|
News
dalla frontiera degli "ultimi "
Francia: cristiani all'attacco del consumismo
"Vivere semplicemente, perché gli altri possano semplicemente
vivere". Così la Comunità di Vita Cristiana (CVX) ha riassunto le
proprie riflessioni sullo sviluppo sostenibile in un seminario nazionale
tenuto in novembre a Parigi. Per i cristiani, corresponsabili della creazione,
la semplicità è uno stile di vita da scegliere quotidianamente, in ogni atto
di consumo: nella lotta contro l'"usa e getta", incoraggiando il
riciclaggio, condividendo beni e servizi, praticando il commercio equo e
trovando occasioni di sensibilizzazione sui problemi mondiali. Questa lotta al
consumismo e allo spreco impone cambiamenti nell'ambito del lavoro e del
tempo libero. La fede dà la fiducia e la solidarietà per condividere
concretamente le ricchezze del pianeta. Questi temi anticipano la Conferenza
delle Nazioni Unite sullo Sviluppo sostenibile che si svolgerà in
agosto/settembre di quest'anno a Johannesburg, Sudafrica. Vedi <www.johannesburgsummit.org>
Messico: uccisa una collaboratrice della Compagnia di
Gesù
Digna Ochoa, 37 anni, uno degli avvocati messicani più in vista nel campo dei
diritti umani è stata uccisa nel suo ufficio il 18 ottobre. Digna aveva
lavorato per molti anni al Centro per i Diritti umani dei gesuiti, il Pro-DH,
che prende nome dal Beato Miguel Agustin Pro SJ, martirizzato nel 1927. I
beneficiari più famosi del suo lavoro presso il Centro sono probabilmente
Rodolfo Montiel e Teodoro Cabrera, contadini impegnati nella lotta contro il
disboscamento indiscriminato dello Stato di Guerrero, in prigione dal maggio
1999 e considerati da Amnesty International "prigionieri di
coscienza" (HL10801). Gli assassini della Ochoa le hanno sparato tre
colpi a distanza ravvicinata. Vicino al corpo è stato trovato un biglietto
anonimo indirizzato ai suoi colleghi del Centro Pro-DH: "Figli di
puttana, se continuate succederà lo stesso a molti di voi. Uomo avvisato
...". Durante la Messa di suffragio di Digna, Edgar Cortez SJ, direttore
del Centro Pro-DH, ha definito il suo omicidio "un segnale
inquietante" del fatto che l'impunità continua a minare la giustizia in
Messico nonostante le promesse di riforma dell'amministrazione Fox. Più volte
minacciata di morte, nel 1999 Digna fu sequestrata per quattro ore e
picchiata. Due mesi dopo fu nuovamente sequestrata nella sua abitazione per
nove ore. Legata e bendata, subì un durissimo interrogatorio sui suoi
colleghi e clienti, e sui loro ipotetici legami con gruppi della guerriglia.
Ai sequestri non seguì alcun provvedimento giudiziario.
Digna Ochoa era una donna di grande spiritualità, che amava il silenzio e la
riflessione. Difendeva senza paura chiunque subisse ingiustizie: militanti,
ragazzi di strada, prigionieri politici, povera gente senza soldi, zapatisti.
I casi importanti che seguiva attiravano spesso l'attenzione internazionale,
in particolare quando i suoi clienti accusavano l'esercito e le forze
dell'ordine messicane di averli torturati. "Tutto ciò che ha fatto per i
fratelli più indifesi, il Signore lo considera fatto a sé -- ha affermato il
Padre Generale della Compagnia di Gesù in un messaggio di condoglianze al
Centro Pro-DH -- ed Egli saprà ricompensarla a piene mani per la sua costante
dedizione fino al dono della vita". Dopo i sequestri del 1999, la Corte
Inter-Americana per i Diritti Umani emanò una risoluzione che chiedeva al
governo messicano di proteggere Digna Ochoa e altri difensori dei diritti
umani. In risposta al suo assassinio e alle reiterate minacce, il Provinciale
dei gesuiti messicani ha pubblicamente richiesto "piene garanzie per far
sì che tutti coloro che difendono i diritti umani nel nostro Paese possano
portare avanti il proprio lavoro secondo quanto stabilito dagli accordi
internazionali firmati dal governo messicano"
Per un dialogo fra cristiani e musulmani, di Tom Michel
SJ
Dopo gli attacchi terroristici di New York e Washington, restano speranze per
il dialogo e la cooperazione fra cristiani e musulmani? Dopo l'11 settembre ho
avuto molti contatti con musulmani, e ho sentito molti di loro esprimere il
proprio parere sugli attacchi e sulle loro conseguenze. Vengono espressi punti
di vista diversi, ma alcuni punti compaiono con frequenza. (1) Da parte
musulmana, la condanna degli attacchi terroristici come violazioni dei
precetti dell'Islam è stata universale. I musulmani condividono pienamente
l'orrore suscitato in tutto il mondo e i sentimenti di compassione per le
vittime. (2) In questa luce, le posizioni bellicose di alcuni politici e
giornalisti che invocano una "crociata" contro l'Islam suonano
irresponsabili e fuori luogo. Provocare migliaia di nuove vittime come
risposta alle morti del WTC e del Pentagono è una misura che né cristiani né
musulmani possono approvare. (3) Cristiani, musulmani e tutti coloro che si
preoccupano della sacralità della vita umana devono riflettere insieme sul
terrorismo. Che cos'è e da dove viene? Senza esaminarne con cura la natura e
le origini, i popoli non possono sperare di diminuirne la violenza. Le azioni
terroristiche nascono dalla percezione che il proprio gruppo subisce dei torti
da parte di un nemico dominante. Molti musulmani provano rabbia nei confronti
degli Stati Uniti perché questi usano la propria superiorità economica,
militare e diplomatica per opprimere e terrorizzare i popoli musulmani. I più
deboli ed estremisti entrano in organizzazioni come Al-Qa'ida alla ricerca di
vendetta e punizione.
(4) La mentalità terrorista demonizza i nemici dipingendoli come
costitutivamente malvagi, privi di qualità umane che li redimano, in modo da
giustificare facilmente qualsiasi azione si intraprenda contro di loro.
Proprio come alcuni musulmani hanno demonizzato il governo degli Stati Uniti,
così alcuni politici occidentali sembrano demonizzare l'Islam, dipingendo i
musulmani come irrimediabilmente estremisti, xenofobi, indicandoli come una
minaccia per la civiltà moderna, nonostante che la stragrande maggioranza dei
musulmani respinga e denunci la violenza contro innocenti. Cristiani e
musulmani devono opporsi con forza alla demonizzazione, che giustifica tanto
le azioni terroristiche quanto "una guerra fra culture" contro
interi popoli. (5) Chiunque controlli i media, modella l'opinione pubblica. I
media americani, intervistando famiglie delle vittime, sopravvissuti,
testimoni, pompieri e poliziotti, hanno reso un servizio positivo, "dando
un volto" alla tragedia, presentando gli attacchi terroristici come
violenze inferte a persone in carne ed ossa, e non solo come atti politici. Ma
ci si deve chiedere come mai le storie di un numero ancora più grande di
vittime innocenti in Palestina, Bosnia e Cecenia non siano state raccontate e
ricordate. [HL11002]
L'autore è Segretario per il Dialogo Interreligioso alla Curia Generalizia
della Compagnia di Gesù a Roma <interrel@sjcuria.org>
Zambia: svendute sementi transgeniche
Le opinioni a riguardo sono molte, ma scarseggiano dati attendibili sui
possibili rischi per la salute causati dai prodotti agricoli transgenici.
Servono metodi e idee originali per indagare sulle differenze fra prodotti
tradizionali e transgenici e sulla sicurezza delle tecniche genetiche
utilizzate per il loro sviluppo. Finora il metodo adottato di preferenza dai
produttori è stato quello di confrontare la composizione dei prodotti
transgenici con quella dei prodotti tradizionali: quando non ci sono
differenze significative, li si considera "sostanzialmente
equivalenti" e i nuovi prodotti sono brevettati senza test su animali. Ma
la "equivalenza sostanziale" non è un concetto scientifico e non ci
sono regole giuridicamente vincolanti per determinarla. L'insufficienza di
conoscenze sulle funzioni elementari del gene, sulla complessità dei
meccanismi metabolici e sulle conseguenze ecologiche di modificazioni
genetiche, per quanto modeste, rendono più difficile vendere sementi
transgeniche nei Paesi sviluppati. Così questi vengono venduti sottocosto nei
Paesi più poveri.
