SANTI,
NON SANTINI
Cosma e Damiano, martiri- testimoni della storia
del loro tempo PREMESSA
Esistono studi certamente esaustivi ed autorevoli sul contesto
sociale, storico ed economico entro il quale si colloca la vicenda
umana dei martiri Cosma e Damiano. Con questa ricostruzione sintetica
cerchiamo di metterne a disposizione di tutti i lettori non specialisti
le linee generali, nella speranza di suscitare qualche curiosità
e desiderio di approfondimento, che potranno essere ampiamente
soddisfatti attingendo alla copiosa bibliografia esistente, volutamente
non citata perché agevolmente rintracciabile.
Il tentativo è quello di andare oltre il santino: senza
attentare in alcun modo alla statura di testimoni della fede cristiana
che la storia e la tradizione hanno attribuito per sempre ai martiri
Cosma e Damiano, proviamo a rintracciare i segni della quotidianità
entro i quali maturò la loro esperienza di uomini e di
cristiani, cercando così di intravedere una chiave di lettura
meno tradizionale della loro testimonianza, per contemplare in
loro il modello di laici che seppero leggere i segni dei tempi,
vivendo fino in fondo le difficoltà estreme del loro tempo.
DIFFUSIONE DEL VANGELO E VIE COMMERCIALI: I PRIMI DUE SECOLI.
Nel suo periodo più antico la trasmissione del Vangelo
segue inevitabilmente vie già tracciate per altri scopi:
si parla delle vie del commercio. Su di esse transitavano le carovane,
che non erano soltanto il mezzo di trasporto delle merci più
varie, ma rappresentavano anche una delle maniere privilegiate
- quando non erano la sola maniera regolare - per mantenere i
rapporti tra singoli e tra interi gruppi sociali.
Gli itinerari secondo i quali si diffuse l'annuncio del Vangelo
seguono traiettorie diverse nei primi tre secoli del Cristianesimo.
Il fenomeno è complesso ed ancora soggetto a studi e ricerche,
ma è possibile delineare in maniera sintetica queste direttrici
di marcia.(1)
Nel corso del primo secolo d.C. il Vangelo si diffonde essenzialmente
lungo un asse che dalla Palestina-Siria - la terra che costituisce
la sua culla - raggiunge ed investe l'Anatolia, la Grecia e l'Italia.Sarà
questa la medesima strada che in secoli posteriori percorreranno
i pellegrini antichi e medioevali in viaggio verso la Terra Santa.
Nel II secolo d.C. questo movimento di diffusione del Vangelo
si apre come a ventaglio verso Est (e raggiunge la Mesopotamia
e regioni limitrofe), verso Ovest (e permea l'Egitto e l'Africa
Settentrionale) e verso nord-ovest (raggiungendo la Gallia e la
Spagna e cominciando a penetrare nelle terre germaniche).
In entrambi questi periodi la missione di annuncio del Vangelo
segue senza dubbio le rotte commerciali di terra e di mare, mentre
i suoi punti di forza si concentrano nei centri cittadini dei
traffici e dell'attività mercantile, con particolare riferimento
ai porti. E' questo il primo impatto dell'annuncio cristiano con
le condizioni concrete della vita quotidiana del tempo: contatto
certamente non semplice e non immune da contrasti e resistenze,
come testimonia già la complessa vicenda dell'attività
apostolica di grandi messaggeri come Paolo di Tarso.
I cristiani - come attesta la stessa testimonianza autobiografica
di Paolo e come testimoniano Ireneo, Clemente di Alessandria e
Tertulliano - ebbero rispetto all'attività commerciale
una posizione favorevole, ponendo solo due condizioni: che il
commercio non comportasse il traffico di merci che avessero a
che fare con l'idolatria e che la sete di guadagno non andasse
a discapito dell'onestà.
Appare quindi naturale la scelta dei maggiori centri abitati -
Emessa, Antiochia, Efeso, Smirne, Filippi, Tessalonica, Atene,
Corinto, Alessandria, Roma - quali basi di diffusione e punti
di irraggiamento del messaggio evangelico.
E benché proprio negli stessi anni il Vangelo trovi una
forma radicale di testimonianza nella scelta di vita ascetica
dei monaci (coloro che vivono da soli) o anacoreti (coloro che
si separano dalla vita comune), può essere significativa
a proposito del ruolo esercitato dalle città proprio un
gustoso episodio riportato dalla Vita di Antonio scritta da Atanasio.
