STEFANO ZAMPIERI MORTE, ESTREMO RAPPORTO
da: «L'Indice», a. VI, N.5, Maggio 1989
La fortuna di Blanchot in Italia ha subito alterne vicende. La prima fase significativa è stata inaugurata da Einaudi con Il libro a venire ( 1969) e si è sviluppata negli anni '70, con almeno due decenni di ritardo rispetto agli originali, attraverso la pubblicazione di Lautremont e Sade (Dedalo, 1974), Lo spazio letterario (Einaudi, 1975), Passi falsi (Garzanti, 1976), concludendosi con L'infinito intrattenimento (Einaudi, 1977). Sempre Einaudi annunciava la traduzione di L'amitiè (1971), ma senza che essa vedesse mai la luce. Ne restava escluso anche un altro importante volume di saggi, La part du feu (1949), di cui veniva ripreso soltanto un saggio contenuto in appendice: La letteratura e il diritto alla morte, tradotto da Elitropia nell'82.
Una seconda fase di traduzioni è legata all'iniziativa di Feltrinelli che nell'83 traduceva Da Kafka a Kafka e nell'84 La comunità inconfessabile, un breve ma densissimo saggio che ha avuto però poca risonanza in Italia.
In definitiva oltre a L' amitiè e a La part du feu (1973), restano tuttora escluse due opere critiche fondamentali, vale a dire, Le pas au-delà (1973) e L'écriture du désastre, due volumi che segnano una fase particolare nel lavoro di Blanchot perché, da un lato, concludono la collaborazione con la «Nouvelle Revue Française» (tutte le altre opere sono infatti raccolte dei saggi usciti sulla rivista) e dall'altro perché inaugurano una forma di scrittura saggistica basata sul frammento e sull'aforisma.
Recentemente l'editore Costa & Nolan ha pubblicato l'ultimissimo lavoro di Blanchot, Foucault come io l'immagino (1988), un breve articolo scritto immediatamente dopo la morte del grande storico e filosofo francese.
Se questo è, dunque, il panorama relativo alle opere critiche, ben più desolante è quello riguardante le opere narrative: se si eccettuano L'attesa e l'oblio (Guanda, 1978), il breve racconto La follia del giorno (Elitropia, 1982) e questo recentissimo La sentenza di morte (SE 1989, ma l'originale risale al 1948), tutto il resto attende ancora di essere tradotto, da Aminadab a Thomas l'obscur, da Le Trés-Haut a Au moment voulu, da Celui qui ne m'accompagnait pas a Le dernier homme (opere che risalgono al periodo 1941-1957). Per contrasto appare strana invece la fortuna di cui stanno godendo in Italia autori come la Duras o Jabés che tanto devono sia per lo stile che per la ricerca alle opere di Blanchot. Sintomatico di questa strana vicenda editoriale subita da Blanchot in Italia è l'episodio della pubblicazione di un libretto di Derrida, Sopra-vivere (Feltrinelli, 1982) che consiste in una lettura analitica, quasi infralineare de L'arrêt de mort, opera che solo oggi, sette anni più tardi, viene tradotta.
Ben venga dunque tale iniziativa se serve a far conoscere al lettore Italiano un testo che da molti è considerato il vertice dell'opera narrativa di Blanchot e che certo è stato un punto di riferimento nell'ambito della ricerca letteraria francese. Va rilevato però che la traduzione, nel complesso aderente all'originale, pecca proprio nel titolo. Certo, arrêt de mort è espressione ambigua e difficile da rendere nella sua sfumatura, ma la versione italiana, La sentenza di morte, fa piazza pulita con troppa facilità del duplice valore originario: insieme "condanna a morte" e "sospensione della morte", duplicità che è propria del testo nel suo complesso e che può essere accolta anche come chiave d'accesso al romanzo stesso (è quello che fa Derrida nel già citato Sopra-vivere): un romanzo composto di due racconti fra loro autonomi con una struttura, per seguire Derrida, di "doppia invaginazione", in quanto essi si raccontano riprendendosi e recitandosi più volte. La doppia invaginazione nel racconto costituisce il racconto della sua stessa decostruzione. In un certo senso si potrebbe dire che la struttura di tali racconti, o in generale della parola neutra" cui tende Blanchot, obbedisce alle regole di una geometria non euclidea, il cui punto di forza è la forma del frammento. Nella narrativa di Blanchot il frammento non è semplicemente una scelta di stile, ma è la sola forma che sia in grado di garantire compiutamente quella dissoluzione degli elementi narrativi che ne costituisce l'obiettivo.
