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di Gaetano Benedetti
IIa Relazione
delle due giornate di studio
Psicopatologia e psicoanalisi
nell'ottica psicoterapeutica
Ospedale "Villa Santa
Giuliana" - Verona 7 - 8 Luglio 1995
(tratto da "I QUADERNI DI
ARETUSA")
Cari colleghi, il titolo della mia IIo relazione è "Sé e non-Sé,
simbiosi e separazione, simbolizzazione e asimbolismo nella schizofrenia".
Il primo ad affrontare, secondo me, il problema, pur con un vocabolario del
tutto diverso, è stato Sigmund Freud. Pur senza parlare affatto di simbolo, ma
occupandosi invece della libido, Freud ha lumeggiato il processo psicopatologico
per cui l'infermo psicotico confonde il suo Sé con il non-Sé, confonde il
pensiero con la materia, il proprio Io con aspetti concreti del corpo, col
non-Io. Cos' Freud descriveva, ad esempio, la paziente psicotica che, volendo
dire che il suo fidanzato infedele le aveva stravolto la testa, affermava che i
propri occhi non stavano più al loro posto: "Le aveva girato gli
occhi". Freud concettualizzava il fenomeno della confusione fra Sé interno
e Sé esterno, fra la immagine psichica della vista e la rappresentazione
corporea degli occhi e quindi la perdita, diremmo noi, del simbolo della visione
spirituale con il suo assunto che la libido, in questa malattia, viene
dissociata dall'oggetto in una perdita della catexi oggettuale e che la libido
rifluisce alla rappresentazione verbale di esso oggetto, la quale
rappresentazione verbale aumenta cos' di spessore, la parola diviene la cosa e
non è più, diremmo noi, un simbolo della cosa.
Seguendo un modello concettuale diverso, non più riferito alla libido, ma già
alla struttura dell'Io, un allievo di Freud, Federn, ipotizzava che la
confusione fra Io e non-Io fosse causata da una erosione e dissociazione e
perdita dei confini dell'Io, confini esterni - nel qual caso il soggetto si
confonde con l'oggetto - e confini interni, che delimitano l'Io dall'Es, per cui
emergono alla coscienza stati psichici arcaici. Lui li chiamava "stati
arcaici dell'Io". Ancora una volta dunque il rapporto fra Sé e non-Sé
stava al centro del fenomeno, denominato da Bleuler
"spersonalizzazione", il terzo sintomo della sua triade fondamentale.
Mentre Federn riteneva esserci nella schizofrenia una perdita dei confini
dell'Io, concetto ripreso recentemente col termine di un "difetto della
demarcazione dell'Io", Melanie Klein ipotizzava, negli anni successivi, una
espulsione attiva da parte dell'Io di rappresentazioni mentali disturbanti, di
oggetti cattivi, come lei diceva, in virtù di un meccanismo difensivo chiamato
da lei la "proiezione paranoide". E poiché la difesa psicotica non
riesce mai, non è mai una risoluzione del conflitto, ecco allora che alla
proiezione paranoide seguiva l'identificazione patologica del soggetto con
quelle parti del mondo divenute proiettivamente sedi degli oggetti interni,
seguiva ciò che Rosenfeld, un allievo della Klein, denominava
"identificazione proiettiva".
I fenomeni proiettivi psicotici non sembrano tuttavia solo provocati dal
bisogno di espellere gli oggetti cattivi o di proteggere quelli buoni,
minacciati di distruzione interna e affidati perciò al mondo esterno. I
fenomeni proiettivi psicotici sono anche un aspetto della relazione simbiotica
con il mondo, relazione questa studiata soprattutto da Margaret Mahler, la quale
ebbe a descrivere numerose psicosi infantili, quali conseguenza di una simbiosi
troppo protratta nel tempo o come regressioni dell'Io alla fase della simbiosi
con la madre.
Il concetto mahleriano di simbiosi è stato tuttavia discusso nella
psicoanalisi più recente. Numerose recenti osservazioni, condotte in America da
Stern, ci dicono che il bimbo, nei primi 6 mesi di vita, vive non solo in uno
stato di simbiosi con la madre, come aveva osservato nel 1952 la Mahler, ma
dispone di un senso del Sé, che Stern ha definito nel 1985, nei primi 2 mesi,
"emergente", emergente dalla percezione del processo di organizzazione
del Sé e, fra i 2 e i 6 mesi, di un senso del Sé da lui chiamato
"nucleare", nel quale il bimbo ha un senso essenziale di se stesso
come essere globale separato dalla madre. Secondo Stern è probabile che sin dai
primi giorni dalla nascita il Sé del bimbo fluttui da uno stato in cui è
separato dal Sé materno ad uno stato in cui è in simbiosi con esso.
Come avviene allora l'integrazione fisiologica tra il Sé simbiotico e il Sé
separato? E' a questo punto che nel discorso psicoanalitico si innesta il nostro
modello, il quale assume, da un canto, che la integrazione avvenga attraverso
l'inizio dei processi di simbolizzazione, mentre, viceversa, è proprio la
desimbolizzazione regressiva che conduce alla scissione tra Sé simbiotico e Sé
separato e quindi, in ultima analisi, alla scissione bleuleriana.
Il modello che io adesso propongo è stato sviluppato da me e dal mio
collaboratore Maurizio Peciccia. Peciccia ed io abbiamo lavorato per 7 anni con
8 pazienti schizofrenici cronici, età media 31 anni, durata media della
malattia 11 anni, che, tra gli altri sintomi psicotici, evidenziavano in
particolare disturbi del linguaggio abbastanza gravi. Le stereotipie verbali, i
neologismi, le parole bizzarre risultavano difficilmente comprensibili, in
quanto cariche di molteplici significati, derivanti da processi di spostamento e
di condensazione, come direbbe Freud, di moltissime rappresentazioni di parole.
I nostri pazienti avevano una naturale tendenza a disegnare, che noi abbiamo
incoraggiato. Il paziente, disegnando spontaneamente ciò che gli veniva in
mente, iniziava a collegare rappresentazioni di parole a rappresentazioni di
cose. Quando il paziente riusciva ad illustrare le proprie verbalizzazioni,
attraverso il disegno, noi entravamo in comunicazione con lui, simmetricamente,
disegnando a nostra volta le risposte e le reazioni alle sue immagini. I nostri
disegni erano speculari a quelli del paziente e nello stesso tempo progressivi,
nel senso che copiavano elementi grafici dei suoi disegni, spostandoli,
unendoli, condensandoli con altri suoi elementi grafici, seguendo nostre
spontanee associazioni visive ed utilizzando, noi per primi, il processo
primario al livello delle cose rappresentate nei disegni.
Il paziente riusciva ad entrare in questa forma comunicativa e, riportando il
processo primario dalle rappresentazioni di parole alle rappresentazioni di
cose, tornava ad utilizzare il linguaggio verbale con le modalità del processo
secondario. Questo avveniva, in tutti i casi da noi seguiti, dopo circa 12-24
mesi, quando nel corso del dialogo in immagini il paziente riusciva a costruire
rappresentazioni grafiche di transizione fra Sé e il terapeuta, affidando ad
esse l'espressione di emozioni ed affetti transferali, sia libidici che
distruttivi, di una intensità notevolmente superiore a quella che la parola
permetteva in quel momento.
Quando notammo per la prima volta che la scomparsa del disturbo della
comunicazione verbale procedeva parallelamente alla graduale costruzione nei
disegni di una rappresentazione del Sé, che il paziente usava, utilizzava per
interagire affettivamente col terapeuta, avanzammo l'ipotesi che il disturbo
della comunicazione verbale, nei pazienti con cui lavoravamo, fosse da
collegarsi all'assenza di una rappresentazione libidica del Sé.
Le figure che si creano nei disegni sono estratte dall'inconscio dei due
partner, dove si vanno sedimentando soggetti costituiti da parti del terapeuta e
da parti del paziente. Questi soggetti transizionali, espressi graficamente dal
paziente, rappresentano sia il Sé del paziente come quello del terapeuta e
svolgono la doppia funzione di trasmettere al Sé affetti transferali e
controtransferali, sia positivi che negativi, e di proteggere nello stesso tempo
il Sé del paziente dall'azione destrutturante e disorganizzante delle emozioni.
L'affetto transferale e controtransferale può avere nella schizofrenia
effetti nocivi, perché sembra essere assente quella parte periferica del Sé,
sviluppatasi in funzione delle relazioni oggettuali, come dice Volkan nel 1985,
e che può essere metaforicamente rappresentata come la membrana protettiva
della cellula, differenziatasi per sostenere l'impatto con l'ambiente esterno.
La nostra ipotesi è che la membrana protettiva del Sé sia costituita da una
immagine speculare del Sé, che nasce all'incirca nella fase dello specchio di
Lacan e si sviluppa fino a divenire il simbolo del Sé. Come nella interazione
con l'ambiente esterno la membrana si modifica per mantenere costante l'interno
della cellula, cos' il simbolo del Sé si trasforma nell'incontro con il mondo
per conservare il nucleo centrale del Sé protetto, invariabile, sempre identico
a se stesso.
Il conflitto biologico di fondo di tutti gli esseri viventi - come modificare
sé stessi nell'incontro con l'ambiente esterno e mantenere allo stesso tempo
inalterata la propria struttura - si esaspera e diviene drammatico nella
psicosi. Qui l'assenza di membrana, e cioè di simboli del Sé, espone
all'impatto con il mondo, direttamente e senza alcuna mediazione, l'interno
della cellula, ossia il centro del Sé, che si versa e si sparge proiettivamente
all'esterno. Il nucleo centrale del Sé, quando è confrontato e direttamente
modificato dalle emozioni delle relazioni interpersonali, perde la sua funzione
di organizzazione e strutturazione dell'esperienza mondana, entro quelle
coordinate spazio-temporali che ci danno il senso della nostra continuità
esistenziale e del nostro essere in ogni situazione noi stessi.
La membrana della cellula, il simbolo del Sé, che abbiamo visto svilupparsi
nello scambio reciproco di disegni, ha delle analogie con quella capacità di
oggettivare se stesso, che il Sé del bambino acquista prima di entrare nella
sfera della comunicazione verbale, attorno ai 2 anni di vita. La capacità di
fare del Sé un oggetto di riflessione, che può essere esperito dall'altro, la
capacità di impegnarsi in atti simbolici, come il gioco e l'acquisizione del
linguaggio, sono nello sviluppo infantile fenomeni collegati e interdipendenti.
La possibilità di oggettivare il Sé è alla base di quella che Listemberg nel
1983 definisce "capacità immaginativa" e che permette al bambino di
immaginare la sua vita interpersonale.
Con questa nuova capacità immaginativa, legata alla possibilità di
obiettivare il Sé, il bambino riesce a trascendere l'esperienza immediata,
riuscendo a custodire in sé il desiderio di una realtà come vorrebbe che
fosse, ci dice Stern nel 1985; ciò permette il passaggio dal principio del
piacere al principio di realtà, dal pensiero primario al pensiero secondario.
Analogamente i nostri pazienti, nel momento in cui acquisivano la capacità di
oggettivare il Sé, iniziavano ad utilizzare, nel linguaggio verbale, il
pensiero secondario del principio di realtà.
Ora il primo simbolo del Sé, che compare nei disegni, oltre ad essere un
soggetto transizionale tra paziente e terapeuta, è anche una transizione fra
contenuto e contenitore, fra interno ed esterno; è un compromesso fra bisogni
simbiotici e bisogni separativi, che emergono dalla relazione transferale e
controtransferale della coppia paziente-terapeuta. Il simbolo del Sé inoltre
contiene elementi della psicopatologia, ora inseriti in un contesto duale. Fin
quando non compare un simbolo del Sé, riconosciuto e accettato da tutti i
livelli psichici, ogni forma di comunicazione, che si attua attraverso processi
di spostamento e condensazione tra vari livelli, è minacciosa, in quanto fa
perdere la continuità esistenziale del Sé e provoca la frammentazione.
Il conflitto predominante, che si ripete ad ogni livello scisso, ci è
sembrato essere, nei casi studiati, quello fra rappresentazioni precocemente
separate del Sé e rappresentazioni del Sé fuse all'oggetto. Il blocco della
comunicazione fra rappresentazioni di cose e rappresentazioni di parole rientra,
a nostro avviso, come caso particolare del fenomeno generale, caratterizzato
dall'assenza di integrazione, di collegamento e di comunicazione fra i livelli
psichici.
Tornando al conflitto irrisolto di base, "simbiosi-separazione",
che è anche possibile definire, usando una terminologia bioniana,
"conflitto contenuto-contenitore", noi ipotizziamo, in via teorica,
che esso sia precoce e che impedisca primitivamente l'integrazione fra lo stato
separato e lo stato simbiotico del Sé. Nell'adulto queste dimensioni del Sé,
quando sono ben integrate, costituiscono un Sé unico, armonico, simile alla
luce, che pur nella sua duplice natura, corpuscolare ed elettromagnetica, appare
unitaria.
Affinché avvenga l'incontro interpersonale è necessaria una cooperazione
fisiologica fra Sé simbiotico e Sé separato. Nell'incontro con l'altro il Sé
separato di una persona riceve e trasmette informazioni ed emozioni al Sé
separato di un'altra e tale scambio determina cambiamenti più o meno grandi,
che risultano tollerabili e non ansiogeni, se contemporaneamente l'incontro
interpersonale avviene su un piano inconscio, mediante il Sé simbiotico. Mentre
coscientemente viviamo in una dimensione di separazione l'uno dall'altro, ad un
livello inconscio, per il modo di funzionare del Sé, viviamo l'illusione che
l'altro sia lo specchio della coppia simbiotica interna contenitore-contenuto.
Anche quando, nel corso del normale sviluppo maturativo, la coscienza,
separandosi dall'esterno, rinunzia al pensiero magico primario e all'illusione
narcisistica che mondo esterno e mondo interno coincidano, nell'inconscio il
pensiero onirico rimane spesso attivo sotto il dominio di tale illusione.
Questa illusione inconscia, questo normale narcisismo è importante per la
salute umana. Da esso si estraggono continuamente le energie necessarie per
accettare la disillusione del rapporto con il mondo esterno, basato sul
principio di realtà e questo non solo nelle prime fasi dello sviluppo
infantile, ma continuamente anche nell'adulto sano. Mentre come particella,
separata e cosciente, il Sé incontra l'altro, scambiando informazioni e
trasformandosi come onda incosciente, il Sé ha l'illusione di essere l'altro.
Su questa base poggia la identificazione proiettiva normale, che noi
consideriamo, in accordo con Bion, non soltanto una fantasia onnipotente
dell'individuo, ma anche qualcosa che avviene tra due individui. Un esempio
della identificazione proiettiva normale è quello dello psicoterapeuta con il
suo paziente e anche Meltzer usa qui termini simili. Come ci ricorda Searles:
"La vita quotidiana comporta continuamente, anche nell'età adulta,
esperienze sempre più acute di illusione e disillusione, che si accompagnano ad
una maggiore abilità nel vivere queste esperienze. Sia la relazione oggettuale,
sia la simbiosi sono componenti essenziali di un modo sano e pienamente umano di
porsi in rapporto con gli altri. La scelta tra queste due modalità non è una
scelta che si fa una volta per tutte; al contrario per godere le gratificazioni
del rapporto con gli altri esseri umani è necessario scegliere la relazione
oggettuale o quella simbiotica, a seconda dei bisogni e delle possibilità
sempre diverse dell'interazione umana."
Sé simbiotico e Sé separato, illusione e disillusione, onnipotenza e
impotenza sono per noi linee evolutive integrate e continuamente presenti, anche
se mai del tutto coscienti, nel corso dell'intera vita. Nella struttura del Sé
psicotico ipotizziamo invece una deintegrazione tra stato simbiotico e stato
separato del Sé, di cui il paziente è penosamente cosciente. Rientrando nella
metafora della luce, questa, nel Sé schizofrenico, è scissa. A volte è solo
onda: il paziente vive nella simbiosi deintegrata; a volte è solo materia,
corpuscolo: il paziente vive autisticamente nella separazione deintegrata.
Purtroppo l'onda e la particella non riescono a produrre un fenomeno unico: la
luce si sdoppia. A volte vediamo lo psicotico vivere simbioticamente: lo
avvertiamo vicinissimo, ci dice: "Io sono il sole, sono l'Universo, io sono
te."; altre volte il paziente è nel Sé separato, deintegrato, ma essendo
scisso dal Sé simbiotico, la sua separazione radicale è solitudine autistica.
Egli ci dice: "Nulla esiste al di fuori di me. Il sole, l'Universo sono
ombre insignificanti, che non riesco a distinguere. Tu sei distante da me anni
luce. Tu non sei." E proprio Racamier, parlando del controtransfert
psicoterapeutico, ci parla del suo vissuto di non esistere, come se fosse
escluso dall'esistenza da parte del paziente. Celebre è il caso di un paziente
dello psichiatra Mario Tobino, ricordato nel suo romanzo autobiografico
"Per le antiche scale", che ammalatosi di schizofrenia mentre era
segretario politico del fascio a Lucca, affermò in un discorso ufficiale che
Mussolini non esisteva. Nella sorpresa generale si credette dapprima che l'uomo
volesse, per chissà quale motivo, distruggere la sua carriera politica, ma ci
si accorse ben presto che trattavasi di un caso psichiatrico. Ricoverato
all'ospedale, il paziente sviluppò il sintomo abbastanza significativo che
chiunque e qualsiasi cosa apparisse ai suoi occhi o al suo pensiero cessava in
quel momento immediatamente di esistere. E infine cessava anche lui di esistere,
poiché esprimeva ripetutamente l'unico desiderio che gli si costruisse una
tomba come abitazione. Con ciò terminava la storia clinica di Tobino.
La perdita dell'immagine inconscia del proprio Sé è un elemento
fondamentale nello sviluppo della psicosi schizofrenica, come dimostrano i casi
avanzati e gravi di psicosi, ove il malato perde la sua identità, soffre di
spersonalizzazione, accusa vissuti di non esistenza, si scambia con gli oggetti
che lo circondano o si avvia al capovolgimento delirante della propria identità.
Ciò a differenza che nella depressione anche grave, ove abbiamo invece il Sé
negativo, il Sé colpevole, in tutta la sua coerenza e radicalità di giudizi e
vissuti.
La perdita schizofrenica comporta non più solo una autoaccusa, con presenza
di un Sé negativo depressivo, ma una profonda vulnerabilità dell'Io, che
diviene oggetto del frequente delirio di influenzamento e di persecuzione. Il Sé
normale viene infatti protetto nei riguardi delle percezioni del mondo esterno,
le quali sono, da un canto, necessarie per il metabolismo psichico, ma,
dall'altro, tendono ad alienare il Sé umano, attraverso continue introiezioni
degli oggetti. Il Sé normale viene protetto da una immagine inconscia, coerente
e coesiva, della propria identità, immagine che assurge alla coscienza,
riflettendosi nelle immagini di quegli oggetti del mondo esterno che diventano
per l'uomo le immagini dell'immagine del Sé, ossia i simboli della propria
identità. Le immagini e i simboli del Sé sono necessarie alla crescita e alla
sussistenza di questo, perché permettono quei fenomeni di reduplicazione
speculare, nel sogno e nella veglia, per cui l'individuo si percepisce nella sua
attualità e lungo la sua dimensione storica di continuità, tant'è vero che
una definizione antropologica dell'uomo, oltre le due classiche dell'homo
erectus e dell'homo faber, è stata quella di homo simbolicus.
