l'accelerazione dell'espansione cosmica, accelerazione che dovette cominciare ancora fra i quattro e gli otto miliardi di anni fa e che dovrebbe essere attribuita all'«energia oscura».
Ma il concetto di energia oscura rimane ancora troppo vago e sfuggente: si sa solo che il suo comportamento appare decisamente più simile a quello di una energia che a quello della materia, e secondo le ultime ipotesi formulate sull'argomento, il 65% dell'universo potrebbe essere costituito da energia oscura. Per ora, tuttavia, anche se autorevole, l'ipotesi in questione si fonda soltanto sull'osservazione di una sola supernova.

Per saperne di più sulla materia oscura clicca quì.


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Spazio: captato segnale misterioso

29 Agosto 2004

Un misterioso segnale è stato captato dal radiotelescopio di Arecibo in Portorico. Secondo quanto riferito da alcuni scienziati si tratterebbe di un messaggio extraterrestre. La notizia è stata diffusa dall'ultimo numero di New Scientist. Immediato lo stupore e l'interesse dei profani, ma pronti anche i dubbi e le perplessità degli esperti.

Captato da un progetto nato per scovare messaggi dallo spazio, il segnale sarebbe quanto di più simile ci possa essere ad un eventuale segnale extraterrestre. Tecnicamente parlando, il segnale battezzato "SHGb02+14a" viaggia sulla frequenza di
1420 MhZ ed è stato scoperto dagli astronomi e ricercatori del progetto SETI@home, un programma scientifico il cui obbiettivo
e' di setacciare vaste sezioni dell'emisfero celeste alla ricerca di segnali 'artificiali' ovvero prodotti da creature intelligenti.

Captato per la prima volta a febbraio, il segnale sembrerebbe provenire da un punto imprecisato situato tra la costellazione dei Pesci e quella dell'Ariete. Emesso su una precisa banda, il messaggio sarebbe stato inviato con le modalità tipiche di corpo in movimento capace di girare 40 volte più veloce della Terra.

Al momento non si esclude nessuna ipotesi, ma per parlare di segnali alieni, come suggerisce anche il direttore del progetto Seti, è necessario fare molte altre ricerche. Per prima cosa va verificato che il segnale si ripeta e che non sia di origine naturale. Solo allora si potrà considerare la questione in maniera differente. Per ora rimangono solo dubbi.

(fonte: Tg Com)

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Cos'è quella polvere attorno alle stelle?

Ci volevano Spitzer e Hubble, due tra i più importanti telescopi attualmente in orbita, per gettare nuova luce sui dischi di polvere e detriti che circondano alcune stelle simili al Sole. Hubble ha ottenuto un'immagine particolarmente accurata del disco presente attorno a una stella molto più giovane del Sole, al massimo 250 milioni di anni di età.

Un giorno quei detriti formeranno pianeti rocciosi.
Spitzer ha invece osservato stelle di oltre 4 miliardi di anni di età, circa la stessa del nostro Sole, scoprendo la presenza di grandi quantità di polvere e frammenti. Presenza che forse tradisce l'esistenza di pianeti rocciosi.

(fonte: http://www.pd.astro.it/urania/urania.html)

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L'Universo è come una matrioska?

ERICE (TRAPANI) - Per la prima volta dati sperimentali sostengono l'ipotesi che l'Universo potrebbe essere una grande ''matrioska'' dove le galassie si trovano all'interno di strutture più estese, diverse nelle dimensioni ma uguali nelle forme. Dunque non un Universo omogeneo ma ''frattale'', un termine utilizzato dagli astrofisici per indicare questa caratteristica.

 

Lo ha annunciato in anteprima, a margine di un workshop sulla Complessità tenutosi nel centro ''Ettore Majorana'' di Erice, il padre della teoria dell'Universo frattale, il fisico Luciano Pietronero, ordinario di Struttura della materia nell' università ''La Sapienza'' di Roma.
''A rafforzare l'ipotesi che la distribuzione della materia nel Cosmo sia disomogenea - spiega Pietronero - sono i primi risultati sperimentali del progetto Sloan, che ha l'obiettivo di realizzare una mappatura tridimensionale dell'Universo''. La teoria dell'Universo frattale, da oltre un decennio, e' oggetto di un acceso dibattito nel mondo scientifico.


Il progetto relativo alla ''mappatura tridimensionale'' dell'universo, in cui sono impegnati scienziati statunitensi e giapponesi, fino ad ora e' stato realizzato per il 35% del complesso previsto.
Il progetto Sloan, che al termine della ricerca sperimentale sarà in grado di ''fotografare'' con i suoi 40 milioni di occhi elettronici assemblati in un telescopio circa un decimo del raggio dell'intero Universo, una dimensione mai raggiunta prima di adesso, ''ha notato, sin da adesso - spiega Pietronero - che allargando il campo e la profondità delle osservazioni le strutture osservate invece di diluirsi in un fluido omogeneo si dimostrano parte di strutture ancora più grandi, appunto come un frattale''. Secondo Pietronero, ''la sperimentazione ci indica che bisogna abbandonare il concetto di materia oscura (un parametro arbitrale, inserito dai cosmologi per spiegare quello che ancora non si conosce) così come e' stato fatto fino ad ora''. Per l'autore della teoria dell'Universo frattale, ''le osservazioni sperimentali non sono spiegabili con la cosiddetta materia oscura''.


