Festa Santi Medici Alberobello 2005

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Dedicato a tutti gli alberobellesi che vivono nel mondo. La festa 2005 dei Santi Medici in alcune foto di Giumà

Pubblichiamo uno studio effettuato dalla Prof.ssa ANTONELLA LONGO dedicato alla Festa dei Santi Medici e alla storia di questi Santi.

Vi invitiamo ad essere ad Alberobello durante la Festa Patronale.

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SANTI, NON SANTINI 
Cosma e Damiano, martiri- testimoni della storia del loro tempo

PREMESSA
Esistono studi certamente esaustivi ed autorevoli sul contesto sociale, storico ed economico entro il quale si colloca la vicenda umana dei martiri Cosma e Damiano. Con questa ricostruzione sintetica cerchiamo di metterne a disposizione di tutti i lettori non specialisti le linee generali, nella speranza di suscitare qualche curiosità e desiderio di approfondimento, che potranno essere ampiamente soddisfatti attingendo alla copiosa bibliografia esistente, volutamente non citata perché agevolmente rintracciabile.
Il tentativo è quello di andare oltre il santino: senza attentare in alcun modo alla statura di testimoni della fede cristiana che la storia e la tradizione hanno attribuito per sempre ai martiri Cosma e Damiano, proviamo a rintracciare i segni della quotidianità entro i quali maturò la loro esperienza di uomini e di cristiani, cercando così di intravedere una chiave di lettura meno tradizionale della loro testimonianza, per contemplare in loro il modello di laici che seppero leggere i segni dei tempi, vivendo fino in fondo le difficoltà estreme del loro tempo.


DIFFUSIONE DEL VANGELO E VIE COMMERCIALI: I PRIMI DUE SECOLI.

Nel suo periodo più antico la trasmissione del Vangelo segue inevitabilmente vie già tracciate per altri scopi: si parla delle vie del commercio. Su di esse transitavano le carovane, che non erano soltanto il mezzo di trasporto delle merci più varie, ma rappresentavano anche una delle maniere privilegiate - quando non erano la sola maniera regolare - per mantenere i rapporti tra singoli e tra interi gruppi sociali.
Gli itinerari secondo i quali si diffuse l'annuncio del Vangelo seguono traiettorie diverse nei primi tre secoli del Cristianesimo. Il fenomeno è complesso ed ancora soggetto a studi e ricerche, ma è possibile delineare in maniera sintetica queste direttrici di marcia.(1)
Nel corso del primo secolo d.C. il Vangelo si diffonde essenzialmente lungo un asse che dalla Palestina-Siria - la terra che costituisce la sua culla - raggiunge ed investe l'Anatolia, la Grecia e l'Italia.Sarà questa la medesima strada che in secoli posteriori percorreranno i pellegrini antichi e medioevali in viaggio verso la Terra Santa.
Nel II secolo d.C. questo movimento di diffusione del Vangelo si apre come a ventaglio verso Est (e raggiunge la Mesopotamia e regioni limitrofe), verso Ovest (e permea l'Egitto e l'Africa Settentrionale) e verso nord-ovest (raggiungendo la Gallia e la Spagna e cominciando a penetrare nelle terre germaniche).
In entrambi questi periodi la missione di annuncio del Vangelo segue senza dubbio le rotte commerciali di terra e di mare, mentre i suoi punti di forza si concentrano nei centri cittadini dei traffici e dell'attività mercantile, con particolare riferimento ai porti. E' questo il primo impatto dell'annuncio cristiano con le condizioni concrete della vita quotidiana del tempo: contatto certamente non semplice e non immune da contrasti e resistenze, come testimonia già la complessa vicenda dell'attività apostolica di grandi messaggeri come Paolo di Tarso.
I cristiani - come attesta la stessa testimonianza autobiografica di Paolo e come testimoniano Ireneo, Clemente di Alessandria e Tertulliano - ebbero rispetto all'attività commerciale una posizione favorevole, ponendo solo due condizioni: che il commercio non comportasse il traffico di merci che avessero a che fare con l'idolatria e che la sete di guadagno non andasse a discapito dell'onestà.
Appare quindi naturale la scelta dei maggiori centri abitati - Emessa, Antiochia, Efeso, Smirne, Filippi, Tessalonica, Atene, Corinto, Alessandria, Roma - quali basi di diffusione e punti di irraggiamento del messaggio evangelico.
E benché proprio negli stessi anni il Vangelo trovi una forma radicale di testimonianza nella scelta di vita ascetica dei monaci (coloro che vivono da soli) o anacoreti (coloro che si separano dalla vita comune), può essere significativa a proposito del ruolo esercitato dalle città proprio un gustoso episodio riportato dalla Vita di Antonio scritta da Atanasio. (2)
Satana appare ad Antonio, grande ed alto di fronte a lui, lamentandosi perché ad ogni momento è maledetto e denunciando, così, tutta la sua debolezza. Un tempo le città erano sicure riserve del suo esclusivo dominio, mentre ora nelle città vi sono i cristiani,"Non ho più luogo, non ho più saetta, non ho città", il deserto è pieno a sua volta di eremiti e non è detto che essi, con le loro pratiche ascetiche, non riescano a trasformarlo in una città…

