"Le quattro prove"

di Silvia Liberati

"Le quattro prove" e' una favola che scrissi nell'estate del 1986, dopo la maturita'... Una sera ero a letto e non avevo voglia di dormire ne' di leggere, quindi mi armai di un blocco e di una penna, e cominciai a scrivere la storia che avevo in mente.

Mentre la scrivevo, pensavo alla bambina che avrei avuto un giorno, alla quale ho dedicato la mia favola...

Dopo tanti anni ho realizzato questo mio desiderio, leggendola come favola della buona notte a mia figlia Martina :-)

 

I CAPITOLO

C'era una volta nell'antico Oriente, in un villaggio chiamato Yaxset, una giovane fanciulla che si chiamava Sciarad. Ella aveva lunghi capelli neri che le ricadevano sulle spalle color caffè.

Gli occhi erano anch'essi neri mentre la bocca era di un bel rosso fuoco. Il suo corpo era di una tale perfezione che non era difficile scambiarla per una principessa.

Sciarad viveva con la vecchia madre in una piccola ma accogliente casetta ai margini del villaggio.

Un giorno, come suo solito, uscì di casa per andare ad attingere l'acqua alla fontana del paese. Mentre tirava su il secchio, le si avvicinò una vecchina che trascinava dietro sé un grosso carretto, e rivolgendosi verso Sciarad le disse: "Cara ragazza vorresti, per favore, aiutarmi a lavare questi panni nella fontana? Sono troppo vecchia e non riesco più a piegarmi bene". Sciarad, che era di animo buono, non se lo fece ripetere due volte; "Certo vecchina" le disse "non ti preoccupare ora ci penso io". Detto, fatto. In poco tempo tutti i panni furono lavati e messi ad asciugare su di alcuni cespugli lì vicino alla fonte. "Sei stata molto gentile con me, e perciò ti voglio ricompensare." Dicendo ciò, si avvicinò al carretto e alzati alcuni teli tirò fuori un bellissimo tappeto. Questo era fatto con intarsi in oro e argento di uno stupendo blu cielo e con nuvole colorate di rosa e bianco lucenti. Sciarad non stava più nella pelle dalla gioia e dallo stupore. Mai aveva visto un tappeto di cotanta bellezza.

La vecchina le disse "Prendilo, ora è tuo, tienilo da conto però: ti sarà molto utile, non lasciarlo mai, un giorno ti salverà la vita!" Detto questo se ne andò.

Sciarad prese il tappeto e lo portò a casa dove lo mostrò alla madre, la quale rimase anch'essa molto colpita sia dal dono che dallo strano racconto che Sciarad le aveva fatto.

I giorni passarono felicemente fino a quando il paese fu preso d'assalto da una banda di ladroni. Le due donne, prese dalla disperazione, si rifugiarono nella loro casa e sedute sul tappeto tremanti e piangenti, aspettavano rassegnate l'arrivo della loro fine.

"Oh, mamma" disse Sciarad " se potessimo volare via fino a Baghdad da tua sorella, saremmo in salvo!" Sciarad non aveva finito di pronunciare queste parole che il tappeto cominciò a sollevarsi e a volare!.

Sciarad era stupefatta, non riusciva a capire che cosa stava accadendo, ma sapeva che il tappeto le stava salvando da una morte orribile.

Sotto di loro passavano pianure, deserti, villaggi e città fino a giungere, durante la notte, alle porte di Baghdad dove atterrarono. Le due donne arrotolarono accuratamente il tappeto ed entrarono nella città senza essere viste da nessuno.

Quando giunsero dalla sorella di sua madre, raccontarono tutta la loro storia e quest'ultima le pregò di rimanere da lei.

Assieme alla sorella viveva anche un giovane di nome Rashid, suo figlio adottivo. Egli era, con la sua piccola banda, un ladruncolo che rubacchiava qua e là piccole cose per avere in tasca qualche soldo.

I due ragazzi, Rashid e Sciarad, divennero subito buoni amici anche se lei era fortemente attratta dalla bellezza selvaggia e affascinante del giovane Rashid. Egli era infatti un bel giovane, alto un metro e ottanta con forti braccia e muscolose gambe. Aveva un ampio torace che si stringeva sui fianchi sodi. Il suo volto emanava forza e scaltrezza, mentre i suoi occhi neri e profondi ammaliavano chiunque li guardasse.

E' facile capire come ben presto, l'una si innamorò perdutamente dell'altro.

Un brutto giorno Omar, un carissimo amico di Rashid, fu arrestato perché, dicevano, aveva rubato al Pascià di Baghdad un prezioso cofanetto che conteneva delle pietre magiche.

Egli era stato allora condotto difronte al Pascià il quale lo aveva punito rinchiudendolo nel nero castello del grande mago Jasef, il più temuto di tutti i maghi. Questo castello era situato su di un'altissima ed inaccessibile montagna. Unico modo per potervi giungere era sapere quale delle sette porte, che si trovavano ai piedi della montagna, permettesse l'accesso all'interno. Dietro le altre vi erano enormi draghi e feroci demoni pronti ad uccidere il malcapitato che vi entrasse.

Rashid, saputa la notizia, decise di liberare il suo fedele amico. "Non andrai da solo" gli disse Sciarad, "io verrò con te!". "No!" le rispose il ragazzo "potrebbe essere molto pericoloso ed io non voglio che ti accada nulla di male"; ma Sciarad non volle sentire ragioni e tanto fece che riuscì a convincere Rashid a portarla con lui.

I due ragazzi montarono allora sul tappeto volante e volarono sino ai margini del deserto. Qui viveva in una grande grotta, una strega di nome Kasar. Era una delle più potenti streghe della terra e tra esse la più brutta; aveva lunghi capelli verdi che cadevano spettinati sulle vecchie e ossute spalle. La sua faccia era cosparsa di grossi bubboni puzzolenti e purulenti e tra di essi si ergeva un grosso naso bitorzoluto. La bocca, poi, aveva ormai da tempo perso quasi tutti i denti e gli ultimi stavano per fare la stessa fine. Il suo corpo era ormai molto vecchio ed era piegato in due dall'età molto avanzata.

I due ragazzi si portarono al cospetto di essa e le domandarono come potevano giungere al castello del mago Jasef.

"Eh, come correte ragazzi" gracchiò la strega con la sua stridula voce " Prima di giungere al castello, bisogna che voi superiate quattro prove e poi, e solo allora, io potrò darvi la chiave che apre l'unica porta per entrare nell'interno della montagna".

"Quali sono queste prove che dovremmo superare?" chiese Rashid.

"La prima consiste nel rubare la grande perla che si trova nella grotta nel Mar Rosso. Essa è custodita nella più grande ostrica esistente al mondo".

"Non sarà semplice perché è protetta da una grossa manta dotata di poteri magici. Per poterla vincere avrete bisogno del cavallo marino dalla coda bianca, che potrete trovare vicino alla grotta. Egli ha il potere di addormentare, con il suo nitrito, la manta".