Se poi ci fosse la conferma assoluta dell'assenza di omogeneità dell'Universo, ''cosa che oggi nessuno può sapere'' - dice Pietronero - vuol dire che l'Universo è dominato da energia della radiazione di fondo, che è isotropa''.
In sintesi, qualora venisse confermato che l'Universo è una matrioska, ''l'irregolarità cosmica prenderebbe - osserva lo scienziato - il sopravvento sulla regolarità con conseguenze, certamente, importanti che potrebbero rimettere in discussione anche il Big Bang. Si aprirebbe cioè una nuova grande sfida. La eventuale conferma che l'Universo e' un frattale non deve essere visto come un punto di arrivo, bensì come un punto fermo su cui costruire una nuova teoria, accantonando quella prevalente di oggi basata sull'assunto dell'omogeneità' dell'Universo''.

(fonte: Ansa)

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Osservata la più grande esplosione nello spazio

Buco nero emette gas dopo aver ingoiato 300 milioni di soli

Gli astronomi: «Incredibile la massa assorbita in poco tempo». Le emissioni sono cominciate circa 100 milioni di anni fa

NEW YORK - Gli astronomi hanno rilevato un'esplosione di una potenza mai osservata finora nello spazio. Secondo un comunicato della Nasa, la super-esplosione è stata provocata dall'assorbimento da parte di un buco nero dell'equivalente di 300 milioni di soli. Il buco nero, dove aver «ingerito» questa gigantesca massa di materia, continua a emettere grandi quantità di gas, sotto la pressione di una massa che forma gigantesche bolle al centro di un gruppo di galassie chiamato Ms 0735. L'osservazione è stata resa possibile dall'impiego di telescopi a raggi X.

INCREDIBILE - Secondo le stime degli astronomi, queste eruzioni di gas durano da almeno 100 milioni di anni e sono state osservate col telescopio Chandra a una distanza di circa 2,6 miliardi di anni luce dalla Terra. In confronto con le altre galasse, questo buco nero è relativamente recente e ha «ingoiato» una quantità incredibile di materia in poco tempo, secondo quanto sostiene Brian McNamara, astrofisico dell'Università dell'Ohio, che ha diretto la ricerca. «Sono rimasto sorpreso nel constatare che una massa pari a 300 milioni di soli possa essere assorbita così». Gli astronomi hanno sottolineato l'importanza dei telescopi a raggi X per poter osservare questo tipo di fenomeni.

 7 gennaio 2005

(fonte: Urania)

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C'è una stella che sta tentando di fuggire dalla nostra galassia.


Secondo i calcoli sta schizzando via a una velocità di oltre due milioni di chilometri all'ora e punta dritto verso l'esterno della galassia.
Di questo passo ne sarà completamente fuori fra 80 milioni di anni. Gli astronomi pensano che questa "evasione" sia frutto di un brutto incontro, avvenuto più o meno cento milioni di anni fa.

Fu allora che la stella deve essere passata nei paraggi di un grande buco nero.La stella ha cominciato a girargli attorno ma lo ha fatto troppo forte. E' stata così scagliata via, proprio come accade a un sasso lanciato da una fionda.
 

18 febbraio 2005

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Piccoli sistemi solari crescono

Un sistema solare in embrione


Una recente scoperta effettuata dagli astronomi della NASA grazie al telescopio spaziale Spitzer potrebbe aiutare gli scienziati a far luce su alcuni misteri che ancora circondano le origini del nostro mondo.
I ricercatori americani hanno infatti potuto osservare un disco di materiale polveroso, in pratica un pianeta nella sua fase embrionale, orbitare attorno ad una stella dalle dimensioni eccezionalmente ridotte.


Baby Pianeti alla riscossa.
Si tratta di una nana bruna chiamata OTS44 grande appena 15 volte Giove. Tutti i pianeti in formazione osservati fino ad ora orbitavano attorno a stelle dalla massa molto più consistente, almeno 25 o 30 volte quella del gigante rosso.
Le nane brune, invece, sono una sorta di enigma astronomico: chiamate anche stelle mancate o super pianeti, queste sfere di gas freddo, non hanno una massa sufficiente per accendersi e produrre luce, e nella maggior parte dei casi si trovano nello spazio da sole, non in orbita attorno ad altri corpi.


Secondo gli astronomi il disco di polvere attorno a OTS44 ha una massa sufficiente per dar vita a un pianeta gassoso gigante e ad alcuni pianeti rocciosi delle dimensioni della Terra. Quello che gli scienziati si domandano è se attorno a una nana bruna potrebbero mai svilupparsi le condizioni per la vita.
Caldi e vicini si sta meglio. Queste stelle mancate hanno infatti temperature piuttosto basse e i pianeti dovrebbero star loro molto vicino per ricevere una quantità di calore sufficiente per mantenere l'acqua allo stato liquido.


