STEFANO ZAMPIERI MAURICE
BLANCHOT: LA SOLITUDINE E L'OPERA
da: «Il foglio clandestino» a, XI, n.49,
aprile 2003
Giovedì 20 febbraio 2003,
all’età di 95 anni,
è morto Maurice Blanchot.
Anche la sua morte, come la sua vita è avvenuta in silenzio.
L’annuncio è stato dato alla stampa da un suo
vicino di
casa. Parenti ed amici hanno deciso di non fare comunicazioni
ufficiali.
Ultimo di una generazione fondamentale nella cultura del
‘900, di
cui hanno fatto parte Margherite Duras, Dionys Mascolo, Emmanuel
Levinas, Michel Leiris, Louis René des Forêts,
Pierre
Klossowsi, Georges Bataille, Robert Antelme. Una generazione che con
questo lutto chiude definitivamente la sua presenza, lasciando ad altri
il compito di portare avanti il compito del pensiero e
l’esperienza della letteratura.
Ammirato da filosofi come Sartre o Foucault, Levinas o Derrida, da
poeti come René Char o Edmond Jabés. Adulato e
imitato da
una schiera di intellettuali non solo francofoni, per il suo stile
involuto ed affascinante (mai però gratuitamente ermetico),
per
la sua capacità di aggirare i problemi ed affrontarli sempre
da
un nuovo punto di vista, estraniante, illuminante, Blanchot ha tuttavia
sofferto un destino di silenziosa indifferenza da parte del grande
pubblico. Non ostante la mole delle pubblicazioni sia saggistiche che
letterarie, le sue opere restano campo di studio per pochi fortunati. E
la sua stessa scomparsa è avvenuta senza sostanziale
reazione da
parte dei media.
D’altra parte sullo sfondo è una sua scelta
precisa e
consapevole: "Apparaître le moins possible, non pas pour
exalter
mes livres, mais pour éviter la présence
d’un
auteur qui prétendrait à une existence propre".
Questa
volontà che gli amici più prossimi hanno definito
come
una forma esemplare di pudore, si è rivelata dunque come una
discrezione unica nel nostro tempo che lo ha tenuto lontano
deliberatamente, per un principio etico e politico, ha fatto notare
Derrida nella sua commemorazione funebre, dal rumore assordante dei
media.
Maurice Blanchot nasce a Quain (Saone-et-Loire) il 22 settembre del
1907 da una famiglia rurale cattolica, il padre è un
insegnante
di francese. Altri luoghi fondamentali della sua vita sono il piccolo
villaggio di Eze, vicino a Nizza e poi, naturalmente, Parigi dove
viveva spesso a casa del fratello, e poi con la cognata dopo la morte
del fratello nel 1978. Ed infine da solo dopo la morte anche della
cognata nel 1997.
Diplomato giovanissimo, intraprese a Strasburgo studi di germanistica
alla metà degli anni ’20. Qui conobbe Emmanuel
Levinas che
lo introdusse al pensiero di Heidegger e di Husserl.
Completò la
formazione con un Diploma di Studi Superiori alla Sorbona di Parigi.
Successivamente intraprese studi di medicina con specializzazione in
psichiatria, non sanzionata però dalla tesi di dottorato.
Non sono molte di più le notizie che possiamo ricavare
dall’esistenza di Maurice Blanchot, lungamente, infatti, la
sua
biografia non è stata che una bibliografia. Soltanto dopo la
pubblicazione del libro di Christophe Bident, Maurice Blanchot,
partenaire invisibile, edito da Champ Vallon nel 1998 si è
fatta
luce su alcuni passaggi oscuri della sua esistenza.
Pochissimi, tuttavia restano i dati biografici anedottici. Grande
biondo magro, dolce: così lo descrivono gli amici. Si sa che
mangiava pochissimo, che aveva sofferto di tubercolosi in
gioventù, si sa del suo unico grande amore,
perlopiù
epistolare, Denise Rollin, che era stata anche l’amante di
Georges Bataille, e dal momento che questo intreccio di relazioni era
ben noto nell’ambiente si può ben comprendere la
discrezione con cui Blanchot viveva questo aspetto privato della sua
esistenza.