Paul Desmarais SJ del Kasisi Agricultural Training Centre (KATC) lavora da
trent'anni con gli agricoltori dello Zambia. "Le conseguenze sui piccoli
coltivatori saranno disastrose -- dice -- perché non potranno più usare le
proprie sementi e diverranno totalmente dipendenti da multinazionali come la
Monsanto". Un settore agricolo convenzionale sostenibile garantisce una
maggiore sicurezza alimentare, mentre le biotecnologie rendono i piccoli
coltivatori ancor più vulnerabili, in quanto essi vengono a dipendere da
fattori esterni molto costosi (come la meccanizzazione e i fertilizzanti) che
non si possono permettere. Il KATC insegna tecniche di agricoltura sostenibile
alle comunità rurali, attraverso corsi di silvicoltura, allevamento,
apicoltura, gestione dei pascoli, produzione casearia e uso della trazione
animale, e migliorando le pratiche tradizionali.
A proposito dell'11 Settembre...
La difesa della libertà umana è possibile solo se
intimamente legata alla misericordia e al perdono, espressioni sublimi
dell'amore e unico fondamento delle decisioni umane che rendono veramente
liberi. Gli attacchi terroristici di Washington e New York dell'11 settembre
furono attacchi diretti contro la vita, cercavano non solo di colpire, ma di
uccidere indiscriminatamente per creare la paura di vivere in libertà. Che
cosa abbiamo fatto perché l'ingiustizia, la guerra e il terrorismo
divenissero moneta corrente nella nostra civiltà il cui vanto è la libertà
come autentica forma e sostanza della vita umana? Ognuno deve porsi la
domanda. In primo luogo, gli americani, che possono trarre vantaggio dal
terribile avvenimento per imparare qualcosa di se stessi e del mondo in cui
vivono. Devono porsela anche i nemici degli Stati Uniti, quelli che se la sono
sentiti di far festa, senza riconoscere il vero peso delle cause e degli
effetti della tragedia. E tutti noi, come singoli e come popoli, poiché siamo
parte di questo momento della storia umana. Gli autori diretti e coloro che li
hanno protetti dovranno rispondere dei loro crimini.
Una risposta ispirata al perdono, la dimensione più divina dell'amore
misericordioso, può essere il modo migliore non solo di difendere la libertà,
ma anche di aprire una strada nuova e di liberazione nella storia umana. La
giustizia e la libertà non si ottengono con la strategia dell'"occhio
per occhio". È stato dimostrato altre volte nella storia sociale e nelle
vicende personali, ma non riusciamo a imparare la lezione e torniamo
ripetutamente a confidare in questa forma di reazione dinanzi agli eventi
collettivi e ai conflitti interpersonali. Abbiamo prodotto una
"cultura" della vendetta travestita da giustizia. La Giustizia del
Dio della Vita, che numerosi invochiamo dinanzi ai fatti dell'11 settembre,
inizia con l'abbraccio del perdono per aprire la via dell'amore che
ricostruisce le persone e le civiltà. Sarà possibile, in quest'occasione,
rompere il circolo vizioso del "dente per dente" per aprirci alla
dinamica della libertà conquistata attraverso la giustizia che nasce dal
perdono, dalla misericordia e dall'Amore? La porta di questo cammino è
aperta, l'invito ad attraversarla è rivolto a ciascuno di noi, a tutti i
popoli e tutte le culture del mondo. Facciamo il primo passo verso un
cambiamento profondo in questo aspetto cruciale delle nostre culture e del
nostro modo di reagire. "Occhio per occhio lascia tutti ciechi" (Gandhi).
G8 Genova
Il summit degli otto Paesi più industrializzati del mondo (G8) si svolgerà
a Genova tra il 20 e il 22 luglio. L'evento sta attirando l'attenzione di un
variegato insieme di movimenti che contestano i modelli di sviluppo dominanti,
i quali aggravano le disuguaglianze tra Paesi e tra persone e distruggono
l'ambiente. In uno scenario mondiale segnato da profonde ingiustizie, i leader
politici hanno una lettura della realtà politica ed economica che tiene conto
quasi esclusivamente dei "grandi". I membri delle congregazioni
religiose saranno presenti a Genova per richiamare l'attenzione del summit sui
"piccoli". Impegnati in maniera esplicita sul tema del debito che
schiaccia i Paesi poveri, sollevano anche tutte le grandi questioni della
giustizia sociale, dal rispetto dell'ambiente ai diritti dei bambini
sfruttati.
Gesuiti per la riduzione del debito e lo sviluppo (JDRAD) è una rete
internazionale con lo scopo di portare la voce e il contributo della Compagnia
laddove si dibattono i temi del debito e dello sviluppo. Insieme a circa 90
congregazioni religiose ed altre organizzazioni, JDRAD ha aderito al
Manifesto-appello interreligioso per una Giustizia economica in favore dei
Paesi impoveriti. Si tratta di un richiamo a intraprendere iniziative audaci
per creare un'economia nuova. Il manifesto non trascura precise indicazioni
operative come la cancellazione dell'intero debito dei Paesi poveri, la fine
dei programmi di aggiustamento strutturale, la stipulazione di accordi
commerciali internazionali vantaggiosi per le nazioni più povere. In unione
con fratelli di altre fedi, i religiosi parteciperanno al corteo
internazionale di sabato 21 luglio e vivranno due giorni di preghiera e
digiuno nella chiesa francescana di Sant'Antonio a Boccadasse, a partire da
venerdì 20 (ore 9.00). Sull'esempio dei conventi di clausura di Genova e di
molte parrocchie e gruppi di varie parti del mondo, sarà possibile unirsi
alla preghiera o inviare messaggi di solidarietà. "Voi non vi
rassegnerete a un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano
analfabeti, mancano di lavoro", fu l'appello rivolto dal Papa ai giovani
lo scorso anno. "Vi sforzerete con ogni energia di rendere questa terra
sempre più abitabile per tutti".
Perù: il terremoto distrugge... la solidarietà
costruisce
Il 23 giugno, scosse telluriche di 6,9 gradi della scala Richter hanno colpito
il Perù meridionale. Pochi mesi dopo El Salvador e Gujarat in India, un altro
paese povero è vittima di un terremoto che lascia dietro di sé 124 morti e
210 mila senza tetto. I danni più gravi sono nei dipartimenti di Moquegua,
Tacna e Arequipa, dove interi villaggi di contadini sono scomparsi, rasi al
suolo da colline franate, e nella città di Moquegua, che un sisma aveva già
distrutto 53 anni fa. Arequipa ha subito seri danni, Tacna è rimasta isolata
alcuni giorni. In questa città i gesuiti lamentano la morte di una giovane
catechista, mentre hanno subito danni materiali il Centro del Niño Trabajador
e la scuola di Fe y Alegría, ma i 200 bambini ospiti del centro sono
fortunatamente incolumi. "Malgrado tutto, le distruzioni non sono state
gravi come in altre circostanze simili", scrive P. Carlos Cardó, gesuita
peruviano che fu Provinciale e ora lavora a Roma. "Ciò dimostra che la
nostra gente, compresi i poveri, si preoccupano di costruire le loro piccole
case -- nei limiti delle possibilità -- con buone fondamenta, perché non
crollino durante i terremoti che in questa zona sono frequenti". Oltre
all'importante aiuto internazionale, la dimostrazione di solidarietà che più
colpisce viene dai poveri di ogni parte del Perù, che stanno ancora offrendo
abiti, cibo e denaro per aiutare chi ha perso tutto nel disastro. I primi
soccorsi sono coordinati dal Gruppo Apostolico Regionale della Compagnia.
Congo: CVX vicina ai più disperati
La R. D. del Congo di fatto vive da anni una situazione di guerra e il
tracollo dello stato. In questo contesto di grave difficoltà, la Comunità di
Vita Cristiana (CVX), guidata dalla spiritualità ignaziana, cerca di seguire
e servire Cristo nella realtà della vita di tutti i giorni. La CVX di
Lubumbashi realizza sforzi comunitari di cooperazione per ottenere giustizia e
pace e testimoniare la fede in maniera contro-culturale. Nel documento
"La nostra missione comune", ispirato ai Decreti sulla Missione
della 34 Congregazione Generale della Compagnia del 1995, membri della CVX si
impegnano in modo esplicito a fare analisi serie e adottare atteggiamenti
efficaci e responsabili contro la povertà e le sue cause. Ad esempio, nel
1994 CVX lanciò un progetto per aiutare contadini poveri congolesi ad
aumentare la resa dei terreni, migliorando le tecniche di coltivazione e
l'organizzazione del lavoro in comunità. Nonostante le enormi difficoltà
incontrate, l'iniziativa ha migliorato considerevolmente lo sviluppo umano
integrale di diciotto famiglie. Nella città di Lubumbashi da quasi dieci anni
CVX svolge anche un'intensa opera di servizio nelle carceri, attraverso la
gestione delle cucine e la cura di alcune malattie, oltre che nell'assistenza
legale con attenzione ai diritti umani.