 

LO SCENARIO DEL III SECOLO d.C.

L'esercito diventa il rappresentante delle aspirazioni delle classi inferiori dell'impero romano, servendosi quali strumenti degli imperatori, che esso nomina e sostiene e dando origine, praticamente, al caos. Infuria la guerra civile, che conduce l'impero sull'orlo della distruzione totale. D'altra parte, le masse popolari si stancano della lotta e bramano la pace, a qualunque costo. Il fondamento della riforma, quanto mai urgente per salvaguardare l'impero, doveva essere necessariamente stabilire condizioni di uguaglianza; il nuovo ordinamento non avrebbe potuto mantenere, quindi, la funzione direttiva esercitata finora dalle città, ma doveva fondarsi sulla campagna e sui contadini. Ecco il ritratto che di questo periodo traccia uno dei massimi studiosi dell'antichità(3):
Gli uomini che abitavano l'impero avevano assolutamente perduto il proprio equilibrio, dappertutto regnando odio e invidia; i contadini odiavano i proprietari di terre e i funzionari, il proletariato delle città odiava la borghesia cittadina, l'esercito era odiato da tutti, anche dai contadini. I cristiani erano odiati ed aborriti dai pagani, che li consideravano una torma di criminali occupata a scalzare lo Stato. Il lavoro era disorganizzato, la produttività declinante; il commercio rovinato dalla mancanza di sicurezza sui mari e sulle strade; l'agricoltura attraversava una terribile crisi perché la decadenza del commercio e dell'industria la privava del capitale necessario e le pesanti esigenze dello Stato le rapivano la mano d'opera e la maggior parte dei suoi prodotti. Le relazioni tra lo Stato e i contribuenti assumevano l'aspetto di una rapina più o meno metodica, l'amministrazione era corrotta ed immorale […] Il disordine più spaventoso regnava in tutto l'impero rovinato.
Anche per quanto riguarda il rapporto tra le vie commerciali e le arterie di diffusione dell' annuncio cristiano, evidentemente, la situazione che si delinea nel III secolo appare alquanto modificata: le condizioni politiche, sociali ed economiche si sono deteriorate progressivamente, gli scambi commerciali conoscono una grave crisi a motivo dello stato di guerra perenne generato dalle pressioni straniere ai confini orientali dell'impero e dalle invasioni dei barbari; la rete delle comunicazioni diventa quindi più insicura e meno frequentata.
Il cristianesimo gode invece in questo periodo due lunghi periodi di tolleranza, con la straordinaria accelerazione della sua espansione.
Può sembrare paradossale, ma la nuova religione, non più favorita dal fiorire delle città e dal prosperare dei commerci, si avvantaggia della crisi che investe entrambe queste realtà: il raggio d'influenza del Cristianesimo diventa più ristretto dal punto di vista geografico, ma il movimento di diffusione si fa più capillare ed intenso: dai centri maggiori si propaga ai minori, dai centri minori si estende alle campagne.
Non sono più le grandi arterie del traffico commerciale, quindi, il tramite privilegiato della diffusione del Vangelo, ma le vie secondarie: una realtà descritta con piena consapevolezza da uno dei massimi esponenti della fede e della cultura cristiana dell'epoca, Origene(4), che intorno al 250 rileva quello che comporta la figura del missionario che cammina non solo di città in città, ma anche di paese in paese, di podere in podere.(5)
Questo doveva essere lo scenario entro il quale si colloca la nascita di Cosma e Damiano, nella provincia romana di Cilicia(6), in una regione che faceva certamente riferimento - sia dal punto di vista economico che da quello religioso - al centro di Antiochia. Questo era il cristianesimo, ad impronta fortemente missionaria, secondo i cui principi essi furono allevati. Va notato che tutto questo movimento non è riconducibile ad un'organizzazione centralizzata delle comunità cristiane, non ancora evidenziabile, ma alla presenza di centri d'irraggiamento già costituiti, stabili e saldi: in Egitto, in Arabia, Persia, Armenia, Asia minore, Gallia meridionale.
Nasce da questa situazione un altro fenomeno paradossale: il gran numero delle conversioni crea sorprese e problemi alla Chiesa ancora nascente, come mostrerà l'improvvisa e violenta persecuzione di Decio e di Valeriano alla metà del secolo.
Di essa ci occupiamo perché costituisce il terreno nel quale assumerà consistenza la testimonianza dei martiri, tra i quali i nostri Cosma e Damiano.

