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D.: Professore, come
si è avvicinato alla geologia?
R.: All’età di 13 o 14 anni, negli anni Quaranta, andavo già a raccogliere cristalli e minerali vari. Abitavo sul Lago Maggiore, a Stresa; e ogni tanto, quando a mezzogiorno facevano saltare le mine, mi recavo in bicicletta a Baveno, dove tuttora si trovano importanti cave di granito: nel materiale appena frantumato era abbastanza facile scoprire piccole geodi, cioè quelle cavità con pareti rivestite da molti cristalli e che oggi vengono vendute in tutti i negozi di minerali. Non so se la mia passione per la geologia sia nata da lì, perché poi, a scuola, ebbi degli insegnanti molto bravi e appassionati. Forse essa si sviluppò in Sardegna, dove la mia famiglia si era trasferita nel dopoguerra, per motivi di lavoro di mio padre. La mia fidanzata, poi diventata mia moglie, si stava per laureare in scienze naturali presso l’Università di Cagliari, con una tesi che prevedeva anche un lavoro di estesi rilevamenti geologici da svolgere nella campagna circostante la città e per un periodo di tempo di alcune settimane. L’idea che una ragazza potesse andare in giro da sola a compiere rilievi geologici nella campagna attorno a Cagliari era, allora, del tutto folle: così, mi decisi ad accompagnarla. Inoltre io, al contrario di lei, conoscevo alcune lingue straniere, e quindi l’aiutai a consultare qualche testo di stratigrafia – ricordo gli interessantissimi lavori di Gignoux – finché mi appassionai alla materia. Poi seppi che a Roma esisteva un corso di laurea in scienze geologiche, così mi ci iscrissi e lo frequentai fino al conseguimento della laurea.  

D.: Quali sono i suoi interessi al di fuori della scienza?
R.: Quelli soliti di molti geologi: la musica e passeggiare un po’ in montagna. Cerco di andare in vacanza in zone montane dove affiorano solo rocce metamorfiche o, comunque, che non conosco molto bene e che non mi interessano particolarmente: infatti, se andassi in villeggiatura in un posto geologicamente interessante, alla fine continuerei a lavorare! Mia moglie è appassionata di fotografia, e ama immortalare fiori o paesaggi: perciò, in genere, in vacanza cerchiamo di combinare questi nostri interessi. Inoltre, nostra figlia ha conseguito la laurea e il dottorato in filosofia: così, cerco di trasferire alle scienze della Terra i discorsi filosofici sulla complessità, attraverso la lettura di libri sull’argomento e partecipando – magari, di nascosto – a qualche conferenza specializzata. Mi occupo in maniera abbastanza approfondita di discorsi legati alla complessità, perché ormai i geologi sono tutti convinti che anche la Terra sia un sistema complesso: essa non comprende varie parti distinte – litosfera, idrosfera, eccetera – ma si presenta come un tutto i cui i vari elementi – compreso il mondo organico – interagiscono profondamente tra loro. Non ho, invece, mai avuto tempo da dedicare a hobby o a sport. Tra l’altro, quest’anno sarei dovuto andare in pensione: per poter assumere dei giovani, nel nostro dipartimento abbiamo deciso, come regola generale, di andare tutti in pensione al compimento dei 70 anni, anziché andare fuori ruolo per anzianità. Ma lo scorso anno c’è stato il blocco delle assunzioni: così, di fatto, questo sacrificio diventava un po’ inutile. Sono stato pregato di restare un altro anno: in pratica, fino al prossimo ottobre. La mia intenzione è quella, una volta andato in pensione, di dedicarmi – finalmente! – a hobby o ad altre attività, compreso il girare un po’ in bicicletta. 

D.: Quali sono, nell’ambito della geologia, le discipline a cui uno studente può oggi dedicarsi?
R.: Lo spettro delle discipline, già ampio in passato, si è ulteriormente esteso negli ultimi trent’anni, a seguito degli sviluppi esplosivi delle conoscenze geologiche. Inoltre, si è adeguatamente aperto il campo ambientale, comprendente la difesa dai rischi geologici, lo sfruttamento e la protezione degli acquiferi, e così via; si sono dischiusi altri settori, tra cui certe aree di interfaccia con l’urbanistica e con l’ingegneria civile; e passi da gigante sono stati compiuti dalla geofisica, come pure dall’oceanografia e dalla geologia marina. Quindi, accanto alle discipline tradizionali – geologia, stratigrafia, mineralogia, petrografia, sedimentologia, eccetera – se ne sono via via aggiunte molte altre. Anche per questo motivo, del resto, si è arrivati al numero di 47 esami da sostenere in un triennio. In compenso, però, da quando è stato accettato scientificamente il modello geodinamico globale rappresentato dalla tettonica delle placche, il geologo possiede un’identità ben precisa: mentre prima un mineralista poteva essere considerato anche un cristallografo, e quindi un fisico della materia solida, adesso, al contrario, tutto ciò che riguarda la Terra, vista come sistema integrato, ricade nell’ambito delle scienze geologiche, così come tutto ciò che riguarda il vivente ricade nel campo delle scienze biologiche. Il modello della tettonica delle placche riesce a fornire una spiegazione accettabile dell’origine comune dei fenomeni sismici e  vulcanici, del sollevamento delle catene montuose e della scomparsa di antichi oceani, dei fenomeni di profonda trasformazione delle rocce del sottosuolo, del flusso di calore proveniente dall’interno della Terra... insomma, di tutto ciò che c’è di vivo sul nostro pianeta. Perciò oggi non esiste più quella “deriva” verso la specializzazione sempre più spinta che ha caratterizzato la geologia fino agli anni Cinquanta: ci sentiamo tutti parte di un insieme omogeneo che va dalla geofisica alla micropaleontologia. 