(2)
Satana appare ad Antonio, grande ed alto di fronte a lui, lamentandosi
perché ad ogni momento è maledetto e denunciando,
così, tutta la sua debolezza. Un tempo le città
erano sicure riserve del suo esclusivo dominio, mentre ora nelle
città vi sono i cristiani,"Non ho più luogo,
non ho più saetta, non ho città", il deserto
è pieno a sua volta di eremiti e non è detto che
essi, con le loro pratiche ascetiche, non riescano a trasformarlo
in una città
LO
SCENARIO DEL III SECOLO d.C.
L'esercito
diventa il rappresentante delle aspirazioni delle classi inferiori
dell'impero romano, servendosi quali strumenti degli imperatori,
che esso nomina e sostiene e dando origine, praticamente, al caos.
Infuria la guerra civile, che conduce l'impero sull'orlo della
distruzione totale. D'altra parte, le masse popolari si stancano
della lotta e bramano la pace, a qualunque costo. Il fondamento
della riforma, quanto mai urgente per salvaguardare l'impero,
doveva essere necessariamente stabilire condizioni di uguaglianza;
il nuovo ordinamento non avrebbe potuto mantenere, quindi, la
funzione direttiva esercitata finora dalle città, ma doveva
fondarsi sulla campagna e sui contadini. Ecco il ritratto che
di questo periodo traccia uno dei massimi studiosi dell'antichità(3):
Gli uomini che abitavano l'impero avevano assolutamente perduto
il proprio equilibrio, dappertutto regnando odio e invidia; i
contadini odiavano i proprietari di terre e i funzionari, il proletariato
delle città odiava la borghesia cittadina, l'esercito era
odiato da tutti, anche dai contadini. I cristiani erano odiati
ed aborriti dai pagani, che li consideravano una torma di criminali
occupata a scalzare lo Stato. Il lavoro era disorganizzato, la
produttività declinante; il commercio rovinato dalla mancanza
di sicurezza sui mari e sulle strade; l'agricoltura attraversava
una terribile crisi perché la decadenza del commercio e
dell'industria la privava del capitale necessario e le pesanti
esigenze dello Stato le rapivano la mano d'opera e la maggior
parte dei suoi prodotti. Le relazioni tra lo Stato e i contribuenti
assumevano l'aspetto di una rapina più o meno metodica,
l'amministrazione era corrotta ed immorale [
] Il disordine
più spaventoso regnava in tutto l'impero rovinato.
Anche per quanto riguarda il rapporto tra le vie commerciali e
le arterie di diffusione dell' annuncio cristiano, evidentemente,
la situazione che si delinea nel III secolo appare alquanto modificata:
le condizioni politiche, sociali ed economiche si sono deteriorate
progressivamente, gli scambi commerciali conoscono una grave crisi
a motivo dello stato di guerra perenne generato dalle pressioni
straniere ai confini orientali dell'impero e dalle invasioni dei
barbari; la rete delle comunicazioni diventa quindi più
insicura e meno frequentata.
Il cristianesimo gode invece in questo periodo due lunghi periodi
di tolleranza, con la straordinaria accelerazione della sua espansione.
Può sembrare paradossale, ma la nuova religione, non più
favorita dal fiorire delle città e dal prosperare dei commerci,
si avvantaggia della crisi che investe entrambe queste realtà:
il raggio d'influenza del Cristianesimo diventa più ristretto
dal punto di vista geografico, ma il movimento di diffusione si
fa più capillare ed intenso: dai centri maggiori si propaga
ai minori, dai centri minori si estende alle campagne.
Non sono più le grandi arterie del traffico commerciale,
quindi, il tramite privilegiato della diffusione del Vangelo,
ma le vie secondarie: una realtà descritta con piena consapevolezza
da uno dei massimi esponenti della fede e della cultura cristiana
dell'epoca, Origene(4), che intorno al 250 rileva quello che comporta
la figura del missionario che cammina non solo di città
in città, ma anche di paese in paese, di podere in podere.(5)
Questo doveva essere lo scenario entro il quale si colloca la
nascita di Cosma e Damiano, nella provincia romana di Cilicia(6),
in una regione che faceva certamente riferimento - sia dal punto
di vista economico che da quello religioso - al centro di Antiochia.