Le nane brune sono rare e difficili da studiare a causa dello scarsa luminosità: obiettivo della ricerca è ora quello di monitorare l'evoluzione del mini sistema solare di OTS44 per trarre informazioni utili alla comprensione dei processi che portano alla nascita dei pianeti  

10 gennaio 2005

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C'E' VITA SU MARTE?

A darci la risposta una volta per tutte potrebbe essere la sonda europea Mars Express, grazie a uno dei suoi strumenti più
importanti: l'italianissimo PFS, sviluppato dal nostro Istituto Nazionale di Astrofisica. Le sue analisi hanno rilevato che nell'atmosfera marziana deve esserci molto più metano di quanto finora stimato. Sappiamo che il metano è un prodotto o di fenomeni vulcanici o di organismi viventi. Il primo caso, quello dell'origine vulcanica, sembrerebbe il più probabile ma, vulcanicamente parlando, Marte è un pianeta quasi spento. Ecco allora che si fanno sotto i sostenitori dell'altra origine, quella biologica. Secondo loro a produrre così tanto metano potrebbero essere colonie di microbi che vivono nel sottosuolo.
Per saperne di più su Marte clicca quì

 

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L'Universo di neutrino

 I neutrini sono particelle elementari senza carica e con una massa molto piccola, difficili da rivelare poiché interagiscono debolmente con la materia.

Lo studio di queste particelle esotiche è di vitale importanza per capire i costituenti fondamentali di cui è fatto l’Universo. Secondo il modello del Big-Bang, la densità media dei neutrini che permeano lo spazio è di circa 150 particelle per centimetro cubico. La Terra, perciò, è come se fosse immersa in un mare di neutrini, senza che noi ce ne accorgiamo.

 

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Scoperta una Grande Terra in orbita attorno a un altro sole

Per la prima volta è stato individuato un pianeta roccioso, con un diametro di circa due volte quello terrestre

Un nuovo importante passo nella ricerca di pianeti di dimensioni comparabili a quelle della Terra appartenenti ad altri sistemi planetari è stato annunciato ieri alla National Science Foundation (NSF), l’agenzia federale americana che finanzia circa un quinto di tutta la ricerca di base negli Stati Uniti.

La Grande Terra appena scoperta orbita attorno alla stella Gliese 876, ad appena 15 anni luce da noi, in direzione della costellazione dell’Acquario. Una stella che possiede almeno altri due pianeti, di taglia simile a quella di Giove (che ha una massa 315 volte più grande di quella della Terra) e uno di questi avrebbe una superficie solida e rocciosa.

Se così fosse sarebbe un vero colpo grosso. Finora sono stati individuati oltre 150 pianeti extrasolari, ma tutti del tipo gigante gassoso. Vale a dire enormi pianeti fatti di gas, al massimo con un piccolo nucleo solido. Qui si parla invece di un pianeta grande appena due volte la Terra: troppo piccolo per essere un gassoso, deve essere per forza di tipo roccioso e forse possiede anche un’atmosfera.

Ma questa Grande Terra orbita attorno alla propria stella in appena due giorni: è talmente vicina alla superficie del suo sole che le temperature diurne probabilmente giungono a 200-400°C: un autentico calore da forno, che non favorirebbe la vita per come la conosciamo sul nostro pianeta.

Il gruppo di astronomi ha stimato per il nuovo pianeta una massa minima di 5,9 masse terrestri, un periodo orbitale di 1,94 giorni a una distanza di 0,021 Unità Astronomiche (UA). In altre parole, la Grande Terra orbita attorno a Gliese 876 a poco più di tre milioni di km: quasi cinquanta volte più vicino di quanto non faccia il nostro pianeta attorno al Sole.

Tre altri possibili pianeti rocciosi sono già stati scoperti fuori dal sistema solare. Ma orbitano attorno a una pulsar, i resti pulsanti di una stella ormai esplosa.

Questo pianeta invece risponde a una domanda antica” ha detto il team leader Geoffrey Marcy, professore di astronomia presso l’Università della California – Berkeley. “Oltre duemila anni fa i filosofi greci Aristotele ed Epicuro si chiedevano se altrove esistessero luoghi simili alla Terra. Ora, per la prima volta, abbiamo gli indizi dell’esistenza di un pianeta roccioso in orbita attorno a una stella normale.

(fonte: newsletter di Urania - Corriere della Sera)
14 giugno 2005

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Scoperto un decimo pianeta in orbita attorno al nostro sole

Pianeta? Asteroide? Per ora «2003 UB313»

LOS ANGELES - Il sistema solare avrebbe un decimo pianeta. Lo sostiene un' équipe di scienziati statunitensi che ieri ha annunciato di aver scoperto, gravitante a 15 miliardi di chilometri dalla Terra, 2003-UB313.

