DENTRO ALLA MASCHERA
Questa maschera!
Non sai.
Che aderì
così totalmente.
Non lo sai!
Spero di buttarla!
Devo
Devo mostrare ciò che c'è dietro
Sarà?
E' di prima?
Prima
Molto tempo addietro.
Sarà?
Voglio strapparla!
Strapparne un pezzo.
Strappare un pezzo di me
Cris Passinato
-Da Rosana Fernandez rosana fernandez@fibertel.com.ar
TERRA NUDA
Ci son dei giorni nei quali
nominar parole non basta,
scalzo salii a sentir
la terra
le foglie
il freddo vento.
Sotto un albero inclinato dall'imperversare
di tanti venti
già vuoto e rinsecchito
da ritorcersi nei suoi rami,
mi sentii vivo,
tremai di freddo,
di mistero,
di vuoto,
e senza sapere perché
non potei se non cadere,
abbracciare il tronco
e piangere di tanta bellezza,
mescolando il mio sale
con la terra nuda.
Al cader della sera
l'ultima,
taceremo le nostre parole
con le quali cuciamo
i frammenti della vita.
Quando arrivi la notte
e ci si restituisca il silenzio
udremo alfine
i battiti del nostro cuore
Hugo Mujica
Non mi interessa cosa fai per guadagnarti da vivere .
Voglio sapere quale sia il desiderio che ti brucia nel cuore,
e se osi sognare di trovarti davanti al tuo desiderio più profondo.
Non mi interessa la tua età .
Voglio sapere se rischierai di fare la figura del fesso per amore,
per il tuo sogno, per l'avventura di essere vivo.
Non mi interessa quali pianeti hai in quadratura alla Luna.
Voglio sapere se hai toccato il cuore del tuo dolore , e se i tradimenti della
vita ti
hanno aperto , o se ti hanno solo appassito e chiuso per paura di soffrire ancora.
Voglio sapere se puoi sostenere il dolore , il tuo e il mio, senza adoperarti
per nasconderlo,
velarlo o cercarne un rimedio. Voglio sapere se puoi essere nella gioia, la
mia e la tua ,
se puoi ballare con abbandono e permettere che l'estasi ti riempia fino alla
punta delle tue dita
senza consigliare la cautela, il realismo o il ricordarci i limiti della condizione
umana.
Non mi interessa se quello che racconti è vero.
Voglio sapere se puoi deludere un altro per essere fedele a te stesso;
se puoi sopportare l'accusa di essere un traditore e non tradire la tua anima.
Voglio sapere se puoi essere fedele e quindi affidabile.
Voglio sapere se puoi riconoscere la bellezza anche se non è bello tutti
i giorni,
e se puoi trarre la tua forza sulle rive del lago e urlare alla luna piena "
Sì".
Non mi interessa dove vivi e quanti soldi hai .
Voglio sapere , se dopo una notte di dolore e disperazione , ti puoi alzare
stanco e ferito nel profondo per fare ciò che deve essere fatto per i
figli.
Non mi interessa chi conosci e come sei arrivato qui.
Voglio sapere se ti metterai al centro del fuoco con me senza tirarti indietro.
Non mi interessa dove o cosa o con chi hai studiato.
Voglio sapere che cosa ti sostiene dentro quando tutto il resto viene a mancare.
Voglio sapere se puoi essere solo con te stesso e se ti piace veramente la compagnia
che ti ritrovi nei momenti di vuoto.
(Orion Mountain Dreamer)
Flauto di canna
Ero una canna nutrita dall'acqua,
lungo la sponda di un fresco ruscello,
e accarezzata dal vento.
Meglio il calore del sole rovente,
meglio la neve del tempo invernale,
che rimanere spezzata.
Mi sradicò una Mano dall'argine
come si tagliano i rami da un albero:
che doloroso distacco!
Venni svuotata di tutte le lacrime
e tramutata in un flauto assai fragile,
che colma il vuoto suonando.
Accarezzato da abili dita,
ho sostenuto il flebile pianto
di quanti vengono al mondo.
Spargendo i petali della speranza,
lungo le strade di uomini e donne,
li ho accompagnati nel canto.
Ho abbeverato con note di musica
voli dolcissimi e sogni dell'anima
quando s'esulta alle nozze.
Ho ripetuto per quelli che s'amano,
mentre si libera al cielo lo spirito,
le melodie dell'amore.
Ho respirato profumi d'incenso
guidando i ritmi di danze e di riti
davanti a icone ed altari,
quando lo spasimo del desiderio
con mille voci di grida e preghiere
bussa alle porte di Dio.
Ho interpretato tantissime opere,
brani di lirica, pezzi bellissimi,
musica triste e gioiosa.
Ho assaporato gli applausi degli uomini
sulla ribalta di gran palcoscenici:
grazie infinite di cuore!
M'han consumato abilissime dita;
mi resta il fiato per l'ultimo canto:
un pentagramma di note.
Or ascoltatemi: è un brano diverso
è la sonata del mio testamento,
da tanto desiderata:
"Voglio tornare al canneto e rinascere:
anche se è bella la parte del flauto,
fatemi essere canna.
Com'era fresca la brezza tra gli alberi
e lieve il fischio del vento sull'argine:
voglio sentirmi una canna".
Giovanna Ferrara "giogioba" <giogioba@tin.it>
Momenti
E come una danza l'agitarsi dalla fiamma nel vecchio caminetto. Nella scura
penombra della stanza, giochi d'ombra e di luce sembrano mimare un coro silenzioso
di strane forme scomposte che cercano di seguire il moto del fuoco. Il silenzio
riempie la stanza dilatando il tempo che abbraccia lontani ricordi trascorsi
che tornano, come per magìa, nel vivo dell'attimo presente che, dilatandosi,
svanisce piano nel nulla di sempre. Danza la fiamma sempre più piano
con guizzi improvvisi; isolati ritorni, sempre più stanchi, di forme
passate che tendono a svanire in un'incoscienza rapita dall'ultime faville verso
un sogno infinito.