Questo era il cristianesimo, ad impronta fortemente missionaria,
secondo i cui principi essi furono allevati. Va notato che tutto
questo movimento non è riconducibile ad un'organizzazione
centralizzata delle comunità cristiane, non ancora evidenziabile,
ma alla presenza di centri d'irraggiamento già costituiti,
stabili e saldi: in Egitto, in Arabia, Persia, Armenia, Asia minore,
Gallia meridionale.
Nasce da questa situazione un altro fenomeno paradossale: il gran
numero delle conversioni crea sorprese e problemi alla Chiesa
ancora nascente, come mostrerà l'improvvisa e violenta
persecuzione di Decio e di Valeriano alla metà del secolo.
Di essa ci occupiamo perché costituisce il terreno nel
quale assumerà consistenza la testimonianza dei martiri,
tra i quali i nostri Cosma e Damiano.
NE'
SEMPRE PERSEGUITATI, NE' SEMPRE MARTIRI
L'atteggiamento
dell'Impero romano nei confronti del Cristianesimo costituisce
una problematica storica di grande rilevanza e complessità,
anche perché rappresenta uno dei punti critici circa la
progressiva decadenza dell'Impero stesso. Qui basti ricordare
che tale atteggiamento si configurò fino al III secolo
d.C. di volta in volta come indifferenza, tolleranza, simpatia,
avversione e, infine, aperta persecuzione.
E' opportuno ricordare soltanto che la questione si prospettava
inizialmente sotto due aspetti essenziali, tra loro connessi:
come e perché Roma , largamente tollerante per motivi politici
verso i culti stranieri, ricorse alla repressione violenta solo
nei confronti dei cristiani; quali furono le motivazioni giuridiche
delle persecuzioni, ovvero in base a quali norme i cristiani potevano
essere giudicati e condannati.(7)
In seguito si è affermata la tendenza a considerare l'azione
dei singoli imperatori nel campo religioso ponendola in relazione
con le direttive fondamentali della loro politica; in questo modo
si spiegherebbero più agevolmente le oscillazioni tra momenti
di repressione più decisa e lunghi periodi di pace.
All'epoca della quale ci stiamo occupando - il periodo che coincide
con la vita dei martiri Cosma e Damiano, ovvero il periodo 250-303
d.C. - il Cristianesimo appare ormai diverso dal Giudaismo, portatore
di una propria teologia e di una originale visione del mondo.
L'alternativa per gli imperatori di turno appariva quindi chiara:
o il Cristianesimo accettava di confluire nella religione dello
Stato o restava avversario irriducibile, da combattere e, se possibile,
da eliminare attraverso una decisa repressione.
O una politica conciliante, quindi, connessa con un generale disegno
politico di restaurazione attraverso le riforme, oppure la forza,
che - con le opportune minacce e qualche condanna esemplare -
avrebbe almeno indotto un buon numero di cristiani ad inserirsi
nella religiosità ufficiale.
L'imperatore Decio emanò dunque nel 250 un provvedimento
generale, con il quale a tutti i cittadini era imposto di compiere
un atto di culto da cui risultasse l'adesione alla religione ufficiale
dell'Impero romano: chi lo avesse compiuto, esibendo il relativo
documento rilasciato dalle autorità, non avrebbe avuto
altri problemi. Naturalmente questa disposizione toccava da vicino
i cristiani, creando loro un caso di coscienza circa la scelta
tra i doveri verso l'autorità - pure prescritti dai testi
sacri - e quelli verso Dio. Allo stesso imperatore Decio si deve
la prima persecuzione per editto, emanata proprio nel 250 a.C.,
presunto anno di nascita dei nostri Cosma e Damiano.
Che cosa accadde? In realtà, benché il numero dei
cristiani fosse enormemente accresciuto, non tutti erano eroi,
e neppure animati da quell'ardore che spingeva alcuni a provocare
le autorità per procurarsi il martirio: è interessante
notare - forse contrariamente a quanto si sia indotti a credere
- che questo atteggiamento era piuttosto deplorato come forma
larvata di suicidio o tentativo di imporsi alla comunità
che ammirato e indicato ad esempio dai vescovi(8).
Ci fu quindi chi si affrettò a compiere l'atto di culto
prescritto, chi cedette alle violenze e alle minacce o alle richieste
dei magistrati ( talvolta disponibili, talvolta corrotti).Ci fu
chi si diede alla fuga, non per dolo ma per concreta considerazione
del bene maggiore derivante dalla propria scelta(9).
Certamente non pochi sacrificarono o offrirono incenso agli dei
o all'imperatore, non pochi ottennero in qualche modo il famoso
certificato che avrebbe consentito loro una vita tranquilla.
