Odore di terra bagnata
Mario Laudonio
Il paese in cui vivo è stato edificato sopra un'alta collina che scende ripida verso il mare. Prima di noi, ad abitare queste terre, c'erano i normanni, ancora prima i romani, e ancora prima i greci. Molti popoli nel passare dei secoli si sono affannati per possedere queste terre, un tempo molto fertili, ora abbandonate a se stesse. Alcune leggende nate e mutate nel volgere di millenni parlano di altri, misteriosi, esseri che occupavano queste colline in tempi lontanissimi, ancor prima dell'avvento dell'uomo. Una di queste leggende, in particolare, racconta che i terreni che circondano la nostra piccola città siano fertili proprio grazie a queste ataviche entità, abitanti delle ombre, che osservano di nascosto la terra e il cielo, i raccolti e gli animali, ma soprattutto gli uomini. Queste creature, sempre secondo quella leggenda, raramente osano mostrarsi all'uomo e lo fanno solamente nei giorni di pioggia, perché, si dice, essi sono nati proprio dall'incontro tra la terra e l'acqua.
Dall'alto del paese, volgendosi a ovest si può ammirare spesso la sfida che avviene tra cielo e mare. D'inverno grosse nuvole plumbee strisciano sul pelo dell'acqua e col vento di scirocco vengono sospinte verso terra, risalendo le sinuose forme della costa. Quando si avvicina un temporale le si può sentire confabulare tra loro con bassi rumori di tamburi. Battiti, rotolii, rantolii. Scelgono la strategia migliore per sferrare l'attacco. Certe volte mandano avanti, come pedoni, delle piccole nuvole bianche che formano banchi di nebbia simili a stracci e che si impigliano sui campi e sulle strade. Altre volte invece si muovono in gruppo, portando con sé anche le enormi nubi cariche di pioggia, grasse come ingorde matrone.
D'estate, poi, la terra è secca e ogni nuvola sembra incapace di rompere le mura riarse di questa collina e si scioglie, ancor prima di tentare l'arrampicata. Ma resta nell'aria, come uno spirito, la loro presenza, la forte elettricità che trasmettono al suolo e alle persone. In quei giorni d'estate l'umidità e il caldo fanno liquefare l'asfalto, e sudare le case. Le foglie avvizzite degli alberi pendono inerti dai rami stanchi, in cerca di un alito di vento. La terra si spacca e si apre in mille bocche, come un nido.
In quei giorni il primo sintomo della pioggia è un veloce abbassamento della temperatura, il sole del pomeriggio diventa appena visibile attraverso le nubi che si addensano. Il vento stende le sue braccia sulle pendici della collina e porta con sé la polvere. Dopo poche ore, come silenziose spettatrici, le nuvole si assiepano all'orizzonte. La luce del sole, che scolora nel tramonto, rende il paesaggio perlaceo, irreale. Scende la notte e la temperatura continua a calare. Il cielo ormai è coperto: nell'oscurità si distingue appena il contorno delle nuvole tra un lampo e l'altro. Antichi orrori senza nome escono dai loro rifugi di terra e ombra. Gli animali gemono e vanno a nascondersi, gli uomini gettano un'ultima occhiata all'oscuro paesaggio esterno e serrano rabbrividendo gli infissi.
Si solleva nell'aria l'odore di terra appena bagnata. Una pioggia sporca, tiepida comincia a cadere dal cielo senza colore. Il temporale si è scatenato. Come lame nella notte i fulmini fendono l'oscurità colpendo invisibili bersagli. Subito i canali di scolo si riempiono.
E forte sopra ogni cosa si leva l'odore di terra bagnata.
Sono in macchina, sto guidando. Finestrini alzati, musica, tergicristalli e fari. Tutti insieme a lottare contro l'acqua e quell'odore, sporco, che sale dalle pozzanghere piene di fango che sembrano gusci di larve.