Frammentarietà, in Blanchot, significa riduzione e sottrazione degli avvenimenti, neutralizzazione della voce narrante (spesso indistintamente plurale o multipla), ma soprattutto polverizzazione degli aspetti temporali e spaziali. Tuttavia il ricorso al frammento, come dimostra R. Stillers in un bell'articolo (Il palinsesto infinito, «Nuova Corrente», a. 85, n. 95, fascicolo interamente dedicato a Blanchot), sostiene una forma di continuità presente in tutte le opere narrative e nei frammenti narrativi spesso inseriti all'intorno delle opere critiche (come ne L'infinito intrattenimento, o ne Le pas au-delà, e L'écriture du desastre). Così ogni singolo frammento rinvia ad un macrotesto di cui è insieme l'affermazione e l'interruzione. Attraverso la fitta rete di analogie e di richiami presente in tutte le opere, è possibile dunque ritrovare le tracce di questo macrotesto, e ricostruire non una sorta di ragione nascosta, ma il legame che rinvia ad un centro, ad un punto nevralgico verso cui ogni frammento si rivolge pur senza mai raggiungerlo.
Blanchot manifesta spesso nei suoi lavori critici la convinzione che ogni scrittore non faccia altro che riscrivere lo stesso testo per un infinito numero di volte, e proprio a partire da una tale premessa egli analizza come esempio l'opera di Kafka. A maggior ragione ci si deve sentire autorizzati ad applicare una tale formula interpretativa alla sue stesse opere. Anche se di tale meta-testo non è possibile indicare se non le vestigia che ogni singola opera realizza.
In La sentenza di morte è in gioco appunto il tema della morte, uno dei temi centrali e ricorrenti nella riflessione di Blanchot. Qui l'esperienza che se ne fa è una esperienza del limite: nella prima parte si narra la lenta agonia di una donna fino al punto estremo della morte su cui il racconto stesso si conclude, ma solo provvisoriamente: "Bisogna che questo sia chiaro: non ho raccontato nulla di straordinario e neppure di sorprendente. Lo straordinario incomincia nel momento in cui mi fermo. Ma non sono più padrone di parlarne" (La sentenza di morte p. 35).
Arresto soltanto apparente, provvisorio appunto, perché di lì ha inizio la seconda parte in cui l'io narrante vive una serie di situazioni il cui punto di riferimento costante è la difficoltà, se non addirittura l'impossibilità, dell'incontro tra due esseri umani, ove il desiderio di contatto e di superamento delle rispettive individualità si conclude in una forma immobile in cui le due traiettorie si avvicinano infinitamente senza raggiungersi mai: "a lei dico eternamente: 'Vieni', ed eternamente è là" (La sentenza di morte p. 75).
La morte e il rapporto con l'altro: intorno a queste due esperienze si snoda la narrazione portandoci alla fine alla convinzione che in realtà si tratti della stessa esperienza nel senso che la morte è per essenza un fatto pubblico: la sola morte che io posso esperire fin oltre l'ultimo limite è la morte dell'altro, non la mia morte che per me resta inconoscibile. Ma se è così, allora non si può fare a meno di pensare che al mutare storico delle forme della comunità tra gli uomini, delle forme del rapporto con l'altro, inevitabilmente muta anche la nostra esperienza della morte. Nella disintegrazione della vita associata sta la causa del nostro morire solitario e disumano nel chiuso di un ospedale. Bisognerebbe rileggere La comunità inconfessabile, ove il centralissimo tema della morte è introdotto dalla volontà di "riprendere una riflessione mai interrotta, ma che solo per intervalli si è espressa, sull'esigenza comunista" (p. 9). Varrebbe la pena, forse, di rileggere e ripensare l'opera di Blanchot nel suo complesso perché ancora attuale e ricca di stimoli per l'analisi e la riflessione, intorno alle questioni centrali del nostro tempo.
Per contattarmi: s.zampi@libero.it