Si ebbero così varie categorie di cristiani : i lapsi (
coloro che erano caduti nel rinnegamento della fede ), i thurificati
( che avevano bruciato incenso), i libellatici ( che avevano ottenuto
il certificato, libellus, anche per denaro per astuzia, senza
sacrificare), gli stantes (che si erano mantenuti fermi nella
fede, pur senza incorrere in sofferenze), i martyres (che avevano
versato il sangue per non rinnegare la fede), i confessores (che
restavano rinchiusi in prigione e che talvolta, circondati dall'ammirazione
dei fedeli, cedettero di poter assumere nella Chiesa funzioni
ed autorità riservate ai vescovi).
LA
PERSECUZIONE DI DIOCLEZIANO
La
strada tracciata da Decio fu seguita dai suoi successori, tra
cui Valeriano, che caratterizzò la lotta al cristianesimo
come lotta alle sue strutture gerarchiche e alla sua nascente
organizzazione. Con Gallieno, suo figlio e successore, si aprì
invece per i cristiani un periodo di pace, che durò per
circa quarant'anni durante i quali l'Impero riconobbe per la prima
volta l'esistenza ed i diritti di un'organizzazione altra da quella
ufficiale, restituendo proprietà e titoli ai vescovi ed
alle comunità. Giungiamo ad esaminare sinteticamente il
comportamento di Diocleziano(10), dal momento che tutte le testimonianze
convergono nell'indicare in lui l'autore della persecuzione nel
corso della quale incontrarono il martirio anche Cosma e Damiano.
Prima di colpire i cristiani Diocleziano lasciò passare
parecchio tempo: i precedenti avevano mostrato tutta la difficoltà
dell'azione repressiva e probabilmente l'imperatore considerava
più urgenti altri compiti, desiderava rafforzare la propria
autorità con provvedimenti che lo rendessero popolare e
misure bene accette a tutti i sudditi e, inoltre, temeva di provocare
disordini troppo gravi che si sarebbero potuti rivelare ingovernabili.
Fu, con tutta probabilità, una decisone non del tutto autonoma:
il 23 febbraio 303 Diocleziano si convinse ad emanare da Nicomedia,
proclamata capitale dell'impero, un primo editto di persecuzione,
che imponeva la distruzione delle chiese e la consegna dei libri
sacri e di quelli liturgici, vietava le riunioni e privava i cristiani
- in tutto o in parte, a seconda della loro condizione sociale
- dei diritti civili. Vi furono dei martiri, nonostante l'imperatore
non volesse spargimento di sangue.
A seguito di episodi di violenza e di tumulti scoppiati in alcune
città, fu emanato (tra la primavera e l'estate) un secondo
editto, che colpiva direttamente il clero, condannandolo alla
prigionia. Un terzo editto (autunno dello stesso anno) concedeva
l'amnistia ai cristiani prigionieri purché sacrificassero,
e ne nacque un quarto editto che imponeva a tutti - come già
aveva fatto Decio - il compimento di un atto pubblico di culto
pagano (gennaio o febbraio del 304).
Non sappiamo con certezza se, come e con quali misure tali disposizioni
furono eseguite; ne risultava certamente di difficile realizzazione
l'applicazione sistematica in tutto il territorio dell'impero,
visto che se ne ha notizia certa solamente per l'Oriente e a partire
dal 306, quando furono incaricate dell'esecuzione del decreto
le autorità municipali.in questo scenario si concluse la
storia terrena di Cosma e Damiano, e certamente in questa parte
dell'impero fu più alto il tributo offerto dai martiri
all'affermazione del Cristianesimo, che stava per subire una svolta
memorabile con l'editto di Milano del 313, emanato dall'imperatore
Costantino, che concesse a tutti i sudditi dell'impero - e in
particolare ai cristiani - la piena libertà di culto.
LE TESTIMONIANZE SULLE PERSECUZIONI
Fin dai primi tempi fu grandissima la venerazione per i martiri:
il giorno del loro supplizio fu considerato il dies natalis, giorno
della nascita al cielo, e se ne commemorava l'anniversario; si
formò una vera e propria letteratura che, da succinto racconto
o da semplice trascrizione degli atti del processo, si sviluppò
e si arricchì fino a dare origine a due autentici generi
letterari: gli Acta e le Passiones.