 

NE' SEMPRE PERSEGUITATI, NE' SEMPRE MARTIRI

L'atteggiamento dell'Impero romano nei confronti del Cristianesimo costituisce una problematica storica di grande rilevanza e complessità, anche perché rappresenta uno dei punti critici circa la progressiva decadenza dell'Impero stesso. Qui basti ricordare che tale atteggiamento si configurò fino al III secolo d.C. di volta in volta come indifferenza, tolleranza, simpatia, avversione e, infine, aperta persecuzione.
E' opportuno ricordare soltanto che la questione si prospettava inizialmente sotto due aspetti essenziali, tra loro connessi: come e perché Roma , largamente tollerante per motivi politici verso i culti stranieri, ricorse alla repressione violenta solo nei confronti dei cristiani; quali furono le motivazioni giuridiche delle persecuzioni, ovvero in base a quali norme i cristiani potevano essere giudicati e condannati.(7)
In seguito si è affermata la tendenza a considerare l'azione dei singoli imperatori nel campo religioso ponendola in relazione con le direttive fondamentali della loro politica; in questo modo si spiegherebbero più agevolmente le oscillazioni tra momenti di repressione più decisa e lunghi periodi di pace.
All'epoca della quale ci stiamo occupando - il periodo che coincide con la vita dei martiri Cosma e Damiano, ovvero il periodo 250-303 d.C. - il Cristianesimo appare ormai diverso dal Giudaismo, portatore di una propria teologia e di una originale visione del mondo. L'alternativa per gli imperatori di turno appariva quindi chiara: o il Cristianesimo accettava di confluire nella religione dello Stato o restava avversario irriducibile, da combattere e, se possibile, da eliminare attraverso una decisa repressione.
O una politica conciliante, quindi, connessa con un generale disegno politico di restaurazione attraverso le riforme, oppure la forza, che - con le opportune minacce e qualche condanna esemplare - avrebbe almeno indotto un buon numero di cristiani ad inserirsi nella religiosità ufficiale.
L'imperatore Decio emanò dunque nel 250 un provvedimento generale, con il quale a tutti i cittadini era imposto di compiere un atto di culto da cui risultasse l'adesione alla religione ufficiale dell'Impero romano: chi lo avesse compiuto, esibendo il relativo documento rilasciato dalle autorità, non avrebbe avuto altri problemi. Naturalmente questa disposizione toccava da vicino i cristiani, creando loro un caso di coscienza circa la scelta tra i doveri verso l'autorità - pure prescritti dai testi sacri - e quelli verso Dio. Allo stesso imperatore Decio si deve la prima persecuzione per editto, emanata proprio nel 250 a.C., presunto anno di nascita dei nostri Cosma e Damiano.
Che cosa accadde? In realtà, benché il numero dei cristiani fosse enormemente accresciuto, non tutti erano eroi, e neppure animati da quell'ardore che spingeva alcuni a provocare le autorità per procurarsi il martirio: è interessante notare - forse contrariamente a quanto si sia indotti a credere - che questo atteggiamento era piuttosto deplorato come forma larvata di suicidio o tentativo di imporsi alla comunità che ammirato e indicato ad esempio dai vescovi(8).
Ci fu quindi chi si affrettò a compiere l'atto di culto prescritto, chi cedette alle violenze e alle minacce o alle richieste dei magistrati ( talvolta disponibili, talvolta corrotti).Ci fu chi si diede alla fuga, non per dolo ma per concreta considerazione del bene maggiore derivante dalla propria scelta(9).
Certamente non pochi sacrificarono o offrirono incenso agli dei o all'imperatore, non pochi ottennero in qualche modo il famoso certificato che avrebbe consentito loro una vita tranquilla.
Si ebbero così varie categorie di cristiani : i lapsi ( coloro che erano caduti nel rinnegamento della fede ), i thurificati ( che avevano bruciato incenso), i libellatici ( che avevano ottenuto il certificato, libellus, anche per denaro per astuzia, senza sacrificare), gli stantes (che si erano mantenuti fermi nella fede, pur senza incorrere in sofferenze), i martyres (che avevano versato il sangue per non rinnegare la fede), i confessores (che restavano rinchiusi in prigione e che talvolta, circondati dall'ammirazione dei fedeli, cedettero di poter assumere nella Chiesa funzioni ed autorità riservate ai vescovi).