II°. Lontano. Lontano come l'ultimo profilo di monte che chiude l'orizzonte;
così il ricordo trascolora nei pallidi colori del passato che torna tra
il murmure fruscio di foglie d'alberi antichi che stanno, quasi guardiani di
una vita che passa silenziosa nel piccolo bisbiglio di un'età favolosa.
E nell'incanto, funereo un uccelletto alto s'invola, e sembra un filo di fumo
disparendo in un frullo nel cielo dipinto con una tristezza senza fine.
Tomaso Urso
dalla Rivista "Il Fauno" Firenze - .Marzo-Aprile-Maggio 2001
Il titolo alla lontana è la risata
e quello immediato è
Le stampelle.
Durante sette anni non potei muovere un passo.
Quando fui dal gran dottore,
mi chiese: "Ma perché usi le stampelle?"
Io gli dissi: "Perché sono invalido.
" Ma è strano", mi disse.
"Prova a camminare. Sono questi arnesi
che ti impediscono di andare.
Va, arrangiati, striscia a quattro zampe!"
Ridendo come un matto
mi tolse le mie belle stampelle
me le ruppe sulla schiena e, senza smettere di ridere,
le gettò nel fuoco.
Adesso sono guarito. Vado.
Mi guarì una risata.
Solo qualche volta, quando incontro dei pali cammino un po' peggio per alcune
ore.
Bertold Brecht
Apollinaire parla di un maestro che porta i suoi alunni sulla montagna e dice loro che saltino, loro rifiutano, hanno paura Allora lui li spinge e loro volano.
Apollinaire habla de un maestro que lleva a sus alumnos a una montaña,
y les dice que salten, y se niegan, y tienen miedo...Entonces los
empuja, y entonces vuelan...
Ricordo il proberbio africano. Ai figli, prima radici, e poi ali.
Me recuerdo al proverbio africano: "A los hijos, primero raices, y despues
alas"
Dal libro AMICIZIA CON LA TERRA
A CURA DI K.Recheis e G. Bydlinski
-Edizioni "Il punto d'incontro"- Casella Postale 504 -Vicenza
QUANDO L'ACQUA RISTORATRICE
inzuppa nostra madre,
la terra,
quando arriva la primavera,
allora piantiamo nella terra
i semi di mais,
tutte le diverse qualità,
di quel mais
che ci elargisce la vita.
Con quest'acqua ristoratrice,
la loro madre,
la terra,
risveglia i semi a nuova vita.
Diventano germogli
e crescono,
alla chiara luce di loro padre,
il sole,
e loro chiederanno pioggia,
alzando le mani
nella direzione dei punti cardinali.
Poi gli autori della pioggia
invieranno il loro respiro vaporoso
e arriveranno da lontano fino a noi
grandi nuvole gonfie d'acqua;
coccoleranno il mais,
scenderanno e lo abbracceranno
con la loro acqua rinfrescante,
con la loro pioggia rivitalizzante.
E là dove sfocia il loro sentiero
la pioggia sarà come un torrente,
trascinerà sabbia e fango,
laverà le gole delle montagne,
trasporterà i tronchi a valle.
Scorrerà acqua da tutte le montagne,
i solchi di nostra madre,
la terra,
saranno riempiti di acqua.
La mia preghiera
è che avvenga così.
Preghiera Zuni per la pioggia
IL CANTO DELLA GIOIA DI TSOAI TALEE
Sono una piuma nel cielo chiaro
Sono il cavallo blu, che corre attraverso la Prateria
Sono il pesce, che si muove luccicante nell'acqua
Sono l'ombra, che segue un bambino
Sono la luce della sera sul prato
Sono l'aquila, che gioca con il vento
Sono un pugno di perle colorate
Sono la stella più lontana
Sono il fresco del mattino
Sono il rumore della pioggia
Sono il luccichio sulla cresta nevosa
Sono il sentiero della luna sull'acqua
Sono una fiamma di quattro colori
Sono un cervo, che si staglia lontano nel tramonto
Sono un campo di sommacco e di rape della prateria
Sono il cuneo di oche che volano nel cielo d'inverno
Sono la fame del giovane lupo
Sono il sogno che racchiude tutto questo
Guarda, io vivo, io vivo
Ho fatto amicizia con la terra
Ho fatto amicizia con il divino
Ho fatto amicizia con tutto ciò che è bello
Ho fatto amicizia con la figlia di Tsen-Tainte
Guarda, io vivo, io vivo
N. Scott Momaday
Dal libro AMICIZIA CON LA TERRA A CURA DI k.Recheis e G. Bydlinski -Edizioni
"Il punto d'incontro"- Casella Postale 504 -Vicenza
El silencio siempre está embarazado de futuro inmediato. El problema
es no saber si es grito o es canción.
-Hamlet Lima Quintana- da Mirta Nuñez <mir@sinectis.com.ar>
Il silenzio è sempre gravido di un futuro immediato. Il problema è
il non sapere se è un grido o una canzone
-Hamlet Lima Quintana- da Mirta Nuñez <mir@sinectis.com.ar>
LE ONDINE
Prima che la prima parola venisse pronunciata, tutto dormiva immobile e amorfo
nel mare del silenzio.
Poi il Vuoto, assordato da tanto silenzio, esplose, come un vulcano, tutta la
sua potenza.
Il boato del tuono fu la prima, spaventosa parola.
Il suono ruppe il mare del silenzio e lo spavento mise in moto per sempre gli
innumerevoli frammenti che si generarono. Erano nate le ondine, creaturine irrequiete
e guizzanti, sempre in rapido e continuo movimento, sempre a giocare, a spingersi,
a ballare, effimere dee della mutevolezza, sempre pronte a cambiare forma. Pur
assomigliandosi tutte, ogni ondina era diversa dall'altra sia per il nome con
cui era stata chiamata, ma specialmente per il fatto che la sua danza era unica
e speciale, una caratteristica soltanto sua, pur sposandosi bene con quella
di ogni altra.
Loro, le ondine, ricordavano ancora il silenzio e il vuoto e lo spavento del
rombo: per questo ballavano unite e strette, compatte come un corpo solo, in
perfetta armonia e senza urtarsi mai.