D.: Come è cambiata la geologia nell’ultimo secolo?
R.: La geologia “dei miei tempi” era quella, molto “pratica”, del petrolio e delle miniere, cui si affiancava la geologia applicata all’ingegneria, assai sviluppata da Ardito Desio e finalizzata alla costruzione delle dighe, alla realizzazione di opere di geotecnica, eccetera. Questa geologia applicata costituiva una branca a sé stante, e in genere veniva coltivata più dagli ingegneri che dai geologi stessi. Credo che Roma sia stata la prima sede universitaria italiana ad avere – se ricordo bene, dal 1938 – un corso di laurea in geologia, nato da una branca delle scienze naturali. Pian piano si è passati, attraverso una maturata consapevolezza del compito del geologo nella società, a una geologia orientata maggiormente verso i problemi ambientali, compresi i rischi naturali. È cresciuto il contributo del geologo nelle azioni mirate a mitigare l’impatto dei rischi naturali – soprattutto di quelli geologici – sul nostro territorio. E ancor più di recente, si è sviluppato un altro settore: la geologia urbana, cioè delle grandi città. Queste ultime si espandono quasi sempre in pianura, per cui risulta pochissima la geologia di superficie da studiare; al contrario, viene dedicata molta attenzione allo studio della geologia del sottosuolo, poiché tutte le metropoli hanno grandi problemi: dal depauperamento delle falde idriche ai crolli, dalla vulnerabilità sismica alla subsidenza del suolo. Anche tra gli studiosi di Roma Tre i rischi geologici stanno diventando non dico la principale tematica di ricerca, ma comunque quella che impegna quasi tutti: Funiciello è un rinomato specialista di geologia urbana, oltre che di geologia strutturale; Barberi, a livello internazionale, di rischio vulcanico; inoltre Giuseppe Capelli, Ciriaco Giampaolo, Giancarlo Della Ventura, Francesco Salvini e Adriano Taddeucci si occupano, rispettivamente, di depauperamento delle falde idriche, degrado delle rocce che compongono i monumenti, radioattività naturale, idrocarburi, problemi di inquinamento nelle acque e nel suolo. E così via... al punto che vorremmo dare una maggiore visibilità a questa nostra attività ribattezzando il nostro dipartimento come “Dipartimento di Georisorse e Rischi Geologici”. Le georisorse, tra l’altro, comprendono sia le risorse “ovvie”, come il petrolio e l’acqua, sia quelle “culturali”, come i parchi naturali, le sovrintendenze e i siti archeologici; per cui, ad esempio, anche un paleontologo dei vertebrati può vedervi riconosciuto un proprio spazio e un proprio ruolo.  

D.: La sua area disciplinare, stratigrafia e sedimentologia, di cosa si occupa? E che ruolo ha all’interno della geologia?
R.: Si occupa soprattutto dello studio di sedimenti, di rocce sedimentarie e della loro interpretazione: è un’indagine alla base della ricerca geologica. La stratigrafia cerca di riconoscere, nella successione degli strati geologici, le tracce dei numerosi processi che li hanno generati, i quali lasciano i propri segnali nei sedimenti, da cui derivano le rocce sedimentarie. In altre parole, il “grande libro” della storia della Terra – che ci racconta le vicissitudini, la vita, le trasformazioni paleogeografiche e paleoclimatiche del nostro pianeta – è scritto nei sedimenti e nelle rocce che da essi derivano, per cui occorre imparare a leggerlo pagina per pagina, strato dopo strato. La stratigrafia può essere definita, più precisamente, come la scienza che ha per oggetto lo studio e il confronto di strati di rocce formatesi nel corso delle ere geologiche: conoscendo la loro composizione mineropetrografica, le loro caratteristiche geofisiche e geochimiche, il loro contenuto in fossili, si ricostruiscono, passo per passo, le caratteristiche e la storia degli antichi ambienti deposizionali. I fossili, in particolare, che conservano una traccia dell’evoluzione subìta nel tempo dalle forme viventi, costituiscono una delle principali fonti di informazione per la datazione degli strati: infatti, alla successione cronologica di forme viventi diverse corrisponde la successione, nello spazio, dei relativi fossili. La geologia nacque nel Settecento, proprio con la stratigrafia: prima esistevano praticamente solo i mineralisti. Il termine stesso “geologia” venne coniato, all’inizio del Seicento, dal medico, filosofo e naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi per indicare lo studio delle rocce, dei fossili e dei minerali. Oggi, nelle università italiane ci sono, di solito, tre indirizzi: geologico-stratigrafico, mineralogico-petrografico e geofisico. Quello geologico-stratigrafico, tuttavia, non va considerato necessariamente come corrispondente all’indirizzo o area principale della geologia, perché, da quando si è verificato che la Terra è un unico sistema integrato, non esistono più discipline principali o secondarie, ma ogni materia – anzi ogni tematica – acquista una propria rilevanza solo nel contesto più generale in cui viene affrontata. Un vulcanologo, ad esempio, di fatto osserva solo i vulcani, ma sa benissimo che essi sono il frutto di tutta una complessa dinamica terrestre responsabile anche dei terremoti, del movimento delle placche, del sollevamento e della demolizione delle catene montuose: perciò, nelle scienze geologiche non troviamo una predominanza di una branca su un’altra. 

