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Para-tetraplegia
Ambiente
socio-familiare

Non bisogna
sottovalutare il ruolo dell'ambiente socio-familiare.
L'evento lesivo,
comportando una significativa riduzione delle capacità
funzionali, modifica drasticamente anche gli equilibri
interni a quella che potremmo definire la "rete
vitale" della persona.
La rete
vitale riveste particolare importanza, dal momento che ha
l'enorme potere di ridurre o, invece, potenziare, in modo
molto significativo, la ricostruzione del vissuto
personale e l'autonomia della persona, a seconda del tipo
di risposta comportamentale al trauma.
Le figure
più significative sono:
- i genitori;
- i figli;
- i fratelli
ed i parenti più stetti;
- e,
naturalmente, il partner.
I genitori,
di fronte alla trasformazione del figlio in
"paraplegico", cioe' di fronte alla
"disgrazia", frequentemente, vedono
distrutte le speranze per il futuro.
("Cosa
sara' ora di lui e di noi?", " E quando non ci
saremo più noi, lui come fara'?")
La qualità della
vita familiare viene pesantemente modificata, sia sul
piano economico, che sul piano sociale. Prendono il sopravvento
sentimenti di impotenza, di disperazione, di
iperprotezione, talvolta sensi di colpa.
Così, si attua una
sorta di regressione di tutto il nucleo familiare
all'epoca in cui il figlio era un bambino, che
necessitava di essere accudito, sostenuto e guidato negli
atti quotidiani.
Il risultato e' per
lui l'emarginazione domestica!
Vale a dire, i
genitori si sostituiscono al figlio "che non puo' piu'
fare", rallentando o, addirittura, impedendo, la
riconquista dell'indipendenza. E facendogli sentire tutto il peso
del loro sacrificio per lui.
Un sacrificio che,
comportando la polarizzazione affettiva, e' pagato anche
dagli altri membri del nucleo familiare, che vengono
così trascurati.
I genitori,
tuttavia, se opportunamente guidati dagli operatori di
una Unita' Spinale Unipolare, e sostenuti da una cultura,
che considera la diversita' una ricchezza e non un
impedimento, possono trasformare la disgrazia in una, sia
pure difficile e dolorosa, nuova opportunita'
esistenziale, rinforzando l'unita' del nucleo familiare.
Per la persona
colpita dalla lesione e per i suoi familiari la nuova
condizione può essere vissuta come occasione per
scoprire nuovi valori, dimensioni di vita e potenzialita'
L'adattamento
positivo consentira', cosi', di minimizzare la
perdita e valorizzare le qualità personali.
Ovviamente,
proprio perche' il non poter più camminare e' assai meno
grave ed invalidante della complessa, e definitiva,
compromissione delle funzioni genitosfinteriche,
sensoriali e viscerali, saranno, assolutamente,
indispensabili un diverso equilibrio relazionale ed una
nuova organizzazione del quotidiano.
Il mieloleso
potra' essere una persona realizzata ed indipendente.
Ma avrà bisogno di
tantissime cose, come:
- adeguati e
personalizzati ausili;
- una
ristrutturazione architettonica dell'ambiente
domestico, per consentire il massimo
dell'autosufficienza negli atti quotidiani;
- un
dignitoso reinserimento sociale e lavorativo;
- una
adeguata assistenza sociosanitaria;
- un
equilibrato e gratificante rapporto affettivo e
relazionale.
I figli,
di fronte alla radicale trasformazione della loro
collocazione familiare, causata dalla lesione subita dal
genitore, vedono messo radicalmente in discussione il
proprio ruolo.
La risposta
comportamentale al trauma oscilla tra il "rifiuto
della carrozzina" e l'eccessiva assunzione di
responsabilita'.
Il rifiuto della
carrozzina e' il rifiuto della perdita di autonomia del
genitore, divenuto dipendente, e percio' non più solida
figura di riferimento, di guida e di sostegno.
Il figlio sente di
aver perduto il genitore, benche' egli non sia morto, e
puo' cercare di elaborare il lutto con il rifiuto, la
negazione, l'estraniazione.
Oppure, può
sviluppare un atteggiamento di iperprotezione, nei
confronti di quello che un tempo era il genitore, ed ora
gli appare come una sorta di figlio, bisognoso di cure.
Si assume, cosi',
eccessive responsabilita', col risultato di accelerare
troppo il processo di maturazione e di crescita
personale.