"Per la seconda prova dovrete tornare da me con la perla" disse la strega e poi si ritirò nelle profondità del suo antro.

I due giovani ripresero così il cammino. Salirono sul tappeto e pronunciate le parole magiche spiccarono il volo. In poche ore furono sulle rive del Mar Rosso.

II CAPITOLO

Quando giunsero, Rashid disse a Sciarad di rimanere sulla spiaggia mentre lui sarebbe andato a prendere la perla. Dopo di che Rashid cominciò ad immergersi. Prima di buttarsi aveva preso lunghe boccate d'aria in modo da averne una buona scorta. In realtà lui era un ottimo nuotatore e conosceva tutti i segreti e le astuzie del nuoto.

Come la strega Kasar aveva predetto, Rashid trovò, nei pressi della grotta, un bellissimo ippocampo (o cavalluccio marino) dalla coda bianca che scorrazzava qua e là tra le onde. Rashid di soppiatto gli si avvicinò, cercando il più possibile di non farsi scoprire.

Quando gli fu a meno di un metro di distanza ...Oplà, gli saltò in groppa e afferrò, con tutte le sue forze, il collo del cavallo marino cercando di rimanergli in groppa.

L'animale cominciò a dibattersi e a contorcersi creando attorno a sé una miriade di bollicine che turbinando salivano velocemente in superficie. La vittoria fu però del giovane che riuscì a domare l'animale. Durante la lotta però egli aveva esaurito la sua riserva d'aria e quindi, risalì in superficie, in groppa del ippocampo per riprendere fiato; dopo di che si immerse di nuovo. Ora non gli rimaneva che entrare nella grotta e prendere la perla che la grande manta custodiva.

Appena entrò nella grotta, sentì subito una strana sensazione come se grandi occhi spiassero i suoi movimenti. La luce era molto bassa tanto che non permetteva di vedere oltre i due metri. Le pareti della grotta erano ricoperte da grandi alghe che seguivano costantemente l'andare e il rifluire della corrente marina; sembravano quasi che volessero attirare, con quel loro movimento, i malcapitati che si avvicinavano alla grotta. Rashid ormai era arrivato all'entrata di un'altra e molto grande caverna che aveva un'immensa volta subacquea. Infondo alla grotta Rashid vide la gigantesca ostrica che apriva e chiudeva le sue valve nell'atto di nutrirsi del plancton o di piccoli pesci che venivano risucchiati da quel movimento. Egli si guardò attorno per vedere se c'era la manta, ma non riuscì a scorgerla ed allora si avviò, in groppa al suo ippocampo verso la grande ostrica. Quando vi arrivò vide che non poteva prendere la perla, perché l'ostrica mentre richiudeva le sue valve avrebbe preso anche la mano troncandogliela di netto. Perciò cercò un oggetto che potesse bloccare, almeno per qualche minuto, le valve dell'ostrica. Ad un certo punto vide, poco lontano, un osso di tibia, forse di qualche marinaio che era entrato nella grotta e che era stato ucciso dalla manta; subito lo mise tra le due valve della grande ostrica e cercò nel suo interno la perla. La trovò quasi subito e la mise nella sacca che aveva portato con sé. Dopo di che spezzò con una pietra, l'osso e risalì sul cavallo marino.

Stava per uscire dalla grotta quando due grandi occhi rossi gli si pararono d'innanzi. Sembrava che sbucassero dal nulla. La manta era tornata e ora chiedeva vendetta per l'affronto che le era stato fatto. Allargò le sue pinne pettorali che il tempo aveva trasformato in enormi strutture alari triangolari e flessibili e spiccò un "volo" che sfiorò di poco Rashid e il suo amico marino.

Il volo della manta fece sbattere i due corpi contro la parete della grotta provocando un rumore sordo e cupo. Rashid, però, non si perse d'animo e rimontato in fretta in groppa al suo cavallo cercò di fuggire dalla grotta, ma la manta si era già portata di fronte all'uscita e li aspettava per poterli uccidere.

Quando ormai erano vicinissimi alle fauci della manta il cavallo marino lanciò il suo soporifero nitrito che, di colpo, fece addormentare il grande animale. Rashid riuscì così a salvarsi dalla terribile manta e ad uscire sano e salvo dalla grotta.

Sciarad, nel frattempo, era molto preoccupata, tutta sola la sulla spiaggia, perché non vedeva tornare a riva Rashid. Ad un tratto vide affiorare sulla superficie dell'acqua mille bollicine e nel gran ribollio apparire il ragazzo in groppa all'ippocampo.

Nella sua mano stringeva la bella perla.

Giunto sulla battigia scese dal suo "destriero" e lo lasciò libero di ritornare nelle immense profondità del mare. Dopodiché risalirono insieme sul tappeto e fecero ritorno dalla strega Kasar.

Qui giunti consegnarono la perla alla strega. "Siete stati molto bravi ragazzi a prendere la perla, non credevo che ci sareste riusciti, Ha!Ha!Ha!" disse sghignazzando la strega. "La seconda prova sarà ancora più difficile; dovrete combattere ed uccidere il Grande Sacerdote della Montagna del Picco Bianco, che ha il potere di pietrificare, con un soffio, ogni persona che riesce a catturare e a stringere nelle sue potenti braccia."

"Unica arma di cui disporrete sarà questa spada che vi do, che ha il potere di divenire, durante il combattimento, incandescente. E' l'unica che può uccidere il Gran Sacerdote". Poi aggiunse "Ricordate che essa è l'unica arma in grado di sconfiggerlo, essendo esso protetto da forze magiche". "Per essere sicura che voi abbiate ucciso il Gran Sacerdote della Montagna del Picco Bianco, dovrete portarmi il suo mantello, del quale non si libera MAI!." Detto questo stava per rientrare nelle profondità della caverna, quando Rashid la chiamò chiedendogli come avrebbe fatto a raggiungere la Montagna in questione. La strega gli rispose che avrebbero dovuto andare verso Ovest e raggiungere la catena dei Monti Selvaggi; la cima più alta di questi sarebbe stata la Montagna del Sacerdote. I due ragazzi partirono nuovamente per la loro seconda avventura.

III CAPITOLO

Quando giunsero alla Catena dei Monti Selvaggi era ormai notte inoltrata, perciò si sedettero in terra e prepararono l'accampamento. Accesero un fuoco e sdraiatisi l'uno accanto all'altra si addormentarono.

Al loro risveglio, il sole cominciava a levarsi nel cielo. Dopo un'abbondante colazione, si rimisero in marcia. Quando fu giorno inoltrato arrivarono, dopo una lunga e insidiosa scalata, presso la sommità della Montagna del Picco Bianco.

