Che cos’è la Ventiquattrore

 

Per chi non si è mai cimentato in questo genere di gare va precisato che la Ventiquattrore è una particolare tipologia di gara di lunga durata, basata sul principio del tempo in cui si deve stare in gara e non tanto della “distanza” intesa in senso lineare da coprire per raggiungere il punto B – mettiamo – partendo dal punto A, così come è invece il caso di gare come la Centochilometri (nel Passatore si parte da Firenze per arrivare a Faenza) o di ultra-maratone più ardite, come la già “mitica” Nove Colli di Cesenatico (si parte da Cesenatico per arrivare a Cesenatico dopo aver percorso una distanza di oltre 210 km) oppure la Spartathlon ( sul percorso in linea Atene-Sparta).

Nella Ventiquattrore non vi è uno spazio da percorrere, nel senso usuale del pensare podistico, ma un tempo determinato in cui si deve stare in una determinata condizione: in teoria, una ventiquattore la si potrebbe fare anche camminando attorno al perimetro di una stanza o di un cortile, ma – ovviamente – questo sarebbe un’assurda estremizzazione, se non per chi fosse seriamente intenzionato ad entrare nel Guiness dei primati!

Una delle caratteristiche delle ventiquattrore è data dal fatto che ciascun partecipante può riposare come, quando e quanto vuole, fatta salva la necessità di rimanere all’interno del circuito e di utilizzare i servizi predisposti.

Nella ventiquattrore, dunque, è valorizzato particolarmente non chi va più veloce in assoluto, ma chi è capace di percorrere la maggiore distanza nel tempo dato, riducendo al minimo i periodi di riposo e le soste per l’alimentazione e altre necessità fisiologiche: è chiaro che la possibilità di coprire cospicui importi chilometrici dipenderà dalla capacità di ciascuno di tollerare la fatica, il sonno e il dolore, nonché dall’attitudine (prevalentemente mentale) a ridurre il più possibile i tempi morti e le perdite di tempo. Per questi motivi, quelli che realizzano i migliori risultati nella ventiquattrore non sono mai tra i più veloci nelle ultramaratone più brevi (raramente, quindi, uno specialista nella 24ore si impone tra i primissimi nella 100km, tranne che in rari casi).

Da questo punto di vista la 24ore rientra pienamente nella tipologia di gara di endurance ( di cui abbiamo poi esempi più hard, quali la 48ore, la sei giorni podistica etc.).

Le Ventiquattrore su strada quindi si svolgono su circuiti con fondo di varia natura, con frequenti variazioni altimetriche e di lunghezza variabile, ma tali da consentire ai partecipanti il rifornimento e la sosta a intervalli regolari (l’optimum è rappresentato da circuiti di 2-3 km); le Ventiquattrore in pista che si svolgono sull’anello rosso dello stadio d’atletica, per motivi intuitivi, sono accessibili in genere ad un numero ben più ridotto di partenti , come ad esempio la famosa Lupatotissima.

Le 24ore in pista sono molto più competitive sul piano agonistico, sia per la rigorosità con cui si esclude l’allontanamento dei partecipanti dall’anello rosso e dai servizi predisposti nel prato centrale, sia per la mancanza di qualsiasi variazione altimetrica, tale da garantire a più dotati la massima regolarità dell’andatura e la realizzazione di cospicui importi chilometrici. 

Per contro la pista è più dura e per reggere alla durata e alla distanza occorre avere acquisito nella propria preparazione una certa consuetudine al fondo della pista, ben più elastico dell’asfalto.

Ma è ovvio che i record, in termini di distanza totale percorsa, sono realizzati sulla pista, anche se le Ventiquattrore su strada possono avere, in alcuni casi, caratteristiche più “estreme”.

Correre la Ventiquattrore implica, in primo luogo, un forte impegno mentale, molto più che fisico: soprattutto, per poter sostenere la monotonia e la ripetitività del circuito, ovviamente incidenti quasi allo stato puro quando si corre in pista, occorre avere una grande capacità di astrazione dall’hic et nunc, ed essere capaci di far fluttuare la mente in qualche modo al di sopra del nudo corpo impegnato nella sua fatica.

A mio avviso, questa capacità si acquisisce lentamente ed è correlata ad una sorta di upgrade del sistema neurofisiologico e in particolar modo ad una diversa modulazione delle endorfine (nel senso della up-regulation), che scatta quasi automaticamente una volta superata una certa soglia di durata dello sforzo.

Alcuni sostengono che, con la 24ore, si sconfina in una tipologia di gara podistica estrema, che – essendo  principalmente orientata alla endurance – è caratterizzata dal fatto che il gesto atletico del runner viene ad essere snaturato dall’obbligo di mantenere andature basilarmente lente.

E’ superfluo aggiungere che queste critiche oziose vengono dai “fissati” del cronometro e della velocità … perché, se è vero che un atleta di lunga distanza di rado corre di seguito nell’arco delle 24 ore, se è vero che i suoi ritmi non sono comparabili con quelli del maratoneta di medio livello, ciononostante il livello della sfida che si affronta con sé stessi è particolarmente alto.

Occorre certamente molto coraggio e resistenza mentale per cimentarsi in una gara così fatta.

Provare per credere!!!

Ma per sperimentare una 24ore, senza esporsi ad una sensazione di fallimento, è necessario abbandonare la propria identità di maratoneta abituato a ragionare in termini di ritmi, di andature al chilometro, con l’ossessione del cronometro che scandisce inesorabile i decimi di secondo ed entrare nella filosofia dell’endurance che richiede in primo luogo un’attitudine mentale specifica.