L'annuncio e' stato fatto nel corso di una conferenza stampa dall'astronomo Michael Brown, capo dell' unità di astronomia planetaria del prestigioso Istituto californiano di tecnologia di Pasadena, nei pressi di Los Angeles.

"Tirate fuori le penne e cominciate a riscrivere i manuali scolari" ha scherzato Brown. Il nuovo pianeta e' grande " due volte e mezzo" Plutone, ha poi spiegato.

2003-UB313 e' stato fotografato con le sofisticate apparecchiature impiantate sul Monte Palomar, nel Sud della California. La Nasa ha finanziato parte del programma di cui Brown e' responsabile. La scoperta e' stata effettuata in collaborazione con Chad Trujillo dell'osservatorio Gemini di Mauna Kea, nelle Hawaai, e David Rabinowitz, dell'Universita' di Yale, nel Connecticut.

 Pianeta o asteroide?
Questo è il dilemma. Non si era ancora spenta l'eco della scoperta di un grande corpo celeste, poco più piccolo di Plutone (il più lontano dei nove pianeti storici del nostro sistema solare), che è arrivato un altro annuncio sbalorditivo. L'astronomo Mike Brown del California Institute of Technology ha comunicato la scoperta di un altro corpo celeste, grande più di due volte e mezzo Plutone e circa tre volte più distante dal Sole.

Per ora il corpo viene identificato con una anonima sigla: «2003 UB313», ma ancora una volta si è riproposto il dilemma se debba essere considerato un pianeta, il decimo della serie, oppure un grande asteroide.

Gli astronomi sono profondamente divisi. Per alcuni è ormai evidente che ai margini del sistema solare c'è un numeroso gruppo di corpi celesti, alcuni dei quali con dimensioni planetarie, i quali formano una vera e propria fascia asteroidale, simile a quella che c'è fra Marte e Giove. I pezzi di questa fascia periferica, battezzata «Kuiper Belt», vengono scoperti solo ora grazie ai progressi tecnologici dei telescopi. Secondo questo punto di vista, anche se alcuni oggetti Kuiper hanno grandi dimensioni, non avrebbe senso attribuire ad essi lo status di pianeta perchè la loro natura è diversa. Per esempio l'orbita di «2003 UB313» è sbilenca, cioè molto più inclinata rispetto a quelle dei pianeti, forse a causa di remote collisioni avvenute fra i corpi della fascia di Kuiper. Altri astronomi, invece, pensano che le dimensioni e la forma dettano legge: «2003 UB313» è il primo corpo di dimensioni ultra plutoniane scoperto finora, è rotondo, quindi merita l'appellativo di pianeta.

C'è una terza opinione maturata in questi ultimi mesi. Lo stesso Plutone, che ha caratteristiche fisiche e orbitali anomale, andrebbe declassato da pianeta e ridotto allo stato asteroidale. Ma questa proposta fa rabbrividire gli astronomi tradizionalisti, soprattutto gli americani, i quali pensano che sarebbe un affronto al loro connazionale Clide Tombaugh, scopritore di Plutone nel 1930. La contesa, a questo punto, sarà arbitrata da un organismo super partes, l'Unione astronomica internazionale, che si dovrà pronunciare nei prossimi mesi.

(fonte: Ansa - Corriere della Sera)

30 luglio 2005

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Spruzzi d'acqua su Enceladio

Su una luna di Saturno ci sono geyser che spruzzano acqua.

  Su una luna di Saturno ci sono geyser che spruzzano acqua. A dircelo è Cassini, la sonda nata dalla collaborazione tra NASA, Agenzia Spaziale Europea e Agenzia Spaziale Italiana. La Cassini ha osservato da vicino Encelado, uno dei 31 satelliti di Saturno finora conosciuti. Ed elaborando le immagini e i dati raccolti gli esperti hanno dedotto la presenza di spruzzi d’acqua che fuoriescono dalla sua superficie.

Questo significa che nel sottosuolo di Encelado, sotto la sua crosta ghiacciata, c’è acqua allo stato liquido. Più sopra, sulla superficie, la temperatura si aggira però sui meno 190 gradi. Così, nel momento in cui viene spruzzata fuori, l’acqua congela all’istante. Niente laghi o fiumi quindi, ma solo geyser giganteschi che durano pochi istanti.

Nonostante questo scenario poco promettente, la presenza di acqua liquida fa comunque di Encelado un corpo dove andare a cercare la vita. Gli esperti non escludono infatti che ai bordi di quei geyser possano essersi sviluppati dei microrganismi. Per scoprirlo bisognerebbe scendere a controllare e purtroppo la Cassini questo non può farlo. Che venga presto annunciata una nuova missione?

marzo 2006

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Fotografato il polo sud di Venere

Arrivate le prime immagini del Polo Sud del misterioso pianeta dove un giorno è pari a 243 di quelli terrestri.

13 aprile 2006: è la data che in coro gli scenziati dicono resterà nella storia dello spazio europeo.
Il giorno in cui la sonda dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA) Venus Express ha inviato le prime immagini di Venere, dopo cinque mesi di navigazione e dopo essere stata catturata dall'orbita del pianeta da soli due giorni. La prima sonda a raggiungere Venere dal 1989.
Immagini «incredibili», «straordinarie», si ripetono i commenti, scattate il giorno prima.

