Sembra quasi paradossale che un disco dal suono piuttosto nostalgico - sembrando provenire da un passato sonico non troppo remoto, in cui l'estetica glitch veniva fusa armoniosamente con l'ambient minimale di modo da ottenere un risultato "accessibile" anche a quanti sono avulsi da sterili questioni di catalogazione, piuttosto che con rumorismo che nella sua concretezza talvolta appare troppo astratto e ostico per padiglioni poco allenati - sia firmato da colui che i colleghi di Touching Extremes non hanno avuto tema di definire colui che "tra i giovani compositori di musica elettronica degli ultimi anni più in vista, è uno di quegli artisti che sfrutta qualsiasi germe creativo fino al punto in cui non diventa un virus evoluto dal piacere aurale". Il giudizio sull'inglese Michael Santos è sicuramente condivisibile, ma non va nascosto il fatto che una parte di quella germinazione deriva da ascolti pregressi rielaborati al punto che non sono pochi coloro che hanno gridato al plagiarismo, ignorando che grande parte della musica elettronica si basa proprio sul sampling! Lo stesso Michael riteniamo ne sia consapevole e non a caso ha deciso di intitolare questo disco The Happy Error, riferendosi al momento menzionato (più felice) del filone glitch e alla sua filosofia di fondo (la preservazione dell'"errore") e giocando sulla semantica dell'assunto per cui la "felicità" sarebbe nient'altro che un errore! Sonicamente questa sorta di dogma si traduce in suoni che saturano le sfere acustiche, topoi dell'ambient music, come avviene nella title track, posta ad incipit del disco: classica sequenza bitonale ultrarallentata dalla frequenza così depurata dal rumore da rendere l'idea della perfezione, che pian piano viene rimpinguata da frequenze saturate che sovrastano la nitidezza del suono originaria...
Immaginate per avere un'idea di ciò che andrete ad ascoltare una pralina di pasta dolce perfettamente sferica riempita di varie creme fino a creare crepe nella superficie da cui gocciolano effluvi glicerinici...nelle tracce successive il processo è grossomodo simile, ma i samples di partenza sono differenti, ma appartengono pur sempre ai canoni dell'ambient music. Succede spesso che Santos voglia quasi preservare le suggestioni proprie dell'ambient music di modo da non alterare la ritualità a cui è avvezzo in genere l'appassionato del genere per meglio predisporsi all'immersione dell'esperienza acustica, che talvolta acquisisce connotazioni "religiose". Così i disturbi che Michael aggiunge si riducono spesso oltre che a saturazioni, a impulsi udibili quando si fa "saltare" il cd, a "sfiatature" sui suoni più tubulari, a graffi su rumori; la loro origine è quasi sempre una chitarra o delle onde sinusoidali ottenute tramite generatori. Alla materia prima, Michael Santos poi impone manipolazioni tramite l'ausilio di software con la particolare attitudine dei musicisti glitch di conservare gli "incidenti" tipici che possono occorrere durante i trattamenti digitali del "codice sorgente". La ricerca della melodia piuttosto che della sporcatura del suono o del pattern ritmico discende probabilmente dal fatto che Michael prima ancora di essere un manipolatore sonore, è fondamentalmente un musicista, capace del reto di non cadere negli sterotipi del genere. Splendidi certi passaggi in cui dal trembling saltellante che lascerebbe immaginare una traccia rarefatta, il sound si insinua attraverso strutture via via più complesse in cui la melodie resta sospesa, quasi criogenizzata. Esemplare a tal proposito la coinvolgente aura che ammanta Returning Champion o la scoppiettante Ajax, mentre suggestioni da uovo cosmico contenute nelle convoluzioni del pitch di Balloon o Supercolour riportano la mente ad ascolti passati (Oval in primis); in altri frammenti, i giochetti con le frequenze smussate o gli sdrucciolii sonici udibili in registrazioni come Hopefully Helsinki - la migliore delle undici transumanze acusmatiche secondo il nostro orecchio - o Big Shifty richiamano alcune produzioni di casa Sonig. Il fatto che siano certosinamente curate le melodie renderà l'eclettismo che normalmente distingue certi lavori fregiati dell'appellativo "glitch" meno indigeste e alienanti, al punto da risultare apprezzabile da una vasta schiera di ascoltatori - molti dei quali possono scegliere questo disco come punto di partenza per l'esplorazione del genere senza subire traumi -. Insomma una scintillante e al contempo intimistica congerie di click'n'cuts che non mancherà di emozionare durante l'ascolto, che disvela forse la nuova strategia dell'etichetta Baskaru più orientata a dar spazio a sperimentazioni meno azzardate e spinte rispetto agli esordi senza rinunciare alla qualità. Aspetto che per un'etichetta piccola e al di fuori di circoli distributivi elitari o privilegiati è tutt'altro che trascurabile...
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