D.: Quali sedi universitarie consiglierebbe a uno studente che volesse approfondire, in particolare, la stratigrafia?
R.: Direi che delle buone scuole di stratigrafia e di micropaleontologia – due discipline, senza dubbio, assai collegate tra loro – sono tradizionalmente quelle di Milano, di Modena, di Bologna, di Perugia, di Napoli, e la stessa Roma “La Sapienza”. Non esiste, però, una sede universitaria che non abbia una buona scuola di stratigrafia, proprio perché tale disciplina sta alla base di tutta la geologia moderna: anche nelle zone in cui dominano gli interessi delle grandi città e hanno maggiore rilevanza la geologia urbana o le georisorse, come l’acqua o il petrolio, è sempre importante avere buoni esperti in stratigrafia. Solo chi non ha a che fare col mondo del sedimentario – per esempio, chi si occupa di graniti o di rocce metamorfiche – potrebbe forse non tenerla in gran conto. Naturalmente, è possibile approfondire la materia dopo la laurea, perfezionandone lo studio nell’ambito di uno dei numerosi dottorati in scienze della Terra esistenti in Italia.

D.: Di cosa si è interessato a livello di ricerca?
R.: In prevalenza, dello studio paleogeografico e strutturale dell’Appennino Centrale: quindi, soprattutto di rilevamenti geologici e di stratigrafia e sedimentologia delle rocce carbonatiche mesozoiche. Inizialmente, sono stato anche specialista di alghe calcaree. A partire dal 1981, e fino al 1994, come presidente di un Comitato Nazionale del Cnr, impiegavo tutto il mio tempo ad organizzare la ricerca geologica in Italia; ragion per cui, di fatto, interruppi la mia ricerca personale. Sono stato eletto due volte presidente del Comitato Nazionale del Cnr per le Scienze Geologiche e Minerarie, un organo che forniva linee guida e assegnava i finanziamenti alla ricerca anche universitaria, preparando, tra l’altro, i “progetti finalizzati”. Il Cnr, infatti, era organizzato in una dozzina di Comitati Nazionali di Consulenza, i quali costituivano la massima espressione della ricerca nei vari settori. Dopo il 1994, sono subentrate alcune riforme, e tali organi sono stati prima disattivati nella sostanza e poi eliminati, perché la funzione di coordinamento nazionale è passata al Ministero dell’Università e della Ricerca. Da allora, di conseguenza, il Cnr è entrato in una crisi profonda, in cui si trova tuttora. Uscito dal Cnr, mi sono impegnato a tempo pieno nella realizzazione di questa nuova università di Roma Tre. Da allora sono molto occupato nell’attività organizzativa: ho sempre fatto parte del Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo o del Senato Accademico, e da alcuni anni sono direttore del Dipartimento di Scienze Geologiche. Come vede, tempo da dedicare alla ricerca originale non ne ho più avuto, anche se qualcosa produco egualmente.

D.: Quante sono, in percentuale, le ragazze che studiano geologia? E che attitudini hanno, rispetto ai ragazzi?
R.: Quando ero studente, in un’intera classe c’era, in genere, una ragazza sola, che magari aveva attributi mascolini. Adesso, invece, il numero di studentesse è attestato sul livello costante di un terzo abbondante del totale. Nel nostro Consiglio di Dipartimento – cioè già a uno stadio piuttosto avanzato della carriera – le donne sono 9 su 27 persone totali, ovvero un terzo pure qui. Oggi, in percentuali simili a quelle citate, le donne sono presenti pure ai livelli di ricercatore e di professore associato, e in percentuali molto minori al livello di ordinario. Ma si tratta di una questione di “sfasamento temporale”, perché i professori ordinari della prossima generazione usciranno da una base in cui la presenza femminile sarà stata rilevante. Perciò la situazione va velocemente migliorando: in passato, di donne ordinario c’era solo qualche paleontologa! Riguardo alle attitudini, un tempo le ragazze sembravano portate solo per il lavoro di laboratorio: uso di microscopi per micropaleontologia o petrografia, analisi sedimentologiche o geochimiche, eccetera; poi, invece, si cominciò a constatare che nel lavoro di terreno esse mostravano una “grinta” perfino maggiore di quella dei ragazzi. Probabilmente, essendo giunte in ritardo a questo genere di attività, tendevano in qualche modo a farsi valere, a dimostrare la propria bravura. Per fare i geologi occorre molta curiosità; anzi, il chiedersi sempre il perché delle cose è forse la dote principale. Alla vista di un sasso nero in mezzo a tanti sassi bianchi, deve venire spontaneo chiedersi: «Perché?». Ma, soprattutto, una delle doti fondamentali del geologo è l’attaccamento al lavoro sul terreno. In pratica, viene il momento in cui si deve intraprendere lo studio geologico di una zona, inizialmente battendola in lungo e in largo a piedi, muniti di lente, di martello e di bussola come una volta, e cercando di ampliare, giorno per giorno, le conoscenze: si tratta di un’attività appassionante, che solo il calare della sera interrompe. Ebbene, per esperienza diretta, posso dire che le ragazze sono brave in questo tipo di lavoro sul campo, che svolgono con grandissimo impegno e con entusiasmo.  