IMMAGINI UNICHE
«Quando le abbiamo viste non credevamo ai nostri occhi», ha affermato Giuseppe Piccioni, dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e responsabile dello strumento italiano che ha inviato a Terra le foto spettacolari, lo spettrometro a immagini VIRTIS (Visible and Infrared Thermal Imaging Spectrometer). Oltre a VIRTIS, ad operare tra il fitto strato di nubi riportandoci il volto di Venere, è stata la fotocamera tedesca VMC (Venus Monitoring Camera).
È così possibile, per la prima volta, osservare il Polo Sud del pianeta su lunghezze d'onda molto diverse. VIRTIS, infatti, riesce a penetrare tra la coltre nuvolosa, utilizzando le lunghezze d'onda dell'ultravioletto e dell'infrarosso.
«È un risultato unico - ha detto ancora Piccioni - e che ha permesso di verificare che anche nel Polo Sud di Venere si verificano gli stessi vortici polari osservati in passato nel Polo Nord del pianeta dalle sonde americane Pioneer Venus».

MISTERI DI VENERE ED EFFETTO SERRA
Questa ricerca permetterà di svelare la dinamica globale di Venere e i suoi misteri: il pianeta, infatti, ruota in modo lentissimo, un giorno venusiano è pari a 243 giorni terrestri; la sua atmosfera, invece, è molto più veloce e compie una rotazione completa in 3 o 4 giorni. Capire perché ciò accada è uno degli obiettivi della missione.
Le prime immagini del Polo Sud di Venere mostrano proprio il vortice che è l'effetto della "super-rotazione" dell'atmosfera del pianeta.Ma le informazioni più attese da Venus Express riguardano l'effetto serra, che su Venere è di ampie proporzioni. I dati ricavati potrebbero servire a valutare il futuro termico della Terra.

TANTA ATTESA
E si aspettano ancora tante sorprese. Non difficili da venire se si considera che i primi scatti, così interessanti, sono stati fatti a 206.452 chilometri dal pianeta. Ora la sonda studierà Venere per almeno altri cinquecento giorni. E il 7 maggio si avvicinerà molto di più raggiungendo i 250 km di distanza.

13 aprile 2006

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DNA NELLE COMETE

Alla domanda di come abbia fatto la terra in così poco tempo a trasformarsi da un ambiente inospitale a luogo adatto alla comparsa della vita, ora forse abbiamo la risposta.

Nella coda c’è il Dna: ecco la cometa che trasporta la vita in frammenti di roccia minuscoli, delle dimensioni di dieci micron. Sassolini che gli astrofisici chiamano grani, i più poetici polvere di stelle. In realtà, in questo caso, polvere di cometa, strappata alla coda di Wild-2 nel gennaio del 2004 dalla sonda americana Stardust e poi analizzata in laboratorio da duecento studiosi di tutto il mondo, fra cui sette italiani. Il risultato delle loro ricerche è la conferma di una teoria affascinante, quella secondo cui proprio le comete, queste formazioni glaciali che vivono ai confini del Sistema solare, sarebbero state le portatrici della vita sulla Terra. La composizione dei grani rivela infatti tracce di molecole organiche, come gli aminoacidi: le stesse che costituiscono l’ossatura del Dna e della vita.

La scoperta, descritta in sette articoli pubblicati sulla rivista Science, si deve anche a un gruppo italiano: quello coordinato da Alessandra Rotundi, astrofisica dell’Università Parthenope di Napoli (che ha anticipato i primi risultati al Future Centre di Venezia, nell’ambito di «Progetto Italia» di Telecom) e da Luigi Colangeli, direttore dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte. «I grani della cometa - racconta Alessandra Rotundi - ci riportano indietro nel tempo: per la precisione, a 3,9 miliardi di anni fa, quando il nostro pianeta era ancora giovane (aveva soltanto 600 milioni di anni) e molto inospitale. All’epoca, la Terra subì un bombardamento di comete: e questa è stata la tappa che ha portato i primi "mattoni" che hanno poi costituito il materiale organico alla base della vita».

Il fatto che le comete fossero costituite da materiali organici era già stato intuito dagli astrofisici. E una prova era il fatto che le prime tracce organiche nelle rocce risalgano a 3,8 miliardi di anni fa: «Senza l’intervento delle comete, sarebbe difficile spiegare come mai, nel giro di così poco tempo, la Terra si sia trasformata da un ambiente inospitale a un luogo adatto alla comparsa della vita».