La sua vita viene
scandita dal ritmo dei nuovi impegni familiari, mentre i
tempi dello svago e della socialita' sono drasticamente
ridotti.
Se il genitore
mieloleso, nella mutata condizione, non riesce a
ricostruire adeguatamente il proprio ruolo, il figlio avra'
perduto per sempre il suo.
I fratelli ed
i parenti più stretti possono rimanere spettatori
passivi, o collaborare all'iperprotezione e sostituzione,
aggravando il processo di emarginazione domestica.
Oppure possono,
positivamente, rappresentare un correttivo esterno, ed un
prezioso aiuto, anche economico, che destruttura
l'isolamento, e favorisce la graduale conquista
dell'indipendenza della persona colpita dalla lesione.
Il
partner (coniuge, compagno o fidanzato) e' la figura
di riferimento più significativa, e quindi e' il punto
di forza o di debolezza maggiore della riabilitazione
globale del mieloleso.
Qualunque sia la
sua personalita' e la sua disponibilita', egli e'
chiamato ad essere all'altezza delle aspettative di
tutti, comprese le proprie.
Ci si attende
rassegnazione, immediata capacita' di adattamento, forza
d'animo, ottimismo, sostegno affettivo psicologico e
materiale.
E le reazioni
comportamentali sono le più diverse, ma dipendono
comunque dalla qualita' del rapporto antecedente
all'evento, dal tipo di struttura superegoica, dal
modello culturale di appartenenza, oltre che
dall'atteggiamento complessivo del contesto
sociofamiliare, e dall'atteggiamento del mieloleso
stesso.
Le scelte del
partner sono sinteticamente riconducibili a tre
tipologie:
- La scelta
di proseguire il rapporto, sentita come dovere
morale, nell'impegno sacrificale e
nell'accettazione del cambiamento vissuto come
condanna, e come rinuncia ad un rapporto
paritetico e gratificante.
- La scelta
di allontanarsi, con un rifiuto netto fin
dall'inizio, oppure riducendo gradualmente
l'intensita' e la qualita' della relazione
affettiva.
- La scelta
di collaborare attivamente alla ricostruzione
positiva della coppia, recuperando l'equilibrio
nei ruoli, anche sul piano sessuale, nella
consapevolezza che la persona con lesione
midollare puo', e deve, essere una persona
indipendente, anche se limitata nell'autonomia
personale.
Nella rete
vitale, un importante ruolo di mediazione, tra il mondo
familiare ed il mondo degli altri, svolgono gli amici,
il cui numero si riduce di molto, in caso di disgrazia,
per una sorta di "selezione naturale".
Tuttavia, i pochi
che rimangono sono quelli veri.
Essi non rimangono
per pietismo e non valutano negativamente la diversità.
Offrono affetto e
solidarieta' all'amico, non perché ha subito una
lesione, ma perche' e' "quella persona".
Essi fanno da
"cuscinetto protettivo", nei confronti
dell'autoemarginazione, dell'emarginazione domestica, e,
soprattutto, dell'emarginazione sociale.
In particolare,
l'emarginazione sociale, riservata alle persone con
lesione midollare, ha, insieme alle comuni cause
culturali, una precisa causa psicologica.
Più degli altri disabili, il paraplegico e', per i
cosiddetti normodotati, uno specchio inquietante,
dal momento che l'origine e' un trauma, quasi sempre un
incidente.
Si tratta di
un'origine strettamente legata alla caratteristica
fondamentale dell'odierna struttura socioproduttiva: la
mobilita' e la velocita'.
La paraplegia
rappresenta una sfida alla società nella sua totalita',
alla quale nessuno può sottrarsi.
E non solo sul
piano sociologico ed antropologico-culturale , ma, anche
e soprattutto, sul piano economico, organizzativo e
legislativo.
La nostra societa'
non gradisce che, sui suoi appartenenti abili, possa
gravare una considerevole quota di spesa a favore delle
disabilita' permanenti, al fine di limitare e compensare
la perdita funzionale, e dare il necessario sostegno al
reinserimento sociale e lavorativo.
Non lo gradisce,
perche' non comprende che questa spesa non è una
perdita.
Costa molto di più
assistere persone trasformate, da questo inutile ed
insensato risparmio, in malati cronici e membri
improduttivi del corpo sociale.

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