Blanchot non è mai apparso in televisione, non ha mai
parlato
alla radio, e addirittura non ha mai nemmeno parlato in pubblico, non
ha mai autorizzato nessuno a fotografarlo. Non ha mai calcato
un’aula universitaria come insegnante…
Estraneità,
isolamento, rifiuto del sistema dei media. L’abbiamo detto,
è stata una scelta precisa e motivata. In calce ad alcuni
suoi
libri, Blanchot ha fatto scrivere: "Sa vie est entièrement
vouée à la littérature et au silence
qui lui est
propre". Quasi una forma di minaccia contro gli
importuni e contro l’invadenza dei giornalisti.
D’altra parte il motto che caratterizza tutta la sua
esistenza
egli stesso lo riassume, e lo giustifica teoricamente, con queste
parole: "Apparaître le moins possible, non pas pour exalter
mes
livres, mais pour éviter la présence d'un auteur
qui
prétendrait à une existence propre". In questo
senso,
certo, il rifiuto di apparire o di farsi riprendere è
coerente
con la teoria della sparizione dell’autore nella scrittura.
Anche
se qualcuno ha voluto malignamente aggiungere che forse c’era
anche da parte sua il desiderio, una volta raggiunta la
notorietà, di cancellare la fase giovanile della sua opera,
vistosamente segnata dalla collaborazione negli anni ’30 con
alcune riviste della destra francese.
In effetti, fino a 31 anni Blanchot fu giornalista politico,
collaboratore del “Journal des Débats”
rivista di
estrema destra, di cui diventerà anche Redattore capo.
Influenzato dalla tradizione famigliare rigidamente cattolica,
manifesta in questa fase simpatie monarchiche e auspica una sorta di
rivoluzione spirituale nazionalista e anticapitalista.
Tra il 1933 e il 1944 scrive oltre 200 articoli, collaborando anche a
“Rempart”, a
“l'Insurgé” a
“Ecoutes”, e sarà uno degli animatori
della rivista
“Combat” fondata da Thierry Maulnier.
Quando, durante l’occupazione, Drieu La Rochelle assunse la
direzione della Nouvelle Revue Française, con
l’assenso
dei tedeschi, Blanchot ne divenne il segretario (dal marzo al maggio
del 1942).
Insomma la vicenda è chiara e in effetti lo stesso Blanchot
non
ha mai nascosto questo aspetto della sua esistenza, ma ha anche preso
nettamente le distanze da esso negli anni successivi. Senza riuscire
tuttavia ad evitare che si formasse un sospetto ingiustificato di
antisemitismo. Quando nel 1975 la rivista Gramma pubblicò
per la
prima volta una bibliografia completa degli scritti giovanili di
Blanchot , e riprodusse alcuni dei pezzi più violenti, si
potè dedurre dai testi stessi che l’avversione di
Blanchot
per la Germania nazista contemplava anche la denuncia della politica
antisemita di quel regime. Già nel 1933 egli infatti
denunciava
“le barbare persecuzioni contro gli ebrei” compiute
dai
nazisti.
Nel 1992, tuttavia, la faccenda si riaprì con la
pubblicazione
su “Tel Quel” di un articolo di Jeffrey Mehlman che
denunciava nuovamente l’antisemitismo di Blanchot. E Todorov
sostenne l’accusa interpretando l’intera sua opera
come
chiusa e incapace di accogliere qualsiasi alterità. Entrambi
tuttavia ignoravano volutamente gli scritti successivi alla guerra di
Blanchot, e tutte le sue nette prese di distanza rispetto alla sua
opera di quegli anni.