Il materiale delle comete - aminoacidi, carbonio, minerali a base di silicio - non è identico a quello del Dna: in mezzo c’è ancora «un passaggio»: ma le comete avrebbero avuto un ruolo anche in questo. Non avrebbero, quindi, portato soltanto i «mattoni»: «Il ghiaccio e l’acqua di cui sono composte - spiega Rotundi - potrebbero aver avuto un ruolo anche nella formazione degli oceani, cioè l’ambiente in cui poi, effettivamente, si sono create le condizioni ideali allo sviluppo delle molecole della vita». Tutte quelle che erano teorie, oggi, grazie alla polvere catturata da Stardust, sono confermate: quei cento, preziosissimi grani portati sulla Terra sono infatti «i primi campioni provenienti da una fonte certa del Sistema solare dai tempi dell’Apollo 17», che nel 1972 trasportò alcune rocce lunari.

Gli astrofisici italiani - selezionati dalla Nasa - hanno studiato sette di quei cento grani, per quasi un anno: questi sono soltanto i primi risultati. Anche perché le tracce lasciate dal tempo sui grani di Wild-2 (si pronuncia «wild», perché lo scopritore è stato un tedesco) dicono di minerali cristallini: e, quindi, passati vicino al nucleo del Sole e, poi, misteriosamente «usciti» per andare a costituire le comete, corpi che vivono, normalmente, molto lontani dalla nostra stella. La prossima tappa, per gli scienziati, è lo studio diretto del nucleo di una cometa, grazie alla sonda europea Rosetta. E, poi, il progetto (in fase di preparazione presso l’Agenzia spaziale europea) di «cattura» di materiali da un asteroide, sempre grazie a una sonda, per continuare a studiare i materiali delle origini: quelli che raccontano com’era il mondo, qualche miliardo di anni fa.

26 aprile 2007

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Su Marte scorre acqua anche recente

Una sonda ha rivelato nuovi sedimenti in un'area che era già stata fotografata nel 1999 e che allora non ne presentava tracce.

Sembra proprio che finalmente ci sia la prova: su Marte ci sarebbe l’acqua. Non solo ghiaccio, ma acqua liquida. E’ probabile che si trovi nel sottosuolo ma che talvolta scorra in superficie per brevi periodi. La prova è immortalata in alcune immagini ottenute dalla sonda Mars Global Surveyor fra il 2004 e il 2005

Alcune foto di Marte catturate da una sonda della Nasa hanno rivelato infatti  indizi della presenza di acqua formatasi anche in tempi recentissimi sul pianeta rosso. Tracce di nuovi sedimenti sono state notate in un area che era già stata fotografata nel 1999 e che all'epoca non presentava quelli che sembrano detriti trascinati dall'acqua. Lo ha annunciato l'agenzia spaziale americana.

La Nasa ha reso pubbliche le immagini scattate da Mars Global Surveyor, una sonda che nelle ultime settimane ha cessato di trasmettere dati a Terra dopo anni di attività. Le foto sottoposte alla nuova analisi risalgono al settembre 2005 e sono state confrontate a immagini delle stesse zone scattate nel 1999. «Queste osservazioni - ha detto Michael Meyer, che guida il programma di esplorazione su Marte della Nasa - offrono l'indizio più forte fino a oggi che l'acqua occasionalmente scorre ancora sulla superficie di Marte».

Solo tracce di acqua su Marte ma nessuna evidenza diretta di acqua sul pianeta rosso. Vale a dire che l'acqua su Marte, al momento, non è stata ancora vista. Così l'Agenzia Spaziale Italiana (ASI) ha commentato l'annuncio della Nasa relativo ai dati inviati dalla sonda americana Mars Global Surveyor. «Le dichiarazioni fatte dalla Nasa riguardano il fatto che sono state viste evidenze di acqua liquida su Marte in tempi recenti», ha spiegato il responsabile delle attività di esplorazione del Sistema Solare dell'ASi, Enrico Flamini. In altre parole, ha aggiunto, «gli strumenti del Mars Global Surveyor hanno evidenziato tracce della presenza di acqua, ma l'acqua allo stato liquido su Marte non l'hanno ancora vista». Sicuramente, ha aggiunto, evidenze di tracce di acqua su Marte «sono molto importanti e confermano i fenomeni di erosione previsti ormai da molti modelli del pianeta».

I ricercatori propongono una spiegazione: a partire da falde sotterranee, l’acqua si spingerebbe fino all’esterno e comincerebbe a scorrere seguendo le discese. Prima di trasformarsi in ghiaccio, a causa della bassa temperatura del pianeta, l’acqua avrebbe il tempo di scorrere per periodi sufficientemente lunghi da formare i depositi osservati. Questi si estendono per alcune centinaia di metri: sono indizi molto evidenti ma le certezze arriveranno solo quando l’acqua di Marte verrà individuata, ovunque si nasconda.

 

Nelle due immagini a confronto lo stesso cratere nella zona denominata Terra Sirenum fotografato a sinistra nel 1999 e, a destra, il 24 aprile 2005. Nella foto a destra si nota una striscia bianca che secondo gli scienziati della Nasa evidenzia la presenza di detriti che si sono spostati nel canalone proprio spinti dall'acqua fuoriuscita dal suolo. (Afp/Nasa)

 

«Lì forse c'è vita»

Oggi è sicuramente una superficie desertica, ma non si può escludere che sia stato ricco d'acqua, e che ce ne sia ancora nel sottosuolo. Lo suggeriscono varie formazioni geologiche, e se c'è acqua forse c'è vita.

