Para-Tetraplegia
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Para-tetraplegia
Problematiche esistenziali del mieloleso

Dopo la ferita inferta al Se' corporeo, oltre che al midollo spinale, il paraplegico deve accettare, imparare a conoscere e gestire, un "corpo nuovo", del quale una parte è corpo vivente ed un'altra, molto più estesa, è solo un corpo fisico, un oggetto a lui estraneo.
Ci si sente come "un tronco piantato nel vuoto", non più capaci nemmeno di mantenere l'equilibrio...e con tanta paura di cadere! 
E ben più grave ed angosciante è la condizione del tetraplegico, che non può servirsi neppure delle mani.
Non solo non le muove, ma non riceve da esse informazioni sensoriali! 

Chi ha subito una lesione midollare è una sorta di  neonato, che deve:

  • costruirsi un nuovo schema corporeo;
  • imparare a spostarsi in carrozzina;
  • imparare a compiere i gesti quotidiani (come lavarsi, vestirsi, mangiare, svuotare l'intestino e la vescica, etc.), in modo diverso e più o meno autosufficiente, ma funzionale;
  • imparare a comprendere i messaggi ed i bisogni del corpo, "che non sente" e che non risponde ai comandi volontari;
  • e deve prendersene cura, utilizzando nuovi e diversi segnali per ottenere informazioni dalla periferia.

Il problema è che questo particolare neonato agisce e reagisce, nella nuova vita, ancora sulla base del vecchio schema corporeo. Esso è compromesso, ma non è scomparso, e pertanto rappresenta piuttosto un ostacolo al difficile compito della ricostruzione della propria interezza psicofisica. 
Tanto più che, nel 70 % dei casi, una persona che ha subito un trauma spinale è giovane e, fino a quel momento, sana, ed ha condotto una vita attiva e produttiva. 
Ed ora si sente divisa a metà! 

Naturalmente, la possibilità della ricostruzione dell'interezza e dell'identità psicofisica e', intimamente, connessa con la reazione psicologica, sia della persona che ha subito la lesione midollare, che del suo ambiente socioaffettivo (in particolare della famiglia e degli amici). 

Il primo, difficile compito del paraplegico è quello di "accettare la verita' ". 
Cioè, è quello di accettare l 'irreversibilita' della sua condizione. 
Condizione, che implica una disabilita', ma non impedisce, di per se, la ricostruzione del proprio vissuto personale (affettivo, sociale e lavorativo), anche se su nuove basi, ed in modi adeguati al cambiamento. 
Infatti, a trasformare la disabilita' in handicap, sono piuttosto: 
l l'impreparazione, e spesso l'indifferenza, dell'apparato sanitario;
l le barriere architettoniche;
l ma, soprattutto, le barriere culturali. 

L'handicap è il prodotto di una cultura, che vede nelle persone solo cio' che manca, o cio' che non funziona, secondo un modello di "cosiddetta normalita' ", e secondo una logica dell'efficienza e della produttivita'. 
Ma, in quest'ottica, siamo tutti handicappati, perché non esiste nessuno, che sia in grado di fare tutto al meglio, o che abbia solo qualita' positive! 
Più che di "portatori di handicap", occorrerebbe parlare di "trovatori e ricevitori di handicap", data la forte connotazione sociale del termine!