L'ondina chiamata Nibbio danzava con battiti e soste d'ali nell'ondina dell'aria.
L'ondina dell'ape si tuffava a capofitto in quella di una corolla gialla e profumata.
L'ondina dell'uomo, quella era maschio e femmina, ed era quella che faceva più
schiuma e più risacca. Nella schiuma della risacca l'ondina dell'uomo
si infrangeva contro se stessa, con impeto e violenza, o con grazia, talvolta.
E' la schiuma che si è portata via il ricordo del vuoto e del silenzio,
del rombo e del nome, e del movimento in armonia.
Solo l'eco è rimasto, della risacca.
LE LAVANDAIE.
Le lavandaie avevano imparato le loro canzoni dal canto degli uccelli.
Battevano i panni bagnati sulla pietra del lavatoio e intanto cantavano.
Cantavano e tenevano il ritmo battendo i panni bagnati sulla pietra del lavatoio.
I panni danzavano nell'aria fin sulla pietra, al colpo del braccio forte; il
braccio danzava nell'aria fin dentro l'acqua, al canto modale degli uccelli.
Le nuove arrivate imparavano le canzoni dalle più vecchie, le figlie
dalle madri, e la tradizione veniva tramandata al ritmo dei panni sulla pietra.
Questo avvenne fin quando gli àuguri, guardando uno stormo di uccelli
neri sparire nel cielo verso il Polo anzichè verso l'estate, non lanciarono
terribili anatemi contro il canto e la danza delle lavandaie, perchè
non potevano essere state che le lavandaie, dicevano, ad invertire, con il loro
modo di fare, la rotta della natura.
Le lavandaie furono fatte tacere, i panni cotti tutti insieme in un grosso pentolone,
e tutte le canzoni furono dimenticate. Altri rumori occuparono la terra.
Anche gli uccelli, ormai, non sanno più cantare.
IL DIO DELLA MONTAGNA DI NISO.
Il dio della montagna di Niso, sconfitto e smembrato dai suoi nemici, fu seppellito
a pezzi, uno qui e uno là, sotto i mari e le terreferme.
Ma un dio è immortale e i suoi nemici sapevano che sarebbe ritornato
per vendicarsi.
Dato che il dio della montagna di Niso era il dio della danza, i suoi nemici
decisero di proibire qualsiasi forma di ballo fra gli uomini, perchè
mai più il dio potesse trarre dalla loro danza l'energia per ricomporre
le sue membra.
Ma se gli uomini dimenticarono la danza e il suo dio, nei mari i pesci ed i
coralli seguitavano a celebrarne il culto, flessuosi ed instancabili. Gli alberi
continuavano ad ondeggiare le loro fronde nel vento. Le libellule continuavano
a librarsi leggere.
Col tempo, i figli dei figli dei nemici del dio pensarono che la faccenda del
dio della montagna di Niso e della sua vendetta non fosse che una leggenda inventata
dagli avi affinchè gli uomini non conoscessero il potere del ritmo e
del gesto che, svegliato da dentro, si espande fuori. E loro stessi osservarono
gli animali dei mari e del cielo, prestarono attenzione alle piante e, imitando
il salmone e la betulla, vestiti di velo, cercarono di ricordare i gesti del
ballo rituale della vita che genera se stessa.
I figli dei figli dei nemici del dio si misero a danzare: la vendetta del dio
si era compiuta.
VILLIBALDO e AHMED
Trascinato e coinvolto dall'energia, dall'entusiasmo e dalla dedizione che
animava quei devoti danzatori, Villibaldo aveva scoperto che Ahmed per compiere
particolari esercizi, si ritirava in un luogo al riparo da sguardi curiosi.
Non ebbe pace finchè non lo convinse a rivelargli il suo segreto, voleva
sapere perchè certe cose le facesse in solitudine, circondato da tanto
mistero.
Finalmente Ahmed, rispose, lasciando l'altro a bocca aperta:- salto al di sopra
della mia ombra-, - ma è impossibile - gridò Villibaldo. - E'
assurdo -. - Lo vedrai tu stesso - replicò Ahmed.
Il giorno dopo ad un'ora convenuta in un luogo solitario, Villibaldo vide effettivamente
Ahmed saltare la propria ombra; saltava con tanta abilità e rapidità
sulla sabbia, l'ombra non aveva requie, ma lui scattava e turbinava in balzi
incredibili, ratto come il lampo.
Finito il suo esercizio Ahmed rimase ad occhi chiusi, né stanco né
intontito, intimamente felice.
Villibaldo gli chiese a che cosa pensasse durante i salti.
- A chi, vorrai dire-, rispose l'altro. - Pensavo a colui che non può
saltare.-.
Villibaldo non capiva, - sì, perchè egli è la luce stessa
ed è senza ombra. -
Da quel momento l'obbiettivo di Villibaldo fu di far propria una parte di quella
felicità e luce di cui aveva visto accendersi il volto di Ahmed.
Sebbene fosse abituato ad aspre attività fisiche di vario tipo , gli
ci volle parecchio tempo per raggiungere, se non la perfezione dell'amico, per
lo meno una certa abilità.
From: "Unzaga, Alejandro" <alejandro.unzaga@otis.com>
LA PAROLA PERDUTA, IL SORRISO PERFETTO
Testo appropriato, testo moltiplicato, testo disseminato:
La parola sempre viene dall'altro e se ne va con l'altro, mai è mia,
io appartengo alla parola. ( E' interessante , a questo riguardo il tema delle
liste elettroniche di discussione nelle quali ciascuno può confrontare
la reazione degli altri nei riguardi dello scritto di uno e vedere come a nessuno
giunga il senso che si era voluto trasmettere, come si vanno trasformando nelle
risposte e contro risposte, testi mitici, testi sopra i quali si discute, ma
che mai nessuno scrisse, ma che furono formati e presero senso nel e secondo
la trama delle parole e delle citazioni) sentire che scrivere è entrare
in un intrigo per essere divorati da quello che avverrà, e che senso
daranno i lettori a questo protocollo?
Il loro, che non è il mio, e in questo modo lo correggeranno.