 

LA PERSECUZIONE DI DIOCLEZIANO

La strada tracciata da Decio fu seguita dai suoi successori, tra cui Valeriano, che caratterizzò la lotta al cristianesimo come lotta alle sue strutture gerarchiche e alla sua nascente organizzazione. Con Gallieno, suo figlio e successore, si aprì invece per i cristiani un periodo di pace, che durò per circa quarant'anni durante i quali l'Impero riconobbe per la prima volta l'esistenza ed i diritti di un'organizzazione altra da quella ufficiale, restituendo proprietà e titoli ai vescovi ed alle comunità. Giungiamo ad esaminare sinteticamente il comportamento di Diocleziano(10), dal momento che tutte le testimonianze convergono nell'indicare in lui l'autore della persecuzione nel corso della quale incontrarono il martirio anche Cosma e Damiano.
Prima di colpire i cristiani Diocleziano lasciò passare parecchio tempo: i precedenti avevano mostrato tutta la difficoltà dell'azione repressiva e probabilmente l'imperatore considerava più urgenti altri compiti, desiderava rafforzare la propria autorità con provvedimenti che lo rendessero popolare e misure bene accette a tutti i sudditi e, inoltre, temeva di provocare disordini troppo gravi che si sarebbero potuti rivelare ingovernabili.
Fu, con tutta probabilità, una decisone non del tutto autonoma: il 23 febbraio 303 Diocleziano si convinse ad emanare da Nicomedia, proclamata capitale dell'impero, un primo editto di persecuzione, che imponeva la distruzione delle chiese e la consegna dei libri sacri e di quelli liturgici, vietava le riunioni e privava i cristiani - in tutto o in parte, a seconda della loro condizione sociale - dei diritti civili. Vi furono dei martiri, nonostante l'imperatore non volesse spargimento di sangue.
A seguito di episodi di violenza e di tumulti scoppiati in alcune città, fu emanato (tra la primavera e l'estate) un secondo editto, che colpiva direttamente il clero, condannandolo alla prigionia. Un terzo editto (autunno dello stesso anno) concedeva l'amnistia ai cristiani prigionieri purché sacrificassero, e ne nacque un quarto editto che imponeva a tutti - come già aveva fatto Decio - il compimento di un atto pubblico di culto pagano (gennaio o febbraio del 304).
Non sappiamo con certezza se, come e con quali misure tali disposizioni furono eseguite; ne risultava certamente di difficile realizzazione l'applicazione sistematica in tutto il territorio dell'impero, visto che se ne ha notizia certa solamente per l'Oriente e a partire dal 306, quando furono incaricate dell'esecuzione del decreto le autorità municipali.in questo scenario si concluse la storia terrena di Cosma e Damiano, e certamente in questa parte dell'impero fu più alto il tributo offerto dai martiri all'affermazione del Cristianesimo, che stava per subire una svolta memorabile con l'editto di Milano del 313, emanato dall'imperatore Costantino, che concesse a tutti i sudditi dell'impero - e in particolare ai cristiani - la piena libertà di culto.