Buona parte della psicopatologia schizofrenica può effettivamente essere
compresa attraverso il concetto della perdita dell'immagine e dei simboli del Sé.
In particolare può essere spiegata la paradossia schizofrenica di fusione con
il mondo, da un canto, e di distacco autistico da questo, dall'altro. Manca la
possibilità di distinguersi veramente dagli oggetti, che sono altrimenti il
non-Sé, ma manca anche quel rapporto che è reso possibile proprio dalla
distinzione. Il paziente tenta di difendersi dagli oggetti, che come introietti
lo disorganizzano, attraverso la ritirata autistica da questi e attraverso la
creazione di oggetti interni fantasmatici, i quali, da un canto, vorrebbero
esprimere l'attività creatrice del Sé, ma che, d'altro canto, sono anche
contaminazioni della propria identità con il mondo.
Alla perdita del simbolo del Sé il paziente reagisce col tentativo di
recuperarlo, mettendo tutto ciò che lo circonda in un rapporto semantico con se
stesso - delirio di riferimento - o anche cercando la propria identità nella
razionalizzazione della sua assenza: "Io sono nessuno", o nella
diffusione di essa: "Io sono Dio". Ancora un altro tentativo è quello
di recuperare le cose del mondo, con cui il Sé non può più mettersi in
rapporto, sottolineandone eccessivamente le strutture semantiche, il risvolto
dei loro significati possibili, le assonanze dei nomi.
Di volta in volta è difficile distinguere tali difese dai deficit ad esse
sottostanti. Ci sono psichiatri che osservano sempre dei deficit, laddove noi
vogliamo vedere piuttosto dei movimenti dinamici. In entrambe le estreme
situazioni ciò che sembra mancare è il limite della separazione, nello stato
di simbiosi e l'esperienza della dualità simbiotica, nello stato di
separazione. Noi non diciamo quindi che il paziente non è transitato attraverso
la fase simbiotica ed è fissato alla fase di autismo, come direbbe Minkowski,
che considerava l'autismo il vero sintomo primario della schizofrenia; oppure
che il paziente non è uscito dall'orbita simbiotica e non si è mai separato,
come direbbe la Mahler. Piuttosto ci esprimiamo come segue: il paziente vive la
simbiosi, che lo dissolve e vive la separazione, che lo pietrifica; quello che
gli è impossibile è l'integrazione e perciò anche il superamento dinamico di
questi due stati. Il miracolo della luce, contemporaneamente particella ed onda,
nello psicotico non avviene.
Ritorniamo cos' alla radice del termine "schizofrenia": pensiero
scisso, intendendo però come scissione del pensiero qualcosa a monte della
scissione di Bleuler. La scissione di Bleuler, il deliro, l'autismo, la
rimozione degli affetti ci sembrano conseguenze del nucleo fondamentale della
malattia, che è la scissione tra stato simbiotico e stato separato del Sé.
Talora il delirio corrisponde al tentativo del paziente di organizzare
razionalmente i suoi vissuti di simbiosi; organizzandoli nel pensiero, egli
lotta contro la dissoluzione del pensiero in vissuti indicibili. Altre volte però
il delirio costituisce una zona di invariabilità, una struttura non
verificabile e non raggiungibile nella realtà e quindi, per lui, al riparo
dalle emozioni e dalle trasformazioni; una zona che permette di vivere il più a
lungo possibile nel Sé separato, secondo una bella frase di Barison:
"Tenere per sé il suo mondo comunque diverso." La profonda
deintegrazione tra i due stati li rende alieni e incompatibili l'uno all'altro,
tra essi si apre il baratro del nulla, della non esistenza, quel timor vacuum
che i pazienti schizofrenici spesso ci descrivono drammaticamente.
Consideriamo il disturbo della simbolizzazione nel linguaggio schizofrenico,
paragonando l'espressione non schizofrenica con l'espressione denotante il grave
disturbo della simbolizzazione. Se un paziente non psicotico ci dice: "Io
sono come una bandiera lacerata dalla vita" ("Sono cioè passato come
una bandiera al vento attraverso le vicissitudini della vita, che mi hanno
lacerato"), ebbene, questo è un simbolo. L'identità del paziente, che nel
simbolo si rappresenta come lacerata, non è tuttavia scissa, anche se nella sua
bocca occorresse tale termine. La bandiere strappata, logora, lacerata è
un'immagine che rappresenta uno stato del Sé, ma rimanda, come simbolo, alla
totalità del Sé. Il Sé rimane un soggetto autonomo, che accetta di
rispecchiarsi nella immagine della bandiera, senza perdere la libertà di
distinguersi da tale oggetto e di riflettersi in tante altre immagini. Il
sorgere del simbolo, per quanto doloroso come questo della bandiera lacerata, è
tuttavia il segno di una libertà del Sé, che si rispecchia in un oggetto per
recuperarsi come soggetto.
Ma se invece un paziente schizofrenico, mostrando il suo dito purulento,
afferma: "Questo sono io.", nasce il dubbio, nella mente
dell'osservatore esperto, che egli non usi una metafora, ma che in realtà non
voglia distinguersi dal suo dito. Il dubbio diviene certezza, se poi egli
afferma: "Ho sin dalla nascita un televisore impiantato nella testa, che
registra in un film tutte le immagini degli altri." Il paziente non parla
metaforicamente, egli delira, egli aggiunge alla sua idea delirante il costrutto
che tale trapianto nel cervello sia stato perpetrato da un complotto di coloro
che volevano in tal modo asservirlo ai loro piani, eccetera, eccetera.
L'insorgenza del delirio è un fenomeno complesso. Fermiamoci a un suo primo
gradino: il fatto che l'immagine viene usata dall'infermo in modo asimbolico.
L'immagine - il dito ferito - non rimanda ad un Sé più vasto di essa, che si
distingue da essa, ma è, in quel momento espressivo, l'unico medium in cui il Sé
si percepisce. Senza quell'immagine il Sé scompare. Il paziente è nessuno e ciò
perché il Sé non ha a sua disposizione che un'immagine carica di emozione per
percepirsi. Al di là del dito ferito, il paziente è per se stesso pochissima
cosa, anche se tuttavia sa fornirci i suoi dati anagrafici. Il paziente non si
comprende come soggetto, fuorché entro un'immagine che, parziale quanto si
voglia, è l'evento che definisce il soggetto, che lo fa esistere.
E' questo il motivo per cui noi nella terapia non possiamo facilmente
interpretargli razionalmente le sue immagini. Interpretare quel che per noi, ma
non per lui, è un simbolo, significa porre l'immagine simbolica del Sé in un
rapporto anche cognitivo con tutto l'orizzonte temporale e spaziale del Sé. Se
un paziente psicotico è Cristo, il volergli spiegare il motivo per cui egli non
lo è che solo simbolicamente e cioè in virtù, a causa della sua sofferenza e
del significato che la sua sofferenza ha per noi tutti, significa per lui il
sostituire l'immagine attraverso cui egli, senza un simbolo del suo Sé,
percepisce tuttavia un brandello del Sé, identificato con Cristo; sostituire
questa immagine con una riflessione logica e ben più lontana da lui di quanto
non lo fosse l'immagine con cui si confondeva, significa quindi lasciarlo solo,
senza un Sé. Da qui la disperata tenacia con cui certi pazienti si aggrappano
alle loro immagini allucinatorie e rifiutano di uscire, mediante le nostre
interpretazioni, dal loro delirio. Cominciamo allora col non lasciarli soli,
aggirando il delirio e parlando, ad esempio, dell'importanza che la sofferenza
di Cristo, quindi del paziente, ha per noi, per me, per il suo terapeuta.
La nostra tesi di una mancanza della simbolizzazione nella psicosi può
sembrare paradossale. Si è parlato, si è scritto tanto intorno alla
ipersimbolizzazione schizofrenica. Effettivamente, ascoltando certi pazienti,
non tutti, si può avere l'impressione come se nel mondo psicotico tutto sia
simbolico; non c'è cosa reale che non appaia alla mente del paziente con un
risvolto di significati contorti, con sottofondo semantico, di cui spesso
stentiamo a toccare il fondo, ma che anche ci sorprende per la sua complessità.
Persino psicopatologi, orientati in senso biorganico, come Ey, hanno notato
l'originalità di questi pensieri schizofrenici.
Eppure tutto ciò non è ancora simbolizzazione. L'assenza di questa ci
appare specialmente in quei casi in cui ogni immagine oggettuale ha perso la sua
identità stabile e irripetibile, allo stesso modo di come l'ha persa il Sé
fluttuante del paziente, privo di uno stabile simbolo del Sé, per cui ogni
immagine si sovrappone facilmente a qualsiasi altra contigua, con cui non ha in
comune magari null'altro che una allitterazione fonetica: polizia vuol dire
pulizia, vuol dire policlinico; o una qualche lontana somiglianza formale: la
Corsica è un pugno chiuso. Frasi di pazienti. Il paziente non è in grado di
percepire le differenze obiettive fra le immagini, le quali diventano perciò
contigue e vengono confuse tra loro, come il proprio Sé col mondo che lo
rispecchia nel fenomeno che Bleuler chiamò "Zerfahrenheit".
La perdita del simbolo nella psicosi è un deficit gravissimo, che talora
mette acutamente in ansia il paziente, il quale si trova immerso in un mondo
caotico e terrorizzante. Al deficit si aggiungono presto tutte quelle
compensazioni, quelle neocostruzioni della realtà, che vanno sotto i termini di
neomorfismi, neologismi e che vengono sistematizzate nelle concezioni deliranti.
Nel delirio noi siamo di fronte ad un fenomeno che va al di là della perdita
della simbolizzazione, come quando le rappresentazioni vengono confuse in
seguito alla loro associazione fonetica e che può apparire esso stesso come un
simbolo. Trattasi di quel fenomeno per cui il segmento semantico comune a due
rappresentazioni, ben lontane fra loro nella mente normale, è talmente gonfiato
dall'affetto dell'ansia da legare assieme le due immagini in questione. Poiché
il paziente, in seguito a tale indissolubile legame, non percepisce, non
realizza l'importanza della distinzione, il simbolo fa ancora una volta difetto.
Ecco il caso ad esempio del paziente, il quale legge casualmente nel quotidiano
del mattino un episodio di cronaca di un criminale sorpreso all'aereoporto con
una borsa nera, contenente materiale esplosivo. Il paziente ritiene
improvvisamente di venire perseguitato, a causa della sua borsa nera, che egli
realmente possiede. Evidentemente c'è dell'esplosivo nella sua psiche, ma la
borsa nera è un simbolo di tale esplosivo solo nella nostra mente che ascolta,
mentre nella sua è il medesimo corpus delictus. Lo pseudo simbolo psicotico,
quello che io chiamo talora "protosimbolo", ci conduce direttamente al
complesso centrale.
Sebbene nel delirio prevalga più o meno l'ansia, io ritengo che in esso ci
sia sempre un tentativo di recupero di ciò che non viene più simbolizzato, di
ciò che senza simbolo non è rappresentabile, ma che d'altro canto non è
rimovibile, perché essenziale. Il pensiero allucinatorio delirante è la via
per cui il paziente cerca il recupero di ciò che è stato scisso. Quando io
dico: "Il paziente cerca", non intendo dire che egli desidera
coscientemente tale recupero. Nel pensiero manifesto del delirio, che è nella
maggior parte dei casi un delirio persecutore, il paziente non desidera affatto
il ritorno, appunto persecutorio, di quanto sta al di là della scissione, ad
esempio il ritorno allucinatorio della sessualità scissa, per cui orge sessuali
vengono organizzate nella camera attigua a quella dove dorme il paziente; o il
ritorno della necessità di convivere con altri nella società, per cui tale
convivenza, negata dall'autismo, ritorna coercitivamente nella persecuzione.
Intendo solo dire che una parte del paziente trasforma nel delirio
quell'incomprensibile che si è creato attraverso la scissione; trasforma il
potenziale attuale caos psicotico, la perdita del simbolo, la coincidenza di Sé
e non Sé, la compensazione di scissione delle cose con la fusione con esse in
un sistema pseudologico di relazioni, come tutto ciò che era nel pensiero fuori
posto trova adesso in quello delirante il suo posto distorto e ove gli affetti
dirompenti dell'orrore, della morte, della distruttività vengono organizzati
nel vissuto di una persecuzione, ove tutto, come per una illuminazione, diviene
comprensibile.
Ecco qui la funzione compensatoria del delirio, ove la scissione viene
compensata dalla presentizzazione, anche allucinatoria, di ciò che era stato
scisso, ove la fusione viene compensata dalla opposizione impervia dell'Ego a ciò
che è stato fuso con esso e che esso decisamente rifiuta, il "not-me"
di Sullivan. La scissione si ripete nel delirio stesso fra situazioni che il
paziente decisamente rifiuta e altre situazioni con le quali esso, altrettanto
decisamente e irrevocabilmente, si identifica.
Mentre nel delirio di persecuzione domina il rifiuto, nel delirio religioso
prevale l'identificazione, il tentativo di un recupero positivo. Nella
identificazione con Cristo il paziente recupera la sua, altrimenti indicibile,
sofferenza. Nella coscienza patologica di una missione esistenziale, assicurata
proprio attraverso la sofferenza, egli riempie il baratro che si è aperto nel
suo Sé con la psicosi. Della importanza della sua propria sofferenza il
paziente non ha il minimo presentimento, poiché nulla di sé è stato mai
importante nella sua vita e non lo è adesso, dove il simbolo del Sé manca.
Come Cristo egli assurge finalmente ad una immagine di sé. Solo che in questo
dire egli ha perso ogni prospettiva storica, si è confuso con Cristo quale
personaggio storico, rinnega il proprio nome, cerca di vestirsi con le fogge di
un Cristo e ancora una volta nega se stesso.
Nel delirio quindi non c'è scampo: la autonegazione, a cui il paziente vuole
sfuggire, ritorna attraverso questo delirio. L'immagine di Cristo non è
trasparente per la propria persona, che il paziente nega e che viene cos'
ancora una volta tradita. Dicendo che nel delirio il paziente cerca scampo all'autonegazione,
che egli tuttavia ripete proprio col delirio, tocco ancora una volta una qualità
centrale del mondo psicotico: la paradossalità. Il sofferente psicotico, il
paziente schizofrenico è lacerato da antinomie, i cui estremi si toccano e si
escludono allo stesso tempo e che noi perciò denominiamo "paradossia
schizofrenica". Così, da un canto, il paziente è sottratto al
ragionamento comune; ha perso quel che Lampenburg chiama "il senso
giornaliero dell'evidenza"; ha perso la "consensualità" di
Sullivan; ha perso, come è stato rilevato da Bleuler, l'"affettività
relazionale". D'altro canto, egli è fuso con gli altri, da cui appare
tanto distante, si sente manipolato dal pensiero altrui, investito della
presenza altrui, dalle intenzioni altrui, che su di lui agiscono da lontano e
derubato del suo Io autonomo, privato dell'originalità di sentirsi persona,
influenzato anche da cenni, gesti e segni di chi lo incontra anche casualmente.
Chiusura ermetica da un canto e appartenenza agli altri dall'altro; impervietà
delirante e insieme inermità dell'essere; pietrificazione nella separazione e
dissoluzione nella simbiosi.
La difficoltà del paziente psicotico di separarsi dal mondo per mantenere la
propria individualità sfocia in quella esasperata chiusura autistica, la quale
è compensazione della mancanza del confine, che non manca di originalità, come
ci dicono i fenomenologici, come ci ha mostrato il professore Barison. Al suo
posto però, al posto della integrazione flessibile e discriminante, sorge il
muro autistico, sorge la barriera catatonica, sorge il delirio impermeabile. In
tutto ciò che all'individuo sano può sembrare assurdo, e per taluni sembra
solo il prodotto di una alterazione cerebrale, vi è l'incessante ricerca del
limite e del rapporto, come ben vediamo in certi disegni schizofrenici, dove
ogni angolino del foglio viene riempito con un dettaglio, apparentemente
insignificante, per evitare il terrore del vuoto.
Ma il confine, il limite, il muro, sia esso autistico, catatonico, delirante,
è continuamente minacciato dall'esterno e dall'interno: dall'esterno e cioè da
quelle influenze pervasive e dissolvitrici, di cui parla incessantemente nel
delirio di riferimento; dall'interno, cioè dagli oggetti cattivi, dagli
introietti esplosivi, di cui scrive Melanie Klein, i quali minacciano
terribilmente la coesione del Sé, anche se espulsi lungo le proiezioni
deliranti. Il delirio, l'identificazione proiettiva, l'allucinazione sono tutti
modi di mettersi in rapporto con quel mondo dissolvente, con quel "not-me"
di Sullivan, con quegli oggetti cattivi, di fronte a cui il paziente cerca di
circoscriversi.
Da un punto di vista psicoeconomico si può dire che il delirio consta di una
componente deficitaria e di una componente ipercompensatoria e anche originale.
Il deficit è visibile in ciò che appare come il pieno fallimento delle difese.
Se la difesa sta ad esempio nella proiezione dell'oggetto cattivo, allora tale
difesa crolla, là ove il paziente è obbligato ad identificarsi con tutti gli
oggetti su cui ha proiettato parti di sé e le parti, che la difesa voleva
espellere, ritornano a lui in modo persecutorio. Se l'infermo, che esperisce se
stesso come privo di autonomia, trasferisce questo suo sentirsi privo di
soggettività sulle cose del mondo materiale, prive di soggettività, egli non
può tuttavia evitare di venire invaso da questi stessi oggetti materiali, su
cui ha proiettato parti di sé, che attraggono su di sé il paziente. Egli
diventa, come in certi casi gravi, il tavolo di legno che sta nella stanza, il
cielo o la terra.
Tuttavia l'allucinazione, l'identificazione non vanno viste solo da questo
punto di vista deficitario. Mediante i fenomeni patologici avviene anche il
recupero di ciò che, facendo parte di sé, non può essere negato. La necessità
di ciò che non può essere negato fa s' che il paziente vive perennemente nel
delirio, sempre en face di ciò che egli ripudia. Perciò tutte le idee
deliranti esprimono sia il continuo transfert tra mondo esterno e mondo interno,
la continua confusione tra i due, come anche la difesa disperata contro le
irruzioni stesse, la presenza di un argine interno, che è contemporaneamente
impotente e grandioso, scaduto e tuttavia provvisto di una punta non scalfibile,
fallito ed assoluto.
Ecco come il delirio di grandezza appare quindi a lato di quello di nullità.
Un paziente, che avverte e teme la presenza esplosiva di oggetti maligni entro
di sé, che ha paura di fare del male agli altri, ai suoi bimbi, al terapeuta, o
che esprime anche il timore che se egli chiudesse gli occhi per un minuto, tutto
il mondo, privo di controllo, andrebbe a pezzi, verrebbe ad esempio distrutto da
un terremoto, è anche il deus ex machina del mondo. Egli è condannato da un
canto ad una sorta di schiavitù metafisica, al vissuto di veglia perpetua:
anche se egli dorme come tutti i mortali, crede di non poter dormire; egli è
incatenato all'inferno della veglia, come Prometeo alla rupe. Ma se noi stiamo
attenti alle sue parole e notiamo il risvolto del delirio di persecuzione,
notiamo come egli assume, attraverso l'idea delirante, il controllo di tutto il
mondo. Egli è condannato da un canto ad una sorta di schiavitù metafisica, al
vissuto di veglia perpetua: anche se egli dorme come tutti i mortali, crede di
non poter dormire; egli è incatenato all'inferno della veglia, come Prometeo
alla rupe. Ma se noi stiamo attenti alle sue parole e notiamo il risvolto del
delirio di persecuzione, notiamo come egli assume, attraverso l'idea delirante,
il controllo di tutto il mondo. Egli non è solo Prometeo, ma anche Zeus; i suoi
occhi aperti sul mondo sono imprescindibilmente necessari alla sussistenza di
questo. Nessuno può penetrare, argomentando, nella roccia, ove siede il
paziente e dispone di tutto e capovolge la sua totale inermità con l'arbitrio
assoluto. Questo coinvolgimento è straordinario, tanto che Searles, parlando di
certi deliri intorno a cui i pazienti sembrano aver lavorato per degli anni, li
ammira come costruzioni pazienti e tenaci, le quali mostrano perfino un barlume
di creatività.