Nel testo l'autore semplicemente affida la sua sparizione, rimane solamente
lo scritto che non gli appartiene più e che mai gli è appartenuto.
Il testo reso indipendente perde ogni relazione con il suo autore e si trasforma
in una macchina produttrice di altri testi, di altri sensi, di sensi infinitamente
infiniti.
Pertanto non solo è sparito quel senso unico che sempre la metafisica
ha cercato, e neppure ci sono molti sensi, non c'è la coppia unità-polisemia,
ma c'è solo una totale incapacità di controllare il senso, che
sempre si diversifica, sfugge e fluisce...
HORACIO POTEL
From: Marcelo Mur <marcelo.mur@numerica.it>
"Sei la nota...
unica nell'eternità del silenzio
La tua danza sta creando
una nuova canzone.
Chi sei camminando verso il lago?"
(Anonimo cinese, secolo XIV d.C.)
da Cooperativa "Il calabrone" Brescia
Ama
saluta la gente
dona, per-dona, ama ancora e saluta
Dai la mano, aiuta, comprendi,
dimentica e ricorda solo il bene.
E del bene degli altri, godi e fai godere.
Godi del nulla che hai,
del poco che basta
giorno dopo giorno, e pure
quel poco, se necessario, dividi.
E vai
vai leggero/a
dietro il vento e il sole
e canta.
Vai di paese in paese
e saluta, saluta tutti
il nero, l'olivastro e persino il bianco.
Canta il sogno del mondo:
che tutti i paesi
si contendano
d'averti generato/a
Cooperativa "Il calabrone" Brescia
Inviato da: "Alicia Alvo" alialvo@noanet.com.ar
Inti (Sole)
Dicci ciò che sai
della neve e del fuoco
delle alte cime
delle umili preghiere
parlaci delle fiere
dei boschi di allora
quando c'erano animali
silenzi e pianti
lo spazio presente
per respirare il tempo
già più non ci basta
per questo respira profondo
e ardendo in fiamme
stupisci le ombre del cielo.
Sono stato un
salmone triste
sono stato un cane feroce
sono stato un cauto cervo
sono stato un daino sulla montagna
e il ceppo di un albero su una pala
Sono stato un'ascia nella mano
uno spillo in una tenaglia
Uno stallone nella scuderia
Un toro in collera `
Un chicco in crescita.
Sono stato morto
Sono stato vivo
Sono un compositore di canzoni
Perchè sono
Taliesin poeta del sesto secolo d. C. forse irlandese
Io scelgo "il chicco in crescita"
Terenzio
B U O N E N U O V E
Agenzia di stampa elettronica umanista
N. 72 - 9 Gennaio 2000
Luogo: USA
Tema: tatto virtuale
Data: 19/12/99
Un passo avanti nella realizzazione virtuale dei cinque sensi: una equipe del
famoso MIT (Massachusetts Institute of Technology) diretta da Sanjay
Sarma ha progettato una macchina che ricrea le sensazioni tattili in un
ambiente artificiale in tre dimensioni. L'apparato consiste in uno schermo che
riproduce uno scenario in 3D abbinato a un dispositivo che da sensazioni tattili
analoghe a quelle delle cose che si stanno facendo. La grande novita' coniste
nel fatto che non solo si ottiene lo spessore di un punto determinato dell'ambiente
ma che anche si puo' sperimentare il tatto in tre dimensioni, avendo cosi' la
sensazione del volume, della temperature, del movimento ecc.
MOMENTI
di Tomaso Urso
Il moto alterato di un pendolo
antico, che piano bisbiglia il passare del tempo,
racconta discreto una
favola arcana. E il racconto di un
sogno profondo dove scorre in
silenzio tutta una serie di ieri
sfumati su una lunga distanza, velata
di nebbia, che or li separa da quel
primo e iniziale momento, perduto
vagito nel chiasso del mondo. Oggi
effimero istante che tenta inverarsi
in vaghe ed oscure speranze che,
magicamente, svariano lente col
moto alternato di un pendolo anti-
co in un continuo tramonto di tutta
una ser1e di ieri...
Che fai? Niente. Guardo in
silenzio lo scorrere lento di una
nuvoletta bianca e solitaria in un
cielo pulito.
Che pensi? Niente. Inseguo la
nuvoletta che sa di bambagia,
sospesa e sperduta in un azzurro
quasi irreale, che scorre cambiando
sembianze nel gioco del vento. E
ombra non fa.
Che aspetti? Niente. Solo rimango
in attesa che il sogno si sciolga
con il dissolversi della nuvola stanca
di giocare col vento.
From: roberta scorranese <rscorranese@yahoo.it>
Niente riscatta l'aprirsi e il chiudersi dei giorni
fummo soli davanti a quel dito puntato addosso
e addosso folate di oceano come spilli. Oggi
che perderti vale un'ora di distanze. Solo sei stato
uno dei tanti giorni tra le mie mani e come un'ombra
sfuggita al perdersi dei soli sola calasti
ma l'anima è un frammento di quel vetro rotto
e i tuoi piedi nudi sopra - seguivo la crepa nel suo
crescerci addosso - i tuoi piedi come dettagli:
potrei ora volare? Potrei ora domandare quando
questo sgranarsi delle ore diventerà solo il lento
fluire dei miei tempi? Di me tutto. Di me ogni
fiato. Correvano le strade nel vortice di verde e
chiaro
tagliare in due il mondo ritrovarsi all'altro capo.
Di me il ricordo. Il profilo di un corpo intagliato
in un lampo di vetro. Era mattina e mi crescevi
dentro.
Lo scialare dei soli è un pretesto: mai si muore mai
e non ti appartenevi nello specchio chiuso nel tuo
sguardo
e io dimessa nelle mani di mille fiori mille buchi
penzolavo obliqua nel raggio vettore dei tuoi occhi.