Notizie dalla Nasa infatti ci informano che la tanto attesa scoperta di acqua su Marte pare veramente avvenuta. Che al Polo sud di Marte ci fosse ghiaccio d'acqua lo aveva già mostrato un esperimento italiano sulla sonda europea Mars Express. Ora però sembra che alcune variazioni fra un'immagine di Marte e un'altra, precedente, mostrino proprio l'avvenuto scioglimento di una formazione di ghiaccio.

 Ma perché tanto interesse per il ritrovamento dell'acqua su Marte? La presenza di acqua è strettamente legata alla possibilità di vita. Già i primi robot, Viking 1 e Viking 2, atterrati su Marte nel 1976, cercarono indizi della presenza di forme di vita elementari, ma senza successo. La ricerca continua da parte delle due sonde della Nasa — Mars Global Surveyor e Mars Odissey — che ricevono i dati dei due robot Spirit e Opportunity, e da parte della sonda europea Mars Express.

D'altra parte Marte è il luogo più favorevole, dopo la Terra, per ospitare forme di vita elementare. Infatti ha una tenue atmosfera, essenzialmente di anidride carbonica, che però da luogo a un debole effetto serra che mantiene la temperatura entro limiti sopportabili. Per esempio all'equatore la temperatura può variare da circa 15 gradi centigradi di giorno a -80 di notte. Marte, come la Terra, presenta le stagioni, perché il suo equatore è inclinato rispetto al piano dell'orbita di circa 25 gradi, un valore molto simile a quello terrestre di 23,5 gradi; come la Terra anche Marte ruota attorno al proprio asse con un periodo di poco superiore a quello terrestre, 24 ore e 37 minuti. In confronto a Mercurio e alla Luna, completamente privi di atmosfera e dove la temperatura passa, rispettivamente, da quasi +400 e +100 gradi centigradi nelle parti illuminate dal Sole a valori inferiori a -100 nelle parti non illuminate, e a Venere, la cui densa atmosfera ha prodotto un tale effetto serra da portare la temperatura a circa 500 gradi centigradi, Marte rappresenta quasi un paradiso.
 

7 Dicembre 2006

(fonte: Corriere della Sera)

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Marte, radar italiano scopre crateri nascosti

Si chiama Marsis: con i suoi occhi elettronici sta riscrivendo la storia geologica del pianeta rosso. Lo rivela la rivista Nature.

Uno dei misteri più intriganti di Marte comincia a dissolversi grazie agli «occhi elettronici» del radar italiano Marsis che ruota intorno al Pianeta Rosso. capace di scandagliare il sottosuolo con le sue onde in grado di penetrare sino ad alcuni chilometri in profondità.
Appena entrato in azione dimostrava subito la sua capacità rivelando l’esistenza di alcune strutture ghiacciate sotterranee. Ma ora è andato oltre.

Lungo le orbite che ha percorso ha rivelato il vero volto nascosto dell’emisfero nord del pianeta che dalle fotografie appare sostanzialmente piatto e segnato da rari crateri tanto da far supporre che fosse il fondale di uno sterminato oceano. La piattezza del suolo a nord considerato più giovane geologicamente, contrasta enormemente con l’emisfero sud il quale si mostra invece ricco sia di colline e montagne sia di crateri e giudicato anche più vecchio. Questo era appunto l’enigma; una diversità che i planetologi non erano finora riusciti a spiegare.

Adesso si è scoperto che i grandi deserti del nord nascondono in realtà una popolazione numerosa di crateri: finora lungo le poche orbite elaborate ne sono stati contati undici con diametri variabili dai 130 ai 470 chilometri e collocati ad una profondità tra 500 metri e cinque chilometri.

Tra i due emisferi non esiste in realtà una grande diversità: pure quello settentrionale è stato bersagliato dai bolidi cosmici ed ha un’età intorno ai quattro miliardi di anni, quindi vicina all’altra metà. Fiumi di lava e ceneri hanno poi ricoperto i crateri scavati occultandoli alle rilevazioni ottiche ma non a quelle radar di Marsis che li ha smascherati.

Un’evoluzione che rivela, al contrario di quanto si pensava, un mondo sempre più vivo come ha dimostrato la scoperta nei giorni scorsi dell’acqua zampillata dal sottosuolo negli ultimi sette anni.

14 dicembre 2006

(fonte: Corriere della Sera)

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Ora ne siamo certi.

Ora ne siamo certi: nel polo sud di Marte abbonda il ghiaccio d’acqua.

Al punto che se potessimo scioglierlo insieme a quello del polo nord, l’intero pianeta sarebbe ricoperto da un mare profondo in media 20 metri. A confermarcelo sono i nuovi dati raccolti dalla sonda europea Mars Express attraverso uno dei suoi strumenti: MARSIS, un potente radar realizzato in gran parte in Italia.

Oltre che ai poli, grosse quantità di ghiaccio d’acqua potrebbero trovarsi anche in altre regioni, nascoste nel sottosuolo a poche decine di metri dalla superficie.