Termino cos' questa mia relazione dicendo che il paziente psicotico
tragicamente illumina la situazione umana nel momento stesso di annientarla.
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di Gaetano Benedetti
VIa Relazione
delle due giornate di studio
Psicopatologia e psicoanalisi
nell'ottica psicoterapeutica
Ospedale "Villa Santa
Giuliana" - Verona 7 - 8 Luglio 1995
(tratto da "I QUADERNI DI
ARETUSA")
Psicopatologia e psicoanalisi nell'ottica psicoaterapeutica
Atti delle due giornate di studio
Ospedale "Villa Santa Giuliana" - Verona 7/8 Luglio 1995
VIo RELAZIONE
INTENZIONALITA' PSICOTERAPEUTICA
Da quando, con Sigmund Freud, lo psichiatra ha studiato l'ammalato psichico
dal punto di vista del suo esperire, ossia da poco più di cento anni a questa
parte, il compito classico della psichiatria si è esteso al polo opposto di
quello iniziale, che era anzitutto descrizione del comportamento abnorme nello
sforzo di contrapporlo alla norma. Da Freud in poi, il discorso nell'incontro
con il malato psichico non è altrimenti concepibile che entro una continua
dialettica fra quello che il fenomeno psicopatologico significa per noi e quello
che il paziente esperisce nella relazione con noi.
Il capovolgimento operato da Freud è immediatamente visibile nel fatto che,
mentre da un canto, attraverso la comprensione dell'esperire del malato, si è
avuta la psicologizzazione della malattia mentale e della sofferenza
psicopatologica tutta (la quale viene recuperata nella concezione di eventi
interiori, emotivi, affettivi, non essenzialmente, qualitativamente diversi dai
nostri, ma scostantisi da questi in misura quantitativa), d'altro canto lo
studio della "psicopatologia quotidiana" (Freud) e degli aspetti
neurotici della personalità clinicamente sana (che talora in psichiatria si
sottopone volontariamente ad analisi come il proprio paziente) ci ha fatto
viceversa comprendere lo stato di salute umana come uno stato di
"mancanza".
Attraverso tale processo di pensiero la psichiatria, che da un canto trae
dalla neurobiologia molte fra le sue nozioni più significative, si pone d'altro
canto in contatto con l'uomo tutto e con quella filosofia della sofferenza
esistenziale, che da Pascal a Kierkegaard, a Nietsche e a tanti altri è
divenuta cosciente soprattutto all'uomo d'oggi.
Lo studio psicopatologico è divenuto cos', nelle sue forme migliori, anche uno
strumento psicoterapeutico (nel senso che il nostro rivolgersi, da clinici, al
sofferente psichico ci impone a priori il compito di esaminarlo in modo
maieutico, e mai solo sperimentale).
L'esperienza dell'incontro psicoterapeutico diviene per lo studioso di essa la
fonte principale della sua conoscenza psicopatologica. Nel continuo oscillare
fra l'identificarsi col malato per conoscerne "dal di dentro"
l'esperire, e il separarsi da esso per riflettere su di esso, si fonda il metodo
della ragione psichiatrica.
E cos' come questa si estende ai due polo dell'esperire e del comportamento,
della psicoterapia e della psicopatologia, cos' essa conosce due diversi gradi
di specificità: da un canto si approfondisce lo sforzo nosologico di
distinguere fra loro non solo le sindromi più diverse, ma anche i
"meccanismi" metapsicologici che ci appaiono nella riflessione
ragionata; d'altro canto l'identificazione terapeutica col malato, radicata nel
tentativo di scoprire in esso l'humus che tutti ci riunisce e ci fa comprendere
il singolo, ponendolo simbolicamente entro di noi, fa scomparire in psicoterapia
barriere nosologiche necessarie in psicopatologia: ad esempio fra sindromi
schizofreniche, schizoaffettive, paranoidi, etc. In esse ritroviamo gli stessi
conflitti, di fondo, che insieme si intersecano e si sovrappongono, per cui non
esiste ad esempio una psicoterapia della psicosi schizofrenica ed un'altra di
quella schizoaffettiva ed un'altra ancora di quella psicoreattiva.
Nella cornice del mio discorso io non farò perciò distinzione fra
sofferenza endogena e sofferenza psicoreattiva, preoccupandomi invece di vedere
nell'individuo preso in cura quel portatore della sofferenza umana, che si
costituisce come paziente di fronte ad un terapeuta. E neppure vedrò il
terapeuta nelle sue varie funzioni di psichiatra, di psicoanalista o di
psicoterapeuta, nelle possibili varie contrapposizioni metodiche; il terapeuta
è nel mio attuale discorso colui che, anch'egli un normopatico, risponde come
esperto alla sofferenza del suo paziente e affida questa alla sua attenzione,
cura e dedizione. Chi volesse perciò scorgere nel mio discorso incongruenze
dovute appunto al fatto che io col mio pensiero associativo passo dalle
riflessioni sul paziente neurotico a quelle sul paziente psicotico, o dal tema
della psicoanalisi a quello della psicoterapia, potrebbe farlo facilmente. Solo
che tali incongruenze sono coscienti e da me volute, perché è solo
accettandole in un'ampia visione della terapia psichica che mi è possibile
affrontare un tema di respiro cos' vasto nell'ambito di una breve relazione.
Questa affronta allora il tema di come la psicoterapia possa comprendere se
stessa anche come psicopatologia e in che modo questa si trasforma nello
specchio psicoterapeutico.
Psicopatologia e psicoterapia si costituiscono ambedue nelle due grandi funzioni
della "negativizzazione" e della "positivizzazione"
dell'esistenza - in ciò sta, come vedremo, -la corrispondenza.
Ma nello stesso tempo esse si contraddicono in modo assoluto, perché alla
autonegativizzazione del paziente si contrappone la positivizzazione del
terapeuta e, viceversa, all'autoesaltazione del paziente il pensiero critico del
terapeuta.
Per svolgere questa tesi, vediamo anzitutto che l'oggetto delle nostre
riflessioni è l'uomo al di dentro della sofferenza psichica. E il termine
"psichica", e non semplicemente "morale", sta ad indicare
che essa ha raggiunto un grado superiore, il quale attenta alla salute e mette a
repentaglio quella di coloro che convivono con il paziente. Quale
l'atteggiamento usuale dell'uomo al di dentro della sofferenza psichica?
Un primo stadio consiste nella negazione di essa da parte del paziente, o più
esattamente, nella negazione di tutti quei fattori intrapsichici che minacciano
la coesione interna. La grande conquista intellettuale della psicoanalisi è
stata la scoperta della rimozione di tali fattori - reminiscenze di Freud,
complessi di Jung, oggetti cattivi di Melanie Klein, "not me" di
Sullivan, fino a quelle che io chiamo, nella psicosi, le perversioni
simbiotiche. Il paziente si difende da questi fattori con le classiche difese
neurotiche: le resistenze di Freud, l'espulsione proiettiva di Melanie Klein e
di Rosenfeld, il "falso Sé" di Winnicott e addirittura il
rovesciamento della depressione nella mania.
E' solo in un secondo stadio, quello più propriamente psicotico ed
autodistruttiva, ove predomina l'identificazione del paziente con i fattori
negativizzanti, e ove la positivizzazione terapeutica deve stare in primo piano
nell'incontro con la psicopatologia.
Fermiamoci adesso al primo stadio. Il compito fondamentale delle psicoterapia
psicoanalitica consiste nella analisi delle difese, che non permettono l'accesso
ai fattori negativi situati nell'Inconscio del paziente, e nell'interpretazione
di questi ultimi, condotta in modo tale che la patogenicità di essi venga
neutralizzata dal rapporto duale, dal transfert positivo, dalla riduzione della
pericolosità attuale ai traumi dell'infanzia. E' inevitabile che in questo
processo l'opera "psicoarcheologica" dell'analista, la sua fermezza di
fronte a tutte le difese falsificanti la realtà psicologica, la sua demolizione
del "falso Sé", il suo inesorabile riportare alla coscienza ciò che
era "rimosso" (Freud), "coperto" (Sullivan),
"scisso" (Bleuler), proibito e negato, conduca ad ondate di transfert
negativo, perché esperito dal paziente come un'opera di negativizzazione della
sua identità.
Do di ciò due brevi esempi. Uno è la madre di una paziente schizofrenica,
unita a lei da un profondo rapporto simbiotico, per cui l'una delle due donne
non poteva esistere senza l'altra. La madre, provata da tante traversie nella
sua vita, esposta per tanti anni all'ostilità di persone per lei significative,
aveva concretata tutta la sua libido su questa figlia, sviluppando l'idea quasi
delirante che nessuno al mondo, tranne lei, fosse capace di comprendere la
figlia, di curarne l'invalidità psichica, di aiutarla nelle difficoltà della
vita. Con le sue proiezioni ostili sugli altri, aveva finito con l'isolare la
figlia dalla società umana. La ragazza viveva esclusivamente all'ombra della
madre, cui era legata da un rapporto profondamente dipendente e ambivalente: da
un canto non poteva vivere senza appoggiarsi in ogni piccola cosa alla madre,
d'altro canto la odiava come colei che l'aveva privata di ogni autonomia.
All'ostilità della paziente la madre reagiva con stati d'animo depressivi,
suicidali, cui seguiva sempre la persuasione che la paziente in quello stato
aveva doppiamente bisogno di lei.
La paziente si trovava in psicoterapia presso una mia allieva. Un altro mio
collaboratore si assunse il ruolo di contatti psicoterapeutici con la madre, e
si sforzò, con le debite cautele, di mostrarle come elle identificasse una
propria parte maltrattata dalla vita, debole e depressa, sulla figlia,
prendendosi cura di questa al posto di se stessa e finendo con l'impedire alla
figlia di essere diversa dalla madre.
Purtroppo questi sforzi non approdarono a un gran che. La madre reagiva alle
prudenti interpretazioni del collega con profonda ostilità, con la persuasione
che questi mettesse in dubbio la ragione prima della sua vita. "Anche se la
sua tesi fosse una verità, io non posso accettare una verità che negativizza
la mia esistenza."
Come supervisore ho discusso con il terapeuta il problema se la sua
confrontazione con la madre della paziente non fosse stata incauta, affrettata,
non le abbia lasciato il tempo di sviluppare un transfert positivo, che avrebbe
costituito una motivazione a lavorare insieme. E' da dire tuttavia che lunghe
psicoterapie, che comportano corrispondenti regressioni, sono difficili, poco
fattibili nelle istituzioni psichiatriche attuali, anche perché economicamente
non agibili.
Metodi confrontativi, cognitivi, diretti ai singoli problemi, sono oggi
frequenti nei riguardi di pazienti e di loro familiari, la cui struttura dell'Io
non presenta sfaldamenti psicotici. E non raramente essi risultano anche utili
quando riescono a motivare ad una ricerca della verità. Cito a questo proposito
le parole di una mia paziente: "L'esperienza sorprendente fatta da me in
analisi è stata quella che interpretazioni anche dolorose, le quali mettevano
il dito su una mia mancanza inconscia, risultavano per me liberatrici,
amplificavano il mio spazio interno, non provocavano un senso di depressione,
poiché la verità affranca sempre." "Die Wahrheit ist nie trostlos",
diceva lo storico Ranke; ma l'opera della ragione critica può essere sentita
transitoriamente dal paziente come negativizzazione della sua persona, del suo
modo di vivere, delle sue resistenze.
Era questo il caso della madre della nostra paziente, un caso in fondo non
troppo raro in quelle persone, ove i "vantaggi secondari" della
malattia psichica sono talmente notevoli, pur al di dentro di un'esistenza in
fondo svantaggiosa, da rendere insufficiente il punto di vista psicologico e da
porre in primo piano, nell'esperire del paziente, la "negativizzazione"
che da esso risulta e che si riflette nel transfert negativo. Talora, e per
fortuna nella maggior parte dei casi, questo è transeunte, quando il lavoro è
sufficientemente lungo ed esteso in profondità da condurre all'accettazione
della ragione critica, s' che a questa segua infine la positivizzazione
dell'esistenza.
Ecco un caso diverso: ad un sadista latente, che nella maschera patologica di
varie fobie ed ossessioni costringe i suoi familiari ad occuparsi continuamente
di lui, che tormenta la sua famiglia con i suoi comportamenti coatti, che
controlla con questi le sue aggressioni o le sue pulsioni sessuali infantili,
noi sveliamo, a poco a poco, questi momenti per lui profondamente inquietanti;
noi mettiamo in evidenza una componente, inconscia, della sua psicopatologia,
che è quella di nascondere a se stesso le proprie aggressioni e di sadicizzare
gli altri, costringendoli ad aver riguardo per lui.
Naturalmente tale interpretazione non incontrerà il favore del nostro paziente,
che infatti resisterà lungamente ad essa, ci accuserà magari di incomprensione
e possibilmente trasferirà su di noi la componente sadica di certi suoi
comportamenti.
Ora, siffatta resistenza è appunto una difesa del paziente nei riguardi di
ciò che egli sente quale "negativizzazione" della sua autoidentità.
Ma se noi infine gli mostriamo anche come il suo sadismo sia, ad esempio, una
introiezione di quello paterno, di cui lui ebbe a soffrire e da cui non poté
altrimenti difendersi che attraverso l'identificazione con l'aggressore, da un
canto, e le paure fobiche, dall'altro; se noi comprendiamo quindi quanta
infelicità è dentro il sadismo del nostro paziente e gli facciamo sentire la
nostra vicinanza a tale sofferenza, ebbene noi compiamo allora un'opera di
positivizzazione. Tale dialettica di critica (sentita come negativizzazione e
positivizzazione), in cui si struttura la nostra comunicazione col paziente, ci
permette di vedere meglio un'intenzione della psicoanalisi, quella della ragione
critica, della riduzione, dello svelare, smascherare e comprendere i risvolti
della vita intima: la riscoperta del tragico nell'esistenza umana.
E' stato visto forse troppo poco questo grande compito della psicoanalisi, la
riscoperta del tragico. Il secolo in cui viviamo è un secolo che vuol essere
scientifico, che in psicoanalisi ha cominciato a discorrere di apparato
psichico, di meccanismi, di psicoeconomia, senza badare troppo all'esistenza.
Vediamo allora di sostare un attimo sul concetto di "tragico". Che
cosa intendiamo con esso? Proverei ad esprimermi, in accordo con Simmel, che
tuttavia svolge il suo pensiero sul piano storico, in questi termini: tragica è
un'azione, una volontà, una pulsione, un'esistenza, che nel perseguimento dei
suoi fini, dei propri ideali o interessi, della sua realizzazione, porta
inevitabilmente - e qui in psicoanalisi preciserei: inconsciamente - alla
negazione di tutto ciò, creando cos' le premesse per la distruzione di quello
che viene intenzionalmente e perfino disperatamente ricercato. Tragico è un
individuo che nel perseguimento di un ideale crea le premesse per la distruzione
di esso; e tale contraddizione intima dell'uomo viene scoperta in psicoanalisi
attraverso l'esame dell'Inconscio.
L'esame dell'Inconscio è, lo sappiamo tutti, il compito più penoso del
paziente in psicoanalisi, quel compito che stimola difese e provoca non di rado
il transfert negativo.
Si tratta, per il paziente, di scoprire, con l'aiuto dell'analista, quante
illusioni, quanti impulsi rimossi di odio, invidia, rivalità, quanti
narcisismi, quanti moti sadici siano presenti nel fondo della psiche e, inoltre,
quanti ideali di abnegazione, di sacrificio, altruismo, che dettano forse lo
stile di vita familiare, sociale, rappresentano talora solo delle croste, utili
al mantenimento dell'autosicurezza e del potere.
La psicoanalisi è prudente nel parlare al paziente di queste cose.
L'analista parla, piuttosto, di atteggiamenti narcisistici che non di
atteggiamenti egoistici; di pulsioni distruttive infantili che non di una
distruttività attuale; e il termine di "neurotico" sta ad indicare
non tanto che certe pulsioni siano ingiustificate in sé, quanto piuttosto che
esse entrano in conflitto con quei tre aspetti dell'Io che non le accettano:
l'Ideale dell'Io, il Super-io e le difese dell'Io.
Cos' questo esame dell'Inconscio, che infine scarica il soggetto del peso delle
"mancanze" che esso va scoprendo man mano in terapia, è diverso
dall'esame di coscienza propostoci dal colloquio socratico: il quale, come ogni
morale tradizionale, tende piuttosto a contrapporre il bene al male. "Nel
tuo Interno o Polos - cos' parla il Socrate platonico al sofista - tu sai con
perfetta precisione che ogni male è nefasto, da te stesso io voglio trarne la
prova." Qui, in psicoterapia, ciò che appare nefasto nelle transazioni
umane viene riscoperto come la conseguenza di una incomprensione infantile, che
ha fatto del bimbo incompreso il perverso di oggi.
La confrontazione con la coscienza e la confrontazione con l'Inconscio sono
due cose diverse, cos' come due cose diverse sono il discorso di Socrate col
sofista e il discorso dello psichiatra col sofferente.
Proprio perché la psicoanalisi si è rivolta fin dai primordi al sofferente, ha
scoperto l'Inconscio, e oggi è nata come terapia medica, essa ha lasciato da
parte il discorso morale, in sé pur tanto importante, ma inutile o pesante per
il paziente già gravato dal fardello di un Super-io esoso e da quello dei suoi
sintomi morbosi.
Ma la divisione fra malato e sano, evidente nelle psicosi, non è sempre troppo
netta nelle nevrosi. Quali delle nostre pulsioni distruttive sono del tutto
inconsce, sono del tutto infantili, o non sono anche di origine attuale e solo
nascoste ("covered", come diceva Sullivan, per distinguerle da quelle
veramente inconsce) dai bisogni narcisistici?
E' soprattutto nel transfert, quando paziente e analista non stanno a ragionare
sul passato, ma lo vivono attualizzato nella relazione, che il paziente si
identifica con i suoi sentimenti (di odio, di amore, etc.) verso il terapeuta e
non intende più esaminarli come un rimasuglio del passato; ed è allora che il
terapeuta, nel suo controtransfert, rischia di rifiutare inconsciamente il
paziente.
Questo, dell'attualizzazione del passato, è, fra l'altro, uno dei grandi
mezzi della psicoanalisi; poiché come potremmo noi altrimenti agire su un
passato ormai definito, cristallizzato, interiorizzato, appersonato, divenuto
fondamento della personalità, come potremmo noi mai neutralizzare tale passato
se non incontrandolo una seconda volta nell'attualizzazione del transfert, da un
canto, e nella vita onirica dall'altro?