Tremula
la tua mano scolpirmi addosso un universo intero
come pietra maschia piano sgranarsi e la tua bocca
chiusa:chi eravamo? sospesa la tua voce nell'incastro
dei riflessi - tu e il giorno - morire insieme ai tuoi
occhi
sul pavimento chiaro. Di me il perdono. Ruotano le
vite
insieme al ricordo e se niente si perde nel vuoto tra
un giorno e la sua notte allora prendimi - refolo
incagliato
tra un mondo e un buco nero. Di te la memoria. Di te
l'odore di mandarino la perla degli occhi la caduta
nera dei capelli il pieno il vuoto il chiaroscuro
Luce
o forte impatto a magnitudo
fiammante nel fondo dello scenario
consueto. Addensarsi
folti i cieli chiari prima poi
nerofumo. Dove? Alla fine di tutti
i giorni però ondulano verso
la coda.
Anima. Tremula nei bordi rosati
correre ti immagino verso i picchi
intensi intorno. Grumi di galassie.
Fino a quando? Vite da vita
salgono a spirale.
Cuore.
calarsi nell'azione drammatica
del corpo - la sua cementificazione -
certissimo l'avviso.
Sii benedetto con le tue moltitudini
ansimanti per deserti. Fino
a dove? Anni da anni.
Il tempo affila le memorie.
I cerchi avvolgersi intorno alla materia
addensarla. Mondo nasce da mondo
è dramma e però brucia il tempo
attraverso i decorsi lunari. Miglioreremo
le beatitudini siamo tutti benedetti
nelle pause interstiziali e sia benedetto
il ritorno dell'aspetto del sembiante
della forma e dove non c'era eravamo.
roberta scorranese <rscorranese@yahoo.it>
Anna Grasso Rossetti
Rivista "Otto Più" - 19/25 Febbraio 2000
Giornale di Brescia
GRADITI OPPORTUNISTI
Tre pettirossi, veri pettirossi, fanno lo slalom sul mio gelsomino. Le foglie
sempreverdi si muovono a tratti, seguendo il loro andare.
Dondola piano un merlotto quasi nero, sul ramo del pruno che sporge dai balcone,
e pare che si chieda -Che ci faccio, qui?-; e un passero si fa avanti, gonfia
pallina di piume spente. Lo seguono due microbi alati ed iperattivi (scric-cioli?),
becchettando subito dopo di lui.
Sto diventando uno zoo. Due cani, un gatto, due pesci rossi ed ora i piccoli
pennuti che mi onorano. A dire il vero la colpa è un po' mia. Sto diventando
uno zoo. Se non avessi messo sulla ringhiera, durante tutto l'inverno, briciole
e semini; se non avessi accuratamente preparato un contenitore per l'acqua,
forse non mi avrebbero degnata di un pigolio. Ma l'incentivo era invitante:
il cibo è un bisogno primario e nessuno lo rifiuta, quando ne ha voglia.
Men che meno questi - ormai - coinquilini del mio vivere, che hanno orari precisi,
e che non mancano un giorno all'appuntamento.
Si radunano davanti al pasto, scambiano chiacchiericci ed esclamazioni, si lanciano
in dispute: acute per qualcosa che solo loro sanno; misurano il balcone con
breve sbattere d'ali e tornano a nutrirsi .
I passeri s'ingozzano, i pettirossi si degnano, il merlo s'accanisce su pezzetti
più grossi del suo becco e misura la sua capacità d'ingurgitare.
Ormai sanno che tre fischi stanno per -la pappa; è pronta-: ed aspettano
un attimo, dandomi il tempo di rientrare, prima di gradire.
Mi placciono, questi piumosi esseri che capìscono quello che conviene
loro.
E' l'opportunismo spontaneo dei semplici.
Anna Grasso Rossetti
"Il teatro e il suo doppio"
perché il teatro non è quella parata scenica in cui si sviluppa virtualmente o simbolicamente un mito, ma quel crogiuolo di fuoco e di carne vera ove anatomicamente, per compressione d'ossa, di membra, e di sillabe, si rifanno i corpi.
Antonin Artaud
"Perché gli uomini contribuiscono al loro destino. Lo invocano, lo stringono a sé e non se ne separano più L'uomo e il suo destino si realizzano reciprocamente modellandosi l'uno all'altro. Non è vero che il destinjo si introduce alla cieca nella nostra vita: esso entra dalla porta che abbiamo spalancato, facendoci da parte per invitarlo a entrare".
Sandor Marai nel libro "Le braci"
Giornale Bresciaoggi 30 marzo 2000
Giornalista Massimo Tedeschi
Personaggi: Il Rabdomante del Monte Corno
IL MAGO CHE GIOCA A CERCAR L'ACQUA
Egidio Ramanzini spiega la sua 'tecnica' con l'uso della forcella e, talvolta,
del pendolino.
Una fama internazionale grazie al 'passaparola'
La terra noi ce l'immaginiamo come una crosta dura e compatta, una scorza secca
e bruciata, che basta un mese senz'acqua a ridurla a polvere e zolle screpolate.
In realtà il suolo su cui poggiamo i piedi è una grande spugna,
e sotto e attraverso di essa scorrono vene, linfe, polle e torrenti d'acqua
che neanche ce l'immaginiamo. Solo pochi eletti hanno la facoltà di avvertire
questo intrico idrico, hanno la capacità di dipanarlo, hanno l'estro
per leggerlo: i rabdomanti. Persone capaci di entrare in sintonia con questo
mondo liquido e sotterraneo, capaci di vibrare come un diapason e di accordarsi
con il brusio minerale. Persone come Egidio Ramanzini.
Sul monte Corno, in una tenuta che domina il golfo di Desenzano e un po' tutto
il basso Garda, nel cuore di una splendida azienda coltivata a olivi e munita
di un modernissimo frantoio, Egidio Ramanzini vive e trascorre un'esistenza
piena e rassicurante lavorando da frantoiano e dilettandosi, a modo suo, con
la rabdomanzia.
Cinquantaquattro anni, diverse attività alle spalle (gestore di cinema,
poi di un campeggio, conduttore di vigneti e, infine, frantoiano) Ramanzini
è una persona che vive in simbiosi con la natura: il diploma di perito
agrario gli dà una solida competenza tecnica, ma è la sua indole
a renderlo appassionato di alberi e di animali, di cacciagione e campagna, cibi
nostrani e colture tradizionali. La rabdomanzia non è che il tocco magico
aggiunto a coronamento delle opere e dei giorni di Egidio Ramanzini.
