Società podistiche e cultura dell’impresa collettiva

Riflessioni in margine alla staffetta 24 x 1h a San Giovanni Lupatoto

 

Lo sport, tra le sue finalità implicite, dovrebbe servire a far crescere le qualità della solidarietà, della partecipazione e della condivisione (in accordo con il principio ispiratore delle Olimpiadi moderne, formulato da  De Coubertin) e non tanto essere esclusivamente palestra di forme di  agonismo sfrenato con l’obiettivo prioritario dell’affermazione dell’individuo su altri individui (secondo un’applicazione dei principi dei giochi olimpici dell’antichità classica, deteriorata tuttavia dall’essere di fatto  spogliata della sacralità insita nel gesto atletico).

Nell’ambito delle società sportive podistiche che raccolgono amatori/veterani, quest’enunciato potrebbe essere particolarmente vero, se non fosse che nel podismo amatoriale convergono, in maniera ancora più distorta, alcuni valori (o disvalori) propri dello sport agonistico d’alto livello.

Qui, l’applicazione allo sport – anziché rimanere essenzialmente una salutare pratica di vita ed una disciplina per il corpo e la mente – finisce con l’essere il luogo in cui vengono di prepotenza importate alcune delle nevrosi del vivere quotidiano, tra le quali la volontà di sopraffazione e di affermazione di sé a scapito dell’altro.

In molte circostanze, capita spesso di vedere alcuni podisti che si fanno letteralmente il fegato marcio per sopravanzare i propri pari, rinunciando ad accostarsi ad allenamenti e ad eventi agonistici con animo sereno e con lo spirito di chi vuole soltanto stare bene con se stesso e con gli altri.

Quindi, nelle gare podistiche per amatori e veterani, capita spesso di vedere vere e proprie “sfide all’ultimo sangue” tra individui che si prendono troppo sul serio, ponendosi uno nei confronti dell’altro come nemici, sino al punto di arrivare quasi alla rissa se si sentono ostacolati nel perseguimento del proprio obiettivo: un’interpretazione dello sport, questa, che, essendo pesantemente deprivata di qualsiasi componente ludica, finisce con il diventare cupa e ossessiva.

L’attività sportiva, senza questi necessari aspetti di gioiosità e di condivisione, non ha più nulla di amatoriale, dal momento che l’espressione “podismo amatoriale” e la designazione di “amatori/veterani” riferita ai suoi attori, create per sottolineare una necessaria differenziazione rispetto ai cosiddetti atleti “fidal assoluti”, contengono – almeno semanticamente – il riferimento a pratiche di leggerezza, levità, piacevolezza…

Credo, tuttavia, che nell’approccio al podismo amatoriale vi sia – per quello che ho potuto vedere per diretta esperienza – una forte divaricazione tra Nord e Sud: una divaricazione di matrice essenzialmente culturale.

Le società podistiche del Nord e del Centro Italia, secondo me, tendono ad assumere la configurazione di circoli o “club” che, oltre a garantire ai propri iscritti il tesserino societario che consente la partecipazione alle competitive, forniscono loro dei servizi ma anche un’organizzazione societaria a pieno campo con componenti molto articolate, sia di tipo hardware  (una sede, per esempio), sia del tipo software, quali incontri periodici (che non siano quelli di una ristretta conventicola di tipo oligarchico) finalizzati alla discussione, alla comunicazione e alla pianificazione, attività ludiche e ricreative, organizzazione di eventi di vario tipo a cui anche i familiari degli atleti possano partecipare, la pubblicazione di giornalini e notiziari ad uso interno.

Quindi, in questo primo caso, se da un lato la società offre ai suoi atleti l’opportunità di partecipare agli eventi podistici da lui scelti ( a titolo puramente individuale), dall’altro, si mette in condizione di essere congruamente rappresentata in eventi podistici in cui sia prevista anche la graduatoria per società (sia tenendo conto del numero di iscritti, sia dei migliori tempi realizzati).

