Lo sport, tra le sue
finalità implicite, dovrebbe servire a far crescere le qualità della solidarietà,
della partecipazione e della condivisione (in accordo con il principio
ispiratore delle Olimpiadi moderne, formulato da De Coubertin) e non tanto essere esclusivamente palestra di
forme di agonismo sfrenato con
l’obiettivo prioritario dell’affermazione dell’individuo su altri individui
(secondo un’applicazione dei principi dei giochi olimpici dell’antichità
classica, deteriorata tuttavia dall’essere di fatto spogliata della sacralità insita nel gesto atletico).
Nell’ambito delle
società sportive podistiche che raccolgono amatori/veterani, quest’enunciato
potrebbe essere particolarmente vero, se non fosse che nel podismo amatoriale
convergono, in maniera ancora più distorta, alcuni valori (o disvalori) propri
dello sport agonistico d’alto livello.
Qui, l’applicazione allo
sport – anziché rimanere essenzialmente una salutare pratica di vita ed una
disciplina per il corpo e la mente – finisce con l’essere il luogo in cui
vengono di prepotenza importate alcune delle nevrosi del vivere quotidiano, tra
le quali la volontà di sopraffazione e di affermazione di sé a scapito
dell’altro.
In molte circostanze,
capita spesso di vedere alcuni podisti che si fanno letteralmente il fegato
marcio per sopravanzare i propri pari, rinunciando ad accostarsi ad allenamenti
e ad eventi agonistici con animo sereno e con lo spirito di chi vuole soltanto
stare bene con se stesso e con gli altri.
Quindi, nelle gare
podistiche per amatori e veterani, capita spesso di vedere vere e proprie
“sfide all’ultimo sangue” tra individui che si prendono troppo sul serio,
ponendosi uno nei confronti dell’altro come nemici, sino al punto di arrivare
quasi alla rissa se si sentono ostacolati nel perseguimento del proprio
obiettivo: un’interpretazione dello sport, questa, che, essendo pesantemente
deprivata di qualsiasi componente ludica, finisce con il diventare cupa e
ossessiva.
L’attività sportiva,
senza questi necessari aspetti di gioiosità e di condivisione, non ha più nulla
di amatoriale, dal momento che l’espressione “podismo amatoriale” e la
designazione di “amatori/veterani” riferita ai suoi attori, create per
sottolineare una necessaria differenziazione rispetto ai cosiddetti atleti
“fidal assoluti”, contengono – almeno semanticamente – il riferimento a
pratiche di leggerezza, levità, piacevolezza…
Credo, tuttavia, che
nell’approccio al podismo amatoriale vi sia – per quello che ho potuto vedere
per diretta esperienza – una forte divaricazione tra Nord e Sud: una
divaricazione di matrice essenzialmente culturale.
Le società podistiche
del Nord e del Centro Italia, secondo me, tendono ad assumere la configurazione
di circoli o “club” che, oltre a garantire ai propri iscritti il tesserino
societario che consente la partecipazione alle competitive, forniscono loro dei
servizi ma anche un’organizzazione societaria a pieno campo con componenti
molto articolate, sia di tipo hardware (una sede, per esempio), sia del tipo software, quali
incontri periodici (che non siano quelli di una ristretta conventicola
di tipo oligarchico) finalizzati alla discussione, alla comunicazione e alla
pianificazione, attività ludiche e ricreative, organizzazione
di eventi di vario tipo a cui anche i familiari degli atleti possano
partecipare, la pubblicazione di giornalini e notiziari ad uso
interno.
Quindi, in questo primo
caso, se da un lato la società offre ai suoi atleti l’opportunità di
partecipare agli eventi podistici da lui scelti ( a titolo puramente
individuale), dall’altro, si mette in condizione di essere congruamente
rappresentata in eventi podistici in cui sia prevista anche la graduatoria per
società (sia tenendo conto del numero di iscritti, sia dei migliori tempi
realizzati).