Come spesso accade in questi casi, la scoperta dell'attitudine individuale è
stata casuale. "Avevo dodici o tredici anni - ricorda - e mio padre aveva
venduto un pezzo di terra a un certo Casagrande, amico di Mattei. C'era il problema
di realizzare un pozzo, e dissero che avrebbero chiamato un rabdomante. Venne
interpellato, mi ricordo, un certo Vezzola, detto "Il Moro", che faceva
il fruttivendolo a Salò. Noi ragazzi ci aspettavamo di vedere un
mago che con un tocco faceva zampillare l'acqua, l'attesa era grande. Invece
"Il Moro" venne, fece quattro passi nell'uliveto, e tutto finì
lì. Una delusione. Allora provai anch'io a impugnare il pezzetto di legno
e, in corrispondenza del punto indicato dal rabdomante, mi sembrò di
sentirlo vibrare. E' stato così che mi sono accorto di avere questa sensibilità".
Quel gesto casuale segnava l'inizio per Ramanzini di una luminosa carriera di
rabdomante. Da allora sono oltre 1500 i pozzi che sono stati aperti grazie alla
sua indicazione. Dalla Sicilia alla Sardegna, dalla Dalmazia alla Grecia, non
si contano i punti che il frantoiano desenzanese ha indicato alle trivelle,
puntualmente ripagate dalla scoperta di vene d'acqua generose.
La tecnica del rabdomante è semplicissima: "Ci vuole un bastoncino
di legno a forma di forcella. Si impugnano le estremità rivolgendo il
palmo verso l'alto e i pollici verso l'esterno. Non bisogna usare legni oleosi.
Di solito si ricorre a olmo, salice o nocciolo. Qualcuno usa le steccne di balena.
Poi, omaggiandoci di una dimostrazione sul campo, Ramanzini comincia a camminare
in lungo e in largo nell'oliveto. Individuata un'area interessante la "segna"
tagliando - dice lui - i campi magnetici. Poi ci ripassa e la punta del bastoncino
si piega vistosamente. A volte arriva a spezzarsi. Il passaggio di una vena
d'acqua è bell'e trovato. Magia? Il primo a smitizzare la cosa è
lui, l'Egidio: "Mannò. Io sono convinto che tutti abbiamo questa
sensibilità. All'inizio può essere lieve, ma con l'esercizio migliora.
In fin dei conti non si fa che entrare in un campo magnetico creato dall'acqua
che scorre, e la differenza di intensità crea una rotazione del bastoncino
come un motore elettrico con le polarità"
Sarà, ma possiamo assicurare che fare l'esperimento con l'Egidio, e sentire
che la forcella si piega in maniera violenta, e riprovarci da soli e avvertire
la stessa forza magnetica, immette in una sfera magica. Peccato che l'esperimento
ripetuto più tardi, senza l'influsso di Ramanzini, finisca miseramente.
No, checchè ne dica lui, la rabdomanzia non è roba per tutti.
Come che sia, una volta scoperta l'attitudine il giovanissimo Ramanzini cominciò
ad essere reclamato da parecchi contadini della zona. Fece anche delle letture,
degli studi, e ben presto divenne un rabdomante completo.
'SuIl'individuazione delle vene d'acqua ormai sono sicuro, me ne intendo. Errori
possono essercene sulla quantità dell'acqua, sulla profondità'.
Per cercare di definire questi fattori, Ramanzini ricorre anche al pendolino
con risultati probanti. Ma quella e già un'altra arte.
"La zona del Basso Garda - spiega - la conosco bene. Quasi tutte le vene
confluiscono verso la zona della casa di sant'Angela Merici, a profondità
e con caratteristiche simili Un paio di volte, però, ml sono imbattuto
in veri e propri torrenti sotterranei: la potenza dell'acqua sotterranea è
impressionante".
Il rabdomante di Monte Corno non si fa pagare, gioca a nascondino con l'acqua
per hobby e - in questo esercizio - assicura dl non provare alcuno stress fisico.
La sua fama in tutti questi anni è viaggiata solo col passaparola. Quando
lo chiamano a cercare polle lontano da casa, accetta l'ospitalità, specie
se abbinata all'opportunità di qualche battuta di caccia.
L'emozione più grande l'ha data la faticosa individuazione di alcune
vene profonde in un grande podere. Alla fine il proprietario gli mostrò
una mappa con dei segni: erano negli stessi punti indicati da lui, ma li aveva
tracciati un altro rabdomante, un secolo prima.
Nonostante la fame d'acqua che affligge tanti municipi, solo due o tre volte
Ramanzini è stato convocato da amministrazioni pubbliche: "Hanno
vergogna, gli sembra di chiamare un mago". Ma al di là dei pudorl
di sindaci e assessori, sono altri i motivi che fanno immalinconire Ramanzini
pensando al futuro della rabdomanzia: "Una volta, col pozzo di famiglia,
bastava trovare poca acqua, in superficie, per alimentare dei pozzi-cisterna
da 30-40 quintali d'acqua. Ora si fanno trivellazioni da 30 centimetri di diametro
a profondità altissime per arrivare alla falda. Il monitoraggio fatto
a tappeto in passato sulla Pianura padana per la ricerca di giacimenti petroliferi,
ha rivelato tutto sulla composizione del sottosuolo, sui laghi sotterranei che
lo formano. Per giunta i pozzi privati hanno costi di manutenzione elevati,
e solo per avere l'autorizzazione a trivellare ci vogliono oggi tre milioni"
Mercato e burocrazia, insomma, battono la rabdomanzia.
Forse per questo Ramanzini sogna ora di andare a trovare l'acqua "dove
qualcuno ne ha molto bisogno", Terzo mondo o chissà.
Nuove inedite opportunità vengono però offerte dalla bioarchitettura.
La conoscenza di vene sotterranee può essere decisiva per orientare edifici
in
modo da garantire il benessere dl chi ci abita.