Superato l'ultimo ostacolo, costituito da un'enorme roccia che sbarrava loro la via, si ritrovarono difronte a un grande giardino pieno di rose e di fiori profumati circondati da erbe odorose e da piccoli uccellini che volavano, cinguettando, da un albero all'altro. Ma su questa scena idilliaca (felice), vi era una strana sensazione di angoscia e di paura. Sul limitare del giardino, proprio sullo sfondo si ergeva, come un monito (avvertimento) per qualsiasi intruso, un grande tempio. Aveva enormi colonne e gradini alti mezzo metro; Rashid, per poterli salire, dovette prendere una buona rincorsa. Quando entrò nel tempio era solo, aveva lasciato Sciarad nel grande giardino per non farle correre rischi inutili. Purtroppo questa sua premura non fu ricompensata, ma anzi portò a tragiche conseguenze. Intanto Rashid era riuscito ad entrare e ammirava le grandiose bellezze del tempio. Questa aveva all'interno, delle stupende colonne di lapislazzuli (pietra preziosa di colore azzurro) inframmezzate da colonne, più piccole, di puro diamante che mandava riflessi luminosi e argentei.

In fondo all'immensa sala vi era un grande altare tutto ricoperto di pietre preziose e di lamine d'oro e d'argento. Su di esso erano posati due grandi candelabri d'oro, entrambi accesi, che davano alla sala un aspetto misterioso e tenebroso. Mentre Rashid cercava, invano il suo nemico, nel giardino accadeva un tragico evento. Sciarad stava ammirando i bei fiori che ornavano il luogo, mentre piccoli uccellini le volavano attorno. Tutta presa da questa scena idilliaca, non si accorse che le nubi si stavano addensando sulla cima del monte e che un forte vento cominciava ad alzarsi. Ad un tratto tutti gli uccellini, come presi da un terrore generale, volarono via e i fiori, che pochi istanti prima sfoggiavano i loro sgargianti colori, si richiusero di colpo, come se cercassero rifugio da qualcosa di mostruoso.

Anche nell'animo della ragazza cominciò a crescere un'angoscia sempre più forte che sfociò in terrore quando vide, al limitare del bosco che circondava per metà il giardino, il Grande Sacerdote in persona che mandava dai suoi grandi occhi lampi di odio e di vendetta.

In quel momento il cielo fu squarciato da grandi lampi che sembravano quasi sferzare, con crudeltà e cattiveria, la terra sottostante. Sciarad cercò di arrivare nel tempio per chiedere aiuto a Rashid, ma le fu subito reclusa ogni possibilità di fuga a causa di un enorme albero che cadde proprio ai suoi piedi colpito da un fulmine.

A questo punto Sciarad, presa dal panico, cominciò a correre in ogni direzione senza sapere dove andare, e senza vedere che stava per cadere tra le braccia del Grande Sacerdote. Quando si avvide di ciò, era ormai troppo tardi.

Il Sacerdote la prese tra le sue possenti braccia e guardandola negli occhi cominciò a schiudere le sue labbra.

Allora Sciarad capì che per lei era finita, non gli rimaneva che un ultima possibilità, quella di chiamare con tutto il fiato che le restava il nome di Rashid; ma quel nome, che per lei rappresentava l'unica speranza di salvezza, gli morì sulle labbra.

A questo punto il Grande Sacerdote accorgendosi del suo tentativo cominciò a ridere e le sue risa fecero tremare la terra e l'intero tempio. Rashid, che fino a quel momento era rimasto nel tempio, corse fuori e quando vide la sua amata tramutata in pietra emise un urlo di dolore tanto forte da sovrastare il rumore del tuono.

"Maledetto tu sia, Grande Sacerdote, con questo gesto hai segnato la tua condanna a morte e sarò io ad eseguirla. TI UCCIDERO' !!!!!" Disse Rashid, pieno d'odio, al Sacerdote. "Non essere tanto sicuro di farcela" gli rispose costui.

A questo punto scoppiò fra i due un tremendo combattimento.

La spada di Rashid, di colpo, si infiammò emanando una luce fortissima. Anche il Sacerdote tirò fuori, da sotto il suo mantello, una spada e cominciò a parare i forti colpi che Rashid gli scagliava.

Ogni volta che le due spade si toccavano scintille di fuoco volavano nell'aria. Ad un certo punto il grande Sacerdote riuscì a sbilanciare il giovane facendolo cadere in terra. Stava per trafiggerlo quando quest'ultimo, con un colpo di reni, riuscì a spostarsi e a schivare il colpo mortale. Rialzatosi cominciò a tempestare il Sacerdote di colpi micidiali, provocandogli parecchie ferite e facendolo indietreggiare fino a bloccarlo contro un albero e, dopo averlo disarmato con un colpo piatto della spada, lo trapassò con essa.

La pianta, al contatto con caldo sangue del Sacerdote, prese fuoco facendone cadere in terra il corpo ormai inerme. Ad un tratto, come se un maleficio venisse dissolto, il corpo del mago scomparve e sul terreno rimase solo il suo mantello rosso. Anche se Rashid aveva vinto il Grande Sacerdote era ugualmente molto triste, il suo cuore era spezzato ormai per sempre. L'unica sua speranza di vita, era stata tramutata in pietra e non poteva essere più riportata alla vita. Rashid, allora, si avvicinò alla statua di Sciarad e, inginocchiatosi davanti ad essa, cominciò a piangere e a pregare il suo Dio di ridargli la sua amata. Mentre era così prostrato le sue lacrime andarono a bagnare la pietra che costituiva la statua e, come d'incanto tra una miriade di stelle e di luci colorate, Sciarad ritornò alla vita. Rashid non stava più nella pelle per la gioia, abbracciò e baciò più volte la ragazza ed insieme, dopo aver recuperato il mantello del Sacerdote, cominciarono la lunga marcia per il ritorno alla caverna della strega Kasar.

IV CAPITOLO

La discesa, fu meno difficile e arrivarono ai piedi del Picco Bianco in poche ore. Le nubi e la tempesta elettrica che prima aveva imperversato su tutta la catena dei Monti Selvaggi, erano ora sparite e avevano lasciato il posto all'azzurro del cielo limpido. Quando giunsero nel luogo dove, la sera prima, avevano preparato l'accampamento, tolsero da sotto una roccia il tappeto che avevano accuratamente nascosto e, dopo averlo steso, vi salirono sopra e insieme volarono sino dalla strega.

Quando infine giunsero le presentarono il rosso mantello del Grande Sacerdote.

"Siete riusciti a superare anche questa prova. Siete molto bravi. Ma non credete che sia finita qui, avete ancora due prove da superare e non saranno molto semplici."

"Queste che avete appena affrontato, sono state molto facili ma le prossime saranno ancora più difficili". Allora Rashid chiese " Dicci quale sarà la prossima prova." La strega guardò i due ragazzi e aperto un grande libro cominciò a sfogliarne le pagine; poi arrivata all punto che cercava iniziò a leggere.

"Dovete sapere che vive su di un isola, l'isola degli Hobbit, nel mezzo dell'Oceano Pacifico, in un grande vulcano, la Fenice. Questo uccello è un animale mitologico, e viene descritto come una specie di aquila dal piumaggio dorato e fiammeggiante. La leggenda racconta che la fenice è l'unico uccello capace di vivere nella lava del vulcano e di risorgere, quando muore, dalle sue stesse ceneri. Ella infatti ha il potere di rinascere a nuova vita, trasformandosi mentre brucia in un grosso uovo”. “Vostro compito sarà di recarvi sull'isola, catturare l'uccello e poi portarlo qui, da me come prova della vostra impresa."