Ma, prerequisito di questa seconda condizione è il fatto che i podisti possano sentire di far parte di una organizzazione societaria che li rappresenti e li garantisca e che si sia prodigata, attraverso iniziative del tipo indicato prima, per far crescere in ciascuno la cultura della partecipazione e il senso di appartenenza ad una comune identità.

Invece, nelle società podistiche del Sud d’Italia, salvo alcune eccezioni, non vi è una vera cultura dell’appartenenza e della partecipazione; conta piuttosto il fatto che l’essersi associati a quel particolare gruppo podistico consenta di ottenere delle cose (la borsa, il completino nuovo e quant’altro) e l’ambito tesserino  Fidal Amatori/Veterani che poi consentirà la partecipazione alle competitive, quali che siano, ma sempre scelte sulla base di una decisione puramente individuale. Il più delle volte non è vi senso di appartenenza, ma piuttosto traspaiono le manifestazioni del più puro individualismo: non vi sono appunto quasi mai momenti comuni che consentano la crescita in ciascuno dell’identità societaria.

La maggior parte delle società podistiche del Sud dell’Italia è governata da gruppi ristretti ed esclusivi che, individuati sulla base di principi spesso discutibili e non trasparenti, di rado rendono partecipe delle decisioni (e di eventuali vantaggi) la base degli atleti che fornisce le quote d’iscrizione annue. Diciamoci pure che quest’aspetto (le cose fatte dagli “amici” e dagli “amici degli amici”) rappresenta uno dei mali più atavici del Sud d’Italia e, in qualche modo, ha a che fare con lo spiccato bisogno di alcuni nel voler gestire una forma di potere – anche nel più piccolo giardino - e di ritagliarsi una posizione di comando, di privilegio e, in qualche misura, di affluenza del consenso.

L’atleta, nelle organizzazioni podistiche di questo tipo, rappresenta se stesso e non la società di cui, in teoria, dovrebbe vestire i colori… Ne discende che, in queste condizioni, la partecipazione ad eventi podistici è impregnata da un forte individualismo che molto difficilmente può  favorire la partecipazione a gare a squadre.

Ho fatto queste considerazioni a San Giovanni Lupatoto, mentre – correndo la 24 ore in pista individuale – osservavo l’entusiasmante staffetta 24x1h che, con l’impegno contemporaneo di 25 squadre, si svolgeva nelle tre corsie interne dell’anello rosso.

Sono state diverse le considerazioni che mi sono passate per la mente;

1.       1.      in primo luogo, la difficoltà di costituire una squadra costituita da 25 persone (24 titolari più una riserva);

2.      2.    il fatto che ognuna delle squadre in lizza non fosse composta da atleti omogenei, bensì fosse fortemente disomogenea, con atleti veloci e atleti lenti, e non solo uomini ma anche donne;

3.      3.    l’importanza della performance globale della squadra, rispetto alla prestazione individuale, sicché quello che conta veramente è il risultato finale (il totale di chilometri percorsi nelle 24 ore, totale che tutti hanno contribuito a capitalizzare) che è il frutto di una vera e propria impresa collettiva;

4.      4.    il visibile impegno delle società sportive, di cui ogni squadra portava i colori, sia nella realizzazione del necessario supporto logistico (tende d’appoggio, arredi da campo quali sedie, tavoli, brandine, coperte ecc., ristorazione), sia in termini di “tifoserie” presenti sul campo di gara, cioè di nutrite rappresentanze di supporter non impegnati direttamente nella competizione, ma sempre vigili nel seguire l’avvicendarsi delle diverse frazioni e pronti a sostenere, ad acclamare, a dar da bere e via dicendo…

Quali conclusioni devono trarsi da questo esempio? Certamente questa: non un singolo individuo vince, ma la squadra vince; c’è una squadra che ha la meglio sulle altre e, in ogni squadra, ciò che conta è il risultato finale in vista del quale ogni contributo individuale, fornito da ciascuno secondo le proprie forze ed il proprio talento podistico, è determinante.