Racconta Ramanzini: "Un giorno mi hanno chiamato in una villa di Padenghe,
volevano aprire un pozzo per alimentare la piscina. Mi accorsi che sotto la
villa passava un vero e proprio torrente. Chiesi al custode se la gente lì
ci stava volentieri: lui mi disse che no, che i proprietari quando venivano
lì erano sempre nervosi e non finivano mai di bisticciare. Io il punto
per il pozzo glie l'ho indicato, ma so che dopo poco i proprietari hanno venduto
la villa". Del resto, la bioarchitettura non è cosa solo di oggi
"Moltissimi campanili- rivela Ramanzini - venivano in passato realizzati
nel punto d'incrocio di due vene d'acqua: è così a Maguzzano,
ai Morti della selva e in tante altre chiese".
In bilico fra un passato glorioso e un futuro incerto, la rabdomanzia continua
la sua avventura carsica e Ramanzini - cordiale e disponibile - vive un presente
ricco di incontri sorprendenti. L'ultimo, con una coppia di giornalisti giapponesi.
Andavano alla ricerca di un rabdomante, e navigando su Internet si erano imbattuti
nell'opera poetica "Leggenda di un rabdomante" del farmacista-psicologo
bresciano Terenzio Formenti: via e-mail hanno chiesto a Formenti se conosceva
un rabdomante vivente e lui, via passaparola, è risalito a Ramanzini.
Internet, poesia e rabdomanzia hanno creato un singolare campo magnetico, sfociato
a Monte Corno in incontri umani ad elevata comunicatività. Ramanzini
sorride ancora, rievocandoli. Perché infinite sono le linfe che scorrono
sotto il suolo ma infinite anche quelle che circolano fra gli umani che quel
suolo calpestano, ogni giorno, con fatica e con gioia.
Dalla pagina 'Il mondo di Clericetti' nella rivista
'Omnibus' Anno 6 N°.1 Marzo 2000 Banca 'Cassa Padana' Leno (BS)
Il Buon Vecchio Caro Signor Dio e la lumachina
Tutto era bello e sereno in quel chiaro mattino di primavera e il cielo era
azzurro e i fiori profumati e splendenti di tutti i colori, quando il Buon Vecchio
Caro Signor Dio uscì a passeggiare nel suo giardino. Proprio sulla soglia
di casa lo attendeva già una lumachina col suo piccolo guscio a chiocciola
sulla schiena: "Signore" gli disse, "è tutta notte che
sono in viaggio per venire fin qui, perché oggi tocca a me esprimere
un desiderio!" "Sì, è vero, tocca proprio a te"
le sorrise il Buon Vecchio Caro Signor Dio e, accarezzandosi la lunga barba
bianca, continuò: "e qual è il tuo desiderio, carina?"
"Ecco, vorrei un bel paio di ali con cui poter volare per tutto il tuo
giardino. Posso averle?" e la lumachina abbassò il capo piena di
eccitazione e di attesa. "Ma certo" le rispose sorridendo il Buon
Vecchio Caro Signor Dio, "eccoti le tue ali!" e subito la lumachina
si accorse che dal suo guscio, di qua e di là, spuntavano due grandi
ali di farfalla splendenti dei colori dell'arcobaleno. "Grazie..."
sussurrò emozionata, e mosse piano le ali, poi le agitò più
forte e finalmente si staccò da terra e leggera leggera si alzò
in volo e prese a volteggiare graziosamente nell'aria.
Il Buon Vecchio Caro Signor Dio la osservò mentre si allontanava felice
e riprese la passeggiata nel suo bel giardino.
La lumachina intanto, sempre più sicura delle sue ali, continuava a svolazzare
qua e là sull'erba e i fiori del prato, finché provò a
salire in alto, sempre più in alto fino ai rami fioriti degli alberi
e arrivò a posarsi su un fiore di pesco: "È da tempo"
gli disse "che desideravo sentire il tuo sapore!" e ne assaggiò
un petalo rosa. Poi vide più lontano luccicare l'acqua di un laghetto
e riprese il volo scendendo ad accarezzare il pelo dell'acqua: "Anche questo,"
disse fra sé "desideravo farlo da tanto". In quel momento passò
di lì una farfalla e la lumachina, agitando forte le sue ali iridescenti,
volò dietro di lei e la raggiunse e insieme presero a fare giravolte
e capriole e tante altre splendide acrobazie, finché si unirono ad altre
farfalle in una specie di danza felice fra il cielo e il prato. Sullo stelo
di una margherita saliva lentamcnte verso il fiore un'altra lumachina e la lumachina
con le ali la vide e planò rapida sul bottone giallo e si affacciò
tra i petali bianchi a prenderla un po' in giro perché era così
lenta, ma quando vide sfrecciare una rondine nell'aria si incantò a guardarla
salire lassù, sempre più in alto, e provò quasi a seguirla
col suo volo saltellante...
E così fino a sera.
A sera, mentre il sole iniziava a tramontare e l'aria si faceva via via più
fresca, il Buon Vecchio Caro Signor Dio uscì di nuovo a passeggiare nel
suo bel giardino ed ecco che ai suoi piedi venne a posarsi la lumachina con
le grandi ali di farfalla: "Hai passato una buona giornata?" le chiese."Oh,
sì... davvero una giornata meravigliosa" rispose la lumachina soffocando
educatamente uno sbadiglio. "Ho esaudito bene il tuo desiderio, allora?"
le domandò ancora. "Sì, certo... Però ne avrei ancora
un altro da chiederti, Signore" sussurrò la lumachina 'Posso?' Il
buon Vecchio Caro Signore si accarezzò la lunga barba bianca e: "Sentiamo,
quale sarebbe?" chiese. "Ecco, Signore: sono tanto stanca adesso e
vorrei arrivare subito a casa mia a riposare, ma sono così lenta..."
"Ma ci sei già a casa tua, sciocchina!" rise il Buon Vecchio
Caro Signor Dio, e subito la lumachina si accorse che le due ali iridescenti
adesso non c'erano più e con un lungo sbadiglio si ritirò pian
piano nel suo piccolo guscio a chiocciola. Ebbe ancora appena il tempo di mormorare
"Grazie, Signore, e buonanotte..." che gli occhi le si chiusero e
si addormentò piena di contentezza.