D.: Qual è la situazione occupazionale per un giovane che si laurea oggi in scienze geologiche?
R.: Il problema vero consiste nel trovare degli spazi per i giovani bravi. Osservando i dati sulla situazione occupazionale dei geologi neolaureati in Italia, elaborati di recente dall’istat per conto dell’Ordine dei Geologi, ci accorgiamo che l’80 percento di essi trova un’occupazione – anche se non ne viene specificata la tipologia – entro tre anni dal conseguimento della laurea, mentre un terzo riesce a trovare un lavoro permanente già entro un anno dalla laurea. Probabilmente, facendo eccezione per i pochi assunti dai privati nel campo della geologia del petrolio o dell’ingegneria civile, i laureati trovano impiego negli enti locali, oppure lavorano come liberi professionisti occupandosi di discariche, cave, rifiuti tossici, acque del sottosuolo, protezione del territorio, e così via. Però, a crucciarci e a preoccuparci veramente, è il fatto che non sappiamo più dove “indirizzare” potenziali docenti del futuro, i ragazzi veramente bravi, che hanno conseguito il dottorato e che svolgono già ricerca a livello internazionale, “facendosi un nome”: l’università, in questa fase storica, non ha possibilità di assorbimento, nonostante la sua disperata necessità di crearsi un vivaio per stare al passo con l’Europa e per rimpiazzare la percentuale elevatissima di docenti ormai prossimi alla pensione; e neppure gli enti di ricerca hanno risorse che consentano di assumere giovani. Le faccio un esempio. La geologia marina, durante gli ultimi decenni, ha avuto un boom nel resto del mondo, mentre in Italia siamo riusciti soltanto, e con grande fatica, a creare qualche struttura valida al riguardo, sebbene non certo dotata di mezzi e di navi adeguate: in questo campo siamo delle “cenerentole”! Come potremmo, allora, incoraggiare un giovane a occuparsi dei settori più promettenti, uno dei quali è proprio la geologia marina? La vulcanologia ha avuto più fortuna, perché a Catania il cnr aveva un Istituto Internazionale di Vulcanologia, e a Napoli c’era l’Osservatorio Vesuviano; però, anche lì l’ambiente è ormai saturo e, in ogni caso, non vi sono – almeno per ora – le condizioni per assumere nuovi giovani. A volte, in compenso, si aprono in modo inaspettato nuovi settori di lavoro, in genere un po’ più “banali”: l’inail, ad esempio, un paio di anni fa ha assunto una ventina di geologi affinché si occupassero dei problemi legati al controllo e alla dismissione dell’amianto.

D.: Invece, per entrare nell’università, un giovane deve “sperare” che un docente anziano vada in pensione o “crepi”...
R.: Sì. Infatti io adesso vado in pensione, e con il mio budget – per fortuna, lasciatoci intatto – sono stati già assunti due ricercatori e possiamo pagare metà stipendio a un terzo. Se non ci comportassimo così – cioè se, ad esempio, sfruttassimo il privilegio anacronistico della posizione fuori-ruolo, che per anni impedisce di liberare il budget – non potremmo mai riuscire a risolvere la situazione che si verificherà intorno al 2010-2012, quando molti colleghi professori, sia ordinari che associati, andranno in pensione, essendo entrati di ruolo quasi tutti nello stesso periodo: allora, infatti, dovremo poter contare su una solida base di “nuove leve”! Tra l’altro, non è detto che in futuro questi posti “liberati” da noi anziani possano ancora essere riciclati in posti per i giovani: bisognerà vedere quale tipo di università “sarà uscita fuori” dalle leggi che stanno elaborando in Parlamento. È infatti grande la tentazione di liberare risorse sostituendo un docente anziano e la sua professionalità non con l’assunzione di un giovane ricercatore, bensì affidando per contratto il suo corso a qualche “esperto” esterno, pagandolo poche migliaia di euro all’anno. Intendiamoci: possiamo anche accettare il fatto che nell’università e negli enti di ricerca vi sia solo un 30-40 percento di personale stabile, “destinato” a percorrere la carriera ordinaria e, poi, tutto un tourbillon di assegnisti, borsisti e contrattisti, i quali lavorano in veste di “precari”; ma a condizione che questi giovani siano pagati bene, adeguatamente, non in maniera quasi mortificante, come invece avviene oggi. Una elevata mobilità, che consenta e, in qualche modo, costringa un giovane a spostarsi da un’istituzione all’altra, come succede negli Stati Uniti, potrebbe essere senz’altro preferibile all’assunzione in ruolo e a tempo indeterminato di neolaureati brillanti, pronti, magari, a “sedersi” dopo pochi anni di attività. Però, come principio di base di qualsiasi riforma, è importante che l’università rimanga la sede primaria della ricerca. Inoltre, in Italia dobbiamo comunque aumentare di molto lo sforzo finanziario per l’università, perché, nonostante tutto, non abbiamo ancora abbastanza laureati, e quindi dobbiamo formare “nuove leve” di giovani ricercatori.