Sull'autenticità e sul valore storico di questi testi si
è discusso e si discute ancora: se questi scritti non aggiungono
molto a quanto si conosce sulle persecuzioni, risultano spesso
illuminanti sul modo di pensare e di sentire dell'ambiente cristiano
nel quale furono redatti.
Va aggiunto che - conclusasi la triste fase delle persecuzioni
- con il trionfo del Cristianesimo il culto dei martiri assunse
addirittura toni di fanatismo: gli Atti esistenti, essenziali
e semplici com'erano, non soddisfacevano i gusti ed i desideri
del popolo, che esigeva qualcosa di più pittoresco e più
ricco di effetto. A partire da pochi anni dopo l'editto di Costantino
del 313, nascono allora composizioni del tutto diverse da quelle
precedenti: il martire non è più l'umile confessore
della fede in Cristo, che soffre in lui e gli dona la forza per
superare la prova, ma l'eroe impavido che sfida l'ira e la furia
del magistrato, che assume a sua volta le caratteristiche del
carnefice, sempre raffigurato come crudelissimo e fantasioso nella
ricerca di torture e supplizi sempre più crudeli e raffinati.
Prende così corpo il genere delle Passioni epiche o Gesta,
al quale appartengono anche i testi che ci hanno tramandato il
ricordo dei martiri più famosi e celebrati: insieme a quelli
che riguardano Lorenzo, Sebastiano, Sisto, Agnese,Cecilia, Agata,
Lucia, troviamo qui anche il racconto delle vicende di Cosma e
Damiano(11).
In questi racconti biografici confluiscono motivi del romanzo
avventuroso di gusto ellenistico, rielaborazioni di documenti
preesistenti, echi di tradizioni orali e perfino
invenzioni,
quando riguardano avvenimenti ormai molto lontani: non attribuiremo
loro, dunque, alcun valore? Questi testi risultano, secondo gli
studiosi del genere - dediti ad un'impresa pressoché disperata
quale scoprire se e dove ci sia in essi qualcosa di storicamente
attendibile - quasi del tutto privi di valore storico, ma conservano
l'importante ed insostituibile valore di testimonianza del sentimento
religioso che animava i cristiani del tempo.
Questo tratto ha permesso loro di godere per secoli del massimo
favore, nonché di giungere fin a noi, anche se ha fatto
sì che fossero trascurati, fino ad andare irrimediabilmente
perduti, documenti più antichi che avrebbero avuto certamente
ben altro valore e significato.
UNA
CONCLUSIONE
Non è dato conoscere in quale contesto ed in relazione
a quale degli editti appena citati Cosma e Damiano trovarono la
morte. Recuperando, però, alcune suggestioni provenienti
dalla descrizione del quadro sociale della loro epoca, possiamo
immaginare una duplice dimensione della loro testimonianza cristiana:
da una parte i medici, esponenti di una classe sociale che oggi
definiremmo della piccola borghesia, e che non godeva di particolare
considerazione se non presso il popolo. Dall'altra, possiamo legittimamente
immaginarli su quelle strade di campagna per le quali ormai, più
che per le arterie importanti, viaggiava anche il Vangelo: e allora
ecco che essi assumono, in più, i tratti dei missionari:
chi avrebbe mai pensato che l'arte della medicina da essi esercitata
con la risaputa sapienza e perizia avesse dovuto farsi strada
tra tante difficoltà sociali,in un contesto di così
acuto dissesto economico-sociale?
Un terzo tratto può accomunare i precedenti e sintetizzare
il modello che può essere proposto ad ogni cristiano di
ogni epoca, anche al di là della pur impressionante aneddotica
che riguarda il loro martirio. Questo tratto ci viene ricordato
da una - credo - trascurata invocazione che pure ricorre nelle
tradizionali preghiere della novena in onore dei Santi Cosma e
Damiano: la fedeltà testimoniata attraverso il martirio
del dovere quotidiano. Normalmente - è la conclusione degli
storici - i martiri non morivano nel mezzo di prove spettacolari,
né tanto meno davanti ad un pubblico trepidante: trovavano
la morte lungo vie comuni, dove li raggiungeva la determinazione
di chi era incaricato dell'uccisione, per mano di sconosciuti
che non li riconoscevano, esattamente come accadeva ai delinquenti
comuni.
Grandi, certamente, nella loro morte da Santi, Cosma e Damiano
meritano di essere onorati ed imitati innanzitutto in quella grandezza
feriale che per ogni cristiano è la vocazione alla santità,
da realizzare lungo le strade comuni della vita quotidiana.