 

LE TESTIMONIANZE SULLE PERSECUZIONI
Fin dai primi tempi fu grandissima la venerazione per i martiri: il giorno del loro supplizio fu considerato il dies natalis, giorno della nascita al cielo, e se ne commemorava l'anniversario; si formò una vera e propria letteratura che, da succinto racconto o da semplice trascrizione degli atti del processo, si sviluppò e si arricchì fino a dare origine a due autentici generi letterari: gli Acta e le Passiones.
Sull'autenticità e sul valore storico di questi testi si è discusso e si discute ancora: se questi scritti non aggiungono molto a quanto si conosce sulle persecuzioni, risultano spesso illuminanti sul modo di pensare e di sentire dell'ambiente cristiano nel quale furono redatti.
Va aggiunto che - conclusasi la triste fase delle persecuzioni - con il trionfo del Cristianesimo il culto dei martiri assunse addirittura toni di fanatismo: gli Atti esistenti, essenziali e semplici com'erano, non soddisfacevano i gusti ed i desideri del popolo, che esigeva qualcosa di più pittoresco e più ricco di effetto. A partire da pochi anni dopo l'editto di Costantino del 313, nascono allora composizioni del tutto diverse da quelle precedenti: il martire non è più l'umile confessore della fede in Cristo, che soffre in lui e gli dona la forza per superare la prova, ma l'eroe impavido che sfida l'ira e la furia del magistrato, che assume a sua volta le caratteristiche del carnefice, sempre raffigurato come crudelissimo e fantasioso nella ricerca di torture e supplizi sempre più crudeli e raffinati.
Prende così corpo il genere delle Passioni epiche o Gesta, al quale appartengono anche i testi che ci hanno tramandato il ricordo dei martiri più famosi e celebrati: insieme a quelli che riguardano Lorenzo, Sebastiano, Sisto, Agnese,Cecilia, Agata, Lucia, troviamo qui anche il racconto delle vicende di Cosma e Damiano(11).
In questi racconti biografici confluiscono motivi del romanzo avventuroso di gusto ellenistico, rielaborazioni di documenti preesistenti, echi di tradizioni orali e perfino…invenzioni, quando riguardano avvenimenti ormai molto lontani: non attribuiremo loro, dunque, alcun valore? Questi testi risultano, secondo gli studiosi del genere - dediti ad un'impresa pressoché disperata quale scoprire se e dove ci sia in essi qualcosa di storicamente attendibile - quasi del tutto privi di valore storico, ma conservano l'importante ed insostituibile valore di testimonianza del sentimento religioso che animava i cristiani del tempo.
Questo tratto ha permesso loro di godere per secoli del massimo favore, nonché di giungere fin a noi, anche se ha fatto sì che fossero trascurati, fino ad andare irrimediabilmente perduti, documenti più antichi che avrebbero avuto certamente ben altro valore e significato.

 

UNA CONCLUSIONE
Non è dato conoscere in quale contesto ed in relazione a quale degli editti appena citati Cosma e Damiano trovarono la morte. Recuperando, però, alcune suggestioni provenienti dalla descrizione del quadro sociale della loro epoca, possiamo immaginare una duplice dimensione della loro testimonianza cristiana: da una parte i medici, esponenti di una classe sociale che oggi definiremmo della piccola borghesia, e che non godeva di particolare considerazione se non presso il popolo. Dall'altra, possiamo legittimamente immaginarli su quelle strade di campagna per le quali ormai, più che per le arterie importanti, viaggiava anche il Vangelo: e allora ecco che essi assumono, in più, i tratti dei missionari: chi avrebbe mai pensato che l'arte della medicina da essi esercitata con la risaputa sapienza e perizia avesse dovuto farsi strada tra tante difficoltà sociali,in un contesto di così acuto dissesto economico-sociale?
Un terzo tratto può accomunare i precedenti e sintetizzare il modello che può essere proposto ad ogni cristiano di ogni epoca, anche al di là della pur impressionante aneddotica che riguarda il loro martirio. Questo tratto ci viene ricordato da una - credo - trascurata invocazione che pure ricorre nelle tradizionali preghiere della novena in onore dei Santi Cosma e Damiano: la fedeltà testimoniata attraverso il martirio del dovere quotidiano. Normalmente - è la conclusione degli storici - i martiri non morivano nel mezzo di prove spettacolari, né tanto meno davanti ad un pubblico trepidante: trovavano la morte lungo vie comuni, dove li raggiungeva la determinazione di chi era incaricato dell'uccisione, per mano di sconosciuti che non li riconoscevano, esattamente come accadeva ai delinquenti comuni.
Grandi, certamente, nella loro morte da Santi, Cosma e Damiano meritano di essere onorati ed imitati innanzitutto in quella grandezza feriale che per ogni cristiano è la vocazione alla santità, da realizzare lungo le strade comuni della vita quotidiana.