Diremo no come Gandhi di Silvano Piovanelli,
cardinale
Il tema della globalizzazione è sul banco di prova del
mondo intero. È un argomento di formidabile difficoltà ed è posto con
urgenza alla riflessione dei responsabili dei popoli e di tutti i politici. A
seconda della soluzione, si decide un futuro diverso per l'umanità intera. C'è
una globalizzazione che corrisponde al disegno di Dio sull'umanità. Dopo la
Torre di Babele l'umanità divisa e dispersa è spinta da Dio in molti modi a
ritornare una sola famiglia, secondo la profezia della Pentecoste. Per questo
il quotidiano Avvenire poteva scrivere provocatoriamente quindici giorni fa:
«Cattolici, il G8 è affar nostro!». Non era già scritto nella
rivoluzionaria Enciclica del Papa Paolo VI Populorum progressio , quando
ancora non circolava la parola globalizzazione?: «È un umanesimo plenario
che bisogna promuovere. Che vuol dire questo, se non lo sviluppo di tutto
l'uomo e di tutti gli uomini?». Non sarebbe vera globalizzazione quella che
escludesse, nell'uomo, o la dimensione
fisica o quella intellettuale o quella affettiva o quella spirituale. Non
sarebbe vera globalizzazione quella che non abbracciasse, di proposito o di
fatto, tutti i popoli e tutti gli uomini. Una vera globalizzazione non potrà
non accettare le sfide dell'ecologia, della giustizia sociale, dell'etica.
Nell'ecologia si tratta di garantire la salvaguardia del creato secondo le
direttive e lo spirito dell'Assemblea ecumenica mondiale di Seul del 1990. La
giustizia
socio-economica deve superare da una parte la rigidità del collettivismo e i
suoi fallimenti storici e dall'altra gli egoismi miopi di un capitalismo
assolutista e accentratore. L'etica, nei suoi rapporti con la politica,
l'economia, la scienza, sceglie come metro l'uomo intero nella sua vita e
nella sua dignità, in un quadro dove i cristiani ripropongono l'universalità
dello specifico cristiano del Dio dell'amore. E' questa la globalizzazione che
s'imporrà al vertice di Genova? Il cosiddetto «Popolo di Seattle» contesta
la globalizzazione selvaggia e
senza regole che è attualmente in atto e che impone un modello di sviluppo
radicalmente centrato sul consumismo, che pone come legge assoluta quella del
mercato e trasforma la globalizzazione
in una unificazione della ricchezza del mondo in mano a pochi in grado di
gestire ogni aspetto della vita, brevettandone le forme e determinandone il
futuro. La situazione del mondo sembra dar ragione a coloro che,
giornalisticamente, sono detti «tute bianche». Appena 400 plurimiliardari
concentrano da soli nelle proprie mani più della metà della ricchezza totale
destinata ai sei miliardi di abitanti del nostro pianeta. Il 20 per cento
della popolazione mondiale è 60 volte più ricca dell'80 per cento della
popolazione povera. E' vero: la miseria
è stata sempre presente nel mondo. Ma oggi una nuova barbarie si affaccia
alle porte, guidata dal
potere mondiale e anonimo della grande finanza e da uno sviluppo
biotecnologico posto a servizio solo o quasi
degli interessi materiali. Se il G8 vuole imporre un mondo unico, dove domina
l'unica ideologia del
denaro e dei corpi, allora, per fedeltà al Vangelo, ci mettiamo dalla parte
delle «tute bianche» e diciamo: «No» al G8! Ma diciamo «No» senza
violenza, senza contrapposizioni frontali, senza integralismi. Diciamo «No»,
non
proponendo modelli di organizzazione politica, ma proclamando orizzonti
valoriali. Il valore primo ed immediato per chiunque è l'uomo: tutto l'uomo e
tutti gli uomini. L'umanesimo esclusivo, che rifiuti l'interezza della persona
o non scelga la totalità degli uomini, è un umanesimo inumano. Il secondo
valore, indispensabile per far
crescere le persone, è la partecipazione. Su temi che coinvolgono tutti
occorre l'ascolto più ampio
possibile. Giovanni Paolo II, all'inizio del nuovo millennio dice alla sua
Chiesa che è necessario fare nostra
l'antica sapienza che sapeva incoraggiare l'ascolto di tutti. La sapienza che
suggeriva a San Benedetto
di dire all'Abate: «Spesso ad uno più giovane il Signore ispira un parere
migliore»; e San Paolino da Nola esclamava: «Prendiamo dalla bocca di tutti
i fedeli, perché in ogni fedele soffia lo Spirito di Dio». La terza
indicazione è quella del «Buon Samaritano»: non passare oltre chi ha
bisogno, ma diventare prossimi di chi
non ha i beni indispensabili ad una vocazione umana fondamentale. Una politica
rispettosa di ogni uomo e
della sua storia, che voglia un avvenire di pace e di progresso, sa che, per
uscire dalle acque tempestose dei
conflitti e dalla crisi dei valori, bisogna cominciare dagli ultimi. Nella
lettera apostolica a conclusione del
Giubileo Giovanni Paolo II ha scritto: «Bisogna governare con decisione i
processi della globalizzazione economica in funzione della solidarietà e del
rispetto dovuto a ciascuna persona umana». Infine, dopo un millennio di tante
guerre, che è finito col sangue di due guerre mondiali e col trionfo e poi la
crisi dei
totalitarismi ideologici, è indispensabile, per un cammino nuovo dell'umanità,
il rifiuto della violenza. Non soltanto perché il fine non giustifica i
mezzi, ma perché sarebbe davvero deprecabile che la violenza, pur intesa come
intervento per aiutare i poveri e la loro liberazione, impedisse di fare tutti
i passi possibili per un'inversione di tendenza e l'avvio di una fase nuova.
Ai contestatori del G8 vorrei dire: avete fatto da amplificatore a problemi
che vanno affrontati; continuate con le vostre iniziative a tenere desta
l'attenzione e a spingere a soluzioni possibili; ma non impedite con la
violenza che i problemi vengano affrontati e che chi ha ragione passi, a causa
della violenza, dalla parte del torto. Perché non passare alla storia come
coloro che, all'inizio del nuovo
millennio, hanno indicato con chiarezza la strada da percorrere? Non sarà
possibile ricordare la lezione della non-violenza lasciataci da Gandhi? E noi
cristiani, come possiamo dimenticare che il Signore Gesù ci ha consegnato la
forza rivoluzionaria dell'amore, che si manifesta in chiunque realizza la
propria vita con gli altri e per gli altri? Forse questo è uno di quegli «impossibili»
per i quali occorre la fede quanto un granello di
senape e la preghiera che importuna anche Dio.
Silvano Piovanelli * cardinale
Domenica 17 giugno, Martin Royackers SJ tenne l’omelia
sulla violenza che squassa la Giamaica: 453 persone sono state uccise
sull’isola dall’inizio dell’anno, fra cui 3 sacerdoti. «Questo potrebbe
succedere anche a me. –
disse ai fedeli – In questo caso, voglio essere seppellito qui fra la mia
gente».
Quattro giorni dopo, giovedì 21 mattina, il quarantunenne gesuita canadese è
stato trovato riverso in una pozza di sangue, con una pallottola nel petto,
nella veranda del suo ufficio presso la chiesa cattolica di S. Teresa, di
cui era responsabile, e che fa parte della più ampia parrocchia di S. Maria
ad Annotto Bay, una piccola città nel nord-est della Giamaica. «Era
completamente dedicato alla gente, come se non gli importasse di sé. Il cibo
o il vestito non contavano nulla per lui. Stava sempre con la gente». ha
detto il diacono Fernando Pulle, collaboratore di P. Martin, in lacrime.
Insieme a Jim Webb SJ, Superiore Regionale della Giamaica, P. Martin era
impegnato in un progetto di sviluppo che, fra le altre cose, cerca di favorire
lo sfruttamento di terreni di proprietà governativa non coltivati
per la produzione di cibo. Il Progetto di Sviluppo Agricolo di St. Mary (The
St Mary Rural Development Project – SMRDP) è un’iniziativa congiunta
della gente del luogo, dei gesuiti canadesi e di CIDA (l’agenzia per
l’aiuto allo sviluppo del governo del Canada). All’inizio di giugno,
l’ufficio del SMRDP ricevette una telefonata che minacciava i due religiosi
di morte. L’autore della chiamata mise in relazione le minacce con la
richiesta presentata dal SMRDP al governo di concedere 60 acri di terra agli
agricoltori locali. La polizia giamaicana, prontamente informata, consigliò
loro di prenderle sul serio.