"Per facilitarvi l'incarico vi do questa rete fatta con fili d'oro e d'argento, l'unica che possa catturarlo."

Detto questo, consegnò la rete ai due e riposto il libro sparì nella caverna.

I ragazzi erano stupefatti: mai avevano sentito parlare di questo uccello di fuoco.

"Non sarà facile" disse Sciarad al suo compagno, "Rashid, ho paura, questa prova è molto difficile, e non sappiamo nulla su questo strano animale. Dovremmo stare molto attenti." Rashid la tranquillizzò dicendo che con lui non aveva nulla da temere e che sicuramente il loro Dio li avrebbe protetti durante il cammino.

Ciò detto salirono sul grande tappeto e volarono verso l'isola di cui la strega aveva loro parlato.

Il volo durò molte ore; dovettero sorvolare montagne, pianure, colline, deserti, città immense e piccole comunità ed ancora montagne, pianure, colline ...... fino a giungere sulle rive del mare. Ci vollero ancora un paio di giorni per giungere, finalmente sull'isola dove viveva la fenice.

Atterrarono sulla spiaggia e nascosto sotto alcuni cespugli il tappeto, si diressero verso il grande Vulcano che si ergeva proprio nel mezzo dell'isola e che avevano visto quando avevano sorvolato l'isolotto al loro arrivo.

Per giungere sino ai piedi del vulcano bisognava addentrarsi nella rigogliosa e lussureggiante vegetazione che nasceva incontrastata sull'isola.

Rashid, per farsi strada, doveva con il suo pugnale, aprirsi un varco tra l'intricata trama creata dalle piante. Il cammino durò alcune ore e quando giunsero ai piedi del vulcano il sole stava per lasciare il posto alla luna ed alle stelle che già apparivano, ancora molto pallide, nella volta celeste.

Rashid, allora, decise di preparare l'accampamento e quindi di passare la notte lì, in attesa dell'alba, ora in cui avrebbero iniziato la scalata fino alla bocca principale del Vulcano.

Mentre Rashid cercava la legna per accendere un fuoco, Sciarad estrasse dalla bisaccia dei pezzi di carne essiccata, del pane azzimo e del formaggio che si erano portati dietro. Cominciò a fare le parti per lei e per Rashid dopodiché, al chiarore del fuoco, mangiarono il frugale pasto e poi - vicini l'uno all'altra - si addormentarono stanchi per il lungo viaggio.

Erano ormai alcune ore che il silenzio era caduto sul piccolo campo, quando Rashid si alzò dal suo giaciglio e cominciò a passeggiare. Non era riuscito a prendere sonno tanto era impaziente di catturare l'uccello e di portarlo alla strega.

Voleva liberare al più presto il suo amico Omar dalle grinfie del Mago Jasef. Mentre era preso da questi pensieri, la sua attenzione fu richiamata da una luce che veniva direttamente dal Vulcano. Deciso a scoprire l'origine di quello strano fenomeno, cominciò la scalata e dopo alcune ore arrivò in cima e con molta cautela entrò nella grande bocca eruttiva tenendosi però, sempre vicino alla parete e cercando di non cadere nel laghetto di lava fusa che ribolliva a pochi metri dai suoi piedi. Ad un certo momento vide arrivare, verso la pozza incandescente, una forte luce.

Subito, Rashid si nascose dietro una roccia e di lì poté vedere, quando i suoi occhi si abituarono alla luce improvvisa , un magnifico uccello tutto d'oro e fuoco.

Il suo corpo emanava una luce fortissima, tanto che Rashid dovette - per vedere ciò che accadeva - schermarsi con la mano gli occhi. La fenice scese sul laghetto di lava e lì cominciò a lavarsi e a nuotare, come se fosse un cigno che si rinfrescasse in un placido laghetto di montagna.

Rashid era stupefatto e non riusciva a credere a ciò che vedeva.

L'uccello cominciò a pulirsi le sue penne di fuoco con il dorato becco. Era magnifico nel suo splendore. Rashid cercò di avvicinarsi di più per poter osservare meglio quello spettacolo affascinante; mentre si avvicinava non si avvide di un ciottolo che stava proprio vicino al suo piede e che muovendosi fece rotolare nel laghetto di lava provocandone l'evaporazione istantanea.

Questo attirò l'attenzione dell'uccello che, appena vide il ragazzo allargò le sue lucenti e infuocate ali e spiccò il volo, lasciando il ragazzo a bocca aperta.

Rimasto solo, Rashid, uscì dalla bocca del Vulcano e ridiscese la scarpata fino a raggiungere l'accampamento. Al loro risveglio, il sole era già alto nel cielo. "Sai Sciarad" disse Rashid "questa notte sono salito sino in cima al vulcano dove ho visto la fenice fare il bagno in mezzo ad un laghetto di lava. E' stato uno spettacolo fantastico, mai avevo visto una cosa simile". Mentre erano presi nella descrizione dell'accaduto, non si accorsero che nella vegetazione li attorno, occhi curiosi osservavano ogni loro movimento.

Quando se ne resero conto Rashid mise subito mano alla spada e con gran voce urlò "Chi è là? chi siete ? che volete da noi? se siete uomini fatevi vedere!" A queste parole tutta la vegetazione circostante fu percorsa da un fremito e dopo alcuni minuti dai cespugli, da dietro gli alberi, da sotto a folte erbe, uscirono alla luce coloro che, per tutta la notte, sin dal loro arrivo, li avevano spiati.

Erano piccoli uomini, non più alti di mezzo metro, con grandi cappelli pintati su piccole teste e abitini color verde scuro o marrone. Ma l'aspetto più singolare di questi piccoli uomini stava nei loro enormi e pelosi piedi, che erano - rispetto alla loro altezza - alquanto sproporzionati. Questi omini si avvicinarono titubanti e timorosi ai due giovani. Ad un certo punto si fece avanti quello che doveva essere il capo di quella strana gente, visto che tutti gli facevano strada scostandosi al suo passaggio.

Il piccoletto si avvicinò ai due e disse con voce un po’ incerta "Chi siete? cosa volete da noi? forse volete sterminarci?" e dicendo ciò piantò i suoi grandi occhi preoccupati in quelli di Sciarad. Lei gli si avvicinò e gli disse "Non preoccupatevi, noi ci chiamiamo Sciarad e Rashid e non vogliamo farvi alcun male. Siamo venuti qui solo per catturare l'uccello di fuoco". A questo punto intervenne Rashid che chiese al capo dei piccoli esseri "Ora che noi vi abbiamo detto i nostri nomi e la ragione della nostra presenza su quest'isola, diteci chi siete voi e cosa fate qui?".

Il capo della piccola comunità disse "Noi siamo degli Hobbit e siamo i guardiani del grande uccello di fuoco, quello che voi intendete catturare. Ma ora venite con noi, vi porteremo al nostro villaggio dove potrete raccontarci tutto". Detto questo tutti si misero in cammino e si recarono verso il villaggio.