Un lampione… Un lampione… Un lampione… Un lampione…
Luce… ombra… luce… ombra… di nuovo maledetta luce… di nuovo maledetta ombra…
Le mie palpebre affaticate lottano nell'indecisione se rimanere aperte o chiudersi. Sto tornando a casa. E' tardi. Sono stato trattenuto ancora una volta all'ufficio, e adesso la mia macchina annaspa in questo diluvio improvviso. Mi sento sfinito. Ho dovuto rifare il mio lavoro numerose volte a causa dei continui sbalzi di tensione provocati dall'elettricità accumulata nell'aria. Mi bruciano gli occhi come se fossero dei vetri sporchi. Hanno lavorato troppo anche oggi sullo schermo del computer.
Oltretutto la mia casa si trova un po' fuori paese e ci vorrà del tempo per arrivare.
Luce… ombra… luce… ombra…
I miei occhi hanno deciso di restare aperti.
La macchina sembra un piccolo guscio che sfreccia nel torrente gelato d'acqua che cade dal cielo. La visibilità è ridotta, ma per fortuna conosco la strada. I lampioni si susseguono, così come le ombre baluginanti che essi lasciano nella mia mente spossata.
Per strada non c'è nessuno. Meglio così posso rilassarmi un po'. I palazzi sono sbarrati, non si vede un filo di luce venire fuori dalle finestre. Devo aver fatto molto tardi. Imbocco la strada secondaria che porta verso casa mia. Il fondo della via è dissestato, grossi ulivi costeggiano i bordi frastagliati. Mi passo una mano sugli occhi indolenziti.
La luce dei lampioni mi accompagna ancora.
Improvvisamente un enorme fulmine cade accanto alla strada. Poi il buio.
Ma solo un attimo.
Un battere di ciglia.
L'allargarsi di una pupilla per dissetarsi nell'aridità di appigli cromatici.
In quel momento tra luce e buio un lenzuolo danza di fronte ai miei fari inzuppati di notte e di acqua.
Un lenzuolo…
Un lenzuolo…
(Due battiti)
Non era un lenzuolo.
(Un battito)
Non era un lenzuolo…
Inchiodo. Salvo la macchina prima che baci quella merda d'albero.
(Ancora silenzio)
NON ERA UN LENZUOLO
(un battito, ma al posto sbagliato. Devo rivedere la mia anatomia)
Il tergicristallo batte le sue gengive sdentate sul vetro.
(due battiti)
Piove, Dio se piove.
Provo a scollare le mie mani dal volante. Le nocche sono bianche come denti, le dita annaspano in cerca di un sostegno. Un crampo le attanaglia e le spinge a stringersi convulsamente a quel pezzo di realtà che mi impedisce di cadere nel vuoto.
(un battito)
(un battito)
(un battito)
La presa si allenta.
(un battito..)
L'ho quasi lasciato.
(un battito….)
Ce l'ho fatta.
Mi tolgo la cintura.
Mi ricordo che da quasi due minuti non sto respirando, allora provvedo a farlo.
Odore di terra. Sempre più forte.
Forte come un vino che inebria.
Come onda che mi spinge più a fondo.
Apro lo sportello e con cautela esco.
Guardo dietro la macchina, ma non la vedo.
"Dove cazzo è la …. ragazza?! (non era un lenzuolo era una ragazza)
"Una ragazza."
(Una ragazza)
(Un battito in meno)
Sono sotto la pioggia.
La mia mente scarta questo dato due volte prima che mi accorga che sono fradicio.
"Sono fradicio." Provo a dire ad alta voce al mio cervello, ma lui pensa ad altro.
Moviola
Luce… Buio… Luce…. Buio…. Lenzuolo…. Buio….
Indietro.
Buio… Lenzuolo. (stop)…lenzuolo.
No.
C'era una donna dentro.
(lenzuololenzuololenz…)
Bellissima.
(lenzuololenzuololenzuololen…)
L'ho investita.
(buio)
Ma non c'è.
"Non c'è!"
(Dove sei finita?)
qui…
(entra una fiammata all'ossidrile nei polmoni)
"Dove sei?"
Lontano, appena udibile …qui…
Vicino, nella zona in ombra dietro la macchina …qui…
Sotto il ciglio della strada …qui, qui….
Da un albero …qui….
Vicinissimo, dietro di me …qui, qui, qui….
Un rantolio, una risata.