Emblematica, d’altra parte, proprio in questo senso
è la
sua solida antica amicizia con Emmanuel Levinas la cui famiglia
soffrì l’Olocausto sulla propria carne: Blanchot
stesso
nascose la moglie e la figlia di Levinas e le aiutò a
mettersi
in salvo fuggendo clandestinamente in Svizzera. Tuttavia a partire dal
1938 Blanchot cessa di scrivere articoli di carattere prettamente
politico per dedicarsi essenzialmente alla critica letteraria. Fra il
1935 e il 1936 compone i suoi primi due racconti brevi: Le Dernier Mot
et L'Idylle. Nell’estate del 1940 abbandona definitivamente
le
fila dell’estrema destra francese e scrive il suo primo
romanzo,
Thomas l’Obscure che verrà pubblicato
l’anno
successivo. Nel 1941 incontra Georges Bataille col quale stringe una
profonda amicizia. Tramite Bataille, nel corso della guerra si avvicina
agli ambienti della resistenza (Antelme, Duras, Mascolo) e del PCF, pur
continuando a scrivere per riviste vicine alla Francia di Petain.
Certo il Blanchot che esce dalla guerra è un uomo molto
diverso
da quello dell’epoca precedente. Gli anni ’40 e
’50
sono dedicati essenzialmente alla scrittura di opere narrative e e
critiche. L’impegno politico ritorna solo nel 1958 quando
Blanchot manifesta pubblicamente il suo rifiuto nei confronti di De
Gaulle. Nel 1960 è uno dei redattori del
“Manifesto dei
121” contro la guerra d’Algeria. In questa
occasione egli
concede alla rivista “L’Express”
l’unica intervista di cui si abbia notizia (e che,
paradossalmente, non fu mai pubblicata). Il ’68 vide Blanchot
partecipe ma in forma anonima, alle manifestazioni. Insieme a Dionys
Mascolo fu uno degli animatori del Comité d'action
étudiants-écrivains. Nel maggio del ’68
conosce il
giovanissimo Derrida ed ha inizio un profondo sodalizio intellettuale.
Negli anni successivi la questione politica assume per Blanchot i
contorni della fondamentale riflessione intorno alla
comunità,
che porta a quel breve testo, per molti versi eccezionale, La
comunità inconfessabile del 1983.
Pur facendo vita ritirata e rifuggendo i media, Blanchot non
rinunciò mai, dunque a prendere posizione poubblicamente nei
momenti di necessità, a riprova di una chiara concezione
dell’impegno da parte dell’intellettuale, di cui
è
testimonianza un altro breve scritto: Les intellectuels en question,
stampato originariamente nel 1984 e poi riproposto nel 1996.
Addirittura negli anni ’90 lasciò uno dei suoi
editori,
Fata Morgana, rimproverandogli di aver pubblicato il libro di uno dei
teorici dell’estrema destra francese. "Aujourd'hui, je n'ai
de
pense que pour Auschwitz", affermò in seguito alla vicenda.
Nel
1994 rispondendo all’inchiesta di una rivista si propose di
fare
da mediatore tra Salman Rushdie e l’islam. Gli ultimi suoi
interventi pubblici sono stati legati ad una serie di appelli: nel 1993
firma l’Appello alla vigilanza contro le manifestazioni
neonaziste in Europa. Nel 1996 firma ”L’Appello dei
234” per un riconoscimento legale delle coppie omosessuali.
Nel
1997 firma un appello alla disobbedienza civile contro le leggi
sull’immigrazione.
Dopo la guerra (dal 1949 al 1957) Blanchot visse nel Sud della Francia,
nel villaggio di Eze, vicino a Nizza. Collaborando regolarmente, con un
articolo al mese, alla Nouvelle Revue Française, a partire
dalla
riapparizione della rivista nel 1953 e fino al 1968. I testi vennero
successivamente raccolti così da costituire le fondamentali
opere critiche di Blanchot, a partire Passi falsi (1943) che raccoglie
le prime recensioni e i brevi articoli apparsi nel periodo della guerra
e immediatamente precedente, e poi La part du feu (1949), che attende
ancora di essere tradotto in italiano, Lo spazio letterario (1955) e
L’infinito intrattenimento (1969), che può essere
considerato il capolavoro critico di Blanchot, e infine
L’amitié (1971), altra opera in attesa di
traduzione
italiana.