 

V CAPITOLO

Giunti al villaggio, formato da molte piccole capanne poste al centro di una radura in mezzo alla foresta, furono accompagnati nella capanna del capo della piccola comunità che dopo averli fatti sedere su grossi cuscini cominciò ad interrogarli.

Rashid spiegò le ragioni del loro arrivo in quell' isola e il capo degli Hobbit, dopo un lungo silenzio disse che li avrebbe aiutati e che avrebbe tenuto un discorso per comunicare a tutti la sua decision. Dopodiche salito su di un tronco, cominciò a parlare, "Cari cittadini, vi devo mettere al corrente di alcuni nuovi fatti. Questi ragazzi sono venuti qui dall'Oriente per catturare l'uccello di fuoco e condurlo dalla strega Kasar, ma hanno promesso di liberarlo appena lo avranno mostrato alla strega."

"Molte avventure hanno già affrontato e molte altre li attendono. Fanno tutto ciò per liberare un loro amico dal terribile mago Jasef, nostro acerrimo nemico. Ora io vi chiedo, amici miei, vogliamo aiutarli?"

Un coro di voci esclamò di si! e tutti si prepararono per la caccia che avrebbe avuto luogo quella notte stessa.

I preparativi durarono tutto il giorno e quando giunse la sera ogni cosa era pronta ed ad ognuno era stato assegnato il compito che doveva eseguire. Quando fu mezzanotte, il capo del villaggio alzò una mano e fece cessare ogni suono. Poi disse "E' ora di muoversi, dirigiamoci verso la Montagna del Vulcano dove l'uccello di fuoco vive. Mi raccomando non fate il minimo rumore, dobbiamo prenderlo di sorpresa."

Detto questo la piccola spedizione - formata da dieci Hobbit e dai due ragazzi - si incamminò facendosi strada tra la folta vegetazione seguendo una pista appena visibile.

Quando giunsero ai piedi del vulcano gli Hobbit si divisero in modo da circondare la montagna e cominciarono la lunga salita verso la cima. Giunti, dopo due ore, in vetta Rashid tirò fuori dalla sua bisaccia la rete e cominciò, insieme ai piccoli Hobbit, a preparare la trappola.

Sulla destra del laghetto di lava vi erano delle rocce che lo circondavano per metà. Lì dietro si appostarono gli Hobbit che avevano l'incarico di lanciare la rete.

I due ragazzi, invece, erano nascosti dietro ad una roccia sulla riva sinistra. Dopo aver terminato gli ultimi preparativi, il silenzio calò sul vulcano e tutti si misero in attesa.

Non aspettarono molto, perché di lì a poco una grande luce illuminò la pozza di lava. L'uccello di fuoco era giunto al laghetto.

Rashid non credeva ai suoi occhi; quell'uccello era favoloso. Ad un certo punto egli lanciò il segnale convenuto e la trappola scattò. Di colpo, sull'uccello, cadde la rete! L'animale si dibatteva con forza per liberasi da essa ma ogni suo tentativo era inutile. Dopodiché, facendo attenzione a non toccarlo, presero una gabbia, preparata dagli Hobbit e costruita con lo stesso materiale della rete, e vi misero dentro l'uccello. Poi ridendo e cantando tornarono al paese dove festeggiarono.

Rashid e Sciarad, il giorno dopo, erano già in viaggio per ritornare dalla strega. Due giorni dopo erano di fronte a lei e gli mostravano l’animale. "Non credevo che questa volta ce l'avreste fatta. Siete stati molto bravi, ora consegnatemelo".

"Mi dispiace" rispose Sciarad " abbiamo promesso agli abitanti dell'isola che dopo avertelo fatto vedere lo avremmo lasciato andare". Detto questo la ragazza lasciò andare il laccio che teneva chiusa la rete in cui la fenice era rinchiusa; subito l'uccello spiccò un maestoso volo e si librò alta nel cielo. Mentre spiegava le sue grandi e possenti ali perse due rilucenti piume. Subito la strega scattò per raccogliere le due penne ma ne riuscì a prendere soltanto una mentre l'altra fu raccolta da Sciarad che la consegnò a Rashid.

"Datemi quella piuma" urlò la strega, " ridatemela, quella piuma è di vitale importanza per me!!"

"Perché è così importante? in fondo non è che una piuma" disse il ragazzo. La strega rispose che essa, unita ad altri elementi, creava un elisir di lunga vita che le poteva ridonare la gioventù e la bellezza di un tempo, ormai perdute. "Quindi vi prego di ridarmela".

Rashid rimase un attimo pensieroso, poi disse "Non sono sicuro che quando ti ridaremo la piuma tu non ci giocherai un brutto tiro. Quindi ho deciso che te la restituiremo solo quando tu ci avrai consegnato la chiave che ci permetterà di entrare ne regno del mago Jasef, ovvero solo alla fine delle prove. Ora parla, quale sarà la nostra ultima prova?".

La strega - fortemente adirata - li guardò a lungo con odio, e poi con una voce dura gli disse " Voi mi avete rubato la gioventù e per questo vi farò compiere una delle prove più dure che voi abbiate mai affrontato. L'ultima delle Quattro!

Dovrete penetrare nelle Grotte Verdi e scendere fino al loro cuore per prendere il cofanetto che lì troverete; ma attenzione le grotte sono infestate da strane ed orrende creature. Non sarà facile penetrarle. Ha! Ha! Ha!" e ridendo sadicamente si ritirò nella grotta.
 

VI CAPITOLO

I due ragazzi, dopo essere usciti dalla caverna della strega, decisero di passare la notte al vicino villaggio di Scerim dove si sarebbero rifocillati e riposati.

Quando vi giunsero era ormai la terza ora del pomeriggio (cioè le 15) e nella piazza del piccolo paese vi era ancora il mercato. Rashid e Sciarad decisero quindi di acquistare cibarie che sarebbero tornate utili durante il lungo viaggio. Verso il tramonto entrarono in una locanda e presero alloggio per una sola notte. Prima di salire in camera, Rashid chiese al locandiere se sapeva dove si trovavano le Grotte Verdi ma questo, per tutta risposta, fuggì via scuotendo violentemente il capo e urlando di non saperlo.

Rashid, allora, alquanto sconcertato per lo strano comportamento del locandiere, disse "Vieni Sciarad, è meglio andare a dormire. Penso proprio che non sarà una passeggiata questa ultima avventura". Detto questo andarono a coricarsi.

Quando si svegliarono erano le prime luci dell'alba. Rashid notò che Sciarad era già svegli ed era seduta sul letto. Era pallida in volto con gli occhi arrossati come se non avesse dormito per tutta la notte. Rashid le si avvicinò e le chiese cosa le fosse accaduto. "Questa notte ho fatto uno strano sogno" disse con lo sguardo fisso nel vuoto "ero in una enorme stanza vuota e completamente buia ed ero sola. Ad un tratto dal buio è apparso un enorme occhio che mi fissava, poi una voce profonda mi ha detto che le Grotte Verdi erano a sud-ovest superate le Montagne d'Argento in un luogo chiamato Valle della Paura. Lì avrei trovato ciò che cercavo."-"Poi si è fatto di nuovo buio ed io mi sono svegliata."

