" I PENSIERI DI TANIA "
Nina dopo un anno dal suo matrimonio ebbe un figlio di nome Tonino, io molte volte sono stata ad accudire al piccolo nipote, ero molto affezionata, mia sorella era occupata con le persone nei campi, un giorno il piccolo piangeva ed io non riuscivo ha farlo stare buono ed a farlo smettere di piangere, anch’io ero una bambina non sapevo più cosa fare, ero disperata e piangevo in silenzio.
Tania a questo punto sentii una voce dall’alto, " questo bimbo deve morire, vuoi che muore adesso ho vuoi vederlo da grande? ", Tania si guardo intorno per vedere qualcuno, non si vedeva niente guardo in alto ma cerano solo qualche nuvola, allora disse voglio vederlo da grande di ventitré o ventiquattro anni. La voce rispose sia fatto pero sarà una morte rumorosa, parleranno i giornali, mentre il piccolo riprese a piangere, io credevo a quella voce e nello stesso tempo ritornai alla realtà. Dopo un po’ arrivo mia sorella ed io le feci la stessa domanda senza dire chi m’avesse suggerito la domanda, Nina all’istante rispose nello stesso modo che risposi io certo lo voglio vedere da grande, ma rendendosi conto aggiunse ma cosa dici! Allora io dissi solo per sapere se tu preferisci adesso oppure grande, lei fece una smorfia e cambio discorso. Si era sposata anche l’altra sorella Edvige ad un agricoltore, obbligata da mia madre che la picchiava tutte le sere per farla dire di si, quello che diceva lei bisognava sempre in qualsiasi caso fare, anche questa sorella non era ben vista da nostra madre. Un giorno io aiutavo Edvige a zappare il granturco la quale non mi lasciava in pace perché non voleva che io andassi da Nina perché lei si poteva permettere di pagare gli operai, io gli risposi che ci dovevo andare perché era mia sorella, ed era come una mamma quando io avevo bisogno di qualche cosa per me, mentre tu non ci sei mai so che non è colpa tua, poi cosa pretendi da me abbiamo i nostri lavori non sono un robot mi sento gai stanca non vorrei più interessarmi degli altri, sai che nostra madre ci tortura per la campagna, poi sono gli stessi terreni di quanto c’eri anche tu ed ore sono io e Osvalda, di più io devo aiutare anche voi già sposate. Un po’ in collera dissi sono stanca vado ha riposare, nello stesso tempo a cielo aperto e sereno incomincio a tuonare si scorgevano appena qualche nuvola, poi arrivava anche Edvige e come si sedette a canto a me si scatenò un temporale con della grandine, noi allora di corsa a cercare un rifugio ma ci siamo tutte bagnate, da quel giorno non sono più andata da lei per lavorare. Molte cose mi succedevano bastava pensarle, oppure sognarle e tutto si avverava, neppure io ero certa del mio potere ma poi quanto si realizzava rimanevo stupefatta. Mia madre era più meravigliata di me e mi sfruttava in tutto anche nell’impossibile, oppure per mettermi alla prova dandomi dei lavori più difficili e più pesanti delle mia forza, io molte volte vedendo ciò che mi dava da svolgere gli dicevo non ho la becchetta magica, lei non mi rispondeva. Ha mio padre capito un incidente, un cavo lo trascino per terra per circa cento metri, si ruppe la testa era molto grave, " ed io l’avevo sognato il giorno prima ma non lo dissi a nessuno ", una mattina mentre mia madre stava fasciando la testa a mio padre, io dissi fra me devo toccargli la testa cosi guarirà, io credevo in Gesù Cristo e sapevo distinto che avrebbe guarito mio padre tramite le mie mani. A questo punto io mi avvicinai dicendo fammi toccare la testa, ma mia madre non voleva ed io ripetenti con insistenza senza dare spiegazioni, mio padre vedendo la mia insistenza disse falla toccare, io appoggiai leggermente la mono sulle sue ferite e nel mio pensiero dissi Gesù fallo guarire, il giorno dopo il medico disse e fortunato e guarito. Un giorno succedette un vero miracolo, un grosso incendio si era sviluppato in un basco dove io stavo lì con un rastrello per spegnerlo, le fiamme erano alte più di tre metri d’altezza, si sentiva un gran fruscio delle fiamme da far paura, io invocai Dio perché era impossibile spegnerlo con solo un rastrello, eravamo nel mese d’agosto e faceva molto caldo e c’era molta erba secca e siepi in fiamme, io dissi ho Sant’Antonio tu protettore del fuoco in nome di Dio vienimi in aiuto, spegni questo fuoco, c’era solo ormai un piccolo viottolo di soli venti centimetri a dividere il fuoco dall’alta sterpaglia del bosco, alla mia invocazione si volto indietro il fuoco e si spense immediatamente. Mia madre resto stupefatta dall’accaduto e mi disse porterò sempre te quanto c’è pericolo, in effetti, ordinava a me i lavori più pesanti, perfino mio padre una mattina mi disse verrai con me alla cava di pietre perché sono solo e non posso voltare il masso su cui sto lavorando. Quello di aiutare mio padre nella cava era il lavoro di mio fratello Nino il quale era partito al militare, io quella mattina non mi sentivo tanto bene ma mi vergognai di dirlo ai miei genitori perché cera molta distanza tra noi, e molta devozione. Eravamo alla fine di novembre, faceva molto freddo, come arrivammo alla cava mio padre mi ordino di riempire un calderaio di pietre e spostarle qualche metro più in l’era solo per non farmi sentire il freddo stando ferma, come ho detto non stavo bene e dopo il viaggio ero molto stanca ed avevo capito che era un lavoro inutile e dissi sono stanca, forse ho fame faccio colazione prima. Mio padre rispose che era presto e che lui mi faceva lavorare per non farmi