Antonella Longo

 

Note:
1. cfr. per l'argomento Paolo Siniscalco, Le vie di commercio e la diffusione del Cristianesimo, in Atti del Convegno su "Mondo greco-romano e cristianesimo", Roma 1980)
2. Viene in essa delineata, con evidente carattere agiografico e abbondante ricorso all'aneddotica ed alla fantasia, la figura del patriarca Antonio il Grande (251 - 356 ca.), fondatore del monachesimo, noto come uomo di preghiera, lottatore contro i demoni, risanatore di infermi e guida di anime.
3. M.Rostovzev, Storia economica e sociale dell'impero romano, trad. it. G.Sanna, Firenze 1953, pp.587-588 passim
4. Nato forse ad Alessandria intorno al 185, è il pensatore cristiano che, prima dell'importante concilio di Nice, ha esercitato l'influenza maggiore sullo sviluppo della teologia, dell'esegesi e della spiritualità.Indirizzato dal padre allo studio critico della Scrittura, fu il fondatore della scuola di Alessandria, nella quale si consolidò il metodo allegorico-spirituale dell'esegesi biblica e prese il via una prodigiosa attività letteraria, che condusse Origene a viaggiare in oriente ed anche fino a Roma ma che fu anche causa di invidie, gelosie, incomprensioni, contrasti e dissidi. Fu vittima della persecuzione di Decio, trovando la morte a Tiro, nel 253, a seguito delle sofferenze inflittegli in prigione.
5. cfr.Contro Celso 3,9
6.Oggi regione della Turchia. Cosma e Damiano sono definiti anche arabi dalle Passiones che ne raccontano il martirio, per sottolineare che essi non erano ellenizzati o romani, ma conservavano lingua, tradizioni ed usi della loro regione di nascita. La notizia nasce presumibilmente dal fatto che alcuni scrittori tardivi scrissero quando la Cilicia era sotto il dominio arabo, ossia dopo il 640 d.C.
7.Le teorie principali in proposito sono riconducibili a tre orientamenti, rappresentati da altrettanti studiosi :
§ i cristiani sarebbero stati condannati come colpevoli di delitti comuni -lesa maestà, adunanze segrete- connessi all'esercizio del loro culto oppure di cui venivano giudicati colpevoli- come il famoso incendio di Roma del 64 d.C. sotto Nerone, l'infanticidio o l'incesto dei quali li accusava la voce popolare- (Le Blant)
§ la supposta esistenza di una legge di Nerone contro i cristiani, cui avrebbe fatto riferimento Tertulliano sostenendo la fortunata tesi per cui persecutori sarebbero stati gli imperatori caratterialmente violenti (P.Allard)
§ la tendenza accentuata degli imperatori a garantire, attraverso i magistrati, l'ordine pubblico in un periodo di grave e diffuso disordine sociale (T.Mommsen).
Per un'informazione sintetica ma puntuale su tutta la tematica cfr. A.Pincherle, Introduzione al cristianesimo antico, Bari 19781
8. "Noi non approviamo coloro che si offrono spontaneamente: perché il Vangelo non insegna così", scrive il redattore del Martirio di Policarpo a proposito dell'apostasia di un certo Quinto, che prima si era consegnato spontaneamente ai carnefici.
9. Tra costoro va certamente ricordato Cipriano, vescovo di Cartagine, persuaso che in quel momento tanto difficile alla sua comunità fosse più utile del suo martirio la sua vita ed il suo governo fermo e sicuro, e che pure morirà martire qualche anno dopo.
10. Nato in Dalmazia verso il 243, morì certamente dopo il 305, quando lasciò la carica di imperatore che ricopriva dal 284. La sua politica religiosa puntò a restaurare la fede romana tradizionale, con il culto particolare di Giove, intelligenza e volontà divina, e di Ercole, esecutore della stessa volontà. Da queste due divinità vennero fatte discendere le due dinastie dell'imperatore e di Massimiano, che lo affiancava nell'impero a seguito della riforma varata da Diocleziano, che prevedeva una nuova ripartizione amministrativa costituita da 4 prefetture, 12 diocesi e 96 province e la divisione del potere centrale tra due Cesari e due Augusti, nota come tetrarchia.
11. I racconti che riguardano Cosma e Damiano si trovano in Acta SS septembris, t.VII, Parisii-Romae 1867, pp.400-448.