Ma mano che questa attualizzazione procede, il paziente resiste. E tale
resistenza, tragica quando essa porta ad una terminazione precoce del lavoro, è
invece salutare quando essa sta quasi a simboleggiare la lotta interna fra
l'uomo spirituale e l'uomo naturale (l'Eroe celeste e l'Eroe terreno, direbbe
Platone) o, in termini più moderni (Winnicott), fra il Sé vero e il Sé falso;
quella lotta interiore senza cui non c'è vero progresso, ma solo "dottrina
psicoanalitica".
Vi sono cos' delle fasi, anche in una terapia ben condotta, in cui il
paziente vive la critica terapeutica come un'opera di negativizzazione compiuta
dall'analista su tanti aspetti della sua personalità, sentiti prima come ovvi e
che adesso appaiono, al microscopio dell'indagine, come costruzioni di vita
tutte da rifare. Uso il termine, un po' forte, di "negativizzazione"
per potere contrapporre ad esso quello di "positivizzazione", che sarà
un argomento principale del mio discorso.
Io ritengo che in psicoanalisi non c'è l'una senza l'altra. Ma già nel
trattamento di stati non ancora psicotici, ma abbastanza gravi, ad esempio
depressivi, dobbiamo stare attenti con la critica, con la messa in evidenza di
aspetti narcisistici della persona, con la scoperta di pulsioni di morte, perché
il Super-io sadico del paziente sembra star l' a non attendere altro per
dimostrare al paziente quanto egli sia "cattivo" o narcisista o altro,
come sembra dirgli adesso perfino lo psicoterapeuta. Qui è più indicata
anzitutto l'analisi del Super-io stesso fin dal principio, la quale mostra
all'Io - ossia alla coscienza del paziente - quanto ingiustizia venga ad essa
fatta dall'istanza morale arcaica e spesso incosciente, rappresentata dal
Super-io psicopatologico.
Sono cose, queste, dette tante volte, che io temo solo di ripetere dei luoghi
comuni, se tuttavia non fosse che la neoformulazione è sempre utile e che nello
studio dell'anima umana, come risulta anche dalla filosofia, ci sono delle verità
eterne, che vanno ripetute sempre, con nuove parole, in nuovi giri di pensiero,
per dirci incessantemente cos'è l'uomo, per farci presentificare sempre di
nuovo l'incontro con esso.
Veniamo adesso a quello che potremmo chiamare l'altro polo della psicoanalisi
e della psicoterapia: la positivizzazione.
Il concetto di positivizzazione, che io ho tratto dalla mia esperienza con
malati psicotici, va tuttavia, se usato cum grano salis, al di là della
malattia psicotica, ed è uno dei miei contributi alla psicoterapia nel senso più
vasto del termine.
In fondo, il concetto in forma latente sta alla base di tutta l'intenzione
psicoterapeutica fin dai suoi primordi, e trova nei miei scritti solo una
meditazione ed esplicitazione.
La corrispondente attitudine mentale è già implicita al nostro stesso atto
di avvicinarci al paziente, chiunque esso sia. Questo paziente, specie se grave,
può essere ritratto nella similitudine del dio Glauco, cacciato giù nel fondo
del mare: "Chi lo mira laggiù non riesce più a riconoscere la sua natura.
Le sue membra sono dalle onde scorticate e rotte dalla loro forma originale,
altre parti gli son cresciute di fresco, conchiglie, alghe, pietre, in modo che
somiglia piuttosto ad un mostro, e non già alla sua propria natura."
Fin qui Platone, che nel dio Glauco ravvisa l'anima umana caduta a cagione di
innumerevoli infausti influssi.
Abbiamo qui il germe filosofico della psicoterapia, che può persino servirsi
della similitudine platonica per esprimere la sua intenzione. L'idea qui altro
non è che l'immagine, nella mente del terapeuta, dell'Essere del paziente,
nascosto dalla sua malattia, dai "feticci psicotici" (Mahler), ma
anche da tutte le sue deviazioni morbose, le quali sembrano farne un altro
essere. Esse non ce lo estraniano completamente, se noi scopriamo che la
similitudine del dio cacciato in fondo al mare lumeggia vivamente anche lo
stesso stato dell'uomo e che il malato psicotico è solo un grado diverso, certo
ben più grave, di quello che siamo noi.
L'idea che noi allora ci facciamo di lui corrisponde quindi al nostro desiderio
di essere qualcuno di più di quel che noi siamo; qualcuno che noi siamo già in
quanto aspiriamo ad esserlo, seguendo cos' il detto di Pindaro, che fu più
tardi anche quello di Nietzsche: "Diventa quel che sei"; ed è
opposto, in psicoterapia, alla diagnosi di "difetto", di
"degenerazione psichica", come si soleva dire un tempo, di
"psicopatia" più o meno irreversibile.
E' in un atto di reciprocità molto spesso inconscio, ma non pertanto meno
operante, che noi trasformiamo la percezione psicopatologica dell'altro, non per
idealizzarla, e tanto meno per difendercene attraverso l'idealizzazione della
vera realtà, ma al contrario, in forza del presentimento della sua vera realtà
(il "Sé vero" di Winnicott) nascosto dalla realtà denaturante del
dolore e della difesa, dal Sé falso.
Noi allora, prima ancora di operare, ascoltiamo l'Idea del paziente in noi e ci
avviciniamo, entro le nostre modeste possibilità, all'artista, di cui Foerster
ebbe a dire che esso "prende dunque dalle labbra della natura la parola non
detta".
Questa nascita silenziosa dell'idea del paziente nella nostra mente, che si
ripete ad ogni incontro con lui, non è tuttavia che il primo atto della
psicoterapia. Quel che Platone naturalmente non ci dice, quel che accade, direi,
regolarmente in ogni atto terapeutico, è la difesa del dio Glauco dal nostro
sforzo di estrarlo dalle maschere ed illusioni in cui egli si è sprofondato,
dapprima controvoglia, per il suo destino esistenziale, e poi per il suo stesso
sforzo difensivo.
Quel che per noi è una positivizzazione della sua immagine è per lui una
negativizzazione del suo stato; una negativizzazione operata da una terapia che
lo vuol privare di quei pezzi del suo essere, che gli son serviti a ricomporsi,
più o meno, nella sua nicchia, per lasciarlo poi sperduto nelle profondità
oceaniche del suo dramma esistenziale.
E vi sono in realtà dei momenti, nella psicoterapia delle psicosi, ove noi
preferiamo non analizzare certe idee deliranti, evitiamo perfino di
razionalizzarle nella nostra mente, per non privare il paziente di certi
specchi, frammenti di vetri, che gli riflettono il suo universo, senza di cui
egli andrebbe in frammenti.
Ecco qui un dilemma della psicoterapia: togliere al paziente i "corpi
estranei", aderiti alla sua pelle e cresciuti in lui, affinché egli possa
divenire permeabile al nostro messaggio, o viceversa, infondergli a poco a poco,
per contagocce, il nostro messaggio, affinché egli possa spogliarsi da sé
delle mostruosità che lo rivestono?
Dopo questa introduzione, che tocca le premesse fondamentali del nostro
pensiero, passiamo alla domanda: in che cosa consiste, nella nostra concezione
della psicoterapia, l'opera della positivizzazione?
Ne disegno tre gradini successivi, che rappresentano, per me, la presenza del
terapeuta nel mondo del paziente e permettono cioè quella sintesi psichica che
va di pari passo con l'analisi e che costituisce il progredire dell'integrazione
della persona.
Vi è anzitutto un atto interno del terapeuta stesso, che si manifesta
naturalmente nel suo modo stesso di essere, di sentire quale terapeuta, che
viene cioè percepito dal paziente già sul piano inconscio.
Esso è la coscientizzazione, nel terapeuta, della dimensione tragica
dell'esistenza umana, per cui il paziente gli diventa, nella sua particolare
storia di vita e di sofferenza, un simbolo dell'Uomo, e quindi anche di se
stesso.
Attraverso l'ascolto lo psicoterapeuta comprende nel senso di un contenitore
le dimensioni contraddittorie dell'esistenza, le quali inducono il Sé perciò
autonegantesi al falso uso degli oggetti; falso uso che equivale al concetto di
perversione, la quale si intreccia spesso con la neurosi.
Desidero tracciare a questo proposito alcune antinomie della esistenza umana
che, presenti in noi tutti, ci appaiono nel paziente, ora l'una ora l'altra,
nella forma più radicale, anche se questa forma è cangiante da un caso
all'altro.
Ne descriverò brevemente tre, ma so che la mia sintesi è arbitraria e che essa
mi serve solo per esporre il mio pensiero.
1) La prima antinomia è la cornice, entro cui si iscrive il senso di colpa
umano, e quindi del paziente.
Noi sogliamo distinguere il senso di colpa neurotico da quello autentico, anche
se la distinzione nel caso particolare non è semplice, anche se non mancano, da
un canto, gli analisti che considerano (o meglio consideravano, agli albori
della psicoanalisi) qualsiasi senso di colpa come neurotico, e dall'altro i
moralisti anche psichiatri, che in ogni senso di colpa vedono il segno di una
mancanza, come lo vedevano i cosiddetti "psichiatri psichici" del
secolo scorso (in questo senso la storia della depressione, della melancolia, di
questa "malattia della colpa", come essa è stata chiamata da Guentrip
è significativa).
Ecco qui in realtà la situazione dell'uomo che, "gettato" in
questa esistenza (per usare l'espressione di Heidegger) da una necessità che
sta al di fuori della nostra scelta, si sente quindi sopraffatto da compiti
della vita spesso contrastanti fra loro, la cui armonizzazione supera le
possibilità del suo organismo psichico e fisico; compiti, richieste, urgenze
istintuali, bisogni propri e altrui, che lo legano, lo impegolano in conflitti
in ultima analisi difficilmente solubili; che lo colpevolizzano qualunque sia la
sua scelta (Grenzsituation der Schuld, come la ebbe a definire Jaspers, ove cioè
ogni scelta conduce ad una colpa).
Errore, incapacità, scacco, disperazione rappresentano qui una forma del
Tragico, non solo per il carattere opprimente delle emozioni relative, ma anche
per la struttura stessa delle dinamiche, che tendono col loro sviluppo fatale a
distruggere ciò che invece si voleva intraprendere. E non deve allora venire
alla mente dell'analista, del terapeuta come non tanto il singolo individuo,
quanto l'organizzazione di questo nostro mondo, con le sue istituzioni e le sue
contraddizioni, è il portatore della colpa, dal cui vissuto il paziente è
tormentato o il cui vissuto egli disperatamente cerca di reprimere?
Eppure la conoscenza dell'uomo, e del paziente in esso, ci dice che egli
attua sempre una copia sbiadita di quello che egli si sente chiamato ad essere,
che la responsabilità è anche la sua e a togliergliela gli si toglie la sua
dignità di uomo; che il mondo dei sensi, nel quale noi viviamo, soffriamo e
moriamo, non è il vero ed unico mondo, ma la colleganza con un mondo
invisibile, al quale il nostro mondo interiore appartiene in modo indissolubile
e sulla base del quale noi fermamente dobbiamo operare, se vogliamo rimanere
fedeli sulla terra a quella origine e anche alla nostra vera personalità.
Questo vissuto metafisico incosciente è nella mia esperienza una particolare
prerogativa dei sofferenti psicotici. Quanti pazienti io conosco che solo nel
progrediente responsabilizzarsi della loro esistenza (nota 1) hanno realizzato
il senso del Sé! In questa polarità fra responsabilità personale, che il
paziente anela a riacquistare, dopo aver dismesso da sé tutte le pseudo
responsabilità morbose, e violenza di un Inconscio, che dispone del suo ordine
morale e del suo destino, di un Inconscio preparatosi talora al di fuori di lui,
nell'incoscienza dell'infanzia e dei suoi introietti, nei legami delle
generazioni precedenti, sta una dimensione tragica dell'Uomo, che noi la
sentiamo, con particolare struggimento nello specchio del nostro pazienti,
un'antinomia talora insolubile.
2) Passiamo ad una seconda antinomia, che possiamo considerare un eccesso o
una mancanza. Siamo abituati a vedere nell'eccessivo narcisismo un amore
egocentrico di sé che rende impossibili quelle relazioni oggettuali che nutrono
la psiche con la linfa dell'altro, e che sconfina tante volte, ad esempio in
tanti caratteri cosiddetti isterici, nella tendenza a manipolare gli altri, a
dominarli per esserne poi dominati.
Ma guardando bene questi pazienti noi ci accorgiamo anche di
"lacune", le quali ab initio hanno reso futile il senso del Sé ed
evocato la costruzione degli strati narcisistici della persona; tant'è che il
termine di narcisismo, riattualizzato in particolare dall'opera di Kohut, sta a
denominare sia la libido appunto narcisista, sia la lacuna anch'essa narcisista,
che si apre come una falla nel tessuto primordiale dell'Io. Una antinomia che
veste del suo velo tragico anche quei pazienti, che talora, proprio per il loro
atteggiamento narcisistico, riescono sgradevoli, nel transfert, agli stessi
analisti.
3) L'antinomia di egoismo e altruismo.
Questa antinomia, che attraversa da millenni tutta la storia dell'umanità, le
sue filosofie e religioni, mostra nell'ambito della sofferenza psichica una
particolare struttura, la quale, più che qualsiasi altro stato umano, ci fa
comprendere l'esistenza di un Inconscio e la limitazione della
libertà umana di fronte ad esso.
Nella maggior parte di quelle situazioni familiari in cui c'è una
psicopatologia della sofferenza noi vediamo che gli ideali da cui è fatta
l'identità sociale dell'uomo vengono trasmessi in una misura che non è
corrispondente alle povere possibilità di un Io malnutrito dalle mancanze di
libido familiare, invischiato in quella miriade di conflitti intrafamiliari, ove
la difesa del proprio ruolo, la preoccupazione per la propria identità
materiale, l'immersione simbiotica nelle ansie altrui non lascia spazio
sufficiente al vero Sé del bimbo, alle sue autentiche possibilità di crescita,
di autonomia e di creatività.
Ne consegue, nell'individuo sofferente, una spaccatura profonda e poco
cosciente fra quello che egli vorrebbe essere e quello che egli è, e perciò
anche un'impossibilità a veramente sentirsi e comprendersi in quel che egli fa.
E' a questo punto che scatta in tanti pazienti, depressi o narcisisti o
psicotici che essi siano, un conflitto ascoso fra libido ed aggressività, fra
altruismo ed egoismo, fra bisogno di abnegazione e bisogno di possesso o di
manipolazione, la cui tragicità sta sia nell'insoddisfazione del singolo, sia
nella sua incapacità a risolvere il conflitto, sia infine in un decorso che
vede il paziente vittima di aggressioni altrui.
Ecco ad esempio la paziente depressa che è vissuta un'intera vita per il
marito e i figli, rinunziando ad ogni distrazione, ad ogni attività
indipendente dalla famiglia, ad ogni sua autentica autonomia, e che alla fine
della sua vita di sacrifici viene rimproverata dai suoi stessi familiari, a cui
credeva di essere votata, di averli voluti anzitutto possedere, iperproteggere,
asservire, manipolare; la quale "scopre" dunque, allo specchio degli
altri, come tutto il suo altruismo altro non sarebbe stato che egoismo
razionalizzato.
Ecco ancora il paziente psicotico, che durante la sua adolescenza viveva di
fantasie umanitarie di salvezza per poi avvertire, con spavento, all'inizio
della sua psicosi, la presenza di impulsi distruttivi che contraddicono
radicalmente tutto il modello che egli aveva fatto di sé stesso.
Ecco il paziente ossessivo, che per anni ha creduto di realizzare con la sua
precisione esasperata i compiti posti a lui dagli altri, e che col suo
perfezionismo ha solo raggiunto di venire odiato dagli altri.
Come non sentire, in queste e in tante altre situazioni simili e diverse,
quella non-libertà dell'uomo. che misteriosamente si ingrana con la libertà
della coscienza, la limita già in noi e poi, ben più, nel sofferente, in una
misura in cui la morale tradizionale, con la sua divisione troppo netta tra il
bene e il male, non si è resa mai sufficientemente conto; quella non-libertà
dell'uomo, dico, alla cui percezione non è possibile sfuggire con un taglio
preciso fra malato e sano, ma che ci impone piuttosto il senso tragico della
vita, soprattutto di fronte a quegli esseri-pazienti, che a cagione dei loro
scacchi familiari e sociali non assurgono a un'altezza, che impressiona la
società, ma restano in un grigiore di vita che attira perfino il disprezzo
altrui.
Finora ho parlato dell'esperienza terapeutica, che è il tema centrale del
mio scritto. Ma non voglio, come psicoterapeuta, con ciò circoscrivere la mia
posizione di fronte a tanti colleghi psichiatri, che pur non facendo
psicoterapia nel senso stretto della parola, anche perché hanno a che fare non
con una selezione di malati, ma con le centinaia di pazienti psichiatrici
("psichiatria di massa", secondo l'accezione di Barison) e non possono
quindi dedicarsi alla "psichiatria del profondo", incontrano tuttavia
i loro malati in quello spirito di profonda comprensione, di attenzione
fenomenologica, che può anche essere considerata come una visione positiva di
quel che altrimenti, in cert'altra psichiatria, viene visto invece,
fondamentalmente, quale "difetto".
Barison, parlando della visione "scientista", la quale osserva
anzitutto i disordini da difetto, precisa: "Non si tratta di un errore, ma
di un diverso modo di fare psichiatria".
Con una certa paradossalità, che fa bene perché mi sembra come una sfida a chi
pensa altrimenti, egli scrive che il "Mit-Sein autentico" può
accadere "sul piano transferenziale e controtransferenziale anche se vi sia
per avventura una sola intervista, qualsiasi siano nel tempo e nello spazio e
nelle diverse circostanze gli svolgimenti di tale rapporto."
Nella schizofrenicità stessa egli vede una "originalità e creatività
analoga all'attività artistica (...); che differisce dall'opera d'arte solo
perché non ne possiede l'universalità di comunicazione (nota 2); che solo una
visione soltanto scientista e positivista può vedere come un disordine da
difetto (...)"; che "è creazione surrealista non solo quando appare
come gelido vuoto, ma anche quando si moltiplica in svariatissime forme (...);
che è una esasperazione vertiginosa del comportamento espressivo (...) come se
fosse, per il paziente, un modo per fare scoppiare la realtà sotto la spinta di
potentissime esigenze vitali."; e cioè, anzitutto, quella "di tenere
per sé un suo mondo comunque diverso"; l'esasperazione, aggiungerei io,
del Sé separato come difesa dalla perdita di esso. Ecco, ci dice Barison,
"l'impossibilità di spiegare (tutto questo) come un fatto di atimia, che
non può rendersi conto di questa struttura intenzionale".
Vi è, in questo incontro con l'Anders, anche quel rispetto verso ciò che
nel paziente ci risulta inconoscibile e non riducibile alla conoscibilità del
difetto, lo stesso spirito che, in altro modo, pervade anche la mia
psicoterapia.
Concludiamo: la natura della psicoterapia mi appare in una relazione fra
terapeuta e paziente, in cui il primo, interiorizzando il secondo in se stesso,
diviene attento ad ogni dettaglio della sofferenza, mentre il secondo
interiorizza a sua volta l'attenzione dialogica dell'altro per divenire infine
il terapeuta di se stesso. In questo processo occorre incessantemente un'opera
di conoscenza critica, che si svolge fra i due poli dialetticamente opposti di
"negativizzazione" critica (interpretazioni critiche, mobilitazioni di
resistenze, aumento dell'ansia) e di "positivizzazione", aumentando
cos' progressivamente lo spazio introspettivo di ambedue i partecipanti al
dialogo.