Rashid non riuscì a spiegare lo strano sogno, ma disse che avrebbero seguito comunque le indicazioni date.

Dopo un'abbondante colazione e dopo aver pagato il conto della locanda, ripresero il loro cammino, ed uscirono dalla città.

L'aria era fresca e il cielo era di un bel blu terso, tutt'intorno brillavano - ai raggi del sole - piccole goccioline di rugiada.

Appena fuori dalla cittadina, in un angolo appartato, i due ragazzi srotolarono il loro tappeto e, saltatici sopra ripresero il volo, dirigendosi verso le Montagne d'Argento e poi verso la Valle della Paura.

Quando vi giunsero era ormai notte fonda, e siccome nella valle si aggiravano strane ed oscure presenze, i due decisero di dormire sul tappeto sospesi nel cielo per non essere catturati.

Il mattino seguente, al loro risveglio, il cielo era coperto e tirava un forte vento gelido. Tutt'intorno vi era solo desolazione e aridità.

Rashid fece abbassare il tappeto fino a terra, poi disse a Sciarad di rimanere sospesa in aria fino al suo ritorno con il cofanetto.

Il ragazzo cominciò a camminare verso l'imboccatura della grotta e quando vi fu entrato non credette ai propri occhi.

L'interno della caverna era molto grande e dappertutto vi erano strani minerali che emanavano riflessi verdastri. Ad un certo vide di fronte a lui l'imboccatura di una galleria. Credendo che fosse la giusta via, mosse in quella direzione.

Non aveva fatto che una decina di passi, quando si sentì mancare la terra sotto i piedi e di colpo si ritrovò a scivolare in uno stretto cunicolo.

Dopo di che tutto divenne buio e perse i sensi. Passarono molte ore, e quando rinvenne capì di essere caduto in una botola e di trovarsi nelle profondità delle grotte.

Mentre cercava un modo per uscire da quella situazione vide di fronte a lui - in fondo alla grotta - un enorme portone, ornato da spenditi fregi d'oro e d'argento e con pietre preziose incastonate.

Con cautela si avvicinò ad essa e spinse le due ante che si schiusero rivelando a Rashid ciò che custodivano. Vi era un enorme grotta con una magnifica volta. Quando entrò, il portone si richiuse alle sue spalle e, all'improvviso, delle bellissime ragazze uscirono dagli anfratti della grotta correndogli incontro. Erano tutte vestite di veli ed avevano lunghi capelli morbidi e folti.

Rashid non poteva credere ai suoi occhi! Si lasciò quindi trasportare al centro della grotta, dove le ragazze lo fecero sdraiare su enormi cuscini. Le odalische, quindi, cominciarono a danzare per lui mentre altre gli servivano cibi squisiti e vini degni degli dei. Rashid si abbandonò a tali piaceri dimenticando così la sua missione.

Mentre succedeva tuttociò, in superficie erano intanto accaduti strani eventi. Sciarad, preoccupata per la lunga assenza del ragazzo, era scesa dal suo tappeto magico e dopo averlo nascosto era entrata nella grotta. "Rashid! Rashid! dove sei !!!" aveva urlato a lungo ma senza ricevere alcuna risposta. Ad un tratto la grotta aveva cominciato a tremare e grossi pezzi di roccia caddero dalla volta. Sembrava quasi che volessero colpirla. Poi, come se sbucassero dal nulla, due possenti ed enormi braccia avevano sorretto la volta impedendogli così di crollare sulla ragazza e salvandola quindi da una morte certa.

Le due bracci appartenevano ad un enorme gigante che era, in realtà un genio. Sciarad scoprì così che egli era lo spirito che aveva il compito di proteggerla da ogni pericolo.

Una setta di strani esseri, chiamati da tutti Sciuwa, aveva saputo che lei possedeva una delle piume della Fenice e quindi aveva deciso di impossessarsene. Era per questo che il genio era venuto sulla terra ed ora proteggeva la ragazza dai possibili prossimi attacchi degli Sciuwa, che di solito avvenivano durante la notte.

Essi, spiegò il genio, non sopportavano la luce del sole dato che i loro occhi erano completamenti bianchi. In compenso però, il loro corpo era nero, più nero della notte e tutto ricoperto da una strana sostanza maleodorante e gelatinosa; non avevano capelli, né orecchie vere e proprie ma solo due fori dai quali potevano percepire i suoni. Il loro volto era orribile con grandi occhi bianchi e fosforescenti e un naso pressoché inesistente formato, come per le orecchie, da due grossi buchi posti al centro della faccia. Ma la cosa più orribile era la bocca, una bocca enorme con denti bianchissimi e affilatissimi ed una lingua scura come la pece. Tutti sapevano che gli Sciuwa si nutrivano solamente di carne, preferibilmente di gente morta da molto tempo.

Molte volte erano stati visti, simili esseri, banchettare di notte nei cimiteri dei paesi o delle grandi città.

Intanto i giorni passavano e Sciarad era sempre più preoccupata per la prolungata assenza di Rashid. Lei non sapeva cosa stava accadendo nelle profondità delle Grotte Verdi.

Il giovane era come soggiogato da una strana forza che lo costringeva a rimanere lì, tra quei piaceri e tra quelle magnifiche odalische, senza aver la forza di ribellarsi e totalmente dimentico di Sciarad e del suo compito. Tutto questo durò molti giorni, fino a quando Rashid prese coscienza di tutto ciò e con uno sforzo sovrumano riuscì, usando tutta la sua volontà, a spezzare le invisibili catene che lo costringevano in quel luogo e si ribellò.

Cominciò a spaccare tutto e a correre verso il grande portone dorato che era stato incurantemente lasciato aperto.

Come usciti dal nulla due grossi Sciuwa erano comparsi e cominciarono ad inseguirlo. Rashid estrasse il suo pugnale e affrontatone uno lo colpì alla gola uccidendolo. Poi riprese la sua fuga riuscendo a liberarsi, all'ultimo istante, dalla stretta dell'altro passando attraverso il grande portone che nel frattempo si stava lentamente chiudendo spezzando così il braccio proteso dell'essere orribile. Rashid era ormai salvo!!.

Si ritrovò nel punto in cui era caduto molti giorni prima. Si avvide però che in fondo a quest'altra grotta c'era come una luminescenza che prima non aveva notato, ed incuriosito si incamminò verso di essa.

Arrivato vide che la luce era provocata da una stupenda colonna di cristallo che risplendeva di luce propria. Guardando meglio vide che vi era un'apertura, e che all'interno c'era quello per cui lui era sceso in quei tremendi luoghi: il cofanetto!

Preso dalla gioia allungò la mano per prenderlo ma una forza lo fermò. Capì, allora, che c'era una barriera magica, che circondava e proteggeva il cofanetto. A questo punto la rabbia esplose dentro di lui, non era riuscito a salvare il suo amico, questa era l'ultima prova e non poteva portarla a termine.

