DI MARGHERITA MELARA
Io guardavo nella mia mente e passavo in esame le probabilità dei motivi d’un gesto simile. Che i suoi amici fossero finta gente per bene era fuori dubbio ma che loro ne avessero fin sopra i capelli del comportamento affatto razionale e sopra gli schemi di Marcellino?
L’unico motivo fattibile sembrava essere questo. L’atteggiamento libero e del dire e fare con i sensi soprattutto, aveva infastidito di troppo quei miseri.
Marcello aveva il fazzoletto bianco di carta bagnata poggiato sull’occhio che avrebbe dovuto non esserci ma invece alzando la carta, vidi che dell’occhio rimaneva tutto, tranne il colore. Cioè, c’era traccia dell’iride ma era bianca anche questa. In effetti, l’occhio fisicamente continuava a trovarsi infilzato dalla forchetta.
Esistevano entrambe le situazioni, soltanto questo so spiegare.
Marcello mi prese in un abbraccio molto forte quasi con vero amore ma io non diedi tempo a quell’abbraccio di durare a lungo. Avevo paura. Avevo paura che, se uno di quegli striscianti avesse visto quei gesti di confidenza e familiarità ricambiati, avrebbe potuto farmi male. Mi staccai pensando che ero una gran codarda, che questo mondo con le sue stesse paure mi c’aveva resa e un po’ forse era diventata un’attitudine innata.
Io ricambiai, proprio come loro, maledetta me, ricambiai e da quel momento ebbi in testa che non era possibile infliggere colpi alla mafia che non esorbitassero il reale.