23 Marzo 2007

(fonte: www.cieloblu.it)

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Scoperto un nuovo pianeta simile alla Terra

Alla distanza di 20,4 anni luce (193 mila miliardi di km)

 

È il più piccolo mai scoperto al di fuori del sistema solare. È roccioso e si potrebbe anche trovare acqua allo stato liquido.

 

ROMA - Un pianeta al di fuori del sistema solare con caratteristiche simili a quella della Terra è stato scoperto grazie a un telescopio piazzato a La Silla nelle Ande cilene dagli astronomi dell'Eso (European Southern Observatory). Si trova però a 20,4 anni luce, cioè a 193 mila miliardi di chilometri da noi, ed è individuabile nella costellazione della Bilancia. Si tratta in ogni caso del pianeta più simile alla Terra tra i 229 individuati all'esterno del nostro sistema solare.

FORSE C'È ACQUA - Secondo il gruppo di ricerca dell'Osservatorio di Ginevra e di Lisbona e dell'Università di Grenoble e dell'Istituto di astrofisica di Parigi che l'ha rintracciato, si tratta di pianeta roccioso, sul quale si potrebbe anche rinvenire acqua allo stato liquido. Il nuovo pianeta ha un raggio di circa il 50% più grande di quello della Terra (quindi più o meno 10 mila km) ed è il più piccolo mai scoperto al di fuori del sistema solare. La massa è di cinque volte superiore a quella terrestre. La distanza dalla sua stella, Gliese 581, è invece 14 volte inferiore alla distanza Terra-Sole, e la durata di un'orbita è di quasi 13 giorni.

GLIESE 581 - La ricerca, descritta sulla rivista Astronomy and Astrophysics, fornisce prove anche di un terzo pianeta con una massa otto volte quella della Terra, che orbita sempre intorno a Gliese 581, già nota per ospitare un pianeta simile a Nettuno individuato dallo stesso gruppo di ricerca. Gliese 581, hanno osservato i ricercatori, è fra le cento stelle più vicine a noi. Grazie alla sua vicinanza, ha detto Xavier Delfosse, dell'università francese di Grenoble, il nuovo pianeta sarà un «obiettivo molto importante per le future missioni dedicate alla ricerca per la vita extraterrestre».

TEMPERATURA - Gliese 581 appartiene alla categoria delle nane rosse: ha una massa pari a un terzo di quella del Sole, una luminosità 50 volte inferiore ed è molto meno calda: queste caratteristiche fanno sì che il pianeta si trovi nella cosiddetta «zona abitabile», quella cioè in cui la temperatura permette la presenza di acqua allo stato liquido. «Secondo le nostre stime la temperatura media di questo pianeta è fra 0 e 40 gradi centigradi, e quindi l'acqua si troverebbe allo stato liquido. In base ai nostri modelli dovrebbe essere o un pianeta roccioso come la Terra, oppure interamente ricoperto da oceani», ha detto Stephane Udry, dell'Osservatorio di Ginevra, che ha guidato la ricerca.

26 aprile 2007

(fonte: Corriere della Sera)

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CONSIDERAZIONI:

  • la prima è che l'universo avrebbe la bellezza di circa 15  miliardi di anni, nato da un evento chiamato big bang
  • dapprima teorizzato,  viene registrato il "suono" del big bang.
  • l’Universo è piatto, nel senso che la sua geometria dello spazio è tale che due raggi di luce emessi da due punti A e B tra loro distanti si propagheranno secondo due rette parallele;
  • le prime stelle si sono formate quando l’Universo aveva appena 200 milioni di anni;
  • l’Universo sembra destinato ad espandersi per sempre;
  • ogni giorno vengono scoperte nuove lontanissime galassie o parti di spazio contenente  migliaia di galassie con un numero incalcolabile di stelle attive e in formazione
  • è stato scoperto un pianeta (e successivamente altri) al di fuori del nostro sistema solare, che conferma la possibilità della esistenza di pianeti nel cosmo anche se non necessariamente "abitabili".
  • lo spazio non è così tranquillo come sembra. Stelle che esplodono, galassie che si attraggono con una forza invisibile (gravitazionale) ma inesorabile e mostri chiamati "buchi neri" le divorano a loro volta inghiottendo tutto quanto è dalle loro parti, anche la luce.
  • nello spazio non c'è solo quello che si vede. Anzi quello che si vede è in realtà solo una piccola parte. Una gran quantità di massa oscura con una misteriosa energia oscura manderebbe alla deriva l'universo. L’Universo infatti è composto dal 23% di materia non visibile, il 73% da energia scura, la cui natura non è ancora nota e che sembra determinare una accelerazione all’espansione dell’Universo e solo il 4% è sottoforma di materia ordinaria, quella cioè di cui sono formati pianeti, le stelle e le galassie;
  • e per finire la scoperta che siamo attraversati da un mare di particelle elementari chiamate neutrini senza che ce ne accorgiamo;

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continua ... (la fine dell'universo) >>>