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Para-tetraplegia
(Sessualità
e paratetraplegia)
L'immaginario
comune, non solo si rappresenta il paratetraplegico
come una persona che non cammina, ma gli sottrae anche la
connotazione sessuale.
Un
paratetraplegico non è più né un uomo né una donna.
Riconquistare
un ruolo sessuale è parte, integrante e fondamentale,
della ricostruzione dell'interezza psicofisica della
persona che ha subito una lesione midollare.
Ma
il percorso è complesso ed influenzato dall'entità
dell'evento lesivo (para o tetra plegia) e dall'età,
oltre che dal tipo di cultura sessuale di appartenenza
(sessualità genitale o sessualità diffusa) e dal ruolo
(maschile o femminile).
La
sessualità è una forma importante di espressione e
di realizzazione della persona, oltre che una forma
privilegiata di comunicazione interpersonale.
Essa
si realizza completamente attraverso l'armonica
integrazione tra mente, cioè intelletto ed affettività
(Sé psichico) e corpo (Sé corporeo). La possibilità di
esprimere tale forma di comunicazione richiede, inoltre,
una mediazione tra le aspirazioni del singolo (Sé
sociale) e le aspettative e le risposte degli
"altri", secondo precise regole stabilite dal
gruppo sociale (Sé collettivo).
In
una società, dominata da una cultura ancora fortemente
"sessuofobica" e "colpevolizzante",
tutta centrata sulla "genitalità", prevale
l'equazione maschio = potenza sessuale e femmina =
avvenenza fisica.
Per
questo, chi non è in grado di godere un rapporto
sessuale coitale, e non ha una cultura dalla
"sessualità diffusa", non può sperimentare
approcci alternativi e zone del corpo alternative, che
possano far provare piacere e, quindi, trovare i molti
modi che esistono per essere vicini, sensuali,
affettuosi, e vivere l'intimità, la sessualità e
l'amore in modo gratificante.
Per
il paratetraplegico la difficoltà ad esprimere in
modo soddisfacente la propria sessualità è legata a
quattro diversi e concomitanti tipi di ferita:
- al Sé Corporeo: la
lesione midollare compromette (a vari livelli) le
funzioni genito-procreative, la sensibilità
della parte del corpo al di sotto della lesione,
il movimento
- al Sé Psichico: la
distorsione dell'immagine di sé come Uomo
("Non sono più capace di
erezione-penetrazione-orgasmo") o come Donna
("Non sono più attraente e
seduttiva")...E' da notare che, però, le
donne hanno, generalmente, il duplice vantaggio
di essere portatrici di una cultura sessuale non
centrata sulla genitalità, e di conservare,
pressoché inalterata, la capacità riproduttiva
- al Sé Sociale: la
modifica del ruolo nella comunicazione
interpersonale
- al Sé Collettivo: la
lacerazione della rete dei rapporti, conseguente
all'immagine che gli altri, nell'inconscio
collettivo, hanno della persona mielolesa nei
riguardi della sua capacità di esprimere
sessualità.
Il
problema della ricostruzione di una identità sessuale
del paratetraplegico è, ovviamente, un percorso che è,
insieme, individuale e collettivo, e che coinvolge:
- la persona
- il partner
- la rete familiare e
sociale
- gli operatori sanitari
La
persona con paratetraplegia si trova spesso esposta
al rischio di cedere la propria autonomia ed indipendenza
di adulto ( o di non conquistarla mai se è adolescente)
per la difficoltà ad emanciparsi dalla dipendenza
affettivo-emotiva dal ruolo protettivo-assistenziale del
partner, dei genitori, degli amici, degli altri e degli
stessi operatori, che può limitare, fino ad abolire,
l'iniziativa in generale, e, nello specifico, sessuale.
Infatti,
la capacità di donare se stessi e di ricevere il dono
dell'altro non si può coniugare con la negazione di una
importante parte di sé (la sessualità), che perciò, da
espressione della persona nella sua interezza, diviene
pura necessità biologica, da negare per le obiettive
difficoltà (sublimazione), o da pretendere ad ogni
costo come infantile affermazione di sé (regressione).
Indipendentemente
dalla percentuale residua della funzione genitale (che
non è la sola connotazione della sessualità, sia pure
la rappresenti in maniera più diretta ed esplicita), la
riappropriazione di una "dimensione sessuata"
(riappropriazione del Sé corporeo, Psichico e Sociale)
dipende, soprattutto, dalla capacità psicologica e
culturale di espandere, potenziare e raffinare la
sessualità "extragenitale".
In
tal senso, un ruolo importante svolgono l'immaginazione,
il gioco erotico, le "coccole"...oltre che la
disponibilità a sperimentare zone erogene
"alternative".
Naturalmente,
fattore condizionante è la "cultura della
sessualità" che la persona aveva prima dell'evento
lesivo e che può impedire la "rieducazione"
erotico-sentimentale.
Fattore
rinforzante della difficoltà è poi l'atteggiamento
della rete socio-familiare e della collettività intera,
che quasi sempre ostacola, non comprende e rifiuta la
riappropriazione da parte del paratetraplegico della sua
identità sessuale e delle sue modalità espressive e
comunicative.