La conoscenza di sé quale possibilità maggiore di esistenza è altamente
positivizzante e quindi ricca di valenze affettive, perché essa evidenzia,
attualizza e valorizza agli occhi dell'un partner terapeutico le potenzialità
dei vissuti negativi del paziente, i quali appaiono come risvolti di bisogni
genuini non corrisposti, di possibilità mancate, di spinte della persona
vanificate dall'assenza di ricezione altrui.
Tale positivizzazione è una dimensione essenziale della psicoterapia ed essa è
possibile tramite la presenza dialogica di un terapeuta, nel cui specchio
interpretativo, di traduzione solidale dall'Inconscio alla coscienza, la persona
non solo si riconosce nel suo germe di verità, ma anche si realizza come dualità.
Nell'ambito di tale conoscenza positivizzante il terapeuta si assume la difesa
della parti vere, genuine, autentiche del paziente, incrostate e nascoste da
autotradimenti, da falsi adattamenti agli altri, ai sistemi patogenici della
famiglia e della società, dalle tendenze distruttive altrui e proprie.
Il terapeuta non è però solo un avvocato difensore di tutto ciò che è
rimasto vittima nel programma di vita del suo paziente; egli è anche il
paladino della rinunzia a quegli ideali narcistici, a quel "Sé
grandioso", a quegli aspetti sadici della personalità che un tempo
venivano riassunti nel concetto di peccato, di mancanza o di insufficienza
psichica.
I limiti medici di tale psicoterapia stanno nella rigidità del divenire
psicostorico dell'individuo come anche nel suo mondo psicofisico, nella
fissazione corporea dell'esistenza. Essi non sono sempre modificabili.
Ma l'interesse che ogni psicoterapia veramente motivata suscita nei terapeuti e
nei pazienti mostra come le dimensioni di ricerca umana, di attenzione dialogica
e di solidarietà duale si sviluppano in uno spazio più vasto che non quello
solamente medico e di cui possono prendersi cura solo i due partecipanti ad
esso.
E' nell'ambito di questa concettualizzazione che noi possiamo infine
esplorare la molteplicità creativa dei modelli esplicativi in psicoanalisi e in
fenomenologia. Questi modelli diversi, dell'origine e della struttura delle
varie psicopatologie, sono stati proposti dal pensiero sia psicoanalitico che
fenomenologico (o daseinsanalitico). Mentre la psichiatria essenzialmente
descrittiva perviene oggi ad un linguaggio relativamente univoco nei manuali
internazionali di diagnostica psichiatrica, i modelli psicodinamici o
ermeneutici si sventagliano in una molteplicità di differenti punti di vista,
che può disorientare chi richiede al modello una certa invarianza storica, una
"aderenza alla realtà", una sicura testabilità di ipotesi e non è
aperto all'atto creativo dello "spostamento di attenzione".
Eppure è solo attraverso i modelli che noi ci avviciniamo veramente ai
nostri pazienti, perché cos' creiamo simboli del loro esperire, di una
interiorità altrimenti inconoscibile, la quale, alla psichiatria descrittiva,
si manifesta solo come un insieme di "sintomi". Modelli esplicativi
sono simboli dell'incontro della nostra mente con l'interiorità inconoscibile
di chi è veramente Altro; essi possono svelare, almeno in parte, la soggettività
dei vissuti e delle strutture interiori solo se noi ci avviciniamo ai
"sintomi" con la nostra soggettività.
Se noi soltanto cataloghiamo i sintomi, il loro ascoso linguaggio ci resta
muto e il paziente ci rimane lontano, inafferrabile pur nel concretismo del
sintomo. La "dimensione negativa" del modello (psicoanalitico o
fenomenologico), che da un punto di vista "scientista" ne è la
debolezza, ci rimbalza agli occhi, che cercano l'Incontro, come la sua vera
forza. Perciò la simbolizzazione della malattia psichica non potrà venir mai
standardizzata e qualsiasi standardizzazione dei sintomi equivale alla rinunzia
a leggerli come messaggi del profondo. Ed è nella nostra disposizione a
"leggere il malato" nei geroglifici di un linguaggio, che da un canto
precede l'Incontro, ne è la base, ma che d'altro canto si definisce
nell'Incontro, che appare l'intenzionalità psicoterapeutica.
--------------------------------------------
Nota 1:
Vedi anche Ferlini: "Io credo che la risposta della psicoanalisi sia la
neutralità; ma una neutralità ben paradossale, nel senso che si tratta di una
neutralità che conduce non ad approvare né a condannare i nostri pazienti ma a
comprenderli, comunicare la nostra comprensione, in modo che il paziente possa
lentamente assumere a sua volta, con piena consapevolezza di causa, le sue
scelte e la responsabilità dei suoi atti. La nostra etica tende a rendere
ciascun paziente cosciente dei suoi conflitti rimossi, tende dunque a rimettere
in questione tutti i suoi valori, tutte le sue credenze religiose, politiche.
etiche, allo stesso modo dei suoi desideri e della sua vita sessuale". (Ferlini,
1991)
Nota 2:
Qui vorrei tuttavia osservare che del vissuto estetico fan parte sia
l'intenzionalità comunicativa come anche la ricezione dell'altro. In
psicoterapia noi osserviamo produzioni "quasi-artistiche" ove non
mancano né la ricerca del paziente di esprimere qualcosa di verbalmente
indicibile al suo terapeuta, attraverso il proprio "opus", né la
sensibilità ricettiva di chi vede punteggiato tutto il suo cammino terapeutico
con quelle manifestazioni della sofferenza dualizzata, con quelle
simbolizzazioni incipienti del miglioramento, da creare anche l'Erleben
estetico. Certo non sempre!
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LO STATO DELL’ARTE DELLA TECNICA PSICOANALITICA
Stato dell’arte della tecnica psicoanalitica della schizofrenia
Gaetano Benedetti *, Svizzera
I. Psicoterapia individuale
A.
Sviluppi storici e modifiche tecniche attualmente significative
B.
Modifiche nella propria tecnica
II.
Terapia familiare
III.
Terapia ambientale e di gruppo
A.
Gli indirizzi tecnici fondamentali sono qui tre: quello essenzialmente interpretativo, di origine più antica (Freud, Jung), illuminato in
seguito da nomi come Rosen e infine Rosenfeld. Metodi ben diversi fra loro, ma,tutti diretti a mediare insight al malato, come recentissimamente nella cosiddetta Eio-terapia riassunta da Gunderson. Successivamente quello,interpersonale, che ai nomi dei fondatori Sullivan e Fromm-Reichmann aggiunge quelli più recenti di Arieti, Searles, O. Will, Síírala. Esso
si è orientato in direzioni diverse, unite però dalla preoccupazione dei terapeuti di mediare ai loro pazienti vissuti integrativi di rapporto, di far loro rivivere situazioni passate di abbandono, simbiosi perversa, dipendenza distruttiva in situazioni transferali nuove, le quali
accolgano la psicopatologia dell’infermo in un contesto comunicativo. Infine il metodo della realizzazione simbolica, iniziato da M. Sechehaye e
divenuto, nei suoi aspetti fondamentali, la base di tante terapie fondate sul simbolo e la produttività artistica nella riflessione psicoanalitica. Lo sviluppo degli ultimi decenni è segnato da autori che come Lidz,
Racamier, Winne raccolgono, nel termine di psicodinamico, l’intero approccio terapeutico. La modifica sta in una tendenza alla sintesi, come mostrano oggi le cosiddette "strategie multimodali". In ciascuna di esse
si lasciano riconoscere "opposti dialettici", che non si escludono
a vicenda, ma si applicano, di volta in volta, a seconda dello stadio di evoluzione del paziente, della gravità della sindrome e anche della personalità dell’analista.
a) Conviene, ad esempio, lasciar regredire il paziente schizofrenico, affinché egli ritrovi, nella ripetizione della simbiosi, l’origine e la soluzione dei suoi problemi o è meglio confrontarlo con
la struttura della realtà psicosociale?
b) E’ più utile comprendere
assieme a lui le dinamiche specifiche del suo passato o, anzitutto, offrirgli nel rapporto terapeutico un modello valido del presente?
c) Bisogna prima analizzare le sue resistenze, anche se di altro tipo che non quelle neurotiche, o aiutarlo, come già insegnava Federn, a ricostruire una capacità di resistere che, nella psicosi, in seguito allo sfaldamento dell’Io viene perduta?
Le risposte della letteratura recente mostrano una maggiore flessibilità di scuole e migliore coscienza dei pluralismi.
B.
La concezione della nostra scuola, delineatasi attraverso scritti e simposi internazionali nel corso soprattutto degli ultimi venti anni, concretatasi nei nostri gruppi di lavoro a Basilea e a Milano cos' come
nel trattamento e supervisione di oltre 500 pazienti in Svizzera e in
Italia, è descrivibile, sinteticamente con i tre concetti della
internalizzazione e trasformazione intrapsichica della immagine del
partner terapeutico del paziente, il cui Sé si sviluppa,
simmetricamente,
lungo tale processo; della positivizzazione dell’esperienza psicotica
attraverso associazioni, sogni e fantasie del terapeuta, che pongono
questi nel mondo del paziente per trasformarlo dal di dentro attraverso i
vissuti terapeutici; della psicopatologia progressiva, ossia della riedizione, da parte del paziente, della propria esperienza psicotica
attraverso l’identificazione con il terapeuta e la conseguente trasformazione delle immagini psicopatologiche in intenzioni
comunicative.
La transitività terapeutica, ossia la configurazione positivizzante di
ciò
che è sentito negativo del paziente, concorre alla dualizzazione della psicosi e cos', attraverso la categoria della
reciprocità, esce
dall’autismo e crea la intersoggettività. Questa equivale alla
formazione di un "soggetto transizionale", che ha radici
contemporaneamente, nella
persona dell’uno e dell’altro partner e che completa la diade
terapeuta-paziente con una figura di triangolazione. Il soggetto
transizionale è spesso visibile nel simbolo e nell’arte schizofrenica;
la
sua progressiva "personificazione" da parte del paziente
sublima i
processi patologici di appersonazione psicotica e li intesse quindi in un
movimento progressivo della psicosi, procedendo cos' a una nuova
formazione di identità. Il motivo maggiore delle nostre modifiche sta
nel
riconoscimento di una incapacità dell’Io psicotico alla sintesi ed integrazione senza l’internalizzazione di una immagine terapeutica
attiva,positivizzante e, a sua volta, capace di internalizzare profondamente la
miseria psicotica e un’immagine di potenzialità ideali del malato. In
tutto questo processo noi stiamo molto attenti alle capacità curative
dell’Inconscio terapeutico, quali si manifestano nei sogni, nelle
associazioni, nelle fantasie ecc. L’incontro con il paziente psicotico
attiva talora l’Inconscio terapeutico fino alla creazione di sogni
simultanei!
Un esempio illustrativo è necessario per non rimanere nell’astratto.
Cito
un caso in cui le tendenze proiettive (paranoidi) della paziente
condussero questa, dopo una fase di transfert positivo, a una grave crisi
transferale. Questa si rispecchiava nel sogno della paziente di trovarsi
completamente sola, dopo un viaggio in ascensore, e di dover ridiscendere
l’altissimo edificio scivolando lungo la facciata. Nella medesima notte
il
terapeuta entrava anche egli, con un sogno, nella situazione di pericolo, capovolgendola: egli si percepiva con la paziente in un’abitazione
comune
costruita su un picco di roccia. All’ammalata atterrita egli assicurava
che, essendo il pavimento di vetro trasparente, loro potevano osservare
esattamente tutta l’armatura in cemento (senza il diaframma paranoide).
La
meditazione comune di questi due sogni mostrava: 1. la loro simultaneità, garanzia di un’intesa dei due sistemi inconsci; 2. l’entrata del
terapeuta
nella situazione di panico della paziente, che contemporaneamente veniva resa positiva e aperta al dialogo; 3. l’internalizzazione e
trasformazione dell’imago della paziente nel sogno del suo terapeuta. Nel compiere la
propria analisi il terapeuta poteva anche rendersi conto di come
situazioni senza difesa, da lui vissute nella propria infanzia, gli
permettevano l’identificazione parziale con il vissuto della paziente.
Questa, a sua volta, sviluppava, dopo l’elaborazione comune dei due
sogni,
un sistema paranoide nuovo (psicopatologia progressiva), che si distingueva dal primo per la trasformazione del terapeuta persecutore nel
terapeuta in pericolo, riaprendo cos' la porta della comunicazione con
lui.
Questa terapia ha, nel trattamento di pazienti schizofrenici, più di
mezzo
secolo di vita e risale allo psicoanalista Federn che, per primo,
sostenne
la tesi dell’impossibilità di un trattamento psicologico senza un
lavoro
con le famiglie dei pazienti. Tale lavoro consisteva allora in una presa
di contatto, non sistematico, con i problemi delle famiglie, nello sforzo di ottenere la loro collaborazione nella gestione di aspetti sociali e
nella psicoterapia individuale. Solo in secondo tempo si sviluppava
l’insigth terapeutico, e cioè che le famiglie di pazienti
schizofrenici rappresentavano in sé un oggetto terapeutico, sia perché spesso sono
portatrici, almeno in parte, delle cause psicologiche della malattia, sia
perché, secondariamente, oberate dal peso della vita in comune con gli
infermi. Con R. Schindler si sviluppava negli anni cinquanta la
"Terapia
bifocale" della schizofrenia, consistente nel trattamento parallelo
di
gruppi di pazienti e delle loro famiglie. Gli ultimi venti anni hanno
visto uno sviluppo di siffatte tecniche sia in Europa sia in America;
esse
hanno permesso di riconoscere la complessità dei problemi creati dai
malati nelle loro famiglie e la necessità di curare sia le famiglie che
i
pazienti, tanto nell’interesse della famiglia che in quello dei malati.
In
Norvegia e in America si è arrivati al punto di ospedalizzare membri
della
famiglia contemporaneamente ai pazienti. Da tutte queste tecniche si
distinguono quelle che non si limitano al contatto terapeutico con la
famiglia, ma trattano i pazienti in sedute comuni, di pazienti e delle
loro famiglie. Il setting è stato cos' mutato radicalmente.
Il progresso ulteriore di queste ultime tecniche sta, come per le
tecniche
individuali, nello sviluppo di strategie multimodali: abbiamo, da un canto, diversi metodi, quello direttivo di Haley, quello strutturale di
Minuchin, quello contestuale di Boszormeny-Nagy, quello dinamico di
Stierlin, ecc. . Ma ciascuno di essi è, più o meno, anche una strategia
multimodale: sono percepibili l’influenza della teoria della
comunicazione
e il viraggio dalla comprensione all’azione psicosociale ad esempio nei
lavori di Haley, di Weakland, di Fish, nonché l’influenza della
psicoanalisi, della teoria dei sistemi, del paradosso nei metodi di
Selvini, Stierlin, ecc..
Sebbene le tecniche non siano psicoanalitiche nella riflessione cosciente e nella formulazione esplicita dei loro autori, esse vanno qui ricordate perché i progressi maggiori stanno nel passaggio dalla formula dell’adattamento alla norma sociale a quello della comprensione psicodinamica dei pazienti; comprensione di cui la psicoanalisi è stata sempre il battistrada. Gli ultimi quindici anni hanno visto considerevoli progressi nella chiarificazione di ciò che costituisce un ambiente terapeutico per schizofrenici. Già nel 1965 Greenblatt dimostrava che piccoli gruppi di pazienti, trattati intensivamente con terapia
ambientale e farmaci si avvantaggiano notevolmente rispetto a pazienti trattati con gli stessi medicamenti, ma in ambiente custodito tradizionale. Seguivano, nel 1972 e nel 1977, i lavori di Paul e collaboratori, i quali non solo confermavano tali risultati, ma precisavano che pazienti trattati per quattro mesi nel modo suddetto continuavano, anche dopo le cessazioni di ogni terapia, a svilupparsi favorevolmente in confronto ai malati rimasti a regime farmacologico e di custodia. Non solo, ma i primi, anche senza farmaci, andavano più raramente incontro a recidive. In particolare, notevoli erano i vantaggi riguardanti gli apprendimenti sociali. Nel 1977 Carpenter e collaboratori ripetevano gli esperimenti al National
Institute of Mental Health e stabilivano che, fra pazienti trattati farmacologicamente e pazienti non trattati in tal modo, non c’era differenza alcuna riguardo la sintomatologia e il funzionamento sociale, purché ambedue i gruppi fossero oggetto di "terapia
ambientale" (milieu terapia). A questo punto Mosher e collaboratori crearono un tipo di ambiente psicodinamico (chiamato Casa Soteria) ove piccoli gruppi di pazienti vennero trattati per sei settimane da personale non
specializzato in psichiatria, ma addestrato nell’aiutare i pazienti a integrare i sintomi psicotici in esperienze significative. Ancora una volta i risultati furono lusinghieri e sorpassarono, quanto a scomparsa di
sintomi e recupero di capacità lavorative e relazionali, quelli ottenuti con pazienti trattati in ospedale psichiatrico. Alla luce di una catamnesi biennale le recidive furono del 52%, contro 68% nei gruppi di controllo.
Tale studio confermava cos' che i farmaci non sono necessari nel trattamento ambientale di schizofrenici cronici. Voglio concludere con l’osservazione che la psicoterapia individuale da
me seguita, con i suoi concetti di simmetria parziale e simbolica fra terapeuta e paziente, positivizzazione della psicopatologia, incoraggiamento dell’espressione dei sentimenti, si articola come una variante individuale di siffatte concezioni.
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di
Gaetano Benedetti
Inzlingerstr. 291, 4125 Riehen (Basel),
Svizzera
Indice
I .
INTRODUZIONE
Noi tutti
cominciamo a pensare per immagini. Prima ancora della nascita di
un linguaggio (segnaletico, gestuale, verbale) noi vediamo
figure, sentiamo suoni, palpiamo corpi. Cominciamo ad
organizzare il nostro esperire in serie articolate di immagini.
Agli albori della coscienza, l'immagine come rappresentazione
intrapsichica non esiste, non è ancora indipendente dalla
percezione dell'oggetto corrispondente. Studi sperimentali
(Piaget) hanno permesso di stabilire che solo dopo i primi nove
mesi di vita il bimbo è in grado di rappresentarsi un oggetto
anche quando esso è assente dal campo percettivo. Il concetto
che un oggetto esiste continuativamente nello spazio e nel tempo
anche quando non è in vista e, più in generale, la facoltà di
formare concetti astratti, dipendono dalla capacità fondamentale
di archiviare rappresentazioni del mondo esterno e di reagire ad
esse anche quando gli oggetti reali non sono presenti. Poiché la
formazione di tali rappresentazioni precede nell'ontogenesi lo
sviluppo del linguaggio, si ritiene anche che ciò valga per la
filogenesi umana. "Sembra che il linguaggio, come ci dice
Damasio (1992), abbia fatto la sua comparsa, nel corso
dell'evoluzione, solo dopo che gli esseri umani o gli ominidi
che li precedettero divennero capaci di classificare in
categorie le diverse azioni e di crearsi rappresentazioni
mentali di oggetti, eventi e relazioni". L'antico problema
filosofico, se esistono idee innate, come voleva Leibniz, o se
nulla esiste nella mente che non sia passato attraverso le porte
della percezione, è sempre discusso, e C.G. Jung denomina
"archetipi" certe rappresentazioni mentali fondamentali che
sarebbero innate ad ogni essere umano. Tuttavia, la loro
manifestazione dipende dall'esperienza, ed innata sembra essere
solo la predisposizione a certi apprendimenti.