D.: Cosa prevede la legge di riforma, attualmente in discussione, che elimina il ruolo dei ricercatori?
R.: In Italia gli assegni di ricerca biennali, che comportano anche una serie di facilitazioni fiscali, praticamente non possono essere rinnovati più di una volta, in quanto tra dottorato di ricerca, borse post-doc e assegni di ricerca stessi, un giovane non può godere di una borsa per più di 8 anni complessivi. La legge attualmente in discussione prevede che il ruolo dei ricercatori scompaia; di conseguenza, quelli esistenti rimarrebbero fino ad esaurimento, e potrebbero fare carriera partecipando ai concorsi nazionali per professori. Molto probabilmente, in sostituzione dei ricercatori non nascerebbe una figura nuova, ma ai giovani verrebbero offerti dei contratti di ricerca, caratterizzati, però, dalla stessa limitazione di 8 anni complessivi, cioè comprendenti anche il dottorato e le borse post-doc. Speriamo che almeno quest’ultima limitazione scompaia; altrimenti, due miei bravissimi studenti, che termineranno il dottorato rispettivamente a luglio e a novembre e per i quali non potrò più chiedere di bandire un posto di ricercatore, dovranno essere rimandati a casa! E, ammesso pure che io con questi ragazzi possa stipulare un contratto di ricerca, che prospettive potrei offrire loro, e come riuscirebbero essi a crearsi una propria vita indipendente o una propria famiglia, se dopo pochi anni io non potrò neppure più rinnovare tale contratto? Questi contrattisti di ricerca potrebbero partecipare a concorsi per professore associato; tuttavia, questi sarebbero fortemente intasati dai ricercatori già esistenti, il cui ruolo andrebbe in esaurimento. Ad esempio, poniamo che un’università abbia disponibilità finanziarie per 100 posti da professore associato: secondo la proposta di legge, il Ministero bandirebbe un unico concorso nazionale, con altri 15 posti riservati ai 20.000 ricercatori il cui ruolo andrebbe in esaurimento. Anzi, al ministro Moratti è stato chiesto di aumentare tale quota, destinata ad assorbire i ricercatori nei concorsi nazionali, dal 15 al 50 percento. Ma, chiaramente, si tratta di pura demagogia, perché quell’università, di associati, ne potrebbe chiamare e pagare sempre e soltanto 100! Dunque, quasi certamente, per vari anni molti giovani e brillanti contrattisti entrati nelle liste di idoneità nazionale spererebbero di essere chiamati da qualche università, ma nessuna avrà i mezzi per farlo. In sostanza, ai giovani precari la presente riforma diminuirebbe le prospettive anziché aumentarle!

D.: Immagino che, per esercitare la professione di geologo, occorra essere iscritti al relativo albo professionale...
R.: Sì, e per iscriversi all’albo occorre superare un esame, diverso a seconda che si possieda la laurea triennale o quella quinquennale. Inoltre, l’ordine professionale dei geologi ha preparato due liste, contenenti rispettivamente le attività di cui possono occuparsi i junior – ossia coloro che hanno conseguito la laurea triennale – e quelle, invece, per i senior, in possesso della laurea quinquennale. In pratica, il geologo junior può svolgere i compiti tipici dell’attività geologica, vale a dire i lavori di terreno e di acquisizione dati, ma non può elaborare né interpretare questi ultimi: deve operare sempre sotto la supervisione e la responsabilità di un geologo senior. Per spiegare: un geologo junior non dovrebbe essere in grado di aprire da solo un proprio studio professionale, essendo per molte attività subordinato a un geologo senior, ma può compiere valutazioni di impatto ambientale, sebbene non quelle relative alle grandi opere. Le prime lauree triennali sono state conseguite proprio in questo periodo; dunque, è troppo presto per dire se sorgerà un mercato per i geologi junior. A Roma Tre gli studenti della laurea triennale hanno scelto di proseguire in massa gli studi per il conseguimento di quella quinquennale. La laurea breve, in ogni caso, ha permesso a chi non era molto motivato verso i nostri studi, o doveva compiere grandi sforzi per superare gli esami, di “prendere un pezzetto di carta”, utile in tanti altri settori del mondo del lavoro. Comunque, non necessariamente il geologo junior deve intraprendere una professione attinente alla disciplina in cui si è laureato; tra l’altro, nel resto d’Europa la laurea triennale costituisce un titolo idoneo per poter andare a lavorare in qualsiasi altro campo, un po’ come succedeva da noi, in passato, con il diploma di scuola media superiore. Inoltre, la laurea triennale nelle scienze della Terra e nelle discipline collegate fornisce una solida preparazione di base, tale da consentire a un ragazzo di avviarsi in tempi brevi verso i settori più diversi che si aprono, man mano, nella nostra società.

D.: Per fare carriera occorre accattivarsi le simpatie altrui?
R.: Scienze geologiche non sfugge alla regola generale, sebbene la situazione qui mi sembri meno grave e meno preoccupante che altrove. Siamo scesi a un livello veramente basso per quel che riguarda i concorsi universitari. D’altra parte, credo che oggi, purtroppo, un giovane ricercatore, se si limitasse a seguire con scrupolo i buoni consigli che gli diamo – di compiere buona ricerca, di pubblicare soltanto su riviste internazionali, di non lasciarsi trascinare dalle mode, di essere sempre corretto con i colleghi, e di non “scopiazzare” gli altri – in Italia non riuscirebbe a fare carriera. Ripeto: non abbiamo mai toccato un livello così basso di moralità – vogliamo chiamarla così? – nei concorsi, e parlo con cognizione di causa e in tutta coscienza. Ciò vale dai concorsi per l’ammissione al dottorato a quelli per diventare professore ordinario. Si tratta di un meccanismo estremamente perverso, cui non si riesce a sfuggire neppure quando vi si è coinvolti in prima persona: anche noi, pur coscienti della situazione, siamo poi portati a comportarci secondo l’andazzo generale, per non danneggiare, a nostra volta, alcuni allievi che sosteniamo in quanto, a nostro giudizio, sono veramente meritevoli e non dovrebbero finire “in pasto ai leoni”. Il fatto è che, di solito, si bandiscono concorsi sapendo già da quali persone saranno vinti. Ma si potrebbe anche accettare questa “consuetudine”, purché almeno si trattasse sempre di elementi di buon livello; cosa che invece, purtroppo, accade sempre più di rado. In passato, qualche volta capitava che ai concorsi vincesse un “raccomandato di ferro” – magari figlio o nipote di un ministro – il cui livello, comunque, era al di sopra di una certa soglia: ad esempio, aveva al suo attivo qualche buona pubblicazione, per cui nella sua sede era amato e stimato. Stando così le cose, dunque, si poteva anche accettare la situazione, perché, tutto sommato, essa faceva parte di un certo gioco. Ma che fine farà l’università se, come sta succedendo oggi, continueranno a moltiplicarsi i casi di individui di scarso valore che vincono ai concorsi? Come vero discriminante tra i professori bravi e quelli che invece tendono a mandare in rovina la propria sede, ho sempre considerato il fatto che, mentre i primi sono ben felici di avere degli allievi che li sopravanzano – “tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro” sta scritto, a caratteri cubitali, in un’aula della “Sapienza” – i secondi, diversamente, provano invidia, temono il confronto, e quindi si circondano di giovani ossequiosi e di scarso livello, destinati a fare carriera tra mille sotterfugi. Nel primo caso, si assiste a un’evoluzione culturale continua nel tempo, nell’altro a un decadimento progressivo e inarrestabile. Di sicuro, oggi continuiamo, in generale, a incrementare nell’università la percentuale di persone inadeguate ad occupare certe posizioni, cioè che hanno già raggiunto il proprio “livello di incompetenza massima” secondo il noto principio di Peter.  