Ma, prerequisito di
questa seconda condizione è il fatto che i podisti possano sentire di far parte
di una organizzazione societaria che li rappresenti e li garantisca e che si
sia prodigata, attraverso iniziative del tipo indicato prima, per far crescere
in ciascuno la cultura della partecipazione e il senso di appartenenza ad una
comune identità.
Invece, nelle società
podistiche del Sud d’Italia, salvo alcune eccezioni, non vi è una vera cultura
dell’appartenenza e della partecipazione; conta piuttosto il fatto che
l’essersi associati a quel particolare gruppo podistico consenta di ottenere
delle cose (la borsa, il completino nuovo e quant’altro) e l’ambito
tesserino Fidal Amatori/Veterani
che poi consentirà la partecipazione alle competitive, quali che siano, ma
sempre scelte sulla base di una decisione puramente individuale. Il più delle
volte non è vi senso di appartenenza, ma piuttosto traspaiono le manifestazioni
del più puro individualismo: non vi sono appunto quasi mai momenti comuni che
consentano la crescita in ciascuno dell’identità societaria.
La maggior parte delle
società podistiche del Sud dell’Italia è governata da gruppi ristretti ed
esclusivi che, individuati sulla base di principi spesso discutibili e non
trasparenti, di rado rendono partecipe delle decisioni (e di eventuali
vantaggi) la base degli atleti che fornisce le quote d’iscrizione annue. Diciamoci
pure che quest’aspetto (le cose fatte dagli “amici” e dagli “amici degli
amici”) rappresenta uno dei mali più atavici del Sud d’Italia e, in qualche
modo, ha a che fare con lo spiccato bisogno di alcuni nel voler gestire una
forma di potere – anche nel più piccolo giardino - e di ritagliarsi una
posizione di comando, di privilegio e, in qualche misura, di affluenza del
consenso.
L’atleta, nelle
organizzazioni podistiche di questo tipo, rappresenta se stesso e non la
società di cui, in teoria, dovrebbe vestire i colori… Ne discende che, in
queste condizioni, la partecipazione ad eventi podistici è impregnata da un
forte individualismo che molto difficilmente può favorire la partecipazione a gare a squadre.
Ho fatto queste
considerazioni a San Giovanni Lupatoto, mentre – correndo la 24 ore in pista
individuale – osservavo l’entusiasmante staffetta 24x1h che, con l’impegno
contemporaneo di 25 squadre, si svolgeva nelle tre corsie interne dell’anello
rosso.
Sono state diverse le
considerazioni che mi sono passate per la mente;
1. 1.
in primo luogo, la difficoltà di costituire una squadra
costituita da 25 persone (24 titolari più una riserva);
2. 2.
il fatto che ognuna delle squadre in lizza non fosse composta
da atleti omogenei, bensì fosse fortemente disomogenea, con atleti veloci e
atleti lenti, e non solo uomini ma anche donne;
3. 3.
l’importanza della performance globale della squadra,
rispetto alla prestazione individuale, sicché quello che conta veramente è il
risultato finale (il totale di chilometri percorsi nelle 24 ore, totale che
tutti hanno contribuito a capitalizzare) che è il frutto di una vera e propria impresa
collettiva;
4. 4.
il visibile impegno delle società sportive, di cui ogni
squadra portava i colori, sia nella realizzazione del necessario supporto
logistico (tende d’appoggio, arredi da campo quali sedie, tavoli, brandine,
coperte ecc., ristorazione), sia in termini di “tifoserie” presenti sul campo
di gara, cioè di nutrite rappresentanze di supporter non impegnati direttamente
nella competizione, ma sempre vigili nel seguire l’avvicendarsi delle diverse
frazioni e pronti a sostenere, ad acclamare, a dar da bere e via dicendo…
Quali conclusioni devono
trarsi da questo esempio? Certamente questa: non un singolo individuo vince,
ma la squadra vince; c’è una squadra che ha la meglio sulle altre e, in
ogni squadra, ciò che conta è il risultato finale in vista del quale ogni
contributo individuale, fornito da ciascuno secondo le proprie forze ed il
proprio talento podistico, è determinante.