P. Martin era nato il 14 novembre 1959. Entrato nella Compagnia di Gesù nel
1978, fu ordinato nel 1988 ed emise gli ultimi voti nel 1999. L’arcivescovo
cattolico di Kingston, Mons. Edgerton Clarke, ha deplorato la perdita di un
prete di grande valore, aggiungendo: «Nell’intera società si è perduta
ogni stima e rispetto per la vita … più nessuno è sicuro».
Il 26 gennaio un violento sisma ha provocato quasi 100 mila
morti ed enormi distruzioni nel Gujarat, uno Stato dell'India nord
occidentale. L'UNICEF ha stimato in 2,5 milioni il numero dei bambini
coinvolti. Giovani studenti gesuiti, che prestano soccorso volontario nella
zona più colpita, hanno trascorso alcuni giorni "visitando i villaggi
per assistere le vittime e consolare gli afflitti." Ora le priorità sono
fornire l'acqua e l'elettricità, seppellire i cadaveri, prevenire epidemie e
riaprire le scuole. Al carico dei bisogni materiali e umani si aggiunge un
regime politico di destra e un'atmosfera pesante tra le caste e gruppi
religiosi. Queste intense "scosse di assestamento culturali" sono la
sfida più grande per le ONG promosse dalla Compagnia. Nella capitale
Ahmedabad, un'organizzazione-quadro di oltre 25 ONG comprende la St. Xavier
Social Service Society (SXSSS) diretta da Cedric Prakash SJ. Questi tenta di
impedire che gli aiuti vengano monopolizzati, deviati o bloccati e far sì che
raggiungano gruppi di persone normalmente lasciate ai margini, come gli indù
più poveri, i musulmani, i dalit o gli indigeni (tribali). Lo stesso P.
Prakash fu maltrattato in un ospedale di Ahmedabad mentre distribuiva aiuti.
Jimmy Dabhi SJ coordina Citizens' Initiative, un'associazione che lavora in
una cinquantina di villaggi della regione di Bhachau e si interessa a quelli
che vivono fuori mano. Per tutti l'impegno è di mantenere il tradizionale
spirito indiano di tolleranza e imparzialità nell'assistenza, negli
indennizzi per le perdite e nella ricostruzione.
La parrocchia di S. Pedro Claver comprende un'area di
Caparica, alla periferia orientale di Lisbona, dove hanno una difficile
coesistenza famiglie della classe media, nomadi, africani e immigrati
portoghesi provenienti dall'interno del Paese o rimpatriati dopo la
decolonizzazione degli anni '70. I problemi sociali includono povertà e
disoccupazione, violenza domestica e instabilità familiare. Nel 1999 il
parroco gesuita è stato affiancato da un altro sacerdote e da uno scolastico,
che vivono in un semplice appartamento di un grande caseggiato, dando vita
alla prima comunità d'inserzione nella Provincia portoghese. La priorità è
il lavoro con i bambini e i giovani in difficoltà, offrendo l'insegnamento
della religione nella scuola locale e adattando gli esercizi ignaziani a
giovani adulti e lavoratori. Alcuni studenti di famiglie facoltose, alunni del
Collegio S. João de Brito, tenuto dai gesuiti nel centro della città,
partecipano come volontari alle attività di sostegno e doposcuola.
Il totale discredito in cui sono caduti i politici per la
loro corruzione e incompetenza ha dato vita in Paraguay al Parlamento dei
Giovani. Convocato per la prima volta da Francisco Oliva SJ nel 1999, il
parlamento è alla sua terza legislatura. Nel mese di aprile più di un
migliaio di giovani da ogni parte del Paese iniziano un anno di formazione al
Centro per gli Studi Nazionali e all'Università Nazionale. I giovani che
hanno partecipato almeno all'80 per cento delle sessioni, scritto una tesi e
lavorato come volontari, raccolgono ciascuno le firme di cento persone di cui
diventano rappresentanti e iniziano un lavoro di due anni come legislatori.
Dopo sei mesi di lavoro nei consigli dipartimentali, i giovani parlamentari
raggiungono la capitale Asunción e prendono posto nella Camera dei Deputati.
"Se ora, mentre sono giovani, non influenzano la società, lo faranno in
seguito come adulti," sostiene P. Oliva. "Noi speriamo che questo
Parlamento dei Giovani abbia una dimensione latino-americana e già ne
sogniamo uno intercontinentale."
In El Salvador è avvenuta di nuovo una grande tragedia, il
terremoto del 13 gennaio. Le scene sono spaventose: pianto e dolore
inconsolabile per i morti, intere famiglie scomparse, "questa vicina ha
perso cinque figli", "la casa ha sotterrato tutta una
famiglia". Mentre i giorni passano e giungono notizie dall'interno,
cresce la convinzione che la catastrofe sia stata persino superiore a ciò che
si pensava. La maggior parte delle case distrutte erano di canne e fango,
abitate da chi non può costruire con il cemento. I terremoti, come i
cimiteri, rivelano l'iniqua disuguaglianza di una società e mostrano così la
sua verità più profonda. Alcune tombe sono sontuose e spaziose, grandi
mausolei con sculture di marmo. Altre, quasi senza nome e senza croce, si
accumulano, restano anonime e sono la maggioranza. I terremoti ricordano i
cimiteri e mettono tragicamente in scena la parabola di Gesù: "C'era un
uomo ricco che tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome
Lazzaro, giaceva alla sua porta, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva
dalla mensa del ricco..." È illusorio fare appello alle norme di
sicurezza richieste per la costruzione delle abitazioni, quando i poveri non
hanno i mezzi per rispettarle. E, andando alla radice, è vergognoso che non
si siano fornite alla maggioranza, nemmeno lontanamente, delle abitazioni
degne, mentre proliferano edifici di lusso e le autostrade, gli hotel, gli
aeroporti migliorano continuamente. Anche nel Salvador. (Da una riflessione
del 16 gennaio)
E’ dal 22 dicembre che silenziosamente una delegazione
del Consejo Indígena Popular de Oaxaca Ricardo Flores Magón stà
girando l’Europa per denunciare le violazioni dei diritti umani cui sono
sottoposte le comunità indigene dello stato messicano di Oaxaca (ad ovest
rispetto allo stato del Chiapas).
Malgrado la generale disattenzione in Italia dei mezzi di comunicazione e dei
partiti politici (l’attenzione dei media spagnoli è stata invece forte)
queste denuncie sembrano avere effetto … tant’è che la risposta del
governo locale di Oaxaca non ha tardato a farsi sentire.
E’ stato così che la polizia giudiziaria ha recentemente fatto visita alla
casa di Raúl Gatica, uno dei due rappresentanti del Consejo che fanno parte
della delegazione eureopa, pur sapendo che Raúl si trovava in Italia. Si sa
che il governatore José Murat Casab ha fatto delle intimidazioni alla propria
prassi politica
Messaggio di Giovanni Paolo II per la Giornata Mondiale
della Pace 2001
Dialogo tra le culture per una civiltà dell'amore e della pace.
"All'inizio di un nuovo millennio, più viva si fa la speranza che i
rapporti tra gli uomini siano sempre più ispirati all'ideale di una fraternità
veramente universale. Senza la condivisione di questo ideale, la pace non potrà
essere assicurata in modo stabile. Molti segnali inducono a pensare che questa
convinzione stia emergendo con maggior forza nella coscienza dell'umanità. Il
valore della fraternità è proclamato dalle grandi 'carte' dei diritti umani;
è manifestato plasticamente da grandi istituzioni internazionali e, in
particolare, dall'Organizzazione delle Nazioni Unite; è infine esigito, come
mai prima d'ora, dal processo di globalizzazione che unisce in modo crescente
i destini dell'economia, della cultura e della società. La stessa riflessione
dei credenti, nelle diverse religioni, si fa più incline a sottolineare che
il rapporto con l'unico Dio, Padre comune di tutti gli uomini, non può che
favorire il sentirsi e il vivere da fratelli. Nella rivelazione di Dio in
Cristo, questo principio è espresso con estrema radicalità: 'Chi non ama non
ha conosciuto Dio, perché Dio è amore' (1 Giovanni 4,8). Al tempo stesso,
però, non ci si può nascondere che le luci appena evocate sono offuscate da
vaste e dense ombre. L'umanità comincia questo nuovo tratto della sua storia
con ferite ancora aperte, è provata in molte regioni da conflitti aspri e
sanguinosi, conosce la fatica di una più difficile solidarietà nei rapporti
tra uomini di differenti culture e civiltà, ormai sempre più vicine e
interagenti sugli stessi territori. [...] Sono naturalmente lontano dal
pensare che, su un problema come questo, si possano offrire soluzioni facili,
pronte per l'uso. [...] Ma proprio per questo vedo l'utilità di una
riflessione corale su questa problematica." (Il Messaggio per la Giornata
Mondiale della Pace è disponibile su <www.vatican.va>)
Honduras: un gesuita e la sua parrocchia premiati per i
diritti umani
In ottobre il Commissariato per i Diritti Umani dell'Honduras ha assegnato
l'annuale riconoscimento per i Diritti Umani a Peter Marchetti SJ e alla
parrocchia di Tocoa nell'Honduras settentrionale. P. Marchetti è parroco di
Tocoa e coordinatore della pastorale sociale nella diocesi di Trujillo. Opera
per i diritti umani in tre campi:
- in seguito all'uragano Mitch, aiutò a organizzare la popolazione in
comitati di villaggio che hanno gestito la distribuzione dei fondi di
emergenza e di ricostruzione e fatto pressione sulle autorità perché
mantenessero le loro promesse;
- sostiene il rilancio della riforma agraria in Honduras. Settecento famiglie
di contadini poveri hanno occupato l'ex centro regionale di addestramento
militare (CERM) degli eserciti dell'Honduras e degli USA a Trujillo. Questo
terreno di proprietà pubblica era stato occupato illegalmente da "narcoganaderos"
(allevatori coinvolti nel traffico di cocaina proveniente dalla Colombia). Nel
conflitto è morto un allevatore e P. Marchetti ha ricevuto minacce di morte;
- nell'ambito della lotta contro l'impunità del governo e il suo
coinvolgimento nel narcotraffico, P. Marchetti sostenne le indagini
sull'omicidio di un candidato a sindaco di Tocoa, avvenuto tre anni fa, in cui
erano implicati politici e impresari potenti. Si ripeterono allora le minacce
di morte contro P. Marchetti, in quest'area estremamente violenta del
Dipartimento costiero di Colón.