Allora prese ogni pietra o bastone che gli capitava sotto le mani e cominciò a scagliarlo contro la colonna che però non veniva neanche scalfita.

Rashid scoppiò, allora, in un pianto rabbioso e disperato e ad un tratto - come per incanto - la colonna andò in frantumi lasciando libero il cofanetto. Ciò che aveva spezzato l'incantesimo era stato l'amore e l'amicizia i due sentimenti più forti che al mondo vi siano, persino più forti della magia. Rashid non stava più nella pelle dalla gioia !. Mentre raccoglieva il cofanetto sentì, improvvisamente, la terra tremare sotto i suoi piedi e dalla volta della caverna, grossi pezzi di roccia si staccarono cadendo al suolo con un forte fragore. Rashid capì che la colonna era il cuore, l'unico sostegno delle Grotte Verdi e che senza di essa tutto crollava. Cominciò allora a cercare una via per uscire dalle grotte. Ad un tratto si staccò da una parete una grossa "palla" di roccia, alta parecchie metri che cominciò a rotolare sempre più velocemente nella direzione di Rashid che rischiava così di essere travolto.

Ad un certo punto però, quando ormai per lui non vi era più via di scampo, Rashid cadde in un buco e la pietra gli passò sopra proseguendo la sua corsa. Saltato fuori dal buco prese ad inseguire la pietra che, nella folle corsa, gli spianava il cammino. In fondo al cunicolo intravide una piccola luce, era l'uscita! Finalmente era fuori!

La luce si faceva sempre più forte e vicina ed un tratto fu sul prato. Fece appena in tempo perché le grotte crollarono e al loro posto si alzò un enorme nuvola di polvere e sabbia.

Sciarad, che sino a quel momento viveva protetta dal suo genio nei pressi delle grotte, all'udire quel terribile frastuono, corse verso quella direzione con il terrore di non rivedere più il suo amato.

Appena giunse vide Rashid seduto in terra che stringeva ancora tra le mani il cofanetto. Lui allora la vide e le corse incontro e insieme, piangendo e ridendo, tornarono al tappeto e ripartirono per ritornare dalla strega e consegnarle il cofanetto.

Sciarad non seppe mai ciò che era accaduto in quei giorni nelle profondità delle Grotte.

 

VII CAPITOLO

Quando arrivarono era ormai notte inoltrata ma Rashid propose comunque a Sciarad di entrare nella caverna per consegnare alla strega il cofanetto e per farsi dare la chiave per aprire le sette porte della montagna dove era rinchiuso il loro amico.

Appena furono entrati la strega gli corse incontro "Ridatemi la piuma, ridatemela!!”urlava agitandosi e inciampando in ogni cosa. Rashid estrasse dal sacco il cofanetto che aveva preso nelle grotte e lo mostrò alla strega; "Guarda" le disse, "questo è il cofanetto che tu mi hai ordinato di rubare. Eccolo, ora è tuo e dentro vi è anche la piuma che tu tanto desideri" - "Ma bada, se tu non ci darai la chiave e le istruzioni per entrare nel castello noi non ti daremo un bel niente!" La strega allora si calmò e disse "cari ragazzi, ciò che volete io ve lo posso dare. Voi avete superato le prove in fondo! Datemi il cofanetto ed io vi darò la chiave".

Rashid, che non voleva perdere l'unica possibilità di salvare il suo amico, decise di giocare l'ultima sua carta. Estrasse la piuma della Fenice dal cofanetto e lo consegnò alla strega, che appena lo ebbe tra le mani, lo aprì per prendere ciò che tanto bramava. Quando si accorse che all'interno non vi era la piuma, fu presa dall'ira e cominciò ad urlare "la piuma, datemi la piuma!!!" Rashid allora disse con voce calma "la piuma è qua, come vedi" e così dicendo la mostrò "se tu vuoi averla devi darci la chiave e le istruzioni!"

La strega, a quel punto, vistasi persa prese il cofanetto che Rashid gli aveva dato e depostolo su una mezza colonna cominciò a pronunciare strane parole magiche "ASTAC MURANDEDD EDT PAROND"! A queste parole tutta la caverna cominciò a tremare tanto che Rashid e Sciarad dovettero tenersi stretti alle pareti. Ad un tratto dal cofanetto aperto uscì un fasciò di luce verde che andò a colpire la parte più alta della volta della caverna che deviò il raggio dal suo corso e lo mandò a sbattere contro le pareti della caverna costruendo così una immensa rete di raggi luminosi che, ad un certo punto, conversero verso un unico punto sulla parete più interna della grotta.

Era lì che si trovava custodita la chiave. Con un gesto la strega fece ondeggiare la chiave fino a farla giungere davanti ai due giovani stupefatti. "Ora che avete la chiave dovete darmi la piuma " Rashid allora, prese la piuma e la consegnò alla strega mentre Sciarad prendeva la chiave.

"Ora che l'avete potrete entrare nel castello del Mago Jasef." - " Per farlo però dovrete scoprire quale delle sette porte è quella giusta. Per fare ciò dovrete mettere su ogni porta un po’ di questa polvere; se diviene fosforescente vuol dire che è quella giusta!"

"Ormai io non vi servo più, buona fortuna. AH! AH! AH! AH!" e così ridendo se ne andò.

I due ragazzi uscirono dalla caverna con il cuore in gola. Erano riusciti ad avere la chiave e potevano finalmente salvare il loro amico. Quella notte non dormirono molto, emozionati come erano per l'avventura che dovevano intraprendere, la più difficile di tutte !!.


VIII CAPITOLO

Quando si svegliarono il sole non era ancora sorto e i due ragazzi cominciarono a prepararsi per il lungo viaggio.

Dopo due ore di preparativi partirono verso la Montagna dove viveva il potente mago. Il viaggio durò molte ore e quando arrivarono, il sole era ormai al nadir (al tramonto) e le ombre si allungavano sulla terra.

I due atterrarono proprio vicino ai piedi della montagna dove si trovavano le sette porte. Rashid tirò fuori la polvere che la strega gli aveva dato e cominciò a spargerla sulle porte. Ad un tratto, su una di queste, apparve il segno fosforescente, allora Rashid estrasse la chiave e la inserì nella serratura che si aprì subito. I due si ritrovarono dentro a una stanza buia. Presero dalle sacche due candele ed accesele illuminarono l'ambiente circostante. La stanza era molto piccola e spoglia. Vi era solamente una lunghissima e stretta scala a chiocciola.

"Penso che questa sia l'unica via per raggiungere il castello" disse Rashid. Quindi cominciarono a salire.