Questo gioco di squadra,
applicato ad una disciplina, che ancora viene sentita come fortemente
individuale, rappresenta un sovvertimento della rappresentazione degradata
dell’agonismo proveniente dagli schermi televisivi e dai mass media in genere
che in modo martellante e pervasivo non fanno che esaltare al massimo la
capacità e la forza del singolo individuo.
Non a caso,
all’appuntamento podistico di San Giovanni Lupatoto che io sappia non si sono
quasi mai presentate società podistiche del Sud dell’Italia, nelle cui
compagini – come si è detto – non viene curata la crescita di una cultura
dell’organizzazione e di un forte sentimento identitario da parte dei diversi
iscritti/soci.
Nell’assistere a San
Giovanni Lupatoto a questa bellissima ed avvincente declinazione dello spirito
di squadra, ho pensato che sarebbe estremamente difficile per una società
podistica del Sud d’Italia raccogliere 25 atleti per la partecipazione ad un
evento podistico di questo tipo: innanzitutto, per i forti ostacoli che verrebbero
a crearsi nella costruzione della squadra, perché i “forti” ( o meglio quelli
che si sentono tali) vorrebbero certamente l’introduzione di criteri selettivi
per potere correre con atleti di pari livello e, nell’eventualità di dover
“subire” la zavorra di quelli più lenti, si sentirebbero fortemente sminuiti
nella propria autostima performativa; in secondo luogo, ben pochi di questi
atleti accetterebbero di affrontare un evento agonistico se non intravedessero
almeno la possibilità, alla fine, di “vincere” e così poter portare a casa un
premio individuale; ammesso e non concesso che una squadra del Sud si
presentasse a quest’evento podistico e si ritrovasse vittoriosa, bisognerebbe
risolvere un dilemma: a chi assegnare
il trofeo conquistato dalla squadra? Un eventuale trofeo non potrebbe certo
essere collocato nella propria personale vetrina per poterlo contemplare e mostrare agli amici con orgoglio
narcisistico… La prospettiva di non poter dire Io ho fatto…, oppure: Io
ho vinto… fa sì che la partecipazione ad una gara di questo tipo risulti
decisamente poco interessante per chi si è abituato ad essere centrato
prevalentemente sul proprio sé e poco sull’idea di “squadra”
Insomma – a mio parere -
ciò che trionfa a San Giovanni Lupatoto, nella staffetta 24hx1h, è il principio
della partecipazione e della condivisione, affiancato e sostenuto dall’idea che
tutti hanno titolo per essere premiati per la loro fatica: tale idea è
simbolicamente realizzata, conferendo un piccolo premio al primo atleta che si
trovi a transitare dal traguardo
allo scadere del trentesimo minuto di ogni singola frazione (secondo un
dispositivo quindi di attribuzione casuale: il premio può essere assegnato
indifferentemente al più veloce o al più lento della frazione, come a dire che
tutti devono correre il rischio di ricevere un premio, perché per tutti la
fatica di un’ora di corsa è eguale).
Per concludere, ho la ferma convinzione che una società
podistica in grado di produrre una squadra per un’impresa collettiva di questo
tipo debba possedere una forte cultura “partecipativa”, ma soprattutto
debba essere stata in grado di far
crescere un senso di appartenenza nei suoi iscritti. Da questo punto di vista,
io – essendo affezionato ad un idea dello sport forse un po’ utopica, ma
certamente più sana della rappresentazione proposta dai mass media – credo che
le società podistiche del Nord e del Centro Italia abbiano parecchio da
insegnare ai gruppi podistici del Sud d’Italia…
Spero con forza che
qualcuno del Sud d’Italia, senza risentirsi per queste mie considerazioni,
possa desiderare di colmare il divario…
… sarebbe per me bello,
se tra uno – o molti anni, non importa – una società podistica della Sicilia
inviasse una sua squadra a San Giovanni Lupatoto…
Caltanissetta, il
15.10.2002
Maurizio
Crispi