Nello stesso tempo egli segue però anche la strada della
narrativa con una serie importante di racconti come
“L'Arrêt de mort” (1948) e “Le
Dernier
homme” (1957), “L’attente,
l’oubli”
(1962), nei quali si fa esperienza di una progressiva depurazione del
narrare che punta a quella che Barthes definì una
“scrittura bianca”.
Negli anni ’70 avviene la svolta rispetto al suo modo di
lavorare
dei decenni precedenti. Abbandona la forma del saggio breve e si dedica
totalmente alla tecnica del frammento. Nascono così le due
ultime opere importanti di Blanchot, forse le più ermetiche
ma
certamente anche le più affascinanti: Le pas
au-delà del
1973 e L’ecriture du désastre del 1980.
Negli anni successivi Blanchot afflitto da una serie di gravi malattie
dirada ulteriormente la sua attività e dal suo angolo
riparato
dal mondo intrattiene soltanto rapporti epistolari sempre meno
frequenti, soffrendo continuamente per la scomparsa degli amici. Negli
anni ‘90 Blanchot non scrive quasi più ed appaiono
prevalentemente riedizioni delle sue vecchie opere.
Nel 1994 appare l’ultimissima sua opera, il breve racconto,
L'instant de ma mort¸che narra una vicenda incredibile e fino
ad
allora ignota, di quando rischiò di essere fucilato dai
tedeschi
a Quain nel 1944. La data dell’edizione è il 22
settembre
1994, che è anche l’anniversario della sua
nascita.
Se si dovesse tracciare un quadro dell’eredità
teorica che
ci lascia Blanchot dovremmo partire da una constatazione immediata:
Blanchot non ha avuto allievi, non ha avuto nemmeno imitatori, ma ha
lungamente condizionato un’intera epoca, innanzi tutto
attraverso
le sue letture. Blanchot ha proposto un punto di vista radicalmente
nuovo rispetto ad opere come quella di Rilke, di Kafka, di
Mallarmé, di Nietzsche, Holderlin, Sade, Lautreamont,
Artaud.
Quindi la sua è prima di tutta
l’eredità di un
nuovo approccio alla letteratura (intesa in senso larghissimo, e lui
stesso negli ultimi anni preferiva parlare piuttosto di
“scrittura”). In secondo luogo resta capitale la
sua
interpretazione dell’opera come una unità
complessa: al
gesto della scrittura, corrisponde quello della lettura, e la parola
scritta acquista vita nel momento in cui uno sguardo la riempie di
senso. Tutte questi diversi momenti in realtà devono essere
pensati insieme. Ma il destino dell’opera stessa,
dell’esperienza letteraria è quello di accedere ad
una
dimensione, quella dell’immaginario, che è
inevitabilmente
negazione del reale, e quindi esperienza del vuoto, della morte.
L’immaginario che è la natura profonda della
scrittura
costituisce però anche un pericolo, il pericolo della
fascinazione, che attira verso il nulla, la sparizione, il silenzio, il
fallimento dell’opera stessa. Lo scrittore come un Ulisse
nell’oceano deve resistere al richiamo delle sirene che lo
potrebbero portare al naufragio.
Poco conosciuto al grande pubblico, Blanchot è stato
tuttavia
una vera autorità negli ambienti intellettuali francesi, ha
influenzato profondamente autori come Jean-Paul Sartre, Emmanuel.
Levinas, Georges Bataille, René Char, Roland Barthes, Michel
Foucault, e persino alcuni della generazione successiva, come Derrida e
Nancy. Ai quali, non a caso è stata affidata
l’orazione
funebre il giorno delle esequie.