Il Buon Vecchio Caro Signor Dio si chinò, prese fra le dita la chiocciolina
e la posò delicatamente sulla bella foglia verde di un cavolfiore delI'orto
che confinava col giardino.
Poi riprese la sua passeggiata.
roberta scorranese
Non mi consola il crederti immortale
eluderti è un gioco che conduco fida
nelle mie bionde dolcezze - se mai un
grande universo dovesse richiuderci
inesorabile
o se un'improvvisa pietà dovesse
rivestirci di bianco colpevole prendiamoci
tutte le libertà concesse e adagiamoci
in rapide oscurità e tutto quello che ci resta
è riconoscerci
parti di un unico cerchio chiuso - spirali
contrapposte - tienimi ricordo tenero come
la carne bambina tienimi come la piuma
che vola nel caos e che torna alla fine
nella carta delle tue mani
ripetimi
come un ritornello veloce e insperato
dividersi dal resto della stanza contienimi
come una fibra un anello un destino o cercarti
dovrei alla fine come quando nella notte sembra
vanificarsi ogni incertezza e attenta vago nei tuoi
meandri come alla ricerca di uno spiraglio
che mi dai alla fine
quasi vicina alla tua benedizione elargita a
piene mani umide dell'acquasanta che dici
meriti alla fine aprendo il tuo mantello paracadute
sopra la mia bionda testa china sotto le tue mani
e sposami
dolce come un latte di giovane donna
ancora mite e un annuncio si scioglie
nel generale
così sia
roberta scorranese <rscorranese@yahoo.it>
Sulle rive di un altro mare si ritira un altro vasaio negli anni
della vecchiaia.
Gli si velano gli occhi, gli tremano le mani, è arrivata la sua
ora. Allora si compie la cerimonia dell'iniziazione: il vasaio
vecchio offre al vasaio giovane il suo pezzo migliore. Così
vuole la tradizione degli indigeni dell'America nordoccidentale:
I'artista che se ne va consegna il suo capolavoro all'artista
che viene iniziato.
Il vasaio giovane non conserva quel vaso perfetto per contemplarlo
e ammirarlo, ma lo butta per terra, lo rompe in mille
pezzi, raccoglie i pezzetti e li incorpora alla sua argilla.
(Eduardo Galeano)
dalla rivista dell'Aeper "L'Incontro"
AnnoXIII° N.1 Gennaio - Febbraio 2000
Il bambino che non gioca non e' un bambino,
ma l'adulto che non gioca ha perso
il bambino che ha dentro di sè.
(Pablo Neruda)
La capacità di
gestire l'assenza delle cose.
E racconta Wiesel. "Quando
il grande rabbino Israel Baal Sem Tov vedeva che la
sfortuna minacciava gli ebrei, si recava d'abitudine
in una certa parte della foresta a meditare
Lì accendeva un fuoco, pronunciava una preghiera
speciale e il miracolo avveniva e la sventura veniva
evitata. Più tardi, quando il suo discepolo, il
celebre Magid di Meztric dovette intercedere per la
stessa ragione presso il Signore, andò nello stesso
posto della foresta e disse: "Maestro dell'universo,
ascolta. Non so come accendere e: "Non so come
accendere il fuoco, non conosco la preghiera, ma
conosco il luogo e ciò deve essere sufficiente.
Infine toccò al rabbino Israel di Rizyn di vincere la
sventura. Seduto sulla sua poltrona, la testa
affondata tra le mani, egli parlò a Dio. "Sono
incapace di accendere il fuoco e non conosco
la preghiera; non posso neppure trovare il posto
nella foresta. Tutto ciò che posso fare è raccontare
la storia e ciò deve essere sufficiente".
E fu sufficiente.
From: "Pasquale Valente" <ibinet@tin.it>
La sofferenza, così come la gioia è un' intrinseca qualità
del vivere.
Nasce e muore come ogni altra qualità.
Ho fiducia che questo accada
perchè ho esperienza che questo è accaduto.
Sperimentare molte e molte volte "la fine della sofferenza"
mi permette di aver fiducia che ancora accadrà ...ora.
E se ogni volta è "ora" ogni volta può accadere
che la sofferenza lasci il posto alla gioia.
Talvolta è un leggero moto di desiderio
che mi porta a gambe levate
oppure l'ira si accende e mi consuma
o un dolore profondo m'imprigiona.
Perchè dunque insisto ? In cosa insisto?
la pace è un bene prezioso... per questo insisto
la vita è un dono prezioso...per questo insisto
vorrei potermi esprimere in libertà...per questo insisto
Talvolta s'intravede inoltre un barlume
di se stessi...della funzione che svolgiamo.....
nella nostra unicità, uniformità e universalità
e ci emozioniamo e siamo grati di esserci...e per questo insistiamo
Non si tratta di essere migliori....ma di sentirsi in pace con se stessi
con la natura, con gli altri......
fallimento e successo appartengono ad altre categorie...
esserci o non esserci...questo è il dilemma!
Ma non è un dubbio amletico
bensì un naturale andare e venire della coscienza.....
un danzare agile tra rovine e germogli.
From: "Pasquale Valente" <ibinet@tin.it>
From <mve@interpath.com
NELLE NOSTRE STESSE PAROLE:
UNA GENERAZIONE DEFINISCE SE STESSA
Proviamo a incontrarci con noi stessi e a domandarci
quante parole se ne andranno in un istante
in una sempre mutante parata di maschere
sfilando accanto a noi in fila indiana.
Cosa sono io e che cosa è mio?
Delle parole che riceviamo e di quelle che rubiamo
e facciamo nostre con il passar del tempo
quali sono false e quali vere?
Non ci sono più, e la pioggia che cade
lava via le parole che noi scriviamo
lasciandoci con le macchie di colore
di ciò che abbiamo detto e di ciò che diremo
e l'infinita impresa
di trovare i pezzi della nostra propria maschera
Alexander G. Rubio
Bjoerkelangen, Norway