La dipendenza delle
immagini interne dagli originari apprendimenti percettivi è
dimostrabile sperimentalmente. Cerebrolesi in certe funzioni
percettive soffrono spesso anche nelle loro capacità di
corrispondenti rappresentazioni mentali. Chi è affetto da
acromatopsia di solito vede il mondo in toni di grigio; ebbene,
quando nella mente egli costruisce un'immagine che normalmente
sarebbe colorata, ne vede le forme, il movimento, la grana, ma
non il colore. Un paziente colpito da infarto cerebrale, con
conseguenti danni corticali che pregiudicano in lui la
percezione della forma, riesce magari abilmente a copiare
un'illustrazione, ma non a comprendere che i tratti da lui
disegnati formano ad es. un'immagine della cattedrale di S.
Pietro a Roma.
Una maggiore
frequenza di immagazzimento ed elaborazione di certi tipi di
immagini rispetto ad altre sembra anche dipendere dal sesso. Gli
uomini - per esempio - tendono ad ottenere in situazioni
sperimentali risultati migliori rispetto alle donne in certi
compiti che richiedono abilità spaziali, compiti nei quali il
soggetto deve immaginare di ruotare un oggetto in tre direzioni,
o in precisioni di mira; le donne riescono meglio in alcuni test
di fluidità ideativa o in test di abilità verbale. Non mancano
qui, oltre le spiegazioni di diverso apprendimento culturale,
quelle filogenetiche. Così, Kimura (1992) afferma: "Durante le
migliaia di anni in cui si sono evolute le caratteristiche del
nostro cervello agli uomini era necessaria la capacità di
trovare la strada su lunghe distanze e di riconoscere la
configurazione del territorio da diverse angolazioni; era
necessaria anche una buona mira. Alle donne era richiesta la
capacità di orientarsi a corto raggio ... una discriminazione
percettiva sensibile a piccole variazioni nell'ambiente o nel
comportamento e nell'aspetto dei bambini".
Il mondo dell'immaginario si evolve
non solo in seguito all'esposizione del soggetto e del suo
inconscio, anche ancestrale, alle situazioni relazionali più
diverse, ma anche in seguito ad una particolare capacità di
elaborazione percettivo-ideativa del bimbo, denominata da D.
Stern "cross-modality": secondo cui esperienze in un dato
campo sensoriale, ad esempio acustico, si trasmettono alla
gestualità, al movimento, integrandosi cos' in figurazioni
complesse1.
È cos' che sorge infine la creazione del simbolo linguistico, la
quale richiede al nostro cervello una ulteriore elaborazione
dell'immagine. Quest'ultima può infatti risultare lese anche se
l'immagine intrapsichica è indenne. Ad esempio pazienti che
hanno sub'to lesioni alla corteccia temporale sinistra e a
quella parietale inferiore possono mantenere un'esperienza e una
rappresentazione normale di un dato colore, ma quando essi
cercano di recuperare la forma di parola corrispondente
producono suoni di parole distorti foneticamente. E ancora:
pazienti affetti da anomia del colore (in seguito a danni al
segmento temporale del giro linguale sinistro) continuano ad
avere esperienze di colori normali, perdono però in gran parte
la capacità di dar nomi ai colori.
La creazione del
simbolo linguistico viene sinteticamente cos' descritta da
Damasio (1992):
I concetti sono
archiviati nel cervello sotto forma di registrazioni
"quiescenti". Quando vengono attivate, queste registrazioni
possono ricreare le sensazioni e le azioni associate a un ente
particolare o a una categoria di enti. Una tazza di caffè, per
esempio, può evocare le rappresentazioni visive e tattili
riguardanti forma, colore, materiale di cui è fatta, nonché
profumo e gusto della bevanda o traiettoria che mano e braccio
devono compiere per portare la tazza dal tavolo alle labbra.
Tutte queste rappresentazioni vengono formate in regioni
distinte del cervello, ma la loro ricostruzione avviene in modo
sostanzialmente simultaneo.
Fin qui il cervello
umano è stato il nostro punto di riferimento nella comprensione
del mondo immaginario della psiche umana. La distinzione del
filosofo Cartesio nel XVII secolo fra res extensa (la
materia) e res cogitans (il pensiero) non è più possibile
in quella misura categorica, da quando noi studiamo le basi
materiali del pensiero stesso; studiamo quelle cellule nervose,
che S. Ramon y Cajal, padre degli studi moderni sul cervello,
descriveva come "le misteriose farfalle dell'anima, il cui
battito d'ali potrebbe forse un giorno chiarire il segreto della
vita mentale. La poesia del linguaggio immaginario e simbolico
non manca neppure alla scienza (ed è fonte di ispirazione per lo
scienziato), e noi potremmo oggi immaginare i brevi impulsi
elettrici che si propagano lungo i neuroni, i cosiddetti
"potenziali d'azione" come le ali in movimento delle farfalle,
di cui parlava ai primi di questo secolo Cajal. Da allora molto
cammino è stato percorso.
È divenuto possibile studiare
l'attività nervosa che si frappone fra stimolo e risposta, che
corrisponde quindi alla formazione dell'immagine o del simbolo.
È stato accertato ad es. (Goldmann-Rakic, 1992) che la corteccia
cerebrale prefrontale funge da intermediaria fra memoria ed
azione, ed ha quindi importanza nella formazione del pensiero
immaginario in quel breve arco di temo in cui il soggetto non è
in rapporto con il mondo, ma con se stesso, con l'introiezione
del mondo in sé. L'atto della consapevolezza è un processo
mentale che si basa su immagini mentali non necessariamente
concettualizzate o simbolizzate, e neppure tutte emergenti alla
coscienza. Studi clinici hanno documentato che nell'uomo un
danno alla corteccia parietale provoca una perdita di
consapevolezza del corpo e dei suoi rapporti con gli oggetti del
mondo esterno. Ray Jackendorf postula, come la maggior parte dei
cognitivisti, che le computazioni delle immagini della mente
siano largamente inconsce, e che ciò di cui diveniamo coscienti
sia il risultato che ne scaturisce2.
Ma è veramente
possibile ridurre al cervello l'universo dello spirito umano? Il
cervello è la struttura più complessa dell'universo a noi nota,
e il neurofisiologo Jung ebbe a scrivere che, se fosse possibile
una rappresentazione della sua complessità in equazioni
matematiche, il cervello umano non sarebbe in grado di elaborare
tutta l'informazione proveniente da se stesso. E basterebbe poi
questa informazione Il neurobiologo Fischbach (1992) afferma: i
neurobiologi si chiedono oggi se il cervello basti a spiegare il
mistero dell'immaginazione e degli stati d'animo umani. È a
questo punto che in scienza interviene il versante della
psicologia e della psichiatria; ossia lo studio dei fenomeni
mentali e sociali anche al di là di una loro riduzione alle loro
basi materiali, rimanendo invece su un livello fenomenologico.
Ciò non implica necessariamente la rinuncia all'analisi degli
elementi fisici, ma dà adito alla comprensione di fenomeni, di
processi, di leggi che valgono solo sui livelli superiori di
complessità. Se fosse ad esempio possibile un'analisi molecolare
delle aree cerebrali del linguaggio in un disturbo psicotico del
pensiero simbolico, essa non ci direbbe tanto quanto lo studio
della costruzione del mondo e del Sé nella soggettività del
paziente. E cos' pure la creazione del simbolo del Sé nella
dualità affettiva di madre e bimbo alle origini della vita non
potrà mai essere oggetto di indagine neurofisiologica, perché
fondamento di quella res cogitans che come spirito umano
trascende la materia.
II. IL
PENSIERO FIGURATIVO NEL SOGNO
Il sogno come
reminiscenza
Il pensiero
figurativo è in particolare proprio dei popoli primitivi. Levi
Bruehl (1966) ci riferisce che gli abitanti della Tanzania "non
avevano parole per esprimere le idee astratte.. non potevano
esprimere qualità come duro, soffice, rotondo, alto, basso etc.
Per esprimere "duro" dicevano "simile ad una pietra", per "alto"
"gambe lunghe", per "rotondo" "simile ad una palla", o "simile
alla luna", e cos' via, sempre accompagnando le parole con gesti
intesi a mettere dinanzi agli occhi dell'interlocutore l'oggetto
descritto". Quando avviene "una transizione a tipi mentali
superiori, questo linguaggio deve essere abbandonato; concetti
logico-astratti generali, privi di immagini, ne sostituiscono i
"concetti-immagine", vividi, ricchi di particolari sensoriali"
(Sacks).
Ora, è stato più
volte detto, ritenuto, che nel sogno si continui quest'epoca
arcaica della mente umana; che il sogno sia una regressione sia
al passato individuale anche più lontano, sia anche a quello
archetipico dell'umanità (e non mancano i neurofisiologi che
postulano un tipo regressivo di preorganizzazione neuronale). Il
filosofo Nietzsche riteneva ad es. che nel sogno "si perpetua
un'epoca primitiva dell'uomo, che non potremo più raggiungere
per via diretta".
Riflessioni simili
si trovano anche in Freud, il quale riteneva che ciò che oggi è
legato simbolicamente doveva un tempo lontano rappresentare
un'identità (vedi il suo XII saggio metapsicologico del 1985,
solo recentemente ritrovato). La relazione simbolica veniva
vista da lui come un residuo di una più profonda identità
arcaica. Siffatte ipotesi sono difficilmente confermabili dal
punto di vista storico, mentre dal punto di vista psicologico
esse non sono né testabili né falsificabili. Noi non potremo mai
conoscere per bocca dell'infante cosa ci sia, nella psiche
umana, al di là di quella "rimozione primaria" (Lacan) che ha
scisso alle origini la mente fra oggetto e soggetto, fra il
cosiddetto "reale" (Lacan) e il simbolo; l'esperienza "globale"
di Stern equivale, nel senso della non conoscibilità, al
"noumeno" di Kant. Ipotesi psicologiche non verificabili hanno
solo la funzione (significativa) di costruire modelli della vita
psichica su cui organizzare le esperienze della psicoterapia. È
certo intanto che il pensiero figurativo, sia immaginario che
simbolico, è proprio del sogno come di nessun'altra forma di
attività mentale. È vero, come esporremo in seguito, che in
situazioni particolari del pensiero umano, come la
contemplazione religiosa, estetica, meditativa, l'Immaginario e
il Simbolico strutturano largamente lo stato mentale; ed è
altres' vero che neanche il pensiero astratto può fare a meno di
elementi simbolici. Ma dove, come nel sogno, tutto è immagine e
simbolo? La psichiatria conosce particolari alterazioni della
coscienza, dette "oniroidi", ove la mente pensa solo per
immagini. Ma proprio la qualifica di "oniroide" documenta la
loro vicinanza al sogno, al pensiero che dal termine greco vien
detto nel tentativo di comprendere il significato del sogno
(problema antico di millenni, battezzato in scienza dal 1900 con
Freud e da allora, come tutti i grandi problemi della mente, mai
definitivamente risolto) muovo da un progetto fisiologico:
quello di concepire le funzioni del sogno nel triplice ventaglio
della memorizzazione, della simbolizzazione e dell'attività
ristoratrice del sogno.
Memorizzazione
La scoperta
fondamentale della psicoanalisi è stata con Freud quella di
accedere al passato anche infantile, e non più cosciente,
attraverso la memoria latente del sogno. Per lo più questa
memoria è cifrata, per motivi che discuteremo in seguito; ma
essa può anche, in casi singoli e istruttivi, sorprenderci con
una vividezza di particolari, di cui nulla era rimasto nel
ricordo della veglia.
Una paziente in
psicoterapia, che accusava disturbi di natura psicosomatica,
sogna di essere una bimba di tre anni, accanto a sua sorella
maggiore, tredicenne. Lei si trova in un locale sconosciuto, ove
irrompono tre giovani che abusano sessualmente di lei e della
sorella. La paziente si sveglia dal sogno perplessa; non riesce
a ricordare nulla che vada in direzione del sogno. Si decide
allora a raccontarlo alla sorella, la quale le conferma che le
immagini del sogno corrispondevano perfettamente alla lontana
realtà, di cui alla piccola per un riguardo non era stato fatto
più cenno. Non solo il numero dei ragazzi che fecero violenza
alle bambine, ma perfino i particolari del locale raffigurato
dal sogno corrispondevano al ricordo della sorella maggiore.
Questo è un esempio di
memorizzazione singolare, senza alcuna trasformazione simbolica.
In che modo il sogno può favorirla? nell'uomo, eludendo le
resistenze emotive al ricordo, le quali sono maggiormente legate
all'Io sveglio, all'Io morale del soggetto. Da un punto di vista
neurofisiologico quest'ultimo aspetto non può certamente
apparire, ma vi è un riscontro interessante alla teoria della
memorizzazione. Cito Wilson, di cui riferisco la più recente
formulazione del 1991. Il suo assunto fondamentale è quello che
i sogni rappresentano nei mammiferi e nell'uomo un meccanismo di
memorizzazione delle esperienze della veglia, che vengono cos'
elaborate in immagini stabili, per divenire base comparativa di
nuove esperienze. L'autore ha osservato che un caratteristico
segnale neuroelettrico, da lui chiamato "ritmo theta",
compare durante la veglia nel cervello dell'animale, non quando
questo esibisce un comportamento determinato geneticamente, come
l'alimentazione e l'attività sessuale, ma solo quando esso
reagisce a condizioni di vita ambientale. Nel sonno tale ritmo
compare durante l'attività onirica nella regione dell'ippocampo,
notoriamente coinvolta essenzialmente nel processo di
memorizzazione. Ecco il reperto che ha indotto l'autore
all'affermazione che il "ritmo theta" riflette un
processo nervoso mediante il quale informazioni essenziali alla
sopravvivenza della specie, raccolte durante il giorno,
verrebbero ulteriormente memorizzate durante il sonno, proprio
attraverso il sogno. La rete neocorteccia-ippocampo è sottoposta
al "ritmo theta" durante il sogno e senza questo, in
seguito alla sua abolizione sperimentale, il sogno scompare. Le
informazioni cerebrali, ci dice Wilson, vengono suddivise in
"pacchetti" di 200 mill isecondi
ciascuno dal "ritmo theta". Poiché gli animali non
posseggono il linguaggio, le informazioni che essi elaborano
sono necessariamente solo sensoriali.
Coerentemente alla
nostra discendenza dai mammiferi, anche nell'uomo i sogni sono
sensoriali, soprattutto visivi, e ne assumono la forma di una
narrazione verbale [...] Sempre in conformità con il ruolo di
memorizzazione, non c'è alcuna necessità funzionale che questo
materiale diventi coscio; ed infatti vi sono individui che
sognano raramente in confronto di altri. Ma non vi è neppure
motivo per cui il contenuto dei sogni non debba giungere alla
coscienza, soprattutto se il risveglio avviene durante o subito
dopo la fase di sonno REM. [Wilson conclude con il seguente
concetto] qualunque possa essere il suo ruolo nell'età
neonatale, ritengo che all'età di due anni (quando l'ippocampo,
che è ancora in fase di sviluppo, diventa funzionale) il sonno
REM assuma la sua funzione di permettere il processo di
memorizzazione. Il substrato cognitivo basilare della memoria è
il paradigma del mondo reale, con il quale le successive
esperienze dovranno essere confrontate ed interpretate.
L'organizzazione in forma di memoria di questa infrastruttura
richiede una fase di sonno particolarmente lunga, come appunto
nel bambino.
Desidero
amplificare qui il concetto di memorizzazione proposto da Wilson
in termini strettamente fisiologici. Direi che nell'uomo adulto
il ricordo del passato remoto non serve alla sopravvivenza della
specie o dell'individuo, ma alla creazione dell'identità storica
del soggetto.
Tale identità
storica può anche rimanere in parte inconscia e riemergere nel
sogno. Ricordi dell'infanzia (la strada del paese natio, l'edera
rampicante sul muro di casa) affiorano talora in certi sogni con
una tale vividezza e precisione di particolari, quale nessuna
memoria della veglia sa renderci. Il senso di gioia provato al
risveglio è forse dovuto proprio al vissuto di un recupero
integrale della memoria: nulla del passato va totalmente
perduto, nell'inconscio rimane intatta la storia dell'individuo
come mostrano certi particolari e brevi stati di coscienza in
individui esposti al confronto con la morte: in un flash di
consapevolezza tutto il passato della vita sembra riemergere
dall'Inconscio e viene sintetizzato anche in un brevissimo arco
di tempo, come mai possibile nella veglia usuale.
La simbolizzazione del sogno
È nella
simbolizzazione che consiste il fulcro della funzione
psicodinamica del sogno, il quale si distingue dalla veglia nel
fatto che quasi tutto in esso è simbolo; tanto che ci è permessa
l'ipotesi essere il sogno un organizzatore fondamentale del
pensiero simbolico nell'uomo. Toccheremo in seguito il problema,
cosa intendiamo per simbolo, parlando del pensiero umano nella
veglia. Qui vogliamo anzitutto affermare che la grande capacità
sintetica del simbolo onirico sta nella sua possibilità di
ricostruire eventi passati in immagini del presente. Molto
spesso noi ci troviamo, nei nostri sogni, in un presente
indefinito ove tuttavia si attualizzano grandi problemi del
passato. Trattasi, come io la definisco, di una attualizzazione
potenzialmente trasmutativa, perché nella ripetizione simbolica
si apre un'area di possibile nuova decisionalità entro un evento
già definito dai parametri del passato. Noi abbiamo la
possibilità (che è quella del nostro inconscio, non della nostra
volontà) di reagire nuovamente e diversamente di prima a
qualcosa che in realtà ci ha già determinati. Tale possibilità
viene raccolta quando il soggetto fa nel sogno qualcosa che non
ha potuto fare mai nel suo passato e che gli permette, in
un'area di dipendenza da aspetti coercitivi dell'esistenza, un
vissuto di liberazione e quindi anche una nuova autonomia
psichica.
È in questo significato della
simbolizzazione che rientra il celebre concetto freudiano della
soddisfazione del desiderio proibito. Freud ha visto il
desiderio soprattutto dal punto di vista istintuale, e la
proibizione come censura morale del Super-io. Il sogno, che
permette la soddisfazione del desiderio nelle vesti di simbolo,
ossia in modo nascosto, ed evita perciò il conflitto con il
Super-io, è un "guardiano del sonno". Pur accettando il modello
di Freud, suffragato da un'imponente casistica clinica di
decenni di ricerca psicoanalitica, e che ha inoltre il grande
merito di avere introdotto i concetti fondamentali di una
psicologia dinamica nello studio dei sogni e dell'inconscio,
desidero allargarlo nei termini
sopraesposti.
La soddisfazione del desiderio rientra nella realizzazione del
sé, il suo motore non è solo il principio del piacere, ma la
spinta ad una autonomia della psiche in un'esistenza che la
limita e che viene trasformata nel sogno. Il simbolo onirico
traveste il desiderio proibito perché esso è il risultato di
processi psichici difensivi quali la condensazione di immagini
diverse, la contaminazione di un'immagine con altre, l'uso della
"pars pro toto", la negazione dell'intenzionalità
nascosta. Abbiamo qui tutta la "tecnica inconscia"
dell'occultamento simbolico, cos' ben scoperta da Freud, che
forse null'altro di essenziale è stato detto, da lui in poi, in
questo campo.
