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Para-tetraplegia
Condizioni
esistenziali (del mieloleso)

Quella
del mieloleso è una condizione, più che una malattia
in senso proprio.
La
scienza medica non contempla una analoga patologia, che
coinvolga contemporaneamente, ed in modo irreversibile,
definitivo ed esteso, tutte le funzioni motorie,
sensoriali e viscerali del corpo umano.
Si
tratta di un evento lesivo, che comporta una sindrome,
complessa ed unica nel suo genere, per l'eterogeneità
espressiva e per la gravissima alterazione
dell'equilibrio psicofisico della persona.
Viene
compromessa l'intera armonica relazione, che esiste tra i
diversi sistemi funzionali dell'uomo, con conseguenti
ferite non solo al Sé corporeo, ma anche al Sé psichico
ed al Sé sociale
Nel
linguaggio comune, tuttavia, paraplegico o tetraplegico
è, genericamente, una persona che non è più in grado
di muovere gli arti.
E'
una persona in carrozzina.
E',
cioè, una persona con più o meno gravi difficoltà di
mobilità.
L'immaginario
comune coglie solo la disabilità più visibile: il non
poter più camminare.
In
realtà , per un para-tetraplegico, ben più grave ed
invalidante è la complessa ,e definitiva, compromissione
delle funzioni genito-sfinteriche, sensoriali e
viscerali.
Vivere
in carrozzina non è solo incontrare numerose, e spesso
invalicabili, barriere architettoniche, avere difficoltà
di inserimento nella vita lavorativa e sociale, ma è
soprattutto dover fare i conti con:
- l'alterazione della
propria identità ed unità psicofisica
- la compromissione
dello schema e del vissuto corporeo
- l'angoscia per la
perdita di una parte di sé, con la modificazione
della percezione del tempo e dello spazio, intesa
come "senso di frammentazione"
- la trasformazione
dei rapporti affettivi
Lo
schema corporeo è quello che la psicologia definisce
come il "Sé corporeo".
Non
è il nostro corpo fisico, ma è l'immagine, unica ed
individuale, che ciascuno di noi ha del proprio corpo.
E'
il quadro mentale della nostra fisicità, vale a dire il
modo in cui percepiamo di esistere come corpo.
Non
è semplicemente il risultato delle nostre
sensazioni (tattili, visive, uditive, etc.), bensì
è la percezione immediata di esistere come unità
corporea.
E'
coscienza di essere un "corpo vivente", quale
prodotto del legame dell'Io con il corpo che percepisce.
Esso
non costituisce un dato statico ed acquisito una volta
per sempre, ma è un elemento in continua modificazione.
I
dati sensitivo-sensoriali, provenienti dal corpo in
attività, sono, infatti, elaborati ed inseriti
nell'abituale quadro delle coordinate spazio-temporali,
in stretta relazione col vissuto emotivo ed affettivo.
Il
corpo è il filtro con cui la coscienza fa emergere un
mondo proprio, strutturandone il reticolo
dell'intenzionalità e le relazioni vissute.
Tutti
i discorsi sul tempo e sullo spazio sono possibili
proprio perché c'è un corpo che li significa.
Il
nostro corpo rappresenta un polo di scambi con l'ambiente
il cui rapporto è continuamente mediato dalle attività
motorie, percettive ed emotive, che si manifestano nel
tempo e nello spazio.
Il
corpo incarna la struttura spazio-temporale, dove il
Tempo è lo spazio in movimento, e dove la totalità del
movimento si identifica con quella del corpo..
E'
lo spessore del corpo che catalizza gli eventi di cui
siamo impastati, trasformandoli nelle immagini della
nostra vita, per formare l'essenza del nostro vissuto, il
nostro mondo, le nostre relazioni..
"Il
significato delle mie mani non è solo nella loro
struttura, muscolare e nervosa, ma è negli oggetti che
riesco ad afferrare e in quelli che mi sfuggono: la
potenza deambulatoria delle mie gambe non è solo nella
loro posizione anatomica, ma nelle cose che voglio
raggiungere ed in quelle che voglio fuggire; le
possibilità del mio sguardo non mi sono indicate solo
dalle leggi dell'ottica, ma dalla prossimità o
lontananza delle cose".