India: pozzi nella foresta
Le popolazioni tribali migranti vivono in condizioni assai precarie nelle
foreste dell'India meridionale. Nello Stato dell'Andra Pradesh, i Gotti Koyas
sono in aperto conflitto con le autorità locali. Anni fa questa popolazione
occupò della terra in una zona di riserva forestale e recentemente ha
trivellato pozzi in tre dei suoi insediamenti. Senza preavviso, alcuni
ufficiali del Dipartimento forestale hanno distrutto i pozzi e dato fuoco ad
alcuni insediamenti. I pozzi erano stati finanziati dalla Loyola Integrated
Tribal Development Society (LITDS -- Progetto Loyola per lo sviluppo integrato
degli indigeni), un progetto della Compagnia e di due Congregazioni di
Sant'Anna. LITDS lavora in un centinaio di villaggi per promuovere
l'istruzione, l'assistenza sanitaria e il miglioramento della condizione
femminile. Nel campo dell'istruzione tenta in ogni modo di aiutare i bambini a
frequentare con profitto le scuole statali, ma quando queste mancano gestisce
in proprio delle scuole con un solo insegnante. Le attività sanitarie
includono visite mediche regolari nei villaggi, organizzazione di dispensari
mobili (medici e oculistici) gratuiti, distribuzione di cibo, programmi di
formazione e lavoro in rete con operatori sanitari statali. LITDS incoraggia
le donne ad organizzarsi in sangams (cooperative) per risparmiare denaro e
creare un fondo di credito rotativo. Ma "tutto ciò che abbiamo descritto
e fatto per questa gente è solo una goccia nel mare", secondo Peter
Daniel SJ, che ha contribuito a portare questa vicenda di abuso di potere
all'attenzione del pubblico e dei tribunali.
Albania: primo programma contro le droghe nei Balcani
È stato aperto in Albania il primo programma di recupero per giovani
alcolizzati e tossicodipendenti: un centro di ascolto a Tirana e uno
residenziale a Vaqarr. Si dà importanza al fatto che i giovani parlino di sé,
in modo da aiutarli a trovare motivazioni per liberarsi dalla dipendenza. Gli
incontri con i genitori sono momenti importanti per cercare di risolvere i
problemi all'origine della tossicodipendenza e coinvolgere queste persone nel
processo di educazione, recupero e reinserimento in società dei loro figli.
In generale le famiglie (clan) albanesi si scandalizzano e vivono come una
vergogna il nuovo fenomeno della droga, che era inesistente durante il regime
comunista. Il centro, un progetto della comunità italiana
"Emmanuel" e della missione della Compagnia in Albania, è unico nel
suo genere nei Balcani ed è stato visitato e preso a modello per altri centri
nella regione.
In Italia per il Congo: 16-12-2000
Si è svolta questa mattina a Roma la conferenza stampa di
presentazione dell'iniziativa di Pace Anch'io a Bukavu.
All'incontro erano presenti:
- Edo Patriarca, portavoce del Forum Permanente del Terzo Settore
- Don Albino Bizzotto, Presidente di Beati i Costruttori di Pace
- Eugenio Melandri, Chiama l Africa
- Samuele Filippini, Ass. Papa Giovanni XXIII - Operazione Colomba
Tutti gli intervenuti hanno contribuito a chiarire le finalità
dell'operazione. Questa rappresenterà una sfida pacifica al silenzio
dell'informazione e delle istituzioni internazionali, affinchè non si
taccia più sulla grave situazione di crisi nella Repubblica Democratica del
Congo e in particolare nella regione del Kivu, dove è in atto un vero e
proprio sterminio della popolazione civile. Il conflitto in corso nella
R.D. del Congo coinvolge ben nove stati, ed è ormai definita la prima guerra
mondiale d'Africa. Una guerra per i diamanti, l'oro e il controllo delle altre
materie prime di cui è ricchissima la regione. Le guerre nella
zona dei Grandi Laghi, hanno causato in quattro anni ben 4 milioni di morti,
eppure continuano a seminare vittime tra l'indifferenza generale. Nonostante
la guerra e la chiusura degli aeroporti, tutti i giorni partono
regolarmente aerei carichi di oro e diamanti, depauperando il paese e
impoverendo sempre di più la sua gente. "Fateci valere almeno come i
nostri diamanti". Questa è la loro richiesta. L'ambasciatore italiano a
Kinshasa, presente all'incontro, ha confermato la grave situazione di
sofferenza della popolazione civile congolese sia sul
piano della sicurezza che su quello sanitario, economico e sociale.
----------
Durante la conferenza stampa sono state inoltre presentate le iniziative di
sensibilizzazione con cui si cercherà, a partire dai prossimi giorni, di
portare all'attenzione individuale e collettiva la drammatica situazione del
Congo e di tutta l'Africa:
1. C'è troppo silenzio sul Congo, per favore, un minuto di
rumore...". A partire dal 16/12/00 un minuto di rumore tutti i
giorni dalle ore 12.00 alle 12.01. Questo appello è rivolto a tutti coloro
che si trovano almeno in coppia in qualsiasi luogo (scuola, ufficio, luogo di
lavoro, autobus, metro, strada) perchè facciano rumore con qualsiasi oggetto
- evitando qualsiasi cosa che possa arrecare danno a persone e cose - cercando
di coinvolere i propri vicini, colleghi, amici, o semplicemente i passanti.
Alla richiesta sulle motivazioni di questo gesto si può spiegare la
situazione del Congo, distribuire materiali ecc. Questa idea riprende
un'iniziativa simile lanciata nella stessa Bukavu dalla "Societé
Civile", un vasto movimento di gruppi e associazioni che resiste, si
auto-organizza, lancia appelli alle organizzazioni italiane ed europee.
Nell'agosto del 1999, per 10 giorni consecutivi, tutti i cittadini di Bukavu
allo scoccare del mezzogiorno hanno sospeso ogni attività per dieci minuti
per far rumore con qualsiasi oggetto, urlando "vogliamo la pace".
2. Digiuno a catena
La proposta è che ogni giorno, dal 17 dicembre 2000 al 24 febbraio 2001 ci
sia qualcuno che digiuna per l Africa. Può essere un digiuno totale o la
rinuncia a un pasto. Vi chiediamo di scegliere uno o più giorni e di
segnalarlo alla segreteria del digiuno presso Ass. Solidarietà Muungano,
strada Cavestro n°14/A 43030 Vicomero (PR) tel. 0521/314263 fax. 0521/314269
e-mail.muungano@libero.it , che
periodicamente terrà informati i partecipanti sull andamento dell' iniziativa
"Digiuno a catena per la pace in Africa". Perchè il digiuno? Per
fare qualche passo nel mondo di quanti digiunano quotidianamente, non per
scelta ma per necessità a motivo della guerra e dell' ingiustizia, e capire
un po dal di dentro ciò che essi vivono. Per entrare in un percorso
nonviolento di pacificazione, in cui la sofferenza non è inflitta ma assunta.
Per rendere più lucida la nostra lettura di noi stessi e del mondo. Per
renderci conto che è possibile vivere più sobriamente, affinché tutti
abbiano il necessario e il mondo respiri. Per scavare nella nostra vita spazi
di disponibilità e di ascolto.