Ma la
costruzione del simbolo onirico è ambigua: il simbolo non solo
occulta, ma anche, all'opposto, rivela, e ciò attraverso un
processo, che io denomino la "sensorializzazione
dell'esperienza". Dal resto diurno fino al pensiero archetipico,
tutto appare nel sogno sotto forma di immagini visive. E poiché
noi abbiamo cominciato a pensare non razionalmente, ma per
immagini, allora proprio la riduzione dell'esperienza
all'immagine conferisce ad essa una drammaticità espressiva ed
una evidenza di pensiero altrimenti impossibile. Talora il
desiderio onirico non è affatto proibito ed ha bisogno del sogno
solo per divenire trasparente a se stesso, indimenticabile e
certo, attraverso la radicalizzazione dell'immagine. Ecco un
esempio fornitomi da un mio paziente il analisi:
Vidi Lei, prof.
Benedetti, sulla scala della mia abitazione. Eravamo in tre: Io,
Lei ed un giovane che in parte si assimilava e in parte si
distingueva da me. Io e questo giovane eravamo curvi ad un
improbo e faticoso lavoro: quello di estrarre sacchi di
immondizia dallo sportello della colonna-condotta vuota ove si
gettano i rifiuti che giungono cos' al raccoglitore situato nel
sotterraneo. Il condotto si era ingorgato e noi dovevamo
estrarre da quel pertugio-botola i pacchi di immondizia
gettativi dentro, che per la loro eccessiva dimensione avevano
ostruito il condotto. L'operazione faticosa e ripugnante
riusciva ed io consegnavo a Lei, prof. Benedetti che mi stava
accanto in piedi, un sacchetto azzurro di plastica, che
contrariamente all'immondizia circostante era pulito e conteneva
un raccoglitore trasparente e sigillato, pieno di un liquido che
pensavo a prima vista essere acqua distillata - e che poi si
rivelavano essere lacrime.
Quale forza di
espressione in questo sogno transferale, nel simbolo
dell'immondizia, che faticosamente viene estratta dal passato
durante la psicoanalisi, nell'attualizzazione di questo passato
attraverso l'immagine del giovane, il paziente di un tempo che
lavora a fianco del paziente anziano di adesso, personificato
dall'Io sognante. E quale profonda consapevolezza è nel simbolo,
che è anzitutto il Sé del paziente, presente e passato, a
compiere gran parte del lavoro analitico, mentre il compito
dell'analista è anzitutto quello di sapergli stare accanto. In
ultimo abbiamo l'immagine del sacchetto pulito e pieno di
lacrime, il quale simboleggia la consapevolezza che dal profondo
non viene estratta solo immondizia (la miseria della neurosi) ma
dolore umano concreto come il pianto; il quale anch'esso viene
consegnato al partner, anzi diviene trasparente ai due (sembrava
essere acqua distillata, nel linguaggio del simbolo) proprio
attraverso gli atti della comunicazione e delle identificazioni
reciproche. Come sarebbe stato possibile esprimere tutto ciò
senza il simbolo? La simbolizzazione qui non copre nulla, rende
solo evidente quel che nella sua affettività sta al di là della
parola che non può venire acquisito dalla mente che attraverso
l'immagine. In conclusione, la simbolizzazione del sogno ci
mostra un'immagine ambigua che ora rivela e ora nasconde, ora
memorizza e ora spersonalizza, ora concretizza e ora astrae, ora
scinde e ora condensa, ora estranea e ora personifica, ora
oggettifica e ora soggettifica, ora comunica ciò che può esser
riportato ad un resto diurno e ora si rifà ad un passato
remotissimo.
Non mi è possibile,
per motivi di spazio, sostare su queste polarità oniriche che
ora si escludono e ora si condizionano a vicenda, ora sono
dialettiche ed ora sinergiche; mi limiterò solo ad accennare
all'alternativa di oggettificazione e soggettificazione. Il
sogno di una donna che nel sonno immagina di partorire un bimbo
può esprimere da un canto un desiderio di maternità
(interpretazione di oggetto = il bimbo) o anche il simbolo della
nascita di un nuovo Sé verso una forma più alta di
autorealizzazione (interpretazione di soggetto, messa in
particolare a fuoco da Jung). Il sogno ci mostra cos' una
struttura antinomica della conoscenza arcaica, che si
contrappone a quella lineare del pensiero razionale. La
proposizione razionale ha una struttura binaria, è una scelta
fra il s' e il no; l'immagine onirica contiene il s' e il no, è
ambigua e perciò interpretabile diversamente. La "sfocatezza"
del sogno è visibile anche nel fatto che le strutture mentali di
spazialità, temporalità, causalità, ritenute da Kant un a
priori della mente umana, possono apparire anche cancellate
nel sogno. La doppia valenza del linguaggio onirico si riflette
naturalmente nella logica interpretativa, che ne condivide
l'ambiguità, tanto che un critico della psicoanalisi (Jaspers)
le ebbe a rimproverare la transmutabilità interpretativa. Ma
proprio tale partecipazione del pensiero interpretativo alla
struttura della vita soggettiva profonda, che non è riducibile
alla obbiettività razionale e diviene comprensibile
nell'identificazione con l'altro, ribalta la "debolezza
scientifica" nella forza e penetranza della comunicazione.
Il sogno come ristoro dell'attività mentale
La scoperta di
Dement del 1959 ci aveva fatto ritenere che l'esperienza onirica
nell'uomo occorresse solo durante certe fasi del sonno,
caratterizzate da una particolare frequenza dell'attività
elettrica del cervello, registrabile elettroencefalograficamente
e simile all'attività della mente durante la veglia. Soggetti
svegliati sperimentalmente durante tali fasi, dette REM perché
caratterizzate da "rapid eye mouvements" (che sembrano
esplorare lo spazio del sogno) ci dicono nove volte su dieci di
sognare. Ma negli anni successivi si è appreso che esistono
anche sogni NREM, i quali intervengono cioè anche nelle altre
fasi del sonno; sembra che essi, anche formalmente e
affettivamente diversi, siano più difficili da ricordare, perché
solo una persona su tre, svegliate in tali momenti, è capace di
riprodurli. Ora, data l'impossibilità della regolarità del
ricordo anche nella situazione sperimentale, nulla vieta di
ipotizzare la possibilità di una esperienza onirica continua
durante tutto il sonno (Strauch e Meier, 1992).È possibile
avanzare qui la tesi che, come la veglia è una continua
introiezione di percezioni che sovraccaricano la ricettività
psichica cos' i sogni consistono in proiezioni di immagini da
cui l'Io dormiente si dissocia. Ricordo l'esperienza di ristoro
che si fa passando da un'ora insonne, in cui i più banali
pensieri e ricordi si affollano alla mente, in un dormiveglia in
cui ci si osserva e ci si accorge, entrando nel pensiero
immaginario del sogno, come immagini oniriche dissociate dall'Io
si susseguono secondo ordini loro propri, senza che l'Io
semidormiente debba costruirle egli stesso. Il flusso
dell'attività mentale continua nel sogno, ma l'Io, come
sdoppiato, ne sta al di fuori, si guarda allo specchio anche
quando agisce nel sogno e riposa. La scissione fisiologica fra
Io dormiente e Io agente nel pensiero simbolico del sogno
permette quella funzione salutare che è il distacco dalla realtà
che si riflette nel simbolo. Tale distacco è inoltre tanto
maggiore, quanto più puntiforme è la coscienza del sogno,
dell'immagine che torna a dissolversi appena emersa
dall'Inconscio. Il fatto che la maggior parte dei sogni viene
dimenticata, come sempre sottolineato nel loro studio
sperimentale attraverso la tecnica del risveglio, trova qui una
nuova risposta: non solo la memorizzazione, come proposto da
Wilson, ma anche la dimenticanza, come proposto da Crick e
Mitchison è importante, e la funzione del sogno, che come tutti
i "processi primari della psiche" (Freud) si stende fra estremi
opposti e li riunisce dialetticamente, è complessa. Secondo i
due autori citati il sonno onirico servirebbe a cancellare
regolarmente le associazioni spurie, supponendo che la
neocorteccia possa trovarsi nella veglia in sovraccarico per la
grande quantità di informazioni in arrivo. Le onde PGO
raggiungono, secondo questa teoria, la neocorteccia e provocano
la cancellazione, ossia il disapprendimento. "Sogniamo per
dimenticare". È possibile applicare tale teoria su un doppio
livello: da un canto a proposito di quegli individui che sognano
solo raramente; il loro sonno è una cancellazione continua di
immagini appena emersi in sogni subito dimenticati. Dall'altro a
proposito di quegli individui che soffrono di sogni ripetitivi,
ove non è possibile vedere il soddisfacimento di un desiderio
istintuale, mantenuto dalla teoria di Freud. Sono spesso rimasto
stupito nell'ascoltare dalla bocca di siffatti pazienti, come
nulla li avrebbe resi tanto infelici quanto il perdere i loro
sogni infelici! Mi sono poi reso conto che qui opera un
meccanismo psichico analogo a quello che Freud ebbe a
individuare nell'esperienza del lutto: l'incontro con il ricordo
della perdita permette l'usura progressiva della
rappresentazione della perdita, e cos' la dimenticanza.
III -
IL PENSIERO IMMAGINARIO COME RICEZIONE DI
IMMAGINI E COME PROIEZIONE SUL MONDO DELL'ATTIVITÀ DELL'IO
Abbiamo detto precedentemente che noi da bambini cominciamo a
pensare per immagini. Il nostro primo pensiero è immaginario
perché legato all'esperienza sensoriale, e da esso emerge, come
dimostrato dagli studi di Piaget, il pensiero razionale nel
corso di diversi anni di vita. La dialettica del pensiero
immaginario sta però nel fatto che esso è non solo ricezione, ma
anche proiezione di immagini sul mondo; il che diviene tanto più
evidente, quanto più noi passiamo dal bambino allíadulto, al
poeta, all'artista, che parlano di sé e del mondo anzitutto per
immagini. Rifletteremo in un ultimo capitolo del nostro saggio
sulla differenza fra immagine e simbolo. Nella realtà della
mente le due esperienze si sovrappongono largamente. Per
comprendere il presente dobbiamo avere un modello del passato.
Nella nostra ipotesi, che ricostruisce la filogenesi sulla base
dell'ontogenesi, il pensiero immaginario è nato nella mente
umana primitiva con il tradursi di immagini sensoriali
provenienti dal mondo esterno in un mondo interno simbolico
caratterizzato non più dall'attività del cosmo, ma dall'attività
dell'Io. Quest'ultima si manifestava, sin dai primordi della
storia, come proiezione delle immagini interne sull'ambiente:
cos' ad es. nella creazione dei miti, cos' anche nelle prime
opere d'arte 40.000 anni fa, nelle pitture e incisioni rupestri
che raffigurano non solo le forme, ma anche e talora in modo
perfino schematico, protosimbolico, i movimenti degli animali.
Il surrealismo di talune immagini, la incipiente astrazione
delle forme (per cui ad es. come ci dice Denis Vialou (1992) la
figura dell'animale veniva scissa e astratta dal suo fondo
naturale) era connesso al pensiero arcaico (magico) di poter
agire sulle cose, sugli aspetti della realtà che sovrastavano
l'uomo, tecnicamente e scientificamente ancora debole, mediante
la manipolazione mentale delle immagini. Nel rito (Mirtea
Eliade) l'acqua ad es. veniva sparsa sui campi nella speranza di
provocare cos' la pioggia, il fuoco veniva acceso anche per cos'
ripetere e conservare il movimento del sole. Nel nostro modello,
la trasformazione obbiettiva del mondo attraverso la
strumentalità umana era simultaneamente costellata dalla
trasformazione obiettiva del mondo nella creazione dell'immagine
di esso, in quanto quest'ultima non è solo percezione, è
creazione dell'Io e della sua enorme forza potenziale contenuta
nell'ideazione. Abbiamo già scoperto questo pensiero nello
studio del sogno, che sembra infatti ricapitolare in sé lo
sviluppo dell'esistenza umana. La creatività dell'immagine non è
ritrovabile solo nel mondo antico. Proprio in quello
contemporaneo noi osserviamo forme di espressione pittorica e
scultorea che si distinguono profondamente da quelle dei secoli
precedenti perché si servono di immagini staccate dalla
percezione di quelle reali, costruite interiormente, espressioni
dell'attività dell'Io che (come ebbe a dire lo psicoanalista
critico dell'arte Kris) distrugge il mondo per proiettare su di
esso un altro mondo proprio. A differenza del pensiero
razionale, che nasce nel continuo paragone fra la percezione e
la riflessione, l'Io e il Non-Io, l'ipotesi e l'esperimento, il
pensiero immaginario attinge agli strati profondi
dell'affettività e dell'Inconscio; tant'è che conosciamo artisti
i quali, come i nostri pazienti, ci dicono di non progettare le
loro opere d'arte, di non conoscere a priori verso dove l'opera
iniziata andrà a sfociare. È possibile razionalizzare tutto ciò
che noi esprimiamo come pensiero immaginario? In altri termini,
il pensiero razionale è la più alta vetta della mente? E,
viceversa, quello immaginario è sempre una regressione, una
cifra da decifrare, un'attività mentale vicina al sogno e
all'infanzia, cioè agli stati arcaici della mente? Non sembra.
Una gran parte del pensiero umano, dall'antichità ad oggi, dai
mistici agli psicologi, ad es. da S. Gregorio Magno fino a Jung
è di diversa opinione. Jung ci dice che il "simbolo esprime
qualcosa in più di quel che la sua traduzione razionale potrebbe
dirci [Ö] Se l'animo indaga il simbolo, viene condotto verso
rappresentazioni che stanno al di là della comprensione della
ragione" (1964). S. Gregorio Magno, a sua volta, parlando
dell'elevazione mistica dell'anima, afferma: "ut anima,
gratia spiritus afflata, per figuras quam Deum vidaet". "Per
"figuras", attraverso le immagini dunque, l'anima arriva
a Dio. Possiamo allora, viceversa, ritenere che l'immaginario
rappresenti la vetta più alta dell'attività mentale? Neanche.
Tutto lo sforzo storico del pensiero umano è stato quello
dell'astrazione, dalle tracce dei documenti dei popoli primitivi
fino alla odierna conquista razionale del cosmo. Dallí"Homo
faber" all'"Homo sapiens". Dobbiamo allora
concludere: non questo o quel tipo di pensiero, ma la profondità
dell'esperire umano in esso è ciò che decide dell'altezza
mentale. Il pensiero razionale in cerca della verità può
condurre all'"Imago", e questa reciprocamente ricondurre
all'astratto, come nel celebre sogno del chimico Kekulè, che
dopo aver invano indagato durante la veglia la struttura
molecolare del carbonio, la scopri in sogno, vedendo i 6 atomi
che la compongono danzare dandosi le mani in un esagono.
Un laureando, che deve
scrivere una dissertazione su un testo di Hegel, non riusciva a
comprenderne un passaggio. Dopo avere invano riflettuto tutto il
giorno sul significato ascoso, egli sogna la notte successiva di
incontrare Hegel in persona e di chiedergli cosa egli avesse
voluto dire in quella pagina del libro. Del sogno, che è la
traduzione della ricerca mentale in una forma di pensiero
figurativo, non rimane alcuna traccia nella memoria. Tuttavia,
l'indomani, rileggendo quel testo, il nostro paziente ricorda
improvvisamente il sogno dimenticato; ossia, egli non ricorda la
risposta datagli da Hegel, ma invece comprende subito il
significato delle righe prima per lui incomprensibili.
Noi potremmo qui
domandarci come mai il pensiero onirico, che è cos' povero di
logica in confronto a quello ben articolato della veglia,
fornisce tuttavia al nostro dormiente quella acutezza
concettuale che gli si rivela il giorno dopo rileggendo quel
testo di Hegel? Se stiamo attenti al caso, il sogno non ha
fornito alcuna struttura logica al pensiero logico della veglia;
Hegel non ha spiegato nel sogno il significato ascoso. È invece
occorsa la cosa seguente: allo sforzo mentale si è aggiunta la
forza del pensiero figurativo, l'immagine, potente dell'incontro
con Hegel stesso, e ciò non come una debole fantasia da sveglio,
ma come realtà figurativa. Ecco come la "regressione"
all'immagine è sfociata in una "progressione" al concetto.
IV.
IL SIMBOLICO
Definizione di simbolo
Un'immagine è simbolica non per il
semplice fatto di significare qualcosa. Un'immagine mnemonica
rappresenta ad esempio un passato, ma non ne è ancora il
simbolo; essa lo diviene quando in quel dettaglio del passato è
sottinteso tutto un
arco di tempo che si svolge intorno
ad esso. Più genericamente: l'immagine diviene simbolica quando
la figura esprime anche dati non esplicitamente contenuti in
essa, ma da essa evocati per un rapporto di simmetria parziale.
Quest'ultima significa che due immagini diverse hanno un
segmento semantico comune, che permette all'una (il
significante, il simbolo) di essere usata al posto dell'altra.
Un'immagine può essere, anziché il simbolo, solo il segno di
un'altra. Quando noi diciamo ad es. che le viole sono un segno
della primavera che viene, noi esprimiamo un rapporto di
temporalità fra lo sbocciare di quel fiore e l'inclinazione
dell'orbita solare. Il segno è indipendente dalla convenzione
culturale. Se noi invece diciamo che la rosa rossa è un simbolo
dell'amore, noi usiamo nella nostra cultura un aspetto di essa
(la bellezza e il colore fiammante) per significare un movimento
dell'animo caratterizzato anch'esso dalla bellezza e
dall'intensità. È interessante notare a questo proposito che
studi matematici (Benedetti,1988) hanno potuto appurare una
diversa struttura matematica di simbolo e segno. Il simbolo che
mette una serie di immagini in rapporto di significati l'una con
l'altra, che coglie elementi comuni ad immagini diverse
organizzandole in relazioni semantiche, sviluppando cos'
l'immagine dell'immagine, aumenta enormemente lo spazio mentale
dell'esperienza possibile, aggiunge alla percezione e alla
rappresentazione l'elemento creativo della metafora,
dell'allegoria, dell'analogia. Posso accennare a tre dimensioni
fondamentali del simbolo nella evoluzione della mente umana: la
dimensione fantasmatica, che corrisponde alla creazione di un
secondo universo esistente soltanto nella nostra mente; la
dimensione cognitiva, per cui l'emergere del simbolo nella
preistoria, nella mente ancora mancante di una conoscenza
approfondita delle concatenazioni causali degli eventi
equivaleva al loro legarsi mentale in certe corrispondenze
figurative e forniva cos' la prima chiave per una comprensione
olistica dell'universo; e la dimensione affettiva, che
permetteva attraverso i grandi simboli dell'esistenza (ad es.
metafisici) l'elaborazione del dolore della vita, il quale
nell'"Homo sapiens" aumentava in proporzione con la
complessità crescente della psiche e delle funzioni sociali.