D.: Qual è il sistema con cui le università fanno in modo che il concorso a cattedra venga vinto da determinate persone?
R.: Supponiamo che l’Università di Canicattì, avendone i fondi sufficienti, chieda al Ministero di poter bandire un concorso. Quest’ultimo è nazionale, ma il bando locale, con un commissario designato dalla facoltà che bandisce e gli altri quattro elettivi. I “vincitori”, fino a qualche anno fa, erano tre “idonei”: uno veniva chiamato dalla sede di Canicattì e gli altri, invece, potevano venire chiamati da altre università senza la necessità di bandire ulteriori concorsi, purché queste avessero fondi sufficienti. I professori di due università interessate a far vincere uno dei tre posti a un proprio candidato, allora, facevano una “cordata”: in pratica, un giro di telefonate tra i propri colleghi con diritto di voto per essere da questi votati come commissari del concorso. Perciò, siccome un terzo commissario apparteneva alla sede che bandiva il posto, alla fine tre commissari su cinque erano professori aventi ciascuno un proprio candidato cui far vincere il concorso. A quel punto il gioco era praticamente fatto, perché, se tre dei cinque commissari erano d’accordo, ognuno di essi poteva contare anche sui voti degli altri due e, così, far vincere il “proprio” candidato; ciò era possibile essendo 3 su 5 la maggioranza minima richiesta. Mi piacerebbe molto compiere un’indagine statistica per scoprire quante volte, in passato, il vincitore non è risultato quello che la facoltà banditrice del concorso pensava di far vincere. Ma questo succedeva in passato...

D.: E oggi, invece, come funzionano le cose?
R.: Da circa tre anni, le persone che vincono il concorso sono due per ciascun posto, e i commissari sempre cinque. Così il “giochetto” si presenta leggermente più difficile, sebbene niente, in realtà, risulti cambiato: è solo diminuita di poco la facilità con cui poter stabilire accordi “di ferro”. Adesso occorre fare le “promesse”: in pratica, tu dell’Università di Vattelapesca e i tuoi colleghi mi votate per farmi eleggere commissario a un determinato concorso; dopodiché, in occasione del prossimo concorso bandito dalla tua università, io ti restituirò il favore procurando voti per il commissario che tu indicherai a me e ai miei colleghi di università: una sorta di “voto di scambio”. La mia impressione è questa: anche nel caso si bandissero, come molti anni fa, concorsi nazionali a lista unica, le situazione non cambierebbe, perché, con delle gigantesche “cordate”, gli accordi riguarderebbero non più due o tre persone, bensì tante quanti i posti disponibili: magari, 20 o 30 insieme. Le conseguenze di tutto ciò sono evidentemente drammatiche. Non possiamo generalizzare, però ritengo di riscontrare, senza dubbio, un numero crescente di casi in cui i posti di responsabilità – ad esempio, quelli di professori di prima fascia, che potranno poi diventare direttori di dipartimento – vengono occupati da individui totalmente inadeguati. Questi ultimi, in altre parole, non solo non possiedono dei titoli adeguati, ma neppure sembrano dotati di alcuna capacità. Ciò succede a causa di lobbies interne e di giochi di potere come quelli che ho illustrato. Tale situazione dispiace, perché sicuramente ne deriverà una differenziazione tra università “di serie A” e università “di serie B”; ora, infatti, il Ministero inizia ad avviare meccanismi di valutazione e a chiedere finalmente agli atenei risultati scientifici di livello internazionale. È vero che le persone chiamate a valutare potrebbero essere, a loro volta, vittime di questi giochi, specialmente se non usciremo dall’ambito di referaggi nazionali; però, quasi certamente, le maggiori magagne verranno a galla, nel senso che almeno le università le “pagheranno”, in quanto potranno vantare risultati scientifici – o anche didattici – inferiori alle altre, e quindi riceveranno meno fondi.     
 
D.: Lo studente, al termine della laurea triennale e di quella quinquennale, quali prove deve sostenere?
R.: Al termine della laurea triennale, qui a Roma Tre lo studente deve seguire uno stage presso una struttura esterna, preparando poi un saggio di laboratorio con cui dimostri di essersi appropriato delle relative tecniche analitiche, e di conoscere le basi scientifiche, i protocolli, i limiti ed i modi di operare. Inoltre, lo studente deve preparare un saggio applicativo piuttosto generico: ad esempio, individuare le aree in grado di ospitare una cava in una certa zona, o studiare l’andamento di una falda freatica attraverso i dati riguardanti i pozzi per acqua, oppure redigere un itinerario naturalistico-geologico in un parco nazionale, e così via. Infine, ogni candidato deve preparare una cartografia geologica relativa a una certa area. Pertanto, con questo tipo di laurea non si arriva mai a svolgere un lavoro di ricerca paragonabile a quello di una vecchia tesi. In pratica, il candidato giunge alla fine del triennio con la media dei voti riportati agli esami, che potrà migliorare sulla base della valutazione che verrà data a quei suoi tre prodotti: cioè, appunto, al lavoro di cartografia, al saggio applicativo e al saggio di laboratorio. Se egli proseguirà con la laurea magistrale, al termine del biennio dovrà svolgere invece una tesi di laurea del tutto identica, come livello e come tipo di lavoro, a quelle di un tempo. Le tesi sono quasi tutte di ricerca sperimentale – rarissime risultano, per tradizione, le compilative – e il loro svolgimento richiede, in genere, un paio di anni, perché gran parte di esse comportano accurate indagini di terreno o rilevamenti geologici, eseguiti quasi sempre in luoghi di montagna dove spesso si può lavorare solo pochi mesi all’anno. Senza contare che molte volte, per qualche errore compiuto dallo studente, il lavoro di terreno va rifatto – o almeno corretto e perfezionato – l’anno successivo. Dunque, adesso tendiamo ad assegnare la tesi al momento in cui lo studente si iscrive alla laurea magistrale, in modo che egli possa cominciare subito a occuparsene.

D.: Dopodiché, alla fine, si riceve l’ambito “pezzo di carta”...
R.: Sì. Di fatto, già da quest’anno in entrambe le lauree – triennale e magistrale, o specialistica – oltre al vecchio foglio di diploma verrà rilasciato anche il cosiddetto Supplemento al Diploma: in pratica, su un fascicolo integrativo al diploma vero e proprio verranno riportate una serie di schede relative a ogni corso seguito, di cui si indicano durata, obiettivi, articolazione, numero di crediti attribuiti, nome del docente, programma, libri di testo e altro materiale didattico usato, carico di lavoro, metodi di insegnamento e di apprendimento, prerequisiti richiesti, eccetera. In tal modo, un mio collega – o un datore di lavoro straniero – potrà rendersi conto di cosa effettivamente sia stato fatto nell’ambito di quel corso. Il Supplemento al Diploma verrà consegnato in tutte le facoltà universitarie – dunque, non solo a scienze geologiche – perché costituisce il risultato di un impegno che l’Italia si è presa a livello europeo.

D.: E a livello europeo vi sono concrete opportunità di borse di studio, come le famose borse Erasmus?
R.: Sì. Uno studente, durante il corso la laurea triennale o magistrale, per andare all’estero generalmente usufruisce di borse Erasmus. Comunque, a mio parere, queste ultime sono utili nel caso si intenda andare non in paesi come la Grecia o la Spagna, bensì, ad esempio, in Inghilterra o in Germania. E ciò non perché la Grecia o la Spagna non abbiano buone scuole o buoni professori, ma perché vi si finisce per frequentare un ambiente troppo simile a quello italiano, sebbene nell’occasione si riesca anche ad imparare un po’ di greco o di spagnolo. Invece, lo studente che si è recato, ad esempio, all’Imperial College di Londra, al proprio ritorno in Italia non solo conosce bene la lingua inglese ma può fare anche un confronto diretto tra due tipi di società, caratterizzati da un’etica professionale e da un modo di concepire la vita profondamente diversi: è un’esperienza positiva per lui, poiché, in qualche modo, gli permette una maggiore maturazione. Dopo aver conseguito la laurea, trovare una sistemazione è più difficile, anche a livello europeo: in altre parole, cominciano un po’ i guai, perché quelli europei sono quasi tutti “sistemi chiusi”. Non a caso, la Cina si è accordata con l’Italia per inviare, dal prossimo anno accademico, 2.000 studenti che dovranno essere ospitati dalle università italiane: in particolare, alla facoltà di scienze di Roma Tre giungeranno 40 allievi, i quali, pur essendo matricole, sono certo che “faranno fare delle figuracce” ai nostri studenti, perché le scuole superiori cinesi sono tra le migliori al mondo. Se la Cina mandasse i propri allievi solo negli Stati Uniti, dove esiste un sistema “aperto” che consente un’elevata mobilità, lo studente bravo, dopo la laurea, troverebbe subito un laboratorio disponibile ad accoglierlo e godrebbe di una buona borsa, per cui poi cercherebbe di restare stabilmente in America: non a caso, una percentuale elevata dei ricercatori che lavorano nei laboratori americani sono cinesi, indiani, coreani, eccetera. In Europa, invece, come ho detto prima, i sistemi sono praticamente “chiusi”, per cui la Cina ha la garanzia che i propri studenti non cercheranno di rimanervi: cosa che altrimenti renderebbe inutile farli specializzare all’estero. In Europa, pur essendoci ormai, per i giovani, una buona mobilità teorica, con molte borse di studio destinate anche ai neolaureati, risulta assai difficile trovare in tempi brevi un posto di lavoro stabile.

R.: I giovani di oggi come sono, rispetto a quelli di un tempo?
D.: Sicuramente il loro livello di preparazione è molto più scadente: anzi, è una tragedia! Le nostre matricole quasi non sanno più cosa siano il seno e il coseno, localizzano il Mar Morto in Cina, ignorano la natura del carbonato di calcio o del quarzo, e così via. Mi meraviglio sempre del fatto che nel giro di tre anni riusciamo a preparare dei ragazzi rendendoli capaci di stendere delle relazioni e di eseguire rilievi scientifici. Il calo del livello delle matricole è stato graduale, anche se risulta difficile confrontare la situazione di oggi con quella, elitaria, del passato, quando all’università arrivavano giovani “preselezionati” o, almeno, fortemente “sostenuti” in casa, per anni, tramite lezioni private e quant’altro. Secondo me, i ragazzi di adesso hanno in mente altre cose: non si sognano neppure, non dico di dedicare il sabato e la domenica allo studio, ma almeno di studiare un po’ la sera; non sanno applicarsi in modo sistematico e, soprattutto, non sono abituati ad assorbire né a memorizzare, cioè non hanno la “memoria lunga”. Se torniamo al discorso della Terra come sistema complesso, è chiaro che ogni nozione deve riallacciarsi alle altre; perciò il ragazzo, mentre studia, dovrebbe compiere continui collegamenti: ma se constatiamo che egli, dopo poche settimane dall’esame, ha “resettato” la propria memoria, come se fosse un computer, e mostra di non ricordare più nulla di ciò che ha studiato, cosa dobbiamo fare? Come possiamo riprendere un discorso per estendere e perfezionare le conoscenze, se nel frattempo la base iniziale dello stesso è venuta a mancare? Il problema non è poi tanto di memorizzare, quanto, piuttosto, di fissare certi concetti, di stabilire collegamenti, di mantenere nella memoria a lungo termine una serie di nozioni e di concetti fondamentali che poi serviranno per tutta la vita: se manca questo continuo lavoro di fondo, l’apprendimento diventa effimero. Ecco, dunque, il problema principale del momento: i ragazzi non sanno studiare, né, tanto meno, hanno più la “grinta” e l’interesse propri degli studenti di una volta. Se riuscissimo veramente a scoprire perché ciò sia successo, forse troveremmo anche la soluzione al problema. Ma in verità non lo sappiamo: c’è chi dà la colpa alle scuole superiori, chi alla televisione, chi al clima culturale in cui siamo immersi, chi al fatto che lo studente possiede tutta una serie di interessi che vuol continuare a coltivare non sacrificandoli allo studio. Probabilmente una parte della colpa è nostra, in quanto, sotto l’emergenza della riforma, abbiamo spezzettato e quindi reso poco attraente l’intero panorama conoscitivo: in tal caso, comunque, stiamo già facendo “marcia indietro”.

D.: Quindi, è una situazione cui non è facile trovare rimedio...
R.: No, anche se ci abbiamo provato! Per il corso di laurea in scienze geologiche abbiamo fissato un test d’ingresso, che riguarda nozioni di base di matematica, di chimica e di geografia, che non è selettivo bensì, fondamentalmente, orientativo: se gli studenti che vogliono immatricolarsi sono più dei 60 posti di laboratorio disponibili, il risultato del test può anche avere un carattere selettivo, perché in tal caso entrano solo i primi 60 classificati; ma se, al contrario, se ne presentano meno di 60, li accettiamo tutti ed, eventualmente, diamo loro dei “debiti”, indicando in quale materia dovrebbero recuperare per mettersi in pari con gli altri. Ebbene, esaminando i risultati dei test di ingresso, c’è da mettersi le mani nei capelli! Addirittura, abbiamo dovuto introdurre dei corsi integrativi, come “Chimica 0” e  “Matematica 0”, per fornire le basi a chi non le aveva. Ciò presupporrebbe che gli studenti impreparati ne approfittassero e vi si impegnassero, visto che questi corsi, lungi dal rappresentare un carico in più, costituiscono una sorta di favore che facciamo loro. Purtroppo, però, non è così! Come dato positivo, è aumentata la frequenza ai corsi, seguiti per intero dal 90 percento degli studenti. In realtà, gli studenti veramente partecipi alle lezioni sono sempre i soliti 4 o 5 seduti in prima fila, mentre gli altri stanno attenti ma passivi, come se guardassero la televisione: non fanno domande, e quindi vanno sollecitati di continuo. Si nota, in particolare, una mancata ricerca di collegamenti, perché la domanda dello studente a lezione deriva spesso dalla curiosità, dal fatto che egli, magari, non trova corrispondenza tra ciò che pensa, ha visto o letto e quello che il docente sta dicendo. Quando entrò in vigore il “3+2”, decidemmo di interrompere le lezioni almeno dieci giorni prima delle sessioni di esame e che il docente, per quel periodo, rimanesse in aula a disposizione di chi stesse preparando l’esame: il cosiddetto “studio assistito”. Pensavamo che ciò avrebbe rappresentato una vera pacchia per gli studenti: in realtà, però, nelle aule non si presentava mai nessuno! L’idea di andare dal docente, poco prima dell’esame e magari in piccoli gruppi, per farsi spiegare nuovamente da lui le nozioni fondamentali, essenziali, o per chiarire gli inevitabili punti oscuri, non sfiorava proprio la mente dei ragazzi, che preferivano non muoversi da casa. Così, abbiamo dovuto interrompere l’esperimento.


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