Il digiuno di molti già di per sé può ampliare la notizia dell' iniziativa
"Anch io a Bukavu" e soprattutto può estendere fra la gente la
conoscenza della situazione drammatica della zona dei Grandi Laghi e dell
Africa in
generale.
3. Sit-in di informazione e di sensibilizzazione nelle piazze Il 16, il 23 e
il 30 dicembre tutti in piazza PER INFORMARE, SENSIBILIZZARE E... FARE RUMORE.
Per coordinare luoghi e modalità contattare la segreteria all'e.mail rumore.bukavu@libero.it
Oppure contattare telefonicamente l'Operazione Colomba al n° 0541 751498.
----------
1.700.000 morti in meno di due anni; un bambino su tre
orfano; nove Stati africani coinvolti in un conflitto ormai degenerato in
guerriglie locali; territori sconvolti dalle scorrerie di militari e
paramilitari; popolazioni
allo stremo per fame; economia distrutta; linee telefoniche assenti da 25
anni; strade impraticabili; banche e università chiuse; ospedali senza
medicine, questa è la Repubblica Democratica del Congo, in particolare la
regione del Kivu. Ma questa è anche la situazione di tanti paesi del
continente africano, devastati da guerre interne endemiche e abbandonati dalle
istituzioni internazionali, dove rimane solo l'impegno della società civile e
delle chiese per supplire allo Stato che manca e per preservare la popolazione
dalla tentazione dello scontro armato, resistendo con la nonviolenza ad una
situazione di estrema violenza. Tutto avviene nell'indifferenza e nel
disinteresse generale. Da Bukavu (sud Kivu) è giunto un pressante appello da
parte della Société
Civile formata dal coordinamento delle associazioni e delle chiese - per porre
il problema della pace in Africa al centro dell' attenzione e dell' impegno
della nostra società e di tutte le istituzioni. In Italia hanno subito
risposto le Associazioni "Beati i Costruttori di Pace", "Papa
Giovanni XXIII - Operazione Colomba" e "Chiama l'Africa", che
hanno lanciato l iniziativa " Anch io a Bukavu impegnandosi a coinvolgere
nel progetto il maggior numero di soggetti così da comporre una numerosa e
autorevole delegazione.
SUDAN
13 dicembre 2000
La campagna italiana "SUDAN un popolo senza diritti" rende noto che
con una lettera inviata ieri 12 dicembre all'Ambasciatore sudanese in Italia,
haprotestato duramente contro gli arresti arbitrari che stanno avvenendo in
questi giorni che precedono le elezioni presidenziali a Khartoum. In
particolare viene espressa amarezza per l'arresto dell'avvocato Ghazi Suleiman
che da sempre è in prima linea nella difesa dei diritti umani ed è
particolarmente noto nel suo paese e all'estero per aver portato avanti la
difesa in giudizio di alcuni oppositori al governo fondamentalista sudanese e
a persone accusate di reati di opinione.
Ghazi Suleiman era stato ospitato in Italia nel mese di settembre dello scorso
anno per prendere parte come relatore al Forum organizzato dalla Campagna
Sudan a Milano sul ruolo della società civile nella difesa dei
diritti umani in Sudan. Lo stesso Suleiman aveva rappresentato il Sudan nella
manifestazione dell'"ONU dei popoli" promossa dalla Tavola per la
Pace a Perugia e nella marcia verso Assisi. La Campagna fa sapere che ha
sollecitato anche i parlamentari più sensibili e il Ministero degli Affari
Esteri a muovere i passi necessari per fare pressione sul governo sudanese
affinché Suleiman e gli altri arrestati con
le stesse motivazioni possano tornare in libertà quanto prima. Da parte delle
realtà che promuovono la Campagna (Pax Christi, Nigrizia, CESVI, ACLI,
Caritas, Mani Tese, Amani, Raggio, Istituti Comboniani, Arci, Cuore Amico) si
dà assicurazione che si continuerà a seguire con estrema attenzione gli
avvenimenti e a denunciare ogni altra violazione dei diritti umani.
SUDAN un popolo senza diritti Campagna italiana per la pace e il rispetto dei
diritti umani in Sudan
Via Porpora 26
20131 Milano - Italy
tel. 39-0229417030
fax. 39-0229531562
e-mail: campagna_sudan@hotmail.com
www.peacelink.it/sudan.html
Cause ed effetti dell'indebitamento: 26-11-00
E' noto che gli africani immersi in una povertà estrema superano ormai i 300
milioni di persone su una popolazione di circa 700 milioni. Secondo
l'Organizzazione Internazionale del Lavoro coloro che tenteranno di
sopravvivere con redditi al di sotto della soglia di povertà nelle regioni a
sud del Sahara diventeranno entro il 2000 oltre la metà della popolazione.
Intanto il debito dell'Africa è aumentato di 24 volte dal 1970 e nel 1996 ha
superato il valore del reddito nazionale di tutti i paesi del continente. Per
quasi tutti i paesi le cifre continuano ad aumentare, mentre nuovi prestiti
vengono concessi non per soddisfare i bisogni della popolazione, ma per fare
fronte agli impegni precedenti, in una spirale di cui non si intravede la
fine. Analizzare l'incidenza del debito estero che grava sull'Africa è quindi
assolutamente necessario per chi desideri comprendere le reali cause della
attuale situazione nella maggior parte dei paesi africani e per chi cerchi
linee di intervento in grado di offrire delle alternative ai processi
apparentemente ineluttabili oggi in atto.
Per la seconda volta in questo anno "giubilare",
un frate di 73 anni, frate Antonio Puigjané, si trova in sciopero della fame.
Insieme a lui 10 uomini e 3 donne si trovano, oggi, al loro 59° giorno di
sciopero della fame.
Questi uomini e donne sono i Prigionieri Politici de La Tablada, militanti del
"Movimento Todos por la Patria" (MTP), che il 23 gennaio del 1989
assaltarono la caserma del 3° Reggimento di Fanteria de La Tablada, nel
tentativo disperato di frenare i militari fascisti, meglio conosciuti come
"carapintadas", che stavano preparando l'ennesimo golpe militare
contro il debole governo Alfonsín. In un eroico quanto diseguale
combattimento, un gruppo di civili si scontrò contro 3600 effettivi della
polizia e dell'esercito argentino. L'esercito argentino ricorse all'utilizzo
di mezzi blindati ed al bombardamento della zona, con fosforo bianco (violando
così la Convenzione di Ginevra, sottoscritta dallo stesso governo argentino).
28 furono i civili massacrati, 3 coloro che vennero fatti scomparire ed 11 gli
uomini dell'esercito morti (la maggiorparte dei quali a conseguenza dei
bombardamenti ordinati dai generali argentini).
La Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH) della Organizzazione
degli Stati Americani, sul caso ha emesso un rapporto alla fine del mese
di dicembre del 1997 in cui si sottolineano le molteplici arbitrarietà
commesse durante il processo che si realizzò presso il Tribunale Federale di
San Martín, tribunale che giudicò e condannò le persone detenute e che
emise gli ordini di cattura per gli altri. Tra queste arbitrarietà la CIDH
sottolinea la violazione del diritto alla difesa, dal momento che mancò la
doppia istanza giudiziaria
(prevista dalla stessa Costituzione Argentina).
La CIDH nel proprio rapporto sottolinea anche altre violazioni, come il
fatto che 9 persone vennero assassinate dopo essere state arrestate e che
tutti gli arrestati vennero sottoposti a torture, sulle quali per altro, non
si è mai aperta nessun tipo di indagine giudiziaria.
Il 13 de luglio scorso i Prigionieri Politici de La Tablada hanno sospeso un
primo sciopero della fame (dopo 46 giorni di sciopero della fame), sulla base
della promessa di deputati e senatori argentini che il 3 agosto si sarebbe
trattato il loro caso e che, sulla base delle raccomandazioni della CIDH,
sarebbe stata loro concessa una seconda istanza giudiziaria, così come esige
il Patto di San José della Costa Rica (patto sottoscritto dal governo
argentino e presente nella stessa costituzione argentina dal 1994).
Il 12 Ottobre di fronte alla CIDH, il governo argentino si è limitato invece
a rispondere che si stava studiando il caso, però senza che si ottenesse il
quorum necessario di presenze, per affrontare il caso ed a nulla è servito
per il momento un progetto di legge dello stesso Presidente della Repubblica.