Simbolo e nomenclatura
Noi dobbiamo
renderci conto del fatto che anche il pensiero astratto è nato
agli albori della cultura (e in particolare della scrittura)
come pensiero figurativo. Le parole scritte erano ancora
immagini visive delle cose da esse denominate, ideogrammi che
col passare dei secoli, per ovvii motivi di praticità, venivano
sempre più abbreviati, schematizzati, fino a divenire non più
rappresentazioni di oggetti, ma denominazioni di essi. Facciamo
l'esempio dell'acqua. Originariamente l'indicazione era,
nell'antichissimo linguaggio sumerico, la rappresentazione
dinamica dell'acqua: un insieme di due linee curve, che ben
raffigurano il movimento ondoso. Poi si aveva un'inclinazione
della figura di 90 gradi e infine, nel corso dei secoli, nello
sviluppo della scrittura "cuneiforme", l'indicazione si
trasformava in un segnale grafico corrispondente alla nostra A;
sigla che non ha nulla a che vedere con il termine latino di
aqua, ma che lascia intravedere, a chi la conosce, la figura
originaria. Questi segnali grafici e verbali sono "simboli"?
Cos' li chiamano i neurofisiologi, i quali danno importanza alla
corteccia prefrontale (che nell'uomo ha sub'to uno sviluppo
enorme rispetto agli animali più evoluti) per la loro
formazione. Essi hanno tuttavia perduto, a differenza dei
simboli analogici, qualsiasi relazione immaginaria, solo
originariamente presente, con gli oggetti da loro denominati.
Possiamo chiamarli simboli denominativi. In psicologia è più
opportuno restringere l'area del simbolo a quello analogico; se
è anche vero che l'intera nomenclatura è, nel senso più vasto
della parola, simbolica, è altrettanto vero allora che il
simbolico si estende all'intero pensiero razionale, venendosi
cos' a perdere l'utilità del termine di simbolo, ossia la sua
acutezza nel delimitare la parte dal tutto.
Simbolo e Inconscio
La nostra mente non è in grado di
rendersi conto della enorme complessità della vita psichica.
Questa rimane largamente incosciente, e sono in particolare le
immagini incoscienti, come osservato da Jung, a concorrere nella
formazione dei simboli, integrandosi ai contenuti mentali. Da
ciò risulta non solo l'impossibilità di una completa riduzione
razionale del simbolo; ma anche il fatto che i grandi simboli
umani (ad es. quelli espressi dall'arte) pronunziano non solo
l'inconscio degli autori, ma partecipano anche delle proiezioni
degli ascoltatori, degli spettatori, per cui l'opera d'arte
acquista un significato esistenziale che può anche essere
diverso da quello implicito all'atto della creazione. Ecco
perché le grandi opere d'arte non sono mai interpretate
definitivamente e ogni nuova generazione legge se stessa in
essa, ne scopre un volto ascoso, che è spesso il proprio volto3.
Ciò ha importanza particolare nella psichiatria e nella
psicoterapia: il modo di comprendere un delirio,
un'allucinazione, una figurazione simbolica della coscienza è
spesso frutto della "dualità terapeutica" che si stabilisce nel
colloquio con il sofferente ed è obbiettiva solo nel senso che
la soggettività del terapeuta partecipi sufficientemente alla
creazione di "soggetti transizionali" che promuovono, sotto
forma di una "psicopatologia progressiva" lo sviluppo
dell'oggetto della terapia.
Patologia psicotica
del simbolo
La psicopatologia della
simbolizzazione è di grande interesse per la psichiatria, perché
una caratteristica di una grave malattia mentale, la
schizofrenia, è quella di non sapere distinguere bene fra il
simbolo e la rappresentazione della cosa. Per chiarire questo
concetto ricorriamo ad un esempio, ed osserviamo anzitutto il
fatto normale, prima di quello patologico. Nel nostro esempio
l'acqua nel sacramento del battesimo è un simbolo, perché
l'acqua versata sulla fronte del bimbo che diviene cristiano non
è lo Spirito Santo, ma ha in comune con esso una qualità,
l'azione purificatrice. Lo Spirito divino lava la colpa
originale come l'acqua lava lo sporco; l'immagine concreta
dell'acqua rimanda a quella astratta dello spirito; per cui
leggiamo nel Vangelo: "nisi qui renatus fuerit et aqua et
Spiritu Sancto non potest introire in Regnum Dei "
(Giov. III,
5). Nel momento in cui la mente
ritiene invece che il significante (Lacan) è identico al
significato (e non semplicemente lo raffigura, evocandone cos'
la presenza) e che esso significante aderisce semanticamente al
significato senza l'appercezione delle differenze fra le due
immagini, delle parti che nella simmetria solo parziale non sono
comuni, allora si ha, con l'identificazione completa dei due
termini di paragone, l'alterazione psicotica del simbolo; ossia
un tentativo di avvicinamento estremo, che non conosce più la
stupenda vicinanza cognitiva del simbolo vero e cancella questo
proprio attraverso la sua stessa ipertrofia: come nel caso della
paziente schizofrenica, che rifiuta di bere acqua, fino quasi a
morire di sete, perché "l'acqua è la madre", è cioè identica
alla propria madre venefica e soffocante. L'acqua come prima
sorgente della vita nel grembo degli oceani o in quello della
madre (il liquido amniotico) potrebbe essere benissimo il
simbolo della madre; ma non già il segno di essa.
Abbiamo visto sopra
come il segno è indice di causalità e non di sola analogia.
Possiamo allora dire che la nostra paziente usa il simbolo come
se esso fosse un segno. Nell'interpretazione segnaletica del
simbolo la mente malata pretende stabilire talora un rapporto
fisico con la cosa indicata. Cos', un malato altamente insicuro
si sente meglio solo quando siede su una panca di legno, che
converge su di lui un fluido magnetico, "perché la sua donna si
chiama signora Legnano". Un piccolissimo frammento in comune fra
l'immagine della donna e quella della panca, e ciò è la parola
"legno", basta perché un'immagine si sovrapponga all'altra; e
precisamente in modo tale, che l'una immagine, la panca, non è
solo simbolo dell'altra, ma segno causale della presenza
dell'altra, in quanto il paziente sedendo sul legno si sente
virilizzato come sedendo sulla sua donna.
Alla base di tale psicopatologia
c'è un deterioramento dell'immagine del proprio Sé e della sua
simbolizzazione, per cui il Sé sofferente perde la sua autonomia
di fronte al mondo e si confonde con esso. L'immagine del Sé,
che si forma normalmente già nelle prime settimane di vita
(Stern,1985) si costituisce soprattutto nell'interazione con la
madre (Mahler) si costituisce quindi come "schema corporeo (Schilder,
Jacobson) e costituisce, in uno stadio della vita ancora
incosciente, un "protosimbolo" (Benedetti). Da esso nasce, nel
secondo anno di vita, il simbolo di Sé, ossia l'Io, e cos' il
nome con cui siamo stati chiamati, in cui ciascuna si riconosce.
Il nome è anzitutto l'immagine del bimbo ha la madre,
l'esistenza del bimbo nel pensiero della madre, pensandolo lo
simboleggia e dà un'anima ad esso "il paziente psicotico vede
ciò che non è stato simboleggiato come un oggetto concreto" (Tommasina).
Tuttavia, noi non sappiamo, mai abbastanza in quali casi le cose
stanno cos' e cosa avviene nell'arcano della vita post-natale
fra madre e bimbo. Forse, non lo sapremo mai sufficientemente,
ma è il modello psicostorico che nellíambito della dualità
psicoterapeutica stimola i grandi movimenti della psiche. Certa
è la psicopatologia: la perdita patologica della immagine del
proprio Sé nella malattia (osservabile nel vissuto psicotico
della spersonalizzazione (Bleuler,1911) induce il paziente
adulto ad una continua ricerca di simboli di Sé nel mondo
circostante, che pertanto diviene, nel delirio di riferimento,
un continuo specchio aberrante del Sé. Dato inoltre che a
percezione degli aspetti positivi del proprio Sé soffrono
anzitutto, allora i surrogati speculari della realtà esterna
sono tutti, più o meno, negativi. Il vissuto di un "Sé
invariabile" (Peciccia), che ciascuno di noi realizza
inconsciamente e che ci protegge delle influenze esterne, manca
al paziente psicotico, il quale si sente violentato da quella
stessa realtà che egli disperatamente ricerca, e che, per la
trasformazione dei simboli in segni, agisce su di lui
determinandolo interiormente con una magica causalità. Il
disturbo della simbolizzazione nella schizofrenia, che oggi è
allo studio della psichiatria, e a cui io e il collega Peciccia
ci siamo dedicati nel corso degli ultimi anni, va riconosciuto
come oggetto storico della ricerca psicologica anche in contesti
di pensiero, che non fanno riferimento diretto al simbolo.
Il primo, ad
affrontare il problema, pur con un vocabolario del tutto
diverso, è stato Freud. Pur senza parlare affatto di simbolo, ma
occupandosi invece della Libido, Freud ha lumeggiato il processo
psicopatologico per cui l'infermo confonde il suo Sé con il non
Sé, confonde il pensiero con la materia, il proprio Io con
aspetti concreti del corpo, ossia col non-io. Cos', Freud
descriveva ad es. la paziente psicotica, che volendo dire come
il suo fidanzato infedele le avesse stravolto la testa,
affermava che i propri occhi non stavano più al loro posto nel
capo: "er hatte ihr die Augen verdeht", le aveva girato
gli occhi.
Freud
concettualizzava il fenomeno della confusione fra Sé interno e
Sé esterno, fra l'immagine psichica della vista e la
rappresentazione corporea degli occhi (ossia, diremo noi, la
perdita del simbolo della visione spirituale) con il suo
assunto, che la Libido in questa malattia viene dissociata
dall'oggetto e rifluisce alla rappresentazione verbale di esso,
la quale aumenta cos' di spessore; la parola diviene la cosa,
non è più, diremmo noi, un simbolo della cosa.
Seguendo un modello
concettuale diverso, non più riferito alla Libido, ma già alla
struttura dell'Io, un allievo di Freud, Federn, ipotizzava che
la confusione fra Io e non-Io fosse causata da una erosione e
dissociazione, da una perdita dei "confini dell'Io"-confini
esterni, nel qual caso il soggetto si confonde con l'oggetto, e
confini interni, che delimitano l'Io dall'Es, per cui emergono
alla coscienza stati psichici arcaici ("stati arcaici dellíIo").
Ancora una volta, dunque, era il rapporto fra Sé e non Sé che
stava al centro dell'indagine del fenomeno denominato da Bleuler
"spersonalizzazione", il terzo sintomo della triade
fondamentale. Mentre Federn riteneva che le rappresentazioni
oggettuali attraversassero i confini dell'Io per una perdita di
questi, Melanie Klein ipotizzava un'espulsione attiva di essi in
seguito ad un meccanismo difensivo, la proiezione paranoide. Ad
questa seguiva l'identificazione del soggetto con quelle parti
del mondo divenute sedi degli oggetti interni, la
"identificazione proiettiva" di Rosenfeld, un allievo della
Klein. Noi abbiamo qui osservato che i fenomeni proiettivi
psicotici non sono solo provocati dal bisogno di espellere gli
oggetti cattivi, o di proteggere quelli buoni minacciati di
distruzione interna ed affidati perciò al mondo esterno; ma che
essi sono anche ed essenzialmente funzione della relazione
simbiotica con il mondo; relazione simbiotica per la prima volta
scoperta dalla Mahler, che ebbe a descrivere molte psicosi
infantili o come conseguenza di una simbiosi protratta o di una
regressione dell'Io alla fase di simbiosi con la madre. I
fenomeni simbiotici non sono però necessariamente psicotici.
Essi sono stati studiati ad esempio nelle neurosi narcisistiche
da Kohut, il quale ebbe a forgiare il concetto di oggetto-Sé per
denominare rappresentazioni che intendono contemporaneamente sé
e líoggetto. A che cosa è dovuta, allora, la qualità psicotica
della simbiosi? Noi abbiamo osservato, che mentre la simbiosi
neurotica corrisponde ad eccessivi bisogni simbiotici della
coppia, ove ciascun partner ritrova la sua identità solo nel
rapporto identificatorio con l'altro, la simbiosi psicotica è
fondamentalmente negativa per il paziente, che si esperisce come
dissolto nell'altro, e che esperisce l'altro, anche
completamente al di fuori di una partnership, anche
completamente anonimo, come una minaccia alla integrità e
continuità del suo Sé, che egli non riesce appunto a separare
dall'altro. Da cui l'ipotesi, maturata nella ricerca comune di
Peciccia e mia, che al paziente, manca il simbolo del Sé, manca,
secondo la metafora proposta da Peciccia, quella
rappresentazione anche inconscia del proprio Sé, che
analogamente alla membrana cellulare protegge la struttura
interna nello scambio, altrimenti nocivo, con l'ambiente e
permette al soggetto umano la percezione di un "Sé invariante"
nella interazione affettiva con chi altrimenti influenza
eccessivamente il soggetto stesso (delirio di influenzamento e,
infine, di persecuzione). Quanti pazienti si sentono
influenzati, determinati, spiati, osservati, contaminati dagli
altri, fino al punto di non sapere più chi essi siano! Da qui il
ritiro autistico, da qui il delirio, che ci appare come un
tentativo di sistematizzare entro un mondo interiore
quell'insieme di relazioni col mondo esteriore, che altrimenti
diviene caotico. La ricostruzione delirante rimane spesso
minacciosa, ma per lo meno non è più caotica, è al contrario di
una limpidezza pseudologica ove il paziente diviene, da vittima
inerme, il "deus ex machina" sia della sua vita personale come
anche del destino del mondo. Anche il nostro è solo un modello,
come quello di Freud, o quello di Federn, o della Klein, o della
Mahler. Modelli psicodinamici sono legittimi solo nella misura
in cui essi riescono a fornirci per cos' dire delle carte
topografiche, su cui noi impostiamo le nostre strategie
psichiatriche e psicoterapeutiche.
V.
IL LINGUAGGIO FIGURATIVO
E PITTOGRAFICO IN PSICOTERAPIA
Il
linguaggio figurativo, che inizia già nell'ambito del sogno e
che dello spazio intersoggettivo può estendersi a quello
interpersonale della veglia, è stato particolarmente studiato da
me e dai miei collaboratori (Peciccia) nella psicoterapia di
quelle gravi sofferenze psichiche che sono le malattie mentali o
stanno ai loro margini - ove i canali di una sufficiente
comunicazione verbale sono spesso impervi. Alcuni vantaggi di
tale linguaggio vanno sottolineati: un primo è che la
transazione di ordine immaginario permette l'accesso a malati
che per motivi di profonda insicurezza si difendono dal rapporto
verbale o da questo si sentono influenzati nel loro pensiero.
L'immagine non solo esprime, ma anche vela poeticamente, laddove
il concetto mette a nudo e viene talora percepito come un
"bisturi psicologico". Inoltre il terapeuta, che nella
comunicazione "regredisce" anche lui all'immaginario e al
simbolico, viene percepito dal paziente come una figura
vicariante del proprio Sé e non come un osservatore estraneo. Il
secondo vantaggio è che il soggetto attraverso il linguaggio
pittografico è messo talora in grado di percepire parti di Sé
che sul piano verbale sono rimosse dalla coscienza. Il "canale"
dall'inconscio all'autoconsapevolezza è talora aperto quando
quello del pensiero verbale è ostruito. Il terzo vantaggio è che
il linguaggio pittografico, in cui due partner si esprimono
successivamente e contemporaneamente, stimola maggiormente
l'inconscio dei due interlocutori e permette espressioni
figurative di stati d'animo solo simbolizzabili e non
formulabili in astratto. Il terapeuta fa un'esperienza
simmetrica a quella del suo paziente, anche lui si accorge di
percezioni del proprio Sé e di quello altrui rimastegli fin
allora nascoste. Vi sono infine dei casi in psicoterapia, ove il
pensiero figurativo si svolge nella mente del paziente
indipendentemente dal suo pensiero razionale. Ad esempio egli
descrive la sua situazione diversamente a parole e per immagini.
Confrontato con tale dissociazione, il paziente ci dice di aver
avuto la sensazione, come se una mano estranea avesse tracciato
la figura. Sono questi a casi, ove il pensiero verbale è ancora
inibito o limitato da certe resistenze, che vengono superate dal
pensiero figurativo, poiché le figure da esso risultanti non
implicano una riorganizzazione della sua identità sociale
richiesta dal discorso. Talora una confrontazione troppo rapida
può allora indurre il paziente a chiudersi nelle sue resistenze,
rifiutando l'espressione figurativa. Ma la meditazione comune
della figura apre sempre più i canali fra figurazione e
riflessione, fino a quando il paziente non scopre da se stesso i
nessi impliciti alla sua sofferenza.
RIASSUNTO:
Attraverso
una disanima di fenomeni sia neurofisiologici che psicologici, e
con riferimento sia alla recente ricerca neuropsicologica sia
alle nostre esperienze di psicoterapia, specie con pazienti
psicotici, si rileva la grande importanza del pensiero
figurativo nella genesi della mente e nella strutturazione della
comunicazione.
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NOTE
1 È qui
che si innesta la meravigliosa capacità sostitutiva del nostro
cervello nel campo delle immagini, quando una data categoria di
esse è preclusa da danno cerebrale. Nel suo libro L 'uomo
che scambiò sua moglie con un cappello
'uomo che scambiò sua
moglie con un cappello
Oliver Sacks ci descrive un paziente affetto da agnosia visiva
che non poteva riconoscere i suoi studenti mentre questi stavano
seduti, ma subito li riconosceva se essi si muovevano, perché
realizzava "la musica dei corpi". In "Vedere voci" Sacks ci
descrive la capacità acutissima di sviluppare l'esperienza
visiva in assenza di quella acustica in soggetti sordi.
2 Un problema che
qui insorge viene formulato da Crick e Koch (1992): "(SIGMA)se è
possibile essere coscienti di più di un oggetto nello stesso
tempo. Se tutti gli attributi di due o più oggetti fossero
rappresentati da neuroni che scaricano rapidamente, potrebbero
essere confusi". Von Der Malsburg ha qui proposto che i neuroni
associati con qualsiasi oggetto si attivino tutti in sincronia
(nella misura, cioè, che i loro tempi di scarica siano
correlati, ma fuori sincronia rispetto a quelli che
rappresentano altri oggetti. Non è escluso che con quest' ordine
di pensiero ci muoviamo verso una parziale comprensione della
confusione psicotica delle immagini.
3 Questo è
visibile in un tipo di simbolizzazione che è particolarmente
proprio della nostra epoca. Per esporre brevemente questo
concetto dirò che due forme classiche di simbolizzazione del
passato; una è l'immagine concreta esistente in natura, che
rimanda ad un 'altra
astratta (ad es. l'acqua che lava
come simbolo dello Spirito che purifica); l'altra è l'immagine
non esistente in natura, ma strutturate secondo immagini reali,
di cui il simbolo, componendole assieme, condensa le qualità (ad
es. il "drago" rappresentato nella porta di Ischtar a Babilonia
e ora al museo Pergamon di Berlino ha gli artigli dell'aquila,
le zampe del leone, il collo e la testa di quel che potremmo
oggi chiamare un dinosauro, la coda eretta come un serpente;
esso è un simbolo che raccoglie in sé tutta la forza animale di
un progetto fantastico. Nelle arti figurative del nostro secolo
appare una terza forma di simbolizzazione, appena accennata in
epoche precedenti, ove la forma concreta, simbolizzante, è un
neologismo figurativo, che può simboleggiare qualsiasi cosa o
nulla a secondo della mente che la medita. Siamo di fronte alla
ricerca di una libertà di simbolizzazione, che mostra una
evoluzione del pensiero umano verso orizzonti che non ci sono
noti.
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