Antonella Longo
Note:
1. cfr. per l'argomento Paolo Siniscalco, Le vie di commercio
e la diffusione del Cristianesimo, in Atti del Convegno su "Mondo
greco-romano e cristianesimo", Roma 1980)2.
Viene in essa delineata, con evidente carattere agiografico e
abbondante ricorso all'aneddotica ed alla fantasia, la figura
del patriarca Antonio il Grande (251 - 356 ca.), fondatore del
monachesimo, noto come uomo di preghiera, lottatore contro i demoni,
risanatore di infermi e guida di anime.
3. M.Rostovzev, Storia economica e sociale dell'impero romano,
trad. it. G.Sanna, Firenze 1953, pp.587-588 passim
4. Nato forse ad Alessandria intorno al 185, è il pensatore
cristiano che, prima dell'importante concilio di Nice, ha esercitato
l'influenza maggiore sullo sviluppo della teologia, dell'esegesi
e della spiritualità.Indirizzato dal padre allo studio
critico della Scrittura, fu il fondatore della scuola di Alessandria,
nella quale si consolidò il metodo allegorico-spirituale
dell'esegesi biblica e prese il via una prodigiosa attività
letteraria, che condusse Origene a viaggiare in oriente ed anche
fino a Roma ma che fu anche causa di invidie, gelosie, incomprensioni,
contrasti e dissidi. Fu vittima della persecuzione di Decio, trovando
la morte a Tiro, nel 253, a seguito delle sofferenze inflittegli
in prigione.
5. cfr.Contro Celso 3,9
6.Oggi regione della Turchia. Cosma e Damiano sono definiti anche
arabi dalle Passiones che ne raccontano il martirio, per sottolineare
che essi non erano ellenizzati o romani, ma conservavano lingua,
tradizioni ed usi della loro regione di nascita. La notizia nasce
presumibilmente dal fatto che alcuni scrittori tardivi scrissero
quando la Cilicia era sotto il dominio arabo, ossia dopo il 640
d.C.
7.Le teorie principali in proposito sono riconducibili a tre orientamenti,
rappresentati da altrettanti studiosi :
§ i cristiani sarebbero stati condannati come colpevoli di
delitti comuni -lesa maestà, adunanze segrete- connessi
all'esercizio del loro culto oppure di cui venivano giudicati
colpevoli- come il famoso incendio di Roma del 64 d.C. sotto Nerone,
l'infanticidio o l'incesto dei quali li accusava la voce popolare-
(Le Blant)
§ la supposta esistenza di una legge di Nerone contro i cristiani,
cui avrebbe fatto riferimento Tertulliano sostenendo la fortunata
tesi per cui persecutori sarebbero stati gli imperatori caratterialmente
violenti (P.Allard)
§ la tendenza accentuata degli imperatori a garantire, attraverso
i magistrati, l'ordine pubblico in un periodo di grave e diffuso
disordine sociale (T.Mommsen).
Per un'informazione sintetica ma puntuale su tutta la tematica
cfr. A.Pincherle, Introduzione al cristianesimo antico, Bari 19781
8. "Noi non approviamo coloro che si offrono spontaneamente:
perché il Vangelo non insegna così", scrive
il redattore del Martirio di Policarpo a proposito dell'apostasia
di un certo Quinto, che prima si era consegnato spontaneamente
ai carnefici.
9. Tra costoro va certamente ricordato Cipriano, vescovo di Cartagine,
persuaso che in quel momento tanto difficile alla sua comunità
fosse più utile del suo martirio la sua vita ed il suo
governo fermo e sicuro, e che pure morirà martire qualche
anno dopo.
10. Nato in Dalmazia verso il 243, morì certamente dopo
il 305, quando lasciò la carica di imperatore che ricopriva
dal 284. La sua politica religiosa puntò a restaurare la
fede romana tradizionale, con il culto particolare di Giove, intelligenza
e volontà divina, e di Ercole, esecutore della stessa volontà.
Da queste due divinità vennero fatte discendere le due
dinastie dell'imperatore e di Massimiano, che lo affiancava nell'impero
a seguito della riforma varata da Diocleziano, che prevedeva una
nuova ripartizione amministrativa costituita da 4 prefetture,
12 diocesi e 96 province e la divisione del potere centrale tra
due Cesari e due Augusti, nota come tetrarchia.
11. I racconti che riguardano Cosma e Damiano si trovano in Acta
SS septembris, t.VII, Parisii-Romae 1867, pp.400-448. |