Sentirsi
rifiutati o compatiti non aiuta certo a riconquistare
autostima ed identità, cosa tra l'atro già faticosa e
difficile.
E'
importante ricordare che il paratetraplegico non è
disabile dalla nascita, quindi deve fare continuamente i
conti con il suo, personale e già costituito in
precedenza, "immaginario sessuale", che
contrasta con la limitazione della funzione genitale,
della sensibilità e del movimento.
Il
partner può agevolare (aiutando la cicatrizzazione
delle ferite con la disponibilità a mettere in
discussione usate modalità sessuali, per cercarne altre,
non meno soddisfacenti), oppure impedire la formazione di
un nuovo e gratificante vissuto sessuale (con il
"rifiuto" o con un atteggiamento
"assistenziale").
Naturalmente,
tutto è più facile se la coppia si forma dopo l'evento
lesivo, e quindi non è costretta a riciclare ed a
ristrutturare un'intesa precostituita.
In
ogni caso, la possibilità di un equilibrato rapporto di
coppia non può prescindere da uno scambio paritetico.
Le
difficoltà sono complesse e numerose, e riguardano non
solo l'aspetto culturale, ma anche e soprattutto quello
emotivo-relazionale.
Nella
maggior parte dei casi, il partner condivide,
inconsciamente, le motivazioni dello stigma sociale, e
perciò sublima con una disponibilità a dare più che a
ricevere, a prestare assistenza fisica, con un
comportamento paterno/materno o fraterno, avvolgente e
protettivo, ma non partecipe e non corrispondente ad un
reale scambio amoroso.
Ne
deriva una riduzione, un decadimento, una distorsione
dell'intimità, il cui collante è rappresentato dalle
obiettive difficoltà fisiche della persona mielolesa.
Non
è infrequente, tra le coppie che hanno
"resistito" al trauma, un forte squilibrio
relazionale, che risulta alla fine frustrante per
entrambi, perché chi "assiste" rifiuta
l'intimità e chi è "assistito" perde
autostima e quindi rinuncia ad esprimersi sessualmente.
I
genitori spesso vivono il dramma del figlio/a
divenuto paratetraplegico come una grave
"minorazione" delle sue capacità di essere
adulto.
Il
risultato è una regressione all'epoca in cui il figlio
era un bambino da accudire e da proteggere, negandogli
così ogni espressione di sessualità adulta.
Quanto
agli amici, occorre riferirsi alla cultura della
generazione che ha oggi circa 18-35 anni, perché è
soprattutto questa fascia di età che è più
frequentemente esposta alla lesione midollare, che è,
quasi esclusivamente, legata ad incidenti stradali,
sportivi o sul lavoro, e che è nel massimo delle
potenzialità espressive della sessualità.
Questa
cultura privilegia l'aspetto estetico, l'integrità e la
prestanza fisica, l'erotismo in funzione della
genitalità (atteggiamento fortemente condizionato dagli
strumenti di informazione di massa).
Così
spesso gli amici provano disagio nei confronti della
persona con paratraplegia, la cui sessualità appare
troppo diversa, deformata, e finiscono con l'evitare
accuratamente sia di parlarne sia di condividere
situazioni che si riferiscono al sesso, fino a
trasformare l'amico in un fratello minore che per
"certe cose" non è più della compagnia.
La
persona paratetraplegica può reagire col
"blocco" (rinuncia all'espressione della
sessualità), con la "fuga" (rifugio in se
stesso e nelle proprie fantasie) o con un
"attacco" (affermazione a tutti i costi della
propria capacità seduttiva).
Gli
altri rinforzano (in virtù della cultura sessuale
dominante, che si muove tra i poli opposti dell'edonismo
e della sessuofobia) le motivazioni che spingono il
paratetraplegico ad autoescludersi e rinunciare ad una
gratificante espressione della propria sessualità.
Chi
privilegia le "carezze d'amore" e la forza
dell' "immaginario erotico" rispetto al coito,
con pratiche alternative alla genitalità per ottenere (
e non sempre) il raggiungimento di un orgasmo ( o
comunque di una gratificazione sessuale) è,
sostanzialmente, considerato una persona che offende il
comune senso del pudore, la morale dominante...in ogni
caso un "diverso"!
Gli
operatori commettono, frequentemente, l'errore di non
conoscere (e, perciò, non applicare, considerandola non
agibile) una "rieducazione" all'erotismo ed
all'affettività, e puntare, così, su tecniche
"sostitutive" dell'atto sessuale (pure
importanti), piuttosto che sul recupero del significato
comunicativo-relazionale della sessualità.
Questo
è un errore simmetrico a quello della fisiatria nei
confronti della riabilitazione: privilegiare la
rieducazione all'atto motorio (con tutori, protesi o
ponti neurologici) piuttosto che lo sviluppo del maggior
grado di "indipendenza" relazionale, pur nella
limitazione della "autonomia".
In
conclusione, la ricostruzione dell'identità sessuale e
la possibilità della sua espressione in modo
gratificante per un paratetraplegico non è solo un
percorso individuale, perché coinvolge l'intera
collettività ed è prevalentemente un problema
culturale.
In
ogni caso, quando c'è l'Amore, c'è Tutto!
Mariangela
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