Brasile: Plebiscito 4-11-2000
È giusta la politica del Fondo Monetario Internazionale (FMI)? Secondo il
governo, SI. NO, secondo il parere di più di sei milioni di cittadini. Il
Centro sociale (CIAS) di Brasilia ha contribuito ad organizzare in settembre
un plebiscito nazionale sul debito estero. Le questioni sollevate erano tre:
se il governo dovesse mantenere l'accordo attuale con il FMI; se si dovesse
fare una verifica pubblica del debito estero (come previsto dalla
Costituzione); infine, se si dovesse continuare ad usare gran parte dei fondi
pubblici per pagare il debito interno. Nonostante la furiosa campagna lanciata
dal governo contro questa iniziativa democratica, il plebiscito -- con il
contributo di oltre 13.000 volontari -- ha avuto un successo al di là delle
migliori aspettative. Ne è risultato un NO clamoroso agli interventi del FMI
e un SI deciso ad un modello economico alternativo, basato sulla promozione
umana. Il CIAS è membro di Jesuits for Debt Relief and Development (JDRAD,
Gesuiti per la Remissione del Debito e lo Sviluppo) che ha membri in tutto il
mondo. Il plebiscito era un'iniziativa nel quadro della Campagna del Giubileo
2000, promossa dalle Chiese cristiane
Burundi: Martire dei poveri 4-11-2000
Il 3 ottobre Antonio Bargiggia, 43 anni, è stato ucciso nella provincia di
Gitega presso un posto di blocco stradale, il suo corpo è stato poi gettato
fuori dall'auto che guidava e abbandonato sulla strada. Le motivazioni
dell'omicidio non sono state accertate. Membro della comunità "Amici dei
Poveri" di Milano, Fratello Antonio da vent'anni era missionario laico in
Burundi e viveva a Buterere, a nord della capitale Bujumbura, dove era
responsabile di un progetto del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS). La
sua vita era tra i più poveri, i malati di AIDS, i carcerati e i profughi.
Antonio ha dato una testimonianza di donazione completa nella vita spesa
generosamente come nella tragica morte. Scrive di lui un amico: "La sua
scomparsa è stata solo la morte di un corpo poiché lui era già 'morto'
rispetto a molte cose per vivere nella pienezza dell'amore di Cristo. Si era
fatto così povero tra i poveri da non possedere più neanche la propria vita,
ma per essere una cosa sola col suo prossimo, cioè con Dio."
Repressione in Brasile: 25-10-2000
Negli ultimi mesi, il governo brasiliano ha
gravemente accentuato la propria azione contro il Mst (Movimento dei Senza
Terra), scatenando contro di esso una vera e propria campagna di boicottaggio,
di denigrazione, di più dura e estesa repressione.
Ne dà nuova e indubitabile testimonianza il documento del 25 ottobre
sottoscritto da eminenti personalità del mondo civile e religioso brasiliano
e da un assai ampio arco di forze poltiche, sindacali, sociali, culurali.
La riforma agraria, che il Mst reclama, è un obiettivo irrinunciabile per un
paese civile e democratico ed è legittimato dalla stessa Costituzione
del Brasile.
La lotta del Mst per la giustizia, l'emancipazione, la solidarietà ha valore
esemplare per quanti, nel mondo, denunciano e contrastano la crescente
diseguaglianza che ferisce profondamente e priva di prospettive la famiglia
umana.
15.000 IN PIAZZA A PRAGA PER CAMBIARE
LE POLITICHE DELLA BANCA MONDIALE E DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE
Grande successo oggi della manifestazione di
protesta contro le politiche della Banca mondiale e del Fondo monetario
internazionale. Un corteo pacifico e allegro, pieno di colori , con una babele
di lingue e con la presenza di tantissime associazioni del Nord e del
Sud del mondo ha ribadito la richiesta di un processo di democratizzazione
delle istituzioni globali. Il valore della protesta, oramai costante e
diffusa, e' sottolineato dallo stesso Presidente della Banca mondiale,
James Wolfensohn, che al proposito ha dovuto riconoscere: "C'e' molto da
imparare dai giovani che protestano, credo profondamente che molti di loro
sollevano questioni legittime, ed apprezzo l'impegno di una nuova generazione
a lottare contro la poverta'".Gli episodi di violenza ampiamente
riportati dai media internazionali sono stati parimenti denunciati dagli
organizzatori delle manifestazioni che si sono svolte a Praga. "E' un
peccato ed un problema molto serio", dichiara Maurizio Meloni tra i
promotori della "Rete di Lilliput, "che una
manifestazione importante e pacifica come quella a cui abbiamo partecipato
ieri sia stata rovinata dall'azione unilaterale di pochi che non hanno nulla a
che vedere con l'organizzazione delle manifestazioni. Questa violenza non
fermera' il lavoro continuo di conoscenza, analisi critica e proposta di
migliaia di organizzazioni che si battono da decenni a livello internazionale
per imbrigliare nella rete i signori della globalizzazione".
SOS BUKAVU
APPELLO DALLA SOCIETA’ CIVILE:
"QUI CI STANNO
DECAPITANDO"
E’ una di quelle notizie che non
arrivano immediatamente sul circuito della grande informazione. E’ un triste
ed ennesimo appello che è stato inviato alla campagna Chiama l’Africa
dai rappresentanti del movimento Società Civile ancora
in libertà di Bukavu (est della Repubblica democratica del Congo)
"Ci stanno decapitando –
affermano nella lettera - La situazione a Bukavu è ormai gravissima. C’è
una tensione acuta. Si vive nella quotidiana emergenza e la vita dei civili
congolesi che vivono nel Kivu, dove continuano a fronteggiarsi diverse fazioni
in lotta per il controllo del territorio, è a serio rischio. Una guerra che
in 22 mesi ha provocato 1.700.000 vittime, soprattutto tra i
civili".
"Sabato 26 agosto, alle 21,45, a
Bukavu – continua l’accorata testimonianza - l'esplosione di una bomba ha
provocato otto morti e molte decine di feriti". In seguito a questo
attentato, il movimento Societa Civile è stato decapitato con l'arresto
di 4 operatori: Chirhalwirhwa Gervais, Bapolisi BAhuga Paulin,
Muzalia Aloys e Mutijima Regine. Il presidente Kyalangilwa Josepoh,
che si trova attualmente in Europa per la partecipazione ad un congresso a
Vienna, è ricercato.
Gli arrestati sono stati trasferiti
prima al Comando generale a Goma e poi a Kisangani (mille chilometri a nord di
Bukavu) con l’accusa di "spionaggio" e di "aver addebitato
all’esercito rwandese la paternità dell’attentato". Conoscendo le
condizioni di detenzione e le epidemie della regione dove sono stati
trasferiti i prigionieri, si teme per la loro vita. La Società civile di
Bukavu chiede "l'intervento di governi, ambasciate e organismi di
difesa dei diritti dell'uomo affinché si faccia pressione per la liberazione
dei prigionieri e si apra un'inchiesta internazionale sui crimini di guerra
che quotidianamente si commettono nella regione del sud Kivu".
In Italia è attualmente in
corso "Anch’io a Bukavu", la campagna promossa da
"Beati i costruttori di pace", "Chiama l’Africa" e
"Papa Giovanni XXIII" che, per il 10 dicembre 2000 (52°
anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo), propone un’Azione
Internazionale Nonviolenta di Pace, un viaggio di denuncia, solidarietà e
testimonianza di cittadini europei tra la popolazione del Kivu.
Per informazioni
Tel 065430082 – Fax 065417425
UN NO AL
NEOLIBERISMO di Bartolomeo Sorge
Dal 30 novembre al 3 dicembre 1999 a Seattle (Usa) ha avuto luogo l'atteso
Millennium Round, il vertice di fine millennio dell'Organizzazione mondiale del
commercio (Wto). I delegati dei 135 Stati membri dovevano trovare un accordo per
liberalizzare il commercio, adeguandolo ai processi di globalizzazione. Tutti
sapevano che sarebbe stato arduo ridurre le barriere tariffarie e superare il
protezionismo in agricoltura, ma nessuno aveva previsto che la rabbia dei poveri
e la rivolta della coscienza morale contro la logica del neoliberismo
tecnologico avrebbero contribuito a far fallire l'incontro. Il primo scontro si
è avuto a proposito dello sfruttamento infantile. La "clausola
sociale", posta da Clinton, cioé la richiesta di embargo per quei Paesi
che non eliminano il lavoro minorile, è apparsa sospetta. Come credere alla
sincerità dei Paesi ricchi, quando affermano di guardare esclusivamente alla
difesa dei diritti umani? Chi non sa che, per i ragazzi dei Paesi in via di
sviluppo, l'alternativa a un misero lavoro non sono lo studio e la formazione,
ma la delinquenza o la morte per fame? Rimane perciò il dubbio che i Paesi
ricchi cercassero piuttosto un pretesto, sia per mantenere un po' più elevato
il costo del lavoro nei Paesi terzi e neutralizzarne così la concorrenza, sia
per poter continuare a imporre tranquillamente l'embargo contro Paesi ostili
(come Cuba). Oltre tutto - si è fatto notare - spetta all'Ufficio
Internazionale del Lavoro (e non alla Wto) tutelare le condizioni umane del
lavoro, quindi combattere lo sfruttamento minorile e promuovere forme
alternative di apprendistato. Il secondo scontro tra coscienza morale e logica
neoliberista si è verificato in tema di commercio degli alimenti e di sostegno
all'agricoltura. I manifestanti - provenienti da ogni parte del mondo e in
rappresentanza delle più diverse organizzazioni ambientaliste, sindacali e del
volontariato sociale - sono scesi rumorosamente in piazza, per denunciare la
mancanza di garanzie effettive di fronte al progressivo estendersi
dell'inquinamento ambientale e delle manipolazioni genetiche. Particolarmente
forte è stata la contestazione contro i cosiddetti "cibi transgenici"
e contro ogni forma d'intervento, tendente a modificare i geni vegetali e
animali. Certo non sono mancati a Seattle gruppi estremisti, che hanno tentato
di far degenerare la protesta in forme inaccettabili di violenza e nel rifiuto
assoluto e ideologico della globalizzazione, che è ugualmente da rigettare.