La salita durò tre ore e quando, finalmente arrivarono in cima erano esausti. La scala finiva in una botola. Rashid sollevò, molto lentamente il coperchio e si guardò attorno. Era in una enorme stanza con in fondo un altare completamente ricoperto d'oro e con al centro una piccola urna. In mezzo a questa sala vi era un enorme braciere. Il soffitto era retto da imponenti colonne di marmo. Su ognuna di queste vi era una torcia che illuminava la stanza. I due uscirono dalla botola e cominciarono a girare per il castello. A quanto pareva il mago non c'era. Per molte ore girarono senza meta poi, finalmente, giunsero nelle segrete del castello. "Homar, dove sei? Homar!" chiedeva Rashid sussurrando. Dopo l'ennesima volta una flebile voce rispose "Qui, sono qui!" I due ragazzi cercarono per le varie celle e finalmente ritrovarono il loro amico. I tre non stavano più nella pelle e si abbracciavano felici. "Ma come siete giunti fin qui?" chiese Homar e Rashid gli spiegò tutto. Chiariti tutti i dubbi Rashid disse "ma cosa ti è successo, perché ti hanno portato qui?".

"Ah, quanto rimpiango la mia curiosità.”- disse Homar - “Vedete io ero entrato nel castello del Gran Pascià per fare una commissione, dovevo portare dodici grossi pani per il suo banchetto". - "I servi mi dissero di portarli nella sala dove si stava allestendo il pranzo e così feci. Quando però entrai mi accorsi che non vi era nessuno ed allora cominciai a curiosare tra i vari oggetti che lì si trovavano. Ad un tratto la mia attenzione fu attirata da un bellissimo cofanetto."

"Quello con le pietre magiche!" disse Sciarad, "appunto quello" rispose Homar "ma io allora non lo sapevo. Mentre lo stavo osservando, girandolo tra le mani, sentii dei rumori provenire dal corridoio e preso alla sprovvista lo nascosi nel vestito. Poi mentre uscivo dal castello due guardie mi perquisirono e scoperto il cofanetto mi arrestarono e mi condussero qui."

"Il mago si è preso il cofanetto e lo ha deposto dentro l'urna della grande sala."

"E' quella che noi abbiamo visto quando siamo usciti dalla botola!" esclamò Rashid.

Mentre parlavano, ad un tratto, udirono uno strano rumore e col timore che il mago fosse tornato cercarono di ritornare nella grande sala per prendere la via della fuga. Appena vi giunsero Homar disse "Perché non riprendiamo il cofanetto? Potremmo riconsegnarlo al Pascià e spiegargli come sono andate realmente le cose". Detto questo si avvicinarono all'altare e con delicatezza aprirono la piccola urna. All'interno trovarono il cofanetto ma anche una pergamena. Questa diceva che mettendo le pietre dentro il sacro braciere potevano distruggere ogni potere del mago ed il suo castello.

Mentre erano intenti a leggere la pergamena, non si erano accorti che il mago era intanto ritornato. "Ma bravi" disse con la sua potente voce, "finalmente siete arrivati. Era da molto che vi aspettavo. Ho seguito tutte le vostre prove e sapevo che un giorno sareste arrivati; la strega mi aveva informato!" - " Ma sappiate che ora per voi è finita!"

"Non è ancora detto" rispose Rashid e detto questo prese le pietre magiche e corse verso il braciere che si trovava la centro della sala, mentre Homar e Sciarad correvano verso la botola.

Il mago però fu più veloce e sbarrò la strada a Rashid che fu così costretto ad accettare il combattimento con il mago.

Rashid prese una delle spade che erano attaccate alle pareti e cominciò a parare i fendenti del mago. Non riusciva a capire perché questo non usasse i suoi poteri. Nel frattempo Sciarad non si era accorta che stringeva ancora in mano la pergamena e quando lo notò l'aprì e lesse ciò che prima non aveva fatto in tempo a notare, cioè che chi possedeva le pietre magiche costringeva il mago a combattere senza far uso dei suoi poteri magici.

Subito urlò la sua scoperta al ragazzo il quale capì come poteva sconfiggere il mago. Cominciò a scagliare contro il mago ogni oggetto che gli capitasse cercando così di giungere il più vicino possibile al braciere.

Ma il mago era molto astuto e riusciva a scansare ogni cosa. Finalmente il ragazzo riuscì ad avvicinarsi al braciere quel tanto da porter lanciare le pietre nel suo interno. Il lancio però risultò troppo forte e le pietre rotolarono fuori e diedero così al mago la possibilità di usare i suoi poteri.

Lasciò cadere la sua spada e con il suo sguardo ipnotico ordinò a Rashid di uccidersi. Ormai per lui non c'era più speranza di vita, la spada era ormai vicino alla gola e.................ad una tratto qualcosa accadde al mago, che perse lentamente il suo potere e cominciò a barcollare, mentre il castello veniva scosso, fin dalle fondamenta, da un tremito. Homar, era riuscito a far cadere le pietre dentro al braciere e a salvare così la vita del suo giovane amico.

Rashid riuscì a riprendere il controllo della sua mente giusto in tempo per vedere morire il mago che veniva travolto da una delle colonne del suo castello. i tre ragazzi corsero non più verso la botola ma verso un enorme portare che si trovava dall'altro lato della grande sala e da lì riuscirono a raggiungere la salvezza.

Quando giunsero a Baghdad i ragazzi si recarono al Palazzo Reale e lì furono ricevuti dal Pascià al quale raccontarono come erano andate realmente le cose. Il Pascià però, non era molto convinto ed allora Homar disse "Maestà, io le ho detto la verità e a prova di ciò vi ho riportato il cofanetto con dentro la pergamena." Detto ciò lo consegnò ad un servo che lo portò al Pascià. Quando questi lo aprì rimase stupido. Dentro, oltre alla pergamena vi erano le pietre magiche ed altri stupendi gioielli. Il Pascià era al settimo cielo mentre i ragazzi non riuscivano a spiegarsi come era stato possibile che le pietre magiche si fossero salvate dal crollo del castello.

A questo punto il Pascià non ebbe più dubbi sull'innocenza dei tre giovani e li dichiarò liberi da ogni accusa. Prima che se ne andassero però disse a Rashid "Visto che ti sei sacrificato per liberare il tuo amico mettendo in pericolo la tua vita voglio premiarti, chiedi qualsiasi cosa e io te la donerò."

Rashid allora, guardando Sciarad negl'occhi disse "Nel mio lungo viaggio ho affrontato molti pericoli ma senza di lei non sarei giunto fin qui. E' da ormai lungo tempo che ho compreso che l'amo più della mia stessa vita ed è per questo che vi chiedo il più grande dei doni che voi mi possiate fare: SPOSARE SCIARAD!"

A queste parole il Pascià rispose "Ebbene così sia ma come dono di nozze avrete la possibilità di scendere nella mia stanza del tesoro e di scegliere il gioiello che più vi piace. Inoltre ti nomino consigliere mentre il tuo amico Homar potrà essere il tuo aiutante nel lavoro." Detto questo i ragazzi urlarono di gioia e cominciarono così i festeggiamenti per le nozze di Rashid e Sciarad.

Per ben dieci giorni durarono i festeggiamenti e i due ragazzi vissero insieme felici e contenti per tutta la vita.

Stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che ho detto la mia.

FINE