sentire il freddo, io risposi ha sì l’avevo capito che era un lavoro inutile farlo, ma le pietre sono molto pesante per me, mio padre si fece una risata e poi disse ma si facciamo colazione. In quel frattempo incomincio a nevicare, in pochi minuti si fecero più di cinque centimetri di neve, mio padre mi desse tanto hai fatto finche è venuto la neve. Cossi fummo costretti a tornare a casa, subìto davanti alla porta c’era mia madre che ci aspettava per darmi qualche compito da svolgere, lei non ci risparmiava, specialmente me, le altre sorelle li faceva uscire la Domenica mentre io ero l’unica che dovevo rimanere in casa per fare i lavori, per me l’unico divertimento che mi rimaneva e svago era di potermi affacciare dal balcone dove si vedevano le persone che stavano passeggiando. Era il tempo della semina, una mattina molto presto mia madre mi venne a svegliare in piena notte, dicendomi di alzarmi in fretta per andare con lei nei campi per la semina del grano, c’era anche un contadino che ci accompagnava con i muli che portavano l’aratro e il grano, per strada io dormivo ancora, gli occhi bruciavano dal sonno, mi facevo trasportare dai muli, ci volle più di un ora di cammino per raggiungere il luogo, che arrivammo che era ancora buio. Mia madre mi fece aspettare all’inizio del terreno sul limite della strada battuta, dicendomi guarda la roba da mangiare e presta attenzione se arriva qualche animale, noi andiamo giù dal terreno per preparare la semina, rimasi sola per un ora ed era sempre buio, pensai di andare anch’io con mia madre, non si sentiva neanche una piccola voce, ma mentre mi accingevo ad andare nel mio pensiero sentii quella voce misteriosa di un uomo maturo che mi diceva, "non andare sono capaci di buttarti nel pozzo", mi fermai paurosa di quello che avevo udito, poi pensai che dove era andata mia madre c’era un pozzo con solo poche pietre intorno, e che loro potevano sostenere che e stata una disgrazia, era quello che voleva mia madre voleva liberarsi di me cossi una figlia in meno da maritare, Poi pensai che si vedeva molto bene che mi odiava era come la matrigna di cenerentola. Passo ancora un bel po’ per incominciare l’alba, ad un tratto vidi salire mia madre dal campo che mi disse dobbiamo seminare, io le risposi soltanto adesso arrivi, Lei mi guardò di brutto e non potendo accertarsi a cosa io alludevo, le restava solo da scoprire del mio atteggiamento, non disse più nulla per tutto il giorno, fu l’unico giorno che non trovo cavilli o scuse sciocche per darmi dispiaceri. Nel mio pensiero mi venne in mente che dopo questa vicenda d’oggi io potevo ricattarla per farla essere più ragionevole nei miei confronti, ma non feci nulla di questo non avevo prove, poi per non dare dispiacere a mio padre che mi dava fiducia nel far compagnia a mia madre. Era diventato giorno e le altre persone si vedevano in campagna a svolgere i loro lavori, io non avevo più paura e pensai che tanto ero sempre io a dover lavorare di più anche se la nostra famiglia ormai era composta di: Osvalda con tre anni più di me, Antonella che era la cocca di mamma e prediletta, anche se era un carattere rissosa, vagabonda, disordinata. Nella mia vita c’era tanta tristezza e sacrifici, come se qualcuno si fosse impossessato della mia vita, l’unica cosa bella era che anche quando dovevo piangere io cantavo le canzoni di chiesa, oppure quelle che mi venivano al momentosecondo il tipo di dispiacere, a mia madre questo fatto la faceva urtare, perché era come una risposta contro di lei, io avevo anche una bella voce, molte volte cantavo anche le opere liriche, come la tosca e la traviata. Un altro giorno che mi lasciò sbigottita fu quando, di nuovo presto in un altro luogo della campagna, io e mia madre con il carro dello stesso contadino, si doveva caricare dei fasci di grano e portarli vicino alla trebbia, quella mattina mi lascio da sola al buio in un altro campo di nostra proprietà, mia madre e il contadino proseguirono in un'altra direzione dove c’era il bosco, mi desse fammi trovare al mio ritorno i fasci di grano sulla strada per caricarli sul carro. Era ancora buio io avevo solo dodici anni ed avevo tanta paura, mi accovacciai vicino ai fasci aspettando l’alba, ad un tratto mi sentii chiamare per nome, "Tania chi aspetti sbrigati se viene quella!", balzai in piedi, sulla strada distante da me una cinquantina di metri, un pastore con delle pecore tutte trasparenti, era già l’alba io dissi come si permette quello d’ordinarmi di lavorare? E come sa il mio nome? Il pastore muoveva il bastone sulle pecore, pio svoltò su un incrocio alla sua sinistra, all’istante non senti più il fruscio delle pecore o di che sia, rimasi perplessa dicendo non ci credo non sento più nulla, il silenzio assoluto allora mi affrettai per fare il mio lavoro, tremavo di paura lascio voi immaginare, perché dovevo mettere i fasci proprio dove c’era il pastore, stavo per finire quando arrivo mia madre era tutta arrabbiata non so con chi ma lei si trovava sola con quello del carro, per mia fortuna il pastore mi chiamò. Continuando con quel calvario con nostra madre era tutti i giorni cosi non ci dava un po’ di pace neanche quando si lavorava nei campi, doveva sempre farci piangere per delle stupidaggini che s’inventava, per esempio non eravamo veloci, oppure non facevamo il lavoro bene, il che non era vero facevamo tutto per non udirla gridare. Tutto il materiale che
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