Per
disporre, dunque, del proprio corpo, oltre ad
un'integrità anatomo-funzionale, è necessario un mondo,
dove il corpo possa muoversi ed esprimersi con un senso.
Un
corpo isolato dal mondo diventa oggetto, ed il mondo
perde la sua fisionomia, si interrompe quel dialogo
grazie al quale le cose si caricavano delle intenzioni
del corpo.
L'evento
traumatico trasforma, quindi, il "corpo
d'intenzione" in "oggetto d'attenzione"..
L'Io
si riduce ai limiti dell'Io Posso, fino a delineare una
Spazialità senza cose ed un Tempo senza Tempo.
La
distruzione dello schema corporeo, operata dalla
lesione midollare, deriva dal fatto che il cervello non
può più ricevere le informazioni sensoriali di una
estesa parte del corpo.
Parte
che è apparentemente intatta, ma che è avvertita come
estranea.
La
si può toccare, vedere, ma non la si può più "
sentire", né muovere, né conoscere, non si può
sapere se stia bene o male.
Non
fa più parte del nostro corpo vivente, è solo un
oggetto!
Toccarsi
una gamba, per un paraplegico, è come toccare la gamba
di un altro!
Si
è perduta una parte di sé, benché la si possa ancora
vedere e toccare!
La
prima, angosciante, scoperta di chi subisce una lesione
midollare è di percepire il proprio corpo in una certa
posizione e di vederlo, invece, occupare una posizione
diversa nello spazio.
Pensiero
ed azione, prima intimamente legati, si separano.
Si
modifica perfino la percezione dello spazio e del
tempo.
Il
" nuovo corpo" del para-tetraplegico misura
circa 60-70 cm di larghezza, 90-100 di lunghezza, e
l'altezza è variabile, ma non supera il metro e mezzo.
Per
ruotare su se stesso, ha bisogno di 120-150 cm, e gli è
precluso l'accesso a locali ed ascensori con porte e
dimensioni non a norma (cioè la maggior parte).
Naturalmente,
anche un piccolo scalino è un ostacolo insormontabile,
che rende impossibile muoversi in modo autosufficiente.
Lo
spazio è vissuto, cioè, in modo del tutto nuovo.
Cambia
perfino la prospettiva.
Una
persona in carrozzina guarda il mondo circostante e gli
altri "dal basso verso l'alto".
E'
inevitabile un sentimento di mancanza, di impedimento e
di inferiorità, anche se compensato dal potenziamento
della capacità di osservazione, e la conseguente
opportunità di "vedere" molti più
particolari, invece di "guardare" semplicemente
gli oggetti osservati.
Inoltre,
dal momento che gli atti quotidiani richiedono molto più
tempo e fatica, e devono seguire un nuovo e preciso
rituale, non è infrequente percepire come eterno
l'istante ed attribuire ad una intera giornata la durata
di sole 2 o 3 ore.
I
ritmi ed i tempi di svolgimento, anche dei più semplici
gesti quotidiani, sono alterati.
Basti
pensare che il veloce gesto della normale minzione
richiede anche più di mezz'ora, per un cateterismo o un
cambio di pannolino o di raccoglitore, e non può essere
effettuato in un luogo qualsiasi, perché richiede
adeguate e precise condizioni.
Alzarsi
dal letto è questione di pochi secondi, ma per un
paratetraplegico ci vogliono molti minuti e tanta fatica
per un passaggio in carrozzina.
E
la lista è lunga!
La
giornata-tipo di una persona mielolesa è dedicata per
1/3 ad attività, che normalmente richiedono
complessivamente poco più di 1 ora.
Un
paratetraplegico non può più pensare e fare
simultaneamente, cioè "pensare facendo "e
"fare pensando".
L'azione
è progettata e configurata mentalmente nei dettagli
prima di essere compiuta.
La
facoltà progettuale e di pensiero risulta, così,
velocizzata e potenziata.
Ed
è proprio questo "nuovo Pensiero" a divenire
un punto di forza per attivare una processualità dal
Frammento al Totale, con la possibilità di trovare un
nuovo equilibrio: la convivenza col nuovo Sé.

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