Questo gioco di squadra, applicato ad una disciplina, che ancora viene sentita come fortemente individuale, rappresenta un sovvertimento della rappresentazione degradata dell’agonismo proveniente dagli schermi televisivi e dai mass media in genere che in modo martellante e pervasivo non fanno che esaltare al massimo la capacità e la forza del singolo individuo.

Non a caso, all’appuntamento podistico di San Giovanni Lupatoto che io sappia non si sono quasi mai presentate società podistiche del Sud dell’Italia, nelle cui compagini – come si è detto – non viene curata la crescita di una cultura dell’organizzazione e di un forte sentimento identitario da parte dei diversi iscritti/soci.

Nell’assistere a San Giovanni Lupatoto a questa bellissima ed avvincente declinazione dello spirito di squadra, ho pensato che sarebbe estremamente difficile per una società podistica del Sud d’Italia raccogliere 25 atleti per la partecipazione ad un evento podistico di questo tipo: innanzitutto, per i forti ostacoli che verrebbero a crearsi nella costruzione della squadra, perché i “forti” ( o meglio quelli che si sentono tali) vorrebbero certamente l’introduzione di criteri selettivi per potere correre con atleti di pari livello e, nell’eventualità di dover “subire” la zavorra di quelli più lenti, si sentirebbero fortemente sminuiti nella propria autostima performativa; in secondo luogo, ben pochi di questi atleti accetterebbero di affrontare un evento agonistico se non intravedessero almeno la possibilità, alla fine, di “vincere” e così poter portare a casa un premio individuale; ammesso e non concesso che una squadra del Sud si presentasse a quest’evento podistico e si ritrovasse vittoriosa, bisognerebbe risolvere un dilemma:  a chi assegnare il trofeo conquistato dalla squadra? Un eventuale trofeo non potrebbe certo essere collocato nella propria personale vetrina  per poterlo contemplare e mostrare agli amici con orgoglio narcisistico… La prospettiva di non poter dire Io ho fatto…, oppure: Io ho vinto… fa sì che la partecipazione ad una gara di questo tipo risulti decisamente poco interessante per chi si è abituato ad essere centrato prevalentemente sul proprio sé e poco sull’idea di “squadra”

Insomma – a mio parere - ciò che trionfa a San Giovanni Lupatoto, nella staffetta 24hx1h, è il principio della partecipazione e della condivisione, affiancato e sostenuto dall’idea che tutti hanno titolo per essere premiati per la loro fatica: tale idea è simbolicamente realizzata, conferendo un piccolo premio al primo atleta che si trovi a transitare  dal traguardo allo scadere del trentesimo minuto di ogni singola frazione (secondo un dispositivo quindi di attribuzione casuale: il premio può essere assegnato indifferentemente al più veloce o al più lento della frazione, come a dire che tutti devono correre il rischio di ricevere un premio, perché per tutti la fatica di un’ora di corsa è eguale).

Per concludere,  ho la ferma convinzione che una società podistica in grado di produrre una squadra per un’impresa collettiva di questo tipo debba possedere una forte cultura “partecipativa”, ma soprattutto debba  essere stata in grado di far crescere un senso di appartenenza nei suoi iscritti. Da questo punto di vista, io – essendo affezionato ad un idea dello sport forse un po’ utopica, ma certamente più sana della rappresentazione proposta dai mass media – credo che le società podistiche del Nord e del Centro Italia abbiano parecchio da insegnare ai gruppi podistici del Sud d’Italia…

Spero con forza che qualcuno del Sud d’Italia, senza risentirsi per queste mie considerazioni, possa desiderare di colmare il divario…

… sarebbe per me bello, se tra uno – o molti anni, non importa – una società podistica della Sicilia inviasse una sua squadra a San Giovanni Lupatoto…

 

Caltanissetta, il 15.10.2002

 

Maurizio Crispi