(Trenta, quaranta colpi al cuore)
Non riesco a vedere l'acqua è entrata negli occhi. Mi fa chiudere le palpebre.
Qualcosa si è mosso.
"Merda!"
…qui…
sulla mia spalla, ho sentito freddo, ghiaccio.
Mi giro e non c'è nessuno.
Grido.
Di nuovo silenzio.
Si è mosso ancora qualcosa, l'ho visto con la coda dell'occhio.
Bianco.
Bianco come un corpo nudo..
Bianco come la calce.
Bianco come un lenzuolo
Come un lenzuolo… come un lenzuolo… o come un sudario…
Sono sicuro sia immobile dietro a quell'albero.
Arretro.
La puzza di terra è acre e dolciastra.
Sa di decomposizione.
Dolciastra.
La terra è assetata.
Sa di morte…
Il metallo della portiera scorre sotto la mia mano.
Un rumore proviene da dietro la macchina. Erbe mosse.
Mi giro: niente.
Un rumore dietro di me. Passi.
Mi giro: niente.
Non sento più l'acqua che scende lungo il viso. Non sento più il freddo che affonda le sue lunghe dita nella mia pelle. Afferro la maniglia dello sportello.
Qualcosa si muove…
Apro.
… verso di me…
Entro.
… è a un passo…
Chiudo.
Colpisce con rabbia il finestrino.
Urla. Urla l'odio di mille vite.
Non ha occhi per vedermi. Le sue orbite … vuote … piantate nei miei occhi. E urla selvaggiamente. Ce n'è un'altra poggiata sul cofano, come un immondo animale da preda, e si sporge in avanti nel buio. Sono orribili. Da ogni lato della macchina c'è una faccia diversa. Accomunata da una rabbia infinita e da quegli abissi gemelli.
E quell'urlo…
Quell'urlo che è la negazione dell'esistenza di un Dio. Che rappresenta un odio ultraterreno, primitivo. Che nega tutto ciò che è vivo, tutto ciò che è vita.
Le loro lunghe dita accarezzano, graffiano, si contorcono sul vetro….
Rabbiose, ansiose, vogliose, assetate, affamate.
Sono un orrore senza tempo, senza risposta. Il mio stomaco non ce la fa più. Sto vomitando fiotti di bile. Sento il fuoco nella mia gola. Acido sulle mie labbra. Mi prendono le convulsioni. Sbavo, senza più il controllo di me stesso.
Ridono le creature, orribili parodie di donne. E mi osservano. Col buio delle loro orbite senza occhi.
Col buio…
… buio …
.. buio…
Silenzio.
E' finita?
Non oso chiedermelo.
Buio.
…
Luce…
Da quanto sto così?
Sono vivo?
Sento del ferro arrugginito nella mia bocca: sangue. E' la mia lingua… Muovo un dito.
Una mano.
(il dolore diviene un rumore spaventoso che brucia nelle orecchie)
Sto per svenire.
Mi riprendo…
Apro gli occhi: qualcosa di scuro sta attaccato alla mia guancia.
Strizzo gli occhi.
E' il volante…
… oltre tutto è tempestato di stelle.
…
Stelle?
Metto a fuoco…
Vetri. Sì, vetri…
Ancora sento gli echi delle orribili urla.
Chiudo gli occhi.
Il sole deve essere spuntato da poco…
Mi trascino fuori dalla macchina abbracciata con un albero in uno strano amplesso.
Sono pieno di ferite e ho qualche osso rotto, ma sono vivo.
Guardo la macchina.
Non c'è nessuna frenata.
(mi fischiano le orecchie)
Nessuna….
Guardo dentro. Niente vomito.
Ma niente sangue…. Eppure sono pieno di tagli.
"Sì, sono pieno di tagli, come se…"
(sì, esatto)
"… come se…"
(il fischio ormai è fortissimo)
Come se mi avessero graffiato e morso delle bestie.
"Delle bestie.."
(niente sangue)
Il terreno è quasi asciutto eccetto qualche pozzanghera. L'odore di terra bagnata impregna l'aria, mentre l'acqua rincorre il sole tornandosene in cielo….