Tuttavia le ragioni di chi ha manifestato il proprio dissenso in modo civile e
democratico restano meritevoli di considerazione. Lo sviluppo è un problema che
riguarda tutti e non possono essere solo i ricchi a decidere; né esso si può
ridurre in termini solo di mercato o monetari. I Paesi meno favoriti vanno
piuttosto aiutati a essere i protagonisti del proprio sviluppo. Pertanto, il
rifiuto dell'orientamento dell'economia generale in senso puramente neoliberista
e la reazione della coscienza morale contro la cultura libertaria soggiacente -
quali si sono manifestati a Seattle - vanno salutati come un segno di speranza.
Di essi si dovrà tener conto per impostare diversamente il prossimo Round.
=====================================================
La terza
Conferenza ministeriale dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade
Organization, Wto) si è conclusa con un fallimento. I quattro giorni di
trattative (a Seattle, dal 30 novembre al 3 dicembre) non hanno prodotto un
accordo globale com'era nelle intenzioni. Quello che doveva essere il Millennium
Round si è così trasformato in un Millennium flop, in un grande fiasco. Di chi
la colpa? Certamente della forte pressione operata dalla società civile. Una
protesta senza precedenti che ha unito forze diversissime tra loro: dagli
studenti agli ambientalisti, dai sindacalisti agli agricoltori. Ma la
responsabilità maggiore del fallimento è forse da attribuire ai veti
incrociati che hanno opposto i principali attori di questa tornata di
trattative: Stati Uniti, Unione Europea, Giappone e Paesi in via di sviluppo (Pvs).
I 135 membri del Wto dovevano esaminare e approvare 77 accordi, tutti aperti,
cioè senza intese preventive. Sul tavolo c'erano questioni vitali: agricoltura,
sicurezza alimentare, telecomunicazioni, dazi, lavoro, diritti d'autore. Temi
che chiamavano in causa profonde trasformazioni dei sistemi economici sia dei
Paesi industrializzati, sia del Paesi in via di sviluppo. E, per questo motivo,
più difficili da accettare. Lo scontro, infatti, è stato durissimo e ha
palesato forti divisioni. Vediamo in dettaglio i punti più controversi.
Investimenti - L'Unione Europea chiedeva la completa liberalizzazione degli
investimenti diretti. I Pvs si sono dichiarati contrari, nel timore di perdere
il controllo sugli investimenti. Contrari anche gli Stati Uniti che temono di
perdere il potere di embargo contro le nazioni loro ostili. Standard lavorativi
- Gli Stati Uniti chiedevano che fossero fissati requisiti minimi, validi in
tutto il mondo, per garantire eque condizioni di lavoro. Contro gli Usa si sono
schierati i Pvs, che temono di perdere il vantaggio competitivo derivato dal
basso costo della manodopera. Biotecnologie - La richiesta degli Stati Uniti di
liberalizzare le biotecnologie è stata contrastata tanto dall'Unione Europea
(che vuole mantenere la possibilità di respingere i prodotti manipolati
geneticamente) quanto dai Pvs (che temono una crisi della loro agricoltura).
Sovvenzioni all'export - Usa e Pvs vogliono abolirle per consentire ai loro
prodotti di essere più competitivi sui mercati. L'Unione Europea si oppone, si
è detta disponibile ad accettare solo una graduale riduzione. Su questi punti
la trattativa si è arenata. Se e quando possa riprendere non è ancora dato a
sapere. Per il momento l'unica certezza è una "tregua" con la quale i
Paesi membri si impegnano a evitare qualsiasi azione che pregiudichi l'interesse
altrui. Viste le tensioni esistenti, non litigare è già un evento.
POPOLI - P.za San Fedele 4, 20121 Milano
tel. 02/863521 - 86352223 - fax 86352224
e.mail: popoli@gesuiti.it
====================================================
In 50 mila
per dire "no" alla globalizzazione
C'erano circa 50 mila persone per le strade di Seattle, sotto gli occhi
increduli degli abitanti, che non vedevano una cosa simile dagli anni della
contestazione. Presenti i più diversi settori della società civile
internazionale: sindacati, associazioni di consumatori, ambientalisti, Ong,
contadini, immigrati, indios e moltissimi altri. La "Dichiarazione della
società civile internazionale contro il Millennium Round portava la firma di
1.386 organizzazioni. La stampa di tutto il mondo, nel complesso
sorprendentemente benevola verso i manifestanti, ha seguito la vicenda mettendo
naturalmente in primo piano gli scontri con la polizia e gli episodi di
violenza, che hanno riguardato, in realtà, una piccola minoranza dei
partecipanti. La mobilitazione è stata soprattutto pacifica, colorata e
allegra, secondo un'agenda che ha visto non solo iniziative di piazza, ma
l'organizzazione di un vero e proprio contro-vertice, strutturato in une serie
fittissima di incontri, dibattiti e seminari e da una grande convention
inaugurale nello stadio di Seattle. Qui si sono dati appuntamento, su iniziativa
dei sindacati americani, decine di migliaia di persone, che hanno seguito gli
interventi di alcuni sindacalisti e personaggi come Vandana Shiva e Lory Wallach
di Public Citizen, entrambi applauditissimi, al pari di altri importanti
relatori, come il leader dei pescatori indiani. Tutto ciò, mentre saltava
definitivamente la cerimonia inaugurale del vertice, a causa del blocco stradale
di un gruppo di manifestanti. Anche in Italia, come in molti altri Paesi del
mondo, si sono svolte iniziative per dire "no" alle trattative di
Seattle, attraverso l'impegno di svariate associazioni, gruppi e singoli in
circa 60 città. E' stata questa la prima occasione di mobilitazione per la
neonata Rete di Lilliput, un coordinamento di decine di gruppi, più o meno
strutturati, in tutto il Paese, che condividono l'obiettivo comune di una chiara
opposizione al Gulliver del sistema globale neoliberista, attraverso iniziative
congiunte di lotta. L'idea, lanciata da Alex Zanotelli e Franco Gesualdi, nasce
dall'esigenza di passare dalla semplice testimonianza, benché importante, a
un'azione rilevante sul piano politico ed economico. I soggetti coinvolti
provengono dalle esperienze più diverse, ma accomunati dal desiderio di
lavorare per un diverso modello di convivenza. Il vertice di Seattle è fallito
e la società civile ha vinto, soprattutto grazie alla decisa opposizione dei
Paesi in via di sviluppo. Non è, certamente, una vittoria definitiva, poiché
molte strade restano ancora aperte, a partire dal prossimo vertice di Ginevra.
Ma è certo che dopo Seattle nulla sarà più come prima: sono molti ormai a
sostenere che ci troviamo di fronte a un nuovo soggetto politico internazionale,
che risponde alle esigenze di partecipazione dal basso, non già su temi
limitati nel tempo e nello spazio, ma sulle grandi questioni della convivenza.
Roberto Cuda
======================================================
Il
trascorrere del tempo è evidente. Soprattutto quando ci sono molte cose che
accadono, abbiamo l'impressione che è passato tanto tempo e che questo
trascorrere, non è soltanto un andarsene del tempo stesso, bensì un portarci
appresso con esso. Per noi cristiani il tempo è una cosa più grande. Per i
nordamericani, "time is money", invece per noi il tempo ha una
dimensione di eternità. Non solamente perché il tempo, quello che chiamiamo
vita, ci prepara ad entrare nella vita eterna, ma perché ogni momento storico
nel quale viviamo ha questa dimensione d'eternità, perché nella nostra propria
storia e in ogni momento che passa si gioca tutta la storia umana. Per questo
ogni momento che passa è un tempo carico di grazia.»
don Samuel Ruiz Garcia
|