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Don Milani

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      Pino Daniele - Quanno chiove

Don Milani tra i suoi ragazzi

Ho deciso di proporvi la figura di Don Milani tra i grandi insegnamenti, perchè ritengo sia un personaggio emblematico che rispecchia appieno quello che anche io vorrei essere: "un testardo della non violenza" che non si stancherà mai di proclamarla da tutti i pulpiti ed in ogni occasione.

Ricordo ancora il suo libro "Lettere ad una professoressa" letto in quel periodo critico dell'esistenza quando il carattere prende forma e si passa dalla pubertà all'età adulta. Avevo ritrovato in Don Milani tutti quegli elementi che sarebbero stati il fondamento della mia crescita: valori come Giustizia, superamento dei limiti dettati dall'ignoranza, la cultura come leva per affrancarsi dalla schiavitù morale e intellettuale dei "benpensati" e della classe dominante ed infine quel metodo d'insegnamento teso a stimolare e sviluppare il senso critico delle coscienze dei discenti. Insomma una vera forza della natura, una bomba di energia positiva capace di contagiarti e farti assumere consapevolezza della necessità di accrescere i tuoi mezzi e le tue capacità attraverso lo studio e l'esercizio di quel senso critico che mai dovremmo abbandonare e che costituisce l'unico mezzo per non cadere vittime di quanti ritengono che i cervelli debbano andare all'ammasso.

Ho attinto a piene mani dal WEB cercando di riproporvi quanto di meglio sia stato pubblicato condendolo con le musiche di Pino Daniele. A tutti buona lettura e buon ascolto.

 Il webmaster

Vita di un ribelle obbediente 

di Romolo Pranzetti, 1997

Lorenzo nasce a Firenze il 27 magio 1923 in una famiglia dell'alta borghesia colta, a venti anni il giovane Lorenzo Milani incontra Cristo, ed è colpo di fulmine. Diventa cattolico e entra in seminario, dove ha compagni illustri, da mons. Bartoletti a don Rossi, a don Nesi. Ordinato sacerdote nel 1947, è cappellano a San Donato di Calenzano, dove fonda una scuola serale che gli provocherà l'ostilità dei benpensanti, nel 1954 e lo farà trasferire alla minuscola  Barbiana, dove la scuola diventa a tempo pieno con al centro l'educazione linguistica: egli stesso conosce 5 lingue e sa affascinare i suoi pochi, poveri alunni. Una volta a Barbiana, fra i primi atti, egli si comprerà la tomba.

La Firenze di quegli anni, dal punto di vista politico e ecclesiastico è stimolante, rispetto alla media nazionale; ma per don Milani, è giunto il momento di rompere i legami fra potere costituito e Chiesa, per fare scelte a  favore dei poveri. La scuola è lo strumento.

"Esperienze pastorali" (1958) raccoglie dati, riflessioni, proposte scaturite dai suoi 7 anni a San Donato, ed esce con l'imprimatur ("irrituale") della Curia e con una lunga prefazione di mons. D'Avack. Il libro ottiene contrastanti giudizi. Apprezzato negli ambienti progressisti anche cattolici, la destra lo bolla come opera classista  e il Sant'Offizio - sotto il papato di Giovanni XXIII - ne dispone il ritiro, vietandone ristampe e traduzioni (divieto tuttora in vigore). Milani proclama la sua obbedienza alla Chiesa, però è ormai convinto che la scelta dei poveri sia la scelta di Cristo e vorrebbe che la Chiesa lo approvasse e ne desse un segno concreto, con l'affidamento ad una grande parrocchia o al seminario. Le autorità giudicano il carattere di Milani difficile ed aspro e  come possono lo isolano. La Firenze cattolica si prepara al Concilio con riunioni e referendum, Milani con il suo amico Borghi solleva la questione (1964) di come il vescovo possa disporre a suo piacimento del seminario e dei suoi rettori. L'arcivescovo Florit non gradisce e l'isolamento di Milani aumenta. Intanto la salute del prete ha crisi sempre più frequenti.

L'episodio dei cappellani militari che giudicano l'obiezione di coscienza una viltà, fa intervenire Milani, che manda ai giornali (1965) una vibrata risposta, che verrà pubblicata solo da "Rinascita" e che gli costerà un processo per apologia di reato, che lo costringerà a scrivere - impossibilitato a partecipare all'udienza - una sentita "Lettera ai giudici" nella quale ripercorre la storia d'Italia alla ricerca del vero senso dell'obbedienza e della coscienza.

Il tema dell'obiezione di coscienza, oggi risolto, allora divideva sia ambienti politici sia ecclesiali: ci vuol poco perché don Milani venga chiamato "il prete rosso". Che con i suoi ragazzi, freneticamente lavora alla più famosa "Lettera a una professoressa", pubblicata sei settimane prima della sua morte, testamento spirituale di un "profeta disarmato".

Assolto con formula piena, il 26 giugno 1967 muore in casa della madre. In appello sarà poi condannato.

Temperamento non facile, orgoglioso, comunque consapevole delle sue capacità, dichiarava obbedienza ad ogni costo alla Chiesa: "Noi la Chiesa non la lasceremo perché non possiamo vivere senza i suoi Sacramenti e senza il suo Insegnamento".

Ma d'altra parte riteneva anche che spesso bisognava mettere l'autorità ecclesiastica di fronte al fatto compiuto: "L'esperien-za insegna, quando la cosa l'è bella e fatta, il vescovo è molto più largo che quando gli si chiede prima…". Ciò non è solo furbizia, ma soprattutto responsabilità: ciascuno ha la grazia del suo stato: il sindaco per fare il sindaco, il papa per fare il papa, e il parroco per fare il parroco.

 